E’ Rosa, è Nera, è Rossa ed è Anche Mora.

Rosa Mora, Malvasia Nera, 
Cantine Paolo Leo.

Dunque, cerchiamo di ricapitolare. La Malvasia (il vitigno) è Nera (quando di solito è “bionda”, insomma, gialla o bianca). Di conseguenza la Rosa è Mora (nome del vino), cioè il vino è rosato ma da vitigno “nero”. Ci potrebbe stare. Ma suona tutto un po’ strano. Anche perché la donna in etichetta è rossa, non è bruna. Insomma, un bel rebus, probabilmente voluto, per sottolineare la particolarità del prodotto. Questo vino, che viene dal Salento, è consigliato a tutto pasto, non solo col pesce, e in estate. Ha un “corpo” che riesce a reggere anche pietanze più saporite. Ma torniamo all’etichetta dove una giovane donna con grandi orecchini e due curiosi “pomelli” grigi sulle guance, si mette in posa coprendosi l’occhio sinistro con la mano destra. La cartotecnica del packaging segue le forme del disegno configurando un’etichetta dall’andamento irregolare. Sicuramente, insieme al colore del vino (imbottigliato in vetro bianco, trasparente), molto sensuale, la particolarità dell’elaborato fa la sua parte per attirare l’attenzione. 

La Solita Storia, con un’Insolita Etichetta

Ghjlà, Vermentino di Gallura, Vigne Cappato.

La storia di questo vino e di questa azienda è simile a molte altre: un professionista, architetto milanese, Giovanni Cappato, decide di cambiare vita, diventa enologo, acquista delle vigne in Sardegna e inizia a produrre vino. Si integra a tal punto nella cultura e nell’ambiente isolano che attribuisce due nomi derivati dal dialetto ai due vini per ora in gamma: il Nibe (che significa neve) un Vermentino frizzante e il Ghjlà, del quale documentiamo l’etichetta in questo post, che significa gelo. Al di là della difficoltà di lettura e di pronuncia di questo “Ghjlà”, vediamo il suo significato (che sono almeno tre): gelo, come abbiamo detto, quindi un richiamo alla prima vendemmia di queste uve, caratterizzata, nel 2017, da una gelata che ha compromesso non solo il raccolto ma anche la vitalità di molti dei tralci in vigna, e infine il fatto che questo vino viene prodotto con una “catena del freddo” che prevede la raccolta notturna, la conservazione in cassette in ambiente refrigerato per alcune ore e la seguente criomacerazione in acciaio per 36 ore. Il gelo c’è tutto, nel processo di lavorazione e anche nella memoria storica dell’azienda. La grafica dell’etichetta è molto particolare: caratteri grandi, in evidenza il nome del vino e quello della Docg, Vermentino di Gallura, giusto puntualizzare, su un fondo a tinta uniforme di colore giallo caldo. Cromatismi insoliti che caratterizzano il packaging e lo rendono molto visibile e memorizzabile. 

Alla Fonte del Sagrantino si Coltiva Anche Trebbiano

Arnèto, Trebbiano Spoletino, Tenuta Bellafonte.

Mentre il nome del vino, “Arnèto”, sembra derivare da una geolocalizzazione (zone vinicole del luogo), il nome del produttore racconta una piccola storia. Bellafonte, che in italiano potrebbe sembrare dicotomico rispetto alla missione dell’azienda, cioè produrre vino. Ma si sa che l’acqua e il vino sono stati da sempre, in un certo senso, legati. Fin dai tempi dei miracoli nell’Antica Giudea. La bella fonte in realtà non deriva da una reale presenza di acqua surgiva, bensì dal cognome del fondatore dell’azienda, Peter Heilbron, laddove Heil (in tedesco) sta per “bellezza”, “amenità”, e Bron sta per “fonte”. Il cognome dell’altra proprietaria (e compagna) tradisce invece origini chiaramente centroitaliche: Sabina Latini. Germania - Italia 1 a 1. Pari e patta. L’etichetta di questo Trebbiano Spoletino al 100% è molto spartana: in alto il nome del produttore, in grande evidenza, in basso il nome del vino e al centro uno stilema ottenuto da due pennellate di colore che a nostro avviso potrebbero simboleggiare le lettere “H” e “B”. Il tutto è molto simbolico, rastremato, essenziale, diretto. E quindi anche memorabile? Non sempre. Comunque questo packaging si fa notare anche da lontano. E questo potrebbe risultare alla fine vantaggioso. P.S.: siamo nel territorio di Montefalco e quindi del Sagrantino, ma i produttori di questo austero vino rosso si sono recentemente messi in testa di produrre anche da vitigno Trebbiano (verietà di Spoleto), il tempo dirà se con successo oppure no.

Occhio di Lince, Anzi no, di Lepre (Forse)

Suzzane, Garnacha (Rioja), Oxer Wines.

Questa strana, a tratti inquietante, etichetta viene dalla Spagna. Nasconde un messaggio positivo in una grafica da film thriller. Il packaging potrebbe essere la locandina di un film come (ad esempio) “il silenzio degli innocenti”. Eppure è un vino. Una Garnacha della Rioja. In pratica, un Cannonau spagnolo (Grenache per i francesi). Veniamo al nome del vino: “Suzzane” (con due “z” e una “n”) che per ammissione e descrizione del produttore nel proprio sito internet, si riferisce alla canzone Suzanne (con una “z” e due “n”) del celebre cantautore Leonard Cohen. Si tratta di un “inno alle donne”, puntualizza il produttore. Sul retro dell’etichetta segnaliamo un’altra (alta) citazione, ecco quanto riportato testualmente nella scheda del vino: “The back label cites Eduardo Galeano: “I crack this egg and woman and man are born. And together they will live and die. But they are born again. They will be born and die and come into rise again. And will never stop being born because death is a lie” (Mito de los indios makiritare. Memoria del Fuego). Eduardo Germán María Hughes Galeano è stato un giornalista e scrittore nato a Montevideo in Uruguay, figlio di un mix di parenti europei (gallesi, tedeschi, genovesi e spagnoli). Una delle più autorevoli personalità della letteratura latinoamericana. Tornando alla fantasiosa etichetta possiamo dire che si fa certamente notare, sullo scaffale. Quel grande occhio di donna-lepre non può essere facilmente evitato.

Il Piccolo Demone Australiano che Produce Fiano

Little Demon, Fiano, Maxwell.

Forse di demoniaco c’è solo il fatto di coltivare il Fiano (di Avellino) in Australia (e di produrre il relativo vino). Ma si sa che le influenze italiche nel nuovo mondo sono ancora molto evidenti. Questo produttore, che vanta nella propria gamma anche un Nero d’Avola, giustifica così la presenza del noto vitigno campano: “Fiano, the world renowned white winegrape of sunny Campania (Italy), has become the darling of McLaren Vale in just a short 10 years. Its ability to stay fresh & bright in the face of Mediterranean warmth & wind means it is perfect for our rolling coastal hillscape”. Comunque l’etichetta attira. E’ davvero molto particolare nella sua composizione. Il “piccolo diavolo”, Little Demon il nome del vino, si presenta in forma fotografica, in bianco e nero, con una allegoria di graficismi degni di nota. E’ un uomo barbuto dal cervello labirintico, con le corna da diavolo e una serie di decorazioni tra il floreale e il faunistico. Farfalle e fiori bianchi, più che altro. La fittizia dinamicità del packaging viene incoraggiata da alcune frecce che indicano il percorso in volo delle farfalle. Alla base il logo e il nome del produttore, con la fatidica indicazione “Fiano 2021”. Bizzarrie di vini e di terre lontane. Ma la creatività c’è.

Un Mateus Scoppiettante (o Scoppiato?)

Mateus Rosé, (The Original), Sogrape.

Il noto Mateus, dalla inconfondibile bottiglia (parliamo della forma), viene prodotto dall’azienda portoghese Sogrape. E’ una specie di miracolo commerciale, da molti decenni sugli scaffali di mezzo mondo. Deve il suo successo a campagne pubblicitarie tambureggianti e a un marketing intelligente che ha fatto del packaging una delle sue carte vincenti. Qualche volta il Mateus cambia livrea (mantenendo l’inconfondibile forma del vetro), come in questo caso, forse non proprio con sobrietà. Diciamo che se lo può (forse) permettere. Ed eccolo sugli scaffali con una versione allegorica e molto colorata, un’arlecchinata dai toni cromatici accesi, con una miriade di elementi grafici “giovani” come cuffie audio, cuori, frecce, scritte, pendagli, dancer, casse stereo, bicchieri (perchè no?), strumenti musicali, e molto altro.  Cosa ottiene questo packaging? Di farsi notare, sicuramente. Nel bene e nel male. Il consumatore classico probabilmente non approverà, il pubblico più giovane e/o disinibito probabilmente allungherà il braccio verso lo scaffale e si porterà a casa questo pezzo di storia commerciale del vino. Tutto fa brodo, anche un rosé celebrato come questo. 

Il Rum del Molise, per Veri Intenditori

Dulce Calicis, Tintilia, Claudio Cipressi.

Una bottiglia decisamente molto particolare. Nella forma e anche nella sostanza. La forma del vetro ricorda certi rum agricoli del Centro America. La “copertura” a ceralacca di un tappo a gabbietta è davvero insolita. Attira l’attenzione, anche per il croma rosso acceso. Il Principe della Tintilia, Claudio Cipressi, non rinuncia a questo autoctono anche nella produzione di un vino dolce, come evidentemente tradisce il nome di questo nettare: “Dulce Calicis”. La grafica e la composizione dell’etichetta riguarda l’eleganza: fondo nero, bollo in oro (dove viene specificato il ruolo di “vignaiolo”, molto gradito), la firma del produttore a mano e con inchiostro in rilievo, i puntini delle “i” in oro che se ne vano in giro per il packaging allegramente. Una chicca, un vezzo, una preziosità prodotta in pochi esemplari. Un piccolo tesoro nascosto dietro a una confezione attraente e accattivante. Certo, il nome (del produttore), molto noto e affidabile del punto di vista della qualità, fa da traino. Il resto lo farà la buona tavola (il divertimento è che gli abbinamenti, con questa tipologia di vino, non sono scontati).

Eroici Cambi di Prospettiva al Laghetto di Sugano

Eronio, Orvieto Classico, Podere Acquaccina.

La storia di questo giovane produttore di Orvieto è come se ne sentono tante, ma al tempo stesso molto significativa. Storia di cambio di vita e di vite. Luigi Celentano scrive nel sito internet dell’azienda: “A volte è l’avere uno scopo elevato che determina il presente. La passione il nostro mezzo, l’eccellenza la nostra meta. Quanto più uno vive solo, sul fiume o in aperta campagna, tanto più si rende conto che non c’è nulla di più bello e più grande del compiere gli obblighi della propria vita quotidiana, semplicemente e naturalmente”. Partiamo bene. Nella produzione di Luigi troviamo quindi un Orvieto “base” (l’etichetta che qui abbiamo riportato), costituito da Trebbiano Toscano, Verdello, Malvasia Bianca Lunga e Grechetto, un Orvieto Superiore (idem) e un Umbria Igt Rosso (Sangiovese 100%). L’Orvieto “base” si chiama Eronio. Nome probabilmente inventato, che ricorda mitologie antiche e richiama qualche atto eroico, come quello di diventare viticoltori partendo da un solo ettaro di vigna. L’etichetta, graficamente, è moderna, pulita, essenziale. L’illustrazione richiama un tralcio d’uva e lo fa con l’eleganza di una pennellata da arte contemporanea. I particolari in verde confermano lo spirito bio che viene siglato con un timbro in basso a destra. Il progetto è sincero, affabile, fondato. Luigi Celentano, tra le altre belle narrazioni scrive ancora: “Delle migliaia di vite possibili, ogni uomo dotato di caparbietà, tenacia e fiducia si sceglie quella che ritiene più opportuna per se. A quasi tutti, almeno credo, sarà capitato di svegliarsi la mattina e dire: “Devo cambiare vita! Sono stanco di sentirmi oppresso da questo sistema di numeri. Perché è quello che siamo, numeri. Quelli di una matricola scritta su di un cartellino, quelli della quantità prodotta, quelli delle ore in più o in meno, quelli della data dello stipendio, quelli dei minuti persi nel traffico per andare al lavoro e quelli che passiamo a svolgerlo anziché a vivere. Tanti si svegliano coi buoni propositi, per poi spegnere la sveglia e girarsi tra le lenzuola. Vi sono alcuni che invece decidono di mettere il piede giù dal letto. É proprio questo che ho fatto un giorno di ottobre del 2015”. Che dire? Giù il cappello!

Nomi di Vigne, Nomi di Vitigni, Nomi di Vini

Arcansiel, Rossi Autoctoni, Giro di Vite.

Due fratelli, Elisa e Luca Ciardossin, hanno messo in piedi un’azienda agroalimentare che comprende anche la produzione di vini. Tra quelli attualmente in gamma c’è l’Arcansiel. Ma prima di parlare del nome del vino è interessante conoscere i nomi dei vitigni che questi due giovani imprenditori allevano nel pinerolese (una Doc davvero poco conosciuta): Avanà, Avarengo, Chatus (Nebbiolo di Dronero), Becuet per questo vino. Inoltre, tra gli altri rossi: Doux d’Henry, Lambrusca Vittona, Bonarda, Bonardina, Neretta Cuneese, Gamay, Plassa e Montanera di Perosa. E tra i bianchi: Malvasia moscata, Liseiret, Blanchet. Ma veniamo a questa etichetta. Il nome del vino dovrebbe essere “Arcansiel”, una versione dialettale, modificata, del francese arc-en-ciel, cioè arcobaleno. Qui siamo in terra di confine, dove una volta i francesi contendevano il territorio ai Savoia. In etichetta però leggiamo tanti nomi: in alto, Giro di Vite, nome aziendale (bello, giocoso, evocativo), quindi Arcansiel iscritto su una nuvola bianca, quindi Pinerolese (nome della Doc), poi Ramìe, nome della vigna di provenienza delle uve. Il packaging si compone anche di un tralcio di vite sulla sinistra. Alla base la frase “Vigneti nelle terre alte del pinerolese”. Un po’ complesso ma ci sta tutto. E alla fine l’etichetta attrae.

Le Onde Concentriche di un Vino Siculo-Mondiale

Catarratto e Chardonnay, Leonarda Tardi.

La storia di famiglia si dipana partendo dall’entroterra trapanese, nella valle del Belice, ed esattamente da Salaparuta. Oggi i figli di Giuseppe Mazzara e di Leonarda Tardi (alla quale e intitolata l’azienda), recentemente scomparsi, hanno preso in mano le redini della produzione e della commercializzazione. Tra i vini di punta troviamo questo insolito blend di Catarratto e Chardonnay, come dire, Sicilia e Resto del Mondo. Calogero ed Eliana Mazzara, tengono un piede nella tradizione e avanzano un passo nella modernità, soprattutto per quanto riguarda le etichetta dei loro vini. Quella del vino bianco di cui stiamo parlando presenta alla base una leggibilissima scritta su tassello nero, con il nome della madre (e dell’azienda): Leonarda Tardi (laddove, Leonarda, tipico nome siciliano, veniva riassunto in Nella che sembra derivi dal siciliano “Lunedda”, ovvero piccola luna). Il pallino della “o” di Leonarda estende verso l’alto un tratto che va a formare un cerchio, forse un sole, forse la luna stessa, dal quale partono tante linee concentriche, come le onde di un sasso gettato in uno stagno, che potrebbero ben rappresentare anche le linee altimetriche di una vigna. Null’altro se non la scritta “Italia” e l’annata. E’ un’etichetta molto semplice. Attira l’attenzione in modo geometrico, racconta qualcosa di inestricabile, almeno a prima vista. Però può vantare una sua originalità.

Lui Stesso, il Sommo Chianti Classico

Ipsus, Chianti Classico, Il Caggio.

Nell’ambito delle vaste attività agricole della storica Famiglia Mazzei di Fonterutoli, troviamo anche questa piccola “enclave” vinicola, raccolta in soli 6 ettari e mezzo, che si chiama “Il Caggio”. Va da sé che il numero delle bottiglie prodotte è davvero limitato. Mentre il progetto ha stile e argomentazioni che pensano e comunicano in grande. La bottiglia di questo Sangiovese super-selezionato si presenta con sobrietà, senza inutili sfarzi. Il nome del vino è comunque di quelli che lasciano trasparire una certa nobiltà, “Ipsus” che in latino vale come “egli stesso” o “proprio lui”. Nome breve ma altisonante e al tempo stesso foneticamente armonico. Sopra al nome troviamo lo stemma e il nome della tenuta (Caggio, stranamente in etichetta senza “il”). Tutto attorno una serie di illustrazioni in bianco e nero che raffigurano la tipica vegetazione del luogo e il nucleo centrale dell’antico borgo che governa le vigne, a corpo unico, tutto attorno. Nella classicità e nella sobrietà, questo packaging ha una sua originalità, per quanto la tradizione e l’allure lo possano consentire.

L’Orso Ghiotto sul Confine Francese

L’Ours, Pinot Noir, D&D (Fleurie).

Siamo in una regione autonoma, certo. La Valle d’Aosta. Da sempre molto “vicina” alla Francia. Si vede subito da come chiamano in etichetta il Pinot Nero (Noir). E dal fatto che parte dei testi sono in francese, compreso il nome del vino. Contenti loro, procediamo. Il packaging è simpatico, il grande e vistoso orso risulta di indole buona, ci viene incontro pacioso e giocondo. Il nome del vino è dedicato a lui, re delle foreste, nel nord, “l’Ours”. Colori forti per un’etichetta incisiva, che non sfugge all’attenzione. Sulla destra una descrizione del vino (in italiano, per fortuna), strano quel “…colore granato più o meno intenso”. Certo, il vino buono ogni annata è diverso da se stesso. E dal sito riportiamo: “Nobile ed elegante nella sua danza con una grigliata”. Magari riferito anche all’orso, che nobile ed elegante lo è. La grigliata, se si presenta all’uscio, bisogna offrirgliela per forza. In basso, alla base dell’etichetta, troviamo il logo dell’azienda, D&D, con l’aggiunta di “fleurie” (che potrebbe confondere le idee). Quindi in piccolo, “maison agricole”, di nuovo in francese. Molta appartenenza d’oltralpe ma in fin dei conti una bottiglia accattivante.

Il Mare, la Luna e Forse, una Vela

Infatata, Malvasia delle Lipari, Caravaglio.

L’immagine principale di questa etichetta potrebbe ingannare. Quello che l’occhio vede e il cervello percepisce, in prima ed immediata visione, è un alberello di Natale (per di più realizzato con inchiostro dorato, a conferma della sensazione). Subito dopo, osservando l’insieme e apprendendo che si tratta di una vitivinicola di Salina (come la scritta in basso conferma) possiamo sospettare che il triangolo dorato possa essere la vera di una barca. C’è un altro elemento che potrebbe essere inserito nel concetto che ha portato a generare questo packaging: la vigna da dove provengono le uve di Malvasia (delle Lipari) che compongono questo vino, si chiama “Tricoli” ed ha forma triangolare. Passiamo al nome del vino: “Infatata”. Bello, favolistico, magico, sognante. Non sappiamo se, in dialetto locale si possa assimilare questa parola a “infatuata”, in italiano, immaginando una donna ammaliata dalla luna o dal riverbero del mare. Magari riferito non necessariamente a una persona ma alla vigna, appunto, o a all’uva, oppure anche a una notte magica di fine estate. In generale l’etichetta attira l’attenzione e risulta abbastanza originale. Promossa.

Un Vino da Tranatt nella Movida Milanese

Tranatt, Rosso, Cantina Urbana (Milano).

Questo generico vino rosso è il frutto dell’etichettatura di un’enoteca che ha deciso di presentare ai propri avventori un vino con la propria firma. Succede spesso, anche per ristoranti di buon nome. Il locale commissiona la produzione ad aziende vinicole e poi ci mette il proprio nome, logo, etichetta (in questo caso imbottiglia anche, in proprio). Si tratta dell’enoteca “Cantina Urbana” che già nel nome  dichiara il concetto stesso dell’impresa. Bello anche il nome di questo vino: “Tranatt”, che nel retro-etichetta viene così spiegato: “Tranatt, in gergo milanese era l’assiduo frequentatore dei ‘trani’, le osterie della vecchia Milano. Questo vino è un omaggio alla convivialità, ‘nei trani a go-go’ come nella celebre canzone del Signor G (Gaber)”. Il fronte-etichetta è molto semplice, impattante, il rosso, il nero e il bianco. Il nome del vino viene proposto con un carattere da macchina da scrivere, al centro del packaging vediamo un gioco grafico che incastra tre “T” come nel videogame Tetris. La romantica, diremmo anche poetica, goccia di vino in alto a sinistra non è di stampa, ma vino vero colato dopo una versata. E ci sta benissimo! Si ringrazia Daria per l’estemporaneo scatto!

La Forza della Burrasca e del Cannonau

Ondas, Cannonau e Carignano, Cantina Santadi.

Questa grande e nota cantina sarda ha in gamma una linea di vini che si chiamano “Ondas”. Questo, in particolare, ottenuto in gran parte dal vitigno autoctono Cannonau di Sardegna, attinge il nettare di uve allevate nei vigneti del basso Sulcis. L’etichetta rompe decisamente gli schemi abituali del luogo proponendo una illustrazione da fumetto d’antan. Lo stile potrebbe essere quello di Mister Mistere, o cose del genere. Ma anche tipo Milo Manara laddove le “curve” sono costituite da onde, come il nome del vino insegna. Insieme alle onde (che sia vino quello che fluisce?) non possono sfuggire fulmini di tempesta, a fornire al packaging e di conseguenza ai suoi fruitori, un clima da tregenda, quasi a suggerire un racconto tragico, dai risvolti burrascosi. Il mare di Sardegna viene iconizzato da sempre come limpido, calmo, soleggiato. Ma ci sta che quando soffia la tramontana le condizioni possono cambiare. E allora, forse, ci si chiude in taverna, come i marinai, a sorseggiare Cannonau accompagnato dal tipico e famoso formaggo con i vermi (che si chiama “casu marzu” o formaggio marcio). Un’onda buona per tipi coraggiosi,

Il Vino Allieta la Tavola (Anche Quella dei Monaci)

Borbotto, Vitigni Vari Toscani, Monaci di Camaldoli.


Questo vino dal curioso nome, viene prodotto dall’Antica Farmacia dei Monaci Camaldolesi. Per geolocalizzare il luogo, siamo vicino a Bibbiena, tra Firenze e Arezzo. Questa la descrizione dell’azienda che si trova nel sito internet: “I Monaci Camaldolesi hanno coltivato fin dalle origini nella loro azienda agricola denominata la Mausolea o Casa delle Vigne vari vigneti, producendo vini diversi. Nelle carte del loro Archivio storico a partire dal 1150 si parla di vigne e non di vigna, di vendemmie e non di vendemmia, per far comprendere che non si trattava di un solo tipo di vigneti e che si adattavano diverse pratiche di viticoltura. Le Regole Monastiche dei monaci eremiti prevedevano che si producesse non solo un vino buono, ma soprattutto “puro”: di ottima qualità. Dal 1356 si trova documentata la “vigna dei romiti”, e al servizio di essa una cantina bene attrezzata. Da questa antica tradizione enologica nasce Borbotto”. Per quanto riguarda il nome del vino, riteniamo che si faccia riferimento al borbottìo dei tini quando il mosto è in fase di fermentazione (più simile, in effetti, ad una ebollizione). Anche se, abbastanza vicino alle vigne di questo produttore monastico si trova la famosa Fonte del Borbotto, celebre luogo che conduce alla fonte dell’Arno, nel Parco Naturalistico del Monte Falterona. Tornando a questa semplice etichetta, al centro vediamo uno stemma con la scritta “Camaldolensis Insigna Ordinis” (due sparvieri bevono da un calice), e subito sotto la scritta “Vinum laetificat cor hominis” (dal salmo 103, 15): e come non essere d’accordo con questi virtuosi fraticelli?

Pane e Vino, Purché Anche l’Acqua sia Giusta

Acqua Giusta, Alicante, Terra Moretti.

Un vino che si chiama “Acqua Giusta” non può che incuriosire. Potremmo definirlo una specie di “negative approach” o anche un esercizio di estremità concettuali che si toccano. In realtà si tratta del nome dell’azienda che produce questo rosato, facente parte del grande impero vitivinicolo di Terra Moretti. In particolare siamo in Maremma, località Badiola, vicino a Castiglione della Pescaia. Etichetta particolare per un vitigno che in Italia si trova difficilmente, l’Alicante. Etichetta semplice ma preziosa: su un fondo crema vediamo le sagome di un cipresso e di un pino marittimo, tipici dell’entroterra e della costa toscana. Le chiome sono stampate in oro rilucente, con un effetto molto solare, che ben si sposa con il colore del vino, un rosato-salmone che invita al sorso. Un packaging sicuramente meditato, sia pure realizzato con pochi elementi che riescono però a dare spessore alla comunicazione. Certo, con un nome così si rischia di “annacquare” il vino, ma probabilmente il gioco vale la candela.

Sangiovese, Pasta e Fantasia

Pastafarian, Sangiovese, Unico Zelo.

Questa giovane e divertente azienda australiana si chiama proprio così: “Unico Zelo” e ha sede a Gumeracha, vicino ad Adelaide, sulla costa sud. Non sappiamo perché hanno deciso di utilizzare due parole in italiano, e forse non lo sanno nemmeno loro. Ma sono simpatici, sono una coppia e si chiamano Brendan e Laura Carter. Producono vini con vitigni italiani che hanno strani nomi, come questo Sangiovese che si chiama “Pastafarian”. Vediamo di capire meglio. I pastafariani, secondo Wikipedia, sono gli adepti di un “movimento religioso fondato nel 2005 da Bobby Henderson, un laureato in fisica presso l'Oregon State University, per protestare contro la decisione del consiglio per l'istruzione del Kansas di insegnare il creazionismo nei corsi di scienze, come alternativa alla teoria dell'evoluzione. Nonostante sia generalmente considerata una religione parodistica gli adepti e lo stesso fondatore (per i pastafariani “profeta”) rifiutano tale etichetta, sostenendo che "ogni affermazione che faccia pensare al Pastafarianesimo come a qualcosa di umoristico o satirico è pura coincidenza". Follia? Fantasia? Filosofia? Non ci sbilanciamo. Notiamo solo che, perfetta sintonia con il nome del vino, in etichetta vediamo alcune matasse di spaghetti (stilizzati) in un mare di pomodoro. Ce n’è abbastanza per riderci sopra e per cercare di scoprire se il Sangiovese australiano è buono come quello Toscano (e soprattutto se può essere abbinato a un piatto di spaghetti).

Soddisfazioni Vinicole che Datano Alcuni Secoli Orsono

Sudisfà, Nebbiolo, Angelo Negro.

Chiariamo subito che “Angelo Negro” non è una definizione bensì un nome e cognome. Si tratta del discendente di una famiglia di antiche tradizioni che vanta le proprie origini agricole al 1670. Di riferimenti storici è piena l’etichetta: a sinistra un angelo (bianco) espone un cartiglio con il nome di Giovanni Dominico Negro (figlio di Audino), l’avo fondatore. Al centro la trascrizione dell’estratto terreni del comune di Monteu Roero che riporta: “Al Bricco della Val d’Aiello una casa con cascina, forno, aia, orto, prato e viti consorti eredi Oddino Negro, Secondo Musso, G. Matteo Sandri, eredi Tibaldo del Tetto, Giovanni Vignola, confinante a Margherita Negro; tavole 146, vicino all’edificio, aia e prato a quarti 10: soldi 2 denari 5 vitti giornate 4, tavole 68, cioè giornate 1 in fondo verso la via comune a quarti 9 e il resto a quarti 10: soldi 7 denari 7 ½”. In basso a sinistra vediamo un’altra effige di Audino Negro con data. Passiamo al nome del vino, “Sudisfà”, che pur essendo in dialetto piemontese si fa capire e aggiunge valore. Infatti nel sito internet del produttore leggiamo, a proposito di questo specifico vino: “La prima volta che l’ho assaggiato sono rimasto sudisfà…” a firma Giovanni Negro, 1996. Il mood generale è quello di un packaging arcaico ma funzionale alla storia e al “terroir” di quel Piemonte austero che ancora oggi regna nelle percezioni di molti acquirenti.

Un SuperVino Piemontese Incartato Bene

Since, Monferrato Rosso, Cascina Valle Asinari.

Ecco un packaging particolare, non originale in assoluto, soluzioni come queste si sono già viste, ma comunque in grado di distinguersi: una carta bianca, molto consistente, avvolge la bottiglia nella sua interezza. Molto spazio, nome in grande, stile moderno. Eppure siamo in una delle zone storiche e tradizionali della Barbera. Le uve di questo vino vengono coltivate su un “bricco” che ha fatto epoca ed è ben noto ai viticoltori della zona: Valle Asinari, a San Marzano Oliveto, nel cuore del Piemonte vinicolo. Veniamo al nome del vino, in inglese, “Since”, traducibile con “dal” ma anche “dopo”. Insomma, prima e poi. Infatti sotto al nome troviamo una definizione: “Perché non abbiamo una lunga storia, ma un grande futuro”. Affermazione velleitaria, se vogliamo. Forse anche un po’ supponente. Fa parte del racconto, del concept, dello storytelling di questa bottiglia. Alla base dell’etichetta troviamo il logo aziendale. Per la cronaca la società fa capo a due noti produttori piemontesi, Borgogno di Barolo e Brandini di La Morra (50 e 50). Il vino è di quelli costosi: tiene un piede nella tradizione piemontese (Barbera) e ne mette un altro nella modalità bordolese (Merlot e Cabernet). Potremmo definirlo come un “superpiedmont”, alla moda di Bolgheri. E con i suoi 15% alcolici possiamo a questo punto chiamarlo “vinone”. Da portare in tavola con orgoglio e magari non proprio tutti i giorni.

Uva e Kiwi, ma non Solo Frutta

Chardonnay, Domaine Rewa.

Questo ottimo vino neozelandese prodotto in sole 2422 unità, ci propone un’etichetta “parlante” costituita di sole immagini. Vediamo prima le (poche) parole contenute nel packaging: “Domaine Rewa” in alto, nome dell’azienda, Chardonnay in basso, nome del vitigno e in piccolo 2021 e Central Otago, annata del vino e zona di produzione. Per il resto ci appaiono una serie di illustrazioni da catalogo naturalista, che comprendono piante, animali e altri elementi come l’indicazione del “45th” parallelo (south) e uno spicchio di luna. Osservando con attenzione si notano anche un paio di cesoie e una stretta di mano. Per quanto riguarda gli arbusti, facile intuire che si tratta di tipica vegetazione del luogo, comprensiva di un grappolo d’uva. I due animali rappresentati sono il Kiwi, uccello simbolo nazionale della Nuova Zelanda e una specie di bufalo molto peloso (ci sono anche un paio di api, a dire il vero… l’azienda, biodinamica, produce anche miele). Nel complesso questa “etichetta illustrata” fa il proprio gioco. Parla di tipicità e naturalità in modo efficace (laddove questo vino viene prodotto con un vitigno “non tipico”, bensì del gruppo di vitigni definiti internazionali): ci fa conoscere un po’ di quel territorio dove nasce questo nettare del “Nuovo Mondo”. Modalità che graficamente appare disordinata ma comunque appagante. Ringraziamo Valentina e Marco ideatori del WineClub di Home.Cooking.Milan per la preziosa segnalazione (e degustazione!).

Con l’Appassimento si Vola!

Aleggio, Primitivo, Giordano Vini.

Ogni vino necessita di un’etichetta. Questo lo sanno anche i sassi. Ne hanno bisogno anche quelli della vasta “produzione” di Giordano Vini, un’azienda commerciale che distribuisce milioni di bottiglie, in Italia e all’estero. Ed eccoci alle prese con il packaging di questo Primitivo che si chiama “Aleggio”. L’immagine in alto non lascia dubbi, stiamo parlando di aviazione. I primordi del volo, visto il modello di aereo rappresentato. Cerchiamo quindi la definizione di aleggiare nell’Enciclopedia Treccani: “Agitare le ali, volando con leggerezza”. Certo il Primitivo non è da annoverare tra i vini leggeri, ma dopo qualche calice può far volare, questo sì. Alla base della grafica troviamo il nome del vitigno e la precisazione tecnico-degustativa relativa all’appassimento. Infatti, come dichiarato del produttore nella breve frase che troviamo sotto all’immagine dell’aereo, le uve vengono lasciate surmaturare sui tralci prima di essere vendemmiate. Nel complesso, pur non avendo agganci concettuali concreti con il prodotto, questa etichetta attira l’attenzione per una certa pulizia grafica che aleggia in tutto l’elaborato. La speranza nostra e di tutti i potenziali clienti è che nel vino, all’atto della mescita, non salti fuori la “volatile” (termine con il quale i sommelier professionisti indicano la presenza di acido acetico in eccesso). Ringraziamo Monica per la segnalazione e la foto!

Bonita l’Etichetta, Bonito il Vitigno

Maria Bonita, Loureiro, Lua Cheia Saven.

Un’etichetta davvero particolare che sa farsi notare. Un volto, due occhi femminili, colori insoliti, un nome evocativo. Sono gli ingredienti di questo packaging che viene dal nord del Portogallo proprio come il vitigno, autoctono, col quale viene prodotto questo Vinho Verde. Il nome del vino è “Maria Bonita”, in prima battuta si allude alla donna ammiccante che appare a tutto campo in etichetta. Ma anche, leggendo qualche informazione su internet, all’uva che compone questo nettare, al punto che in basso, sotto al nome del vino, in portoghese e anche tradotto in inglese, troviamo la frase: “The most beautiful grape of the region”. Un’affermazione nazionalista, un orgoglio regionale, un pregio produttivo. Il vitigno è il Loureiro, coltivato solo nella zona della Vale do Lima, lungo la costa nord del Portogallo, e anche in Galizia, superando il confine con la Spagna dove però cambia la vocale finale e si chiama Loureira. Torniamo all’etichetta: insoliti colori, dicevamo, un’opera illustrativa che ci colpisce per i “pomelli” del volto della donna, color verde acido, il nome in giallo, il fondo azzurro, e quella chioma nera riccioluta che sborda, in alto, sul vetro della bottiglia. Maria Bonita ha ottenuto le attenzioni che desiderava.

Ogni Benedetta Domenica (e gli Altri Giorni?)

Domenica, Pinot Grigio, Mezzacorona.

Si tratta di una delle più note e grandi cantine italiane, Mezzacorona, che vanta un bel nome, oltre che fatturati astronomici. E stiamo anche parlando di un vitigno che ha fatto categoria a sé, con vendite stratosferiche soprattutto negli Stati Uniti. Tant’è che l’azienda ha pensato bene, per questo vino, di creare un sito internet ad-hoc, con il suffisso domenica.wine. Bello ed evocativo il nome del vino: “Domenica”. Si dà per scontato che anche all’estero la pronuncia e il significato di questo nome possano essere compresi formulato così, in italiano. L’etichetta è davvero ben progettata: caratteri di scrittura ricercati, particolari in oro, eleganza formale ma non troppo essenziale. Al centro vediamo un disegno di un costone roccioso, tipico della zona di provenienza della doc (Trentino, piana Rotaliana e dintorni), e poi una serie di parole, “stratificate” dall’alto in basso, che connotano una ricerca concettuale e verbale di tutto rispetto. In alto leggiamo una precisazione che di solito viene relegata nello storytelling e quasi mai evidenziata in etichetta: “Hand Picked”, cioè vendemmiata (raccolta) a mano (l’uva). Poi nome del vino, nome del vitigno e della doc, e in basso, sopra al logo aziendale “est. 1904” per “established” cioè “fondata”. Sotto al logo leggiamo un’altra precisazione tecnica che però può essere efficace in termini di comunicazione (soprattutto negli ultimi anni): “Sustainable Estate”, cioè un riferimento alla benedetta sostenibilità. Nel complesso una bella etichetta che concettualmente non lascia nulla al caso. Sette più.

Hashtag Langhe Nebbiolo: Modernità e Tradizione

Sapèl, Langhe Nebbiolo, Merenda Sinoira.

Questa giovane azienda vitivinicola di Novello, in provincia di Cuneo (che si chiama Merenda Sinoira, proprio così), ha scelto come logo un “cancelletto”, cioè quel simbolo a tratti incrociati che si usa per gli hashtag (parola inglese formata da “hash”, cancelletto, e “tag”, etichetta) o come comando di particolari funzioni per lo smartphone. Siamo ormai abituati a vedere questa simbologia, risulta a tutti come qualcosa di famigliare. Forse l’intento dell’azienda era quello di apparire moderni nella comunicazione. L’etichetta, governata unicamente da questo segno (più il nome del vino, naturalmente), risulta un po’ sterile. Comunque si fa notare. Diciamo che riesce a bucare lo scaffale. Per quanto riguarda il nome di questo vino (un Nebbiolo in purezza), vediamo cosa scrive il produttore nel proprio sito internet: “Sapèl è un termine del dialetto piemontese che indica l'ingresso al vigneto, all'appezzamento di terra di proprietà. Abbiamo scelto questo nome per il nostro primo vino, in quanto per noi rappresenta l'ingresso in prima persona nel panorama enologico”. La parte creativa di questa etichetta molto spartana, risulta essere la trama grafica che compone il simbolo #, praticamente l’impronta digitale di un polpastrello. Probabilmente a significare che nel prodotto si trova la mano dell’uomo oltre al contributo essenziale della natura. Un packaging insolito per la zona rurale di origine, che si differenzia con intelligenza. P.S.: la “merenda sinoira” è il tipico spuntino piemontese che si tiene verso il tramonto.