Fantasia e Semplicità per Etichette "Ideali"

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Casa e Chiesa, Merlot, Tenuta Lenzini.

packaging illustrazione grafica comunicazioneQuesta azienda che ha sede sulle colline lucchesi ha generato un approccio semplice ma attenzionale per le proprie etichette. Un tratto concettuale gentile e artistico crea immagini, sulla bottiglia e nella mente di chi le osserva, oniriche e rilassanti. Colori tenui, temi bucolici. Per quanto riguarda i nomi dei vini abbiamo notato questo "Casa e Chiesa" che ripropone un modo di dire noto nelle italiche regioni: essere "tutta casa e chiesa", di solito riferito a una donna, significa manifestare una purezza d'animo e di comportamento apprezzabili, quanto meno dai benpensanti. Retaggi del passato se vogliamo, riferiti a un modus vivendi che relega la vita personale all'ambiente di casa e, quando fuori da essa, a quello della chiesa. In questo caso la casa e la chiesa sono presenti sul luogo, sono rappresentazione di circostanze non solo comportamentali ma anche topografiche. "Casa e Chiesa" comunque lo si "legga" è un nome che attira l'attenzione, genera discussione, aiuta la fruizione (del vino), della chiacchiera e della beva. Belle le illustrazioni che raccontano scene campestri quasi sempre con un lui e una lei, in questo caso fuggente (non va in chiesa, forse torna a casa). Proponiamo anche, qui a destra, l'etichetta di "la Sirah", ugualmente curiosa e piacevole.

La Collina del Galletto, Detto in Dialetto

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Mungalat, Langhe Nebbiolo, 
Tenuta Ca' du Russ.

Il nome di questo vino è, come spesso accade in Piemonte, il risultato di una commistione tra dialetto e toponomastica locale. Sull'onda della (giusta) celebrazione della tradizione, la collina di "Mongalletto", a Castellinaldo d'Alba, dove le vigne di questo Nebbiolo crescono floride, viene trasformata nel gergale (e di derivazione molto fonetica) "Mungalat". Bene, ma non troppo. Bene perché il nome è abbastanza breve, foneticamente in crescendo e non difficile da leggere, ma in fin dei conti il dialetto ha sempre una portata limitata, regionale, se non spiegato a sufficienza. Cosa ha di bello questa etichetta? Il galletto stilizzato ispirato dalle classiche banderuole segnavento che si vedono sui camini. Per il resto i colori sono discutibili (arancione su bianco), così come la "non scelta" sul nome aziendale che barcolla da "Marchisio" (il cognome della famiglia proprietaria in grande evidenza ma in verticale e con difficile leggibilità) e Tenuta Ca' du Russ (in basso in piccolo), nome anch'esso dialettale, della sede, della residenza. Bello in generale il concept dell'azienda, che lavora in regime biodinamico, esposto in modo molto accorato nei testi del sito web. Insomma, i contenuti ci sono: probabilmente si potrebbe migliorare la comunicazione.

Incredibile ma Italiano (Molto Vicino alla Svizzera)

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Incrediboll, Metodo Classico 
(Riesling Italico e Renan0), La Costa.

C'è chi fa un uso inusitato (inutile e inconcepibile) della lingua inglese per nominare vini italiani e chi l'inglese lo "prende per i fondelli". È quest'ultimo il caso dell'azienda "La Costa" che ha sede in provincia di Lecco e che ha prodotto una bollicina Metodo Classico chiamandola "Incrediboll". Il gioco di parole è chiaro a tutti al primo impatto anche se, in modo discutibile, la parola composta trova una difficile lettura della sua seconda parte a causa di una labile scelta cromatica: il giallo "canarino" con il quale è scritto "boll". Etichetta molto semplice, con pochi elementi dove vediamo un viso stilizzato, probabilmente quello di "Giancarlino", colui che piantò le vigne in loco nel 1960, come recita il sito aziendale che aggiunge: "Questo vino ha dell’incredibile: 1.320 bolle da 2.000 ceppi di Riesling." Crediamo che il numero 1.320 sia riferito al numero di bottiglie. In etichetta abbiamo anche, oltre al nome e al viso menzionato prima, un grappolo stilizzato sulla destra e il nome dell'azienda. Dal sito del produttore apprendiamo anche il curioso nome della proprietà che ha dato origine all'azienda: Cascina Scarpata. In effetti anche la posizione dei vigneti, a nord di Milano, a quota 45o metri s.l.m. e in zona notoriamente piuttosto piovosa, ha dell'incredibile.

L'Anisoformismo della Gallina

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Eteronimo, Vino Bianco, 
Cascina San Michele (Marco Minnucci).

Ecco una interessante etichetta che offre spunti sia dal punto di vista semantico (e quanti!), sia da quello iconografico. Non è scevra da piccoli errori di impostazione, ma nel complesso offre una panoramica davvero particolare. Innanzitutto vediamo una gallina in arte moderna, contemporanea la chiamano. Una gallina ovaiola di quelle che si vedono razzolare nelle aie, realizzata al tratto con un reticolo di texture accennate a mano: quadrati, cerchi, scarabocchi, tracciati, linee, punti... la testa della gallina viene "sporcata" con dei getti di colore (in questo caso giallo, negli altri due vini dell'azienda, due versioni di Barbera d'Asti, con il verde a il fucsia). I caratteri di scrittura sono esili, forse poco leggibili, ma la "presenza artistica" della gallina compensa eventuali cali di attenzione da parte dei potenziali acquirenti che si affacciano agli scaffali. Ma veniamo al nome, molto particolare: "Eteronimo". Sembra facile, perché si potrebbe pensare al contrario di "omonimo". In realtà le cose non sono così semplici. Innanzitutto viene il sospetto che il riferimento cercato dal produttore sia nel campo della disciplinarità, infatti Treccani dice: "eteronimìa s. f. (dal gr. ἑτερωνυμία "diversità di denominazione"). In grammatica, la denominazione, mediante nomi etimologicamente diversi, di coppie naturali di oggetti o esseri animati di genere grammaticale diverso (it. fratello - sorella, lat. sus - scrofa) oppure di numero nominale diverso (io - noi). In linguistica, sinonimo di anisomorfismo". Ma si dice anche che: "...negli studi sulla traduzione, l’eteronimia è una particolare relazione di sinonimia tra sistemi linguistici diversi; in altri termini, essa corrisponde alla sinonimia nella relazione infralinguistica; per esempio, il francese arbre è considerato eteronimo dell’italiano albero". Inoltre: "Negli studi di semiologia della letteratura, l’eteronimia è il rapporto tra nomi diversi di una stessa persona (l’autore di un’opera); in questo senso, l’eteronimo va distinto dal nome fittizio assunto da qualcuno (che più propriamente dovrebbe chiamarsi pseudonimo), di cui la letteratura, le arti e lo spettacolo offrono numerosissimi esempi". In pratica un bel guazzabuglio linguistico, un enigma colto... difficile da cogliere. Nel senso che va spiegato affinché possa essere memorizzato. Resta la stranezza, che genera curiosità. E questo comunque fa sempre bene alla comunicazione.

F Come Fontorfio.

branding marketing grafica comunicazioneSalomè, Montepulciano d'Abruzzo, Fontorfio.

concept branding marketing comunicazioneIniziamo dal nome dell'azienda anche perché non si può "evitare": una grande F campeggia ovunque, nel sito del produttore come su tutte le etichette della gamma proposta al pubblico. F come "Fontorfio". Certo questo nome suona davvero male, foneticamente, costringendo chi lo pronuncia a delle buffe contorsioni di labbro e lingua. L'analisi si sposta sulla grafica, perché è questo che si fa notare maggiormente: una grande F, come già detto, su sfondi monocromatici che cambiano tono ma rimangono con la medesima impaginazione. La F diventa simbolo, mezzo di comunicazione, fonte di ricordo, presenza (anche un po' ingombrante) quasi fisica. Una iniziale eletta a protagonista di tutta la comunicazione dell'azienda. Di positivo c'è che ogni vino, in aggiunta alla grafica che abbiamo descritto, ha un nome proprio, per cui: Salomè per il Montepulciano, poi abbiamo Cossineo (Pecorino e Passerina), Gaio Mario (rosé da Montepulciano), Castello di Marte (Montepulciano), Ortensia (spumante rosé da Montepulciano e Sangiovese), Cuprense22 (spumante da Passerine, Montepulciano e Pecorino. Per concludere, l'uso di lettere grandi può essere risolutivo e anche di un certo effetto ma non concede molto alle emozioni, cioè non va a costruire basi solide di comunicazione, rimanendo nel "campo" di una memoria visiva che aiuta più il lato commerciale piuttosto che quello emozionale.

Le Deviazioni Musicali della Vita e della Vite

concept marketing comunicazione brandingCadenza d'Inganno, Malvasia Istriana, 
Castello di Rubbia.

Di non facile interpretazione questo nome, sia pure formato da parole di senso compiuto. Forse chi ha studiato o ha dimestichezza con la musica, le note, gli spartiti, potrebbe riconoscere un indizio. Per tutti gli altri valga la poetica, appassionata, spiegazione della produttrice Nataša Černic attraverso le sue parole scritte nel sito aziendale: "...mai nessun vino mi aveva regalato simili emozioni. Ricordo quella domenica, in cui a mezzogiorno suonarono le campane e noi interrompemmo il raffreddamento, lasciando il vino al suo destino, qualunque esso fosse. La fermentazione durò per mesi, sembrava non dover finire mai, l’aria era satura di aromi strani ma positivi, non si percepiva acidità volatile, questo mi spingeva ad andare oltre. Nel frattempo si svolse anche la fermentazione malolattica, era la Natura, e io non volevo interferire. Quando la fermentazione si arrestò, il residuo zuccherino era troppo basso per un passito. Il vino venne alla luce, e in qualche modo era mio, e dovevo dargli un nome: "Cadenza d'Inganno" era il mio pensiero, immediato, non poteva essere nessun altro, un nome che si collegava alla musica. Una sequenza di accordi che deviano la fine di una frase, musicale, facendola continuare verso... qualcosa, un non voler ancora finire, perché troppo bello, quasi perpetuo. Mi sono detta: “Non può essere così! È sbagliato!” Ma subito dopo: “Perché no?”. Succede nella musica, nel vino, e nella vita. Scoprire questo vino, accettare le sue deviazioni, mi sollevarono a un palmo dall’infinito". Potremmo concludere qui dopo queste parole davvero emozionanti, ma per dovere di definizione riportiamo anche la spiegazione dell'Enciclopedia Treccani riguardo la "Cadenza d'Inganno": "In musica: a. Formula melodico-armonica d’interpunzione (per es., le c. sospese, o d’inganno, che deviano lo svolgersi del discorso musicale in toni diversi dal previsto) e di conclusione (per es., le c. autentiche e le plagali, che risolvono il discorso musicale nel tono atteso). b. Passaggio virtuosistico (composto dall’autore o dall’esecutore e spesso improvvisato) che in alcune forme di carattere concertante (arie di bravura, concerti per soli e orchestra, ecc.) viene eseguito dal solista, specialmente verso la conclusione del pezzo". Per quanto riguarda la grafica in etichetta non viene concesso molto alla fantasia se non il nome del vino scritto su una rappresentazione di un foglio musicale. Attorno ad esso vediamo un design pulito, forse fin troppo semplice, con le menzioni di legge e il nome dell'azienda. Ma la storia delle cadenze basta a riempire di sensazioni e ricordi i potenziali acquirente e i clienti acquisiti.

Il Vino Motorino

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VRH, Chardonnay e Sauvignon, 
La Castellada.

packaging branding comunicazione vinoCosa può spingere un produttore (italiano) di vino a scegliere un nome come "VRH" che starebbe bene, forse, a uno scooter, a un trattamento antiparassitario, a un cacciavite, a un software per macchine che stampano circuiti elettronici, o cose così. Eppure è accaduto. Ecco qui. VRH, vino bianco Riserva Collio Doc. Oltre alla "teoria" la pratica: l'etichetta, invece di rendere meno evidente, il nome, la sigla, il trittico di lettere in questione, lo sbatte in faccia all'ignaro cliente a caratteri letteralmente cubitali. È per certi versi inspiegabile. Se non andando a rovistare nella toponomastica della zona (nella versione in lingua slovena) e scoprire che questa "parola" significa "cresta, crinale". Ma le perplessità rimangono. In Italia il 97% delle persone non potrebbe comprenderlo, all'estero ancora meno. Un omaggio alla generosa terra di confine tra Italia e Slovenia non giustifica l'adozione di un nome praticamente inservibile. Inoltre non si può non notare il fatto che le tre lettere in questione sono anche difficilmente intelleggibili a causa del carattere di scrittura adottato, di tipo non certo lineare. Insomma, una specie di autogol dal punto di vista della comunicazione. Alla base dell'etichetta troviamo il nome dell'azienda insieme ad altre tre lettere: "CRU", che in questo caso, logicamente, richiamano l'eccellenza dei vigneti come vengono definiti in Francia (ma qui siamo a Oslavia, in Friuli, in Italia, fino a prova contraria). 

Vini Variopinti in Memoria d'Artista

grafica branding concept marketing comuniazioneCinabro, Bordò (Grenache), Le Caniette.

marketing comunicazione brandingL'originalità delle etichette dei vini di punta dell'azienda Le Caniette non sta tanto nel design, che sia pure si presenta pulito e attraente, bensì nei nomi che sono stati attribuiti ai vini. Si tratta in pratica dei nomi dei colori che un tempo Michelangelo utilizzava per le sue opere (dipinti, affreschi) secondo quanto riferito dal biografo del grande artista, tale Ascanio Condivi, originario proprio di Ripatransone (Marche), sede della vitivinicola in oggetto. Le etichette si presentano quindi con il nome in grande su fondo monocromatico scuro. L'effetto ottico è molto evidente. La scelta del carattere votata all'eleganza grafica. I nomi, quindi, Cinabro, Nero di Vite e RossoBello, sono quelli che attorno al 1500 si utilizzavano per indicare le tinte dei pittori, spesso ottenute con intrugli di elementi naturali come foglie, radici, cortecce, rocce, terre, minerali. In particolare "Cinabro" si riferisce ad un colore che in parole attualizzate potremmo definire "vermiglio", in pratica un arancione molto vivace. Il vino in questione è un vino rosso, molto scuro, per cui non c'è collegamento diretto tra nome/colore e vino, bensì la volontà di caratterizzare i vari vini dell'azienda con dizioni distinte e iconografiche, nonché di notevole riferimento culturale e storico. Un altro vino con un nome/colore originale è il "Nero di Vite", questa volta attinente quanto meno alla pianta, vitis vinifera, che nutre i grappoli di Montepulciano e Sangiovese che finiranno in bottiglia. Si otteneva infatti carbonizzando i tralci di vite. 

Tracce Arabescanti in Sicilia, Anche nel Linguaggio

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Zabù, Nero d'Avola Terre Siciliane, Farnese Vini.

naming grafica concept etichette vinoHa davvero un nome curioso questo vino. Possiamo anche parlare di una gamma di vini con questo nome perché in effetti si tratta di un marchio. La "casa madre" è Farnese Vini e la marca sottostante è "Vigneti Zabù". Siamo in Sicilia ma nonostante la vicinanza con l'Africa questo nome non si riferisce al bovino che si chiama zebù, imparentato con bue, bisonte e bufalo. Apprendiamo dal sito aziendale, che esso riporta piuttosto all'arabo: "Adagiato su una collina, Sambuca di Sicilia si trova nella Valle del Belice dove una meravigliosa vegetazione circonda il paese, ricco di miti e di leggende locali. Le origini del nome (Zabù) provengono dal suo millenario fondatore, l’emiro arabo Al Zabuth "lo Splendido" che, proprio a Sambuca, aveva dato un grande impulso al rilancio dell’agricoltura". Insospettabile se non raccontato. Altra particolarità più tecnica di questa etichetta è quel filamento dorato che sale dalla lettera "b" (o scende, dipende da dove parte l'osservazione) rendendosi indipendente dal resto dell'etichetta, in pratica "uscendo" da essa. Il trucco si può comprendere vedendo la foto qui a destra: il filamento dorato è costituito da una patella trasparente più larga che facilita la sua applicazione sul vetro della bottiglia. Da notare anche l'elegante arabesco in rilievo meglio visibile nell'immagine qui a sinistra. Nel complesso... nessuna complessità: certo quel paio di soluzioni tecnologiche (il filamento, e l'arabesco) danno "spessore" qualitativo e comunicativo al packaging. La qualità del vino, logicamente, farà il resto.

Vola l'Ape Ecologica e Diventa Simbolo

Pinot Noir Letzenberg, Vincent Fleith.

Questo produttore alsaziano ha puntato tutto sull'ape. Ne ha fatto un simbolo, molto presente innanzitutto nel logo aziendale e quindi in ogni singola etichetta. Un'ape ronzante che si posa su diversi fiori per le diverse tipologie di vino. Si tratta di un produttore biodinamico, si intuisce, laddove l'ape sta diventando sintomo e non solo simbolo di ecosistema e di ambiente incontaminato. I ricercatori infatti dicono che dove ci sono le api non ci sono "veleni". E viceversa, naturalmente. Quindi la presenza di api nei vigneti è cosa buona e giusta. Per quanto riguarda la grafica delle etichette di Vincent Fleith, ultimo di una infinita generazione di viticoltori, a partire addirittura dal 1600, possiamo notare uno stile quasi infantile, illustrazioni da libri delle favole, ma senza esagerare. Diciamo una versione adulta di un disegno giocoso. Anche i colori meritano qualche considerazione: sono insoliti per una bottiglia di vino, soprattutto per questo Pinot Noir che abbiamo portato ad esempio e scelto tra le altre etichette della casa vinicola di Ingersheim. Il verde e il giallo, pastellosi, si fanno notare subito. Infine anche la scelta del carattere di scrittura è particolare: sottile, non perfettamente leggibile ma con una propria originalità e personalità. L'ape, come già detto all'inizio di questo post, è "regina", nel senso che il suo simpatico protagonismo non si può non notare.

Colpi di Sole con la Testa sulla Luna

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Cuvée Spaciale, Fleurie (Gamay), Domaine du Château de Grand Pré.

wine winedesign winelabels marketing comunicazioneDavvero un'etichetta speciale quella di questo Fleurie (Cru della zona del Beaujolais: nulla a che fare con il noto "vino novello"). Sovviene subito il gioco di parole tra "spaziale" e "speciale". Anche se in francese è facilmente intuibile. Sorprende il visual dell'etichetta, decisamente fumettoso, ironico, dissacrante nei confronti di un prodotto "serio" come risulta essere il vino di questa stimata azienda francese. Ma ci piace. Un astronauta, probabilmente sulla luna, che fugge con una mezza barrique sottobraccio. O forse se l'è portata dalla terra per evitare di dover rinunciare al nettare degli Dèi. In più, diciamo "non contento", l'astronauta sembra avere sulle spalle non le consuete bombole di ossigeno, bensì dei bottiglioni di vino. Insomma si tratta di un astronauta gourmet, come minimo, e davvero simpatico. Il tratto è "fresco", come si diceva prima, fumettoso, scherzoso, e la situazione, logicamente, fa il paio con il nome del vino, che richiama ad una spazialità speciale, o se vogliamo ad una specialità spaziale. Nota a latere: tutte le altre etichette della gamma di questo produttore sono serie, normali, usuali. Si tratta quindi in questo caso di un colpo di sole... o più probabilmente di avere un po' la testa sulla luna. Il ché non guasta, in certi casi.

Farsi Notare Tutto Sommato in Modo "Naturale"

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Grololo, Grolleau (o Groslot), Domaine Pithon-Paillé.

branding design mktg comunicazionenaming packaging grafica etichette vinoDi questa etichetta circolano in rete (e immaginiamo anche negli esercizi commerciali) ben tre versioni diverse. Dalla meno casta alla più pudica. A intuito può essere che la versione più osé sia stata destinata al mercato interno francese (dove il topless anche nelle spiagge è ormai accettato) mentre quelle censurate siano per il mercato americano e in generale per quello anglosassone. Il produttore ha base nella Valle della Loira e produce diversi vini. Questo rosso, dall'etichetta prosperosa, prende il nome dal raro vitigno "Grolleau", che pronunciato in francese diventa una specie di scioglilingua che fa: "Grololo". L'azienda è a regime di agricoltura biologica: forse è questo "fattore" che li ha indotti ad esprimersi in etichetta raffigurando due giovani fanciulle "come mamma le ha fatte". Tutte cose naturali. Il caso curioso riguarda le versioni diverse di etichetta alle quali probabilmente il produttore ha dovuto ricorrere per commercializzare il vino in paesi diversi, dovendo sottostare a conseguanti leggi e regolamenti diversi. 

L'Essenziale Visibile Agli Occhi

winedesign grafica marketing comunicazioneCopper Moon, Rosé, Andrew Peller Limited.

marketing branding communicationLa linea di vini contraddistinta da questo stile "asciutto e moderno" appartiene a una grande azienda canadese che produce e commercializza molti marchi. Si intuisce, anche vedendo il packaging delle altre linee di produzione, che il lavoro di ricerca attorno a questo tema è stato condotto con attenzione e professionalità. In particolare, questa etichetta, che rientra nella linea "Copper Moon", ci ha colpito per una semplicità che si potrebbe definire "sintesi emotiva". Molto lineare, spaziosa, monocromatica, dove anche i particolari delegati al "simbolo" vengono risolti con "rapidità di esecuzione". Valga l'esempio della luna (di rame), che viene tracciata semplicemente con qualche cerchio, con uno scarabocchio come quelli che fanno i bambini piccoli, ai primi approcci con le matite. Viene aggiunta solo una piccola stella raggiante in basso a destra a rappresentare l'infinità del cielo. La scritta "moonlight harvest" rafforza il concept e il rational riguardo alla chiamata in causa della luna. E' un tema frequente questo della vendemmia notturna "sotto la luna" e i suoi buoni influssi e auspìci. In questo caso viene trattato con una leggerezza che non è superficialità bensì enfasi ed eleganza grafica.


Come si Veste un Vino Grasso?

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El Gordo del Circo, Rueda Verdejo, 
Casa Rojo.

branding concept marketing comunicazioneCome si può definire un vino grasso? A livello organolettico si possono utilizzare sinonimi come "denso" o "pieno". E come preparare il cliente a questo tipo di esperienza enoico-gustativa ancora prima dell'apertura della bottiglia? Facile. Con un'etichetta "grassa"! El Gordo, infatti, in spagnolo significa "grasso", per chi avesse ancora dei dubbi dopo aver visto questo simpatico ciccione in bicicletta. Si tratta certamente di una scelta particolare, che fa dell'ironia un cavallo di battaglia e un punto di attenzione. Sicuramente queste etichette strappano un sorriso di simpatia, si fanno notare, forse sono fin troppo giocose per un vino "serio" (il Verdejo di Casa Rojo è un vino molto quotato, di qualità medio-alta) ma questa è stata la scelta del produttore che, non contento, ha creato una linea con diversi soggetti. In un'altra etichetta di questa serie il simpatico ciccione è vestito solo di un'enorme botte e in un'altra ancora si vede un leone che... se l'è mangiato, avendo tra le zampe solo le sue mutande leopardate. Insomma vignette come etichette. Praticamente dei fumetti che raccontano una storia e che, in fin dei conti, semplicemente e con simpatia, vogliono dire che il vino è grasso!

Lieti Calici in Liete Etichette

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Dogliani, Cascina Corte.

Ci sono etichette che hanno il dono di essere "gentili". Di risultare subito gradevoli, in un certo senso. Eccone un esempio. Si tratta dell'etichetta di un Dolcetto di Dogliani della Cascina Corte. Il vino non ha nome, se non quello celeberrimo della cittadina che da tempo immemore ospita la tradizione del Dolcetto. Ma è la parte visuale dell'etichetta quella che attira l'attenzione: una coppia in abiti medievali, una principina e un principino, brindano lieti. Immagine semplice, su fondo piatto, molto visibile, intelleggibile, che trasmette subito un senso di serenità. Sarà l'atto del brindare che da sempre porta con sé sensazioni e celebrazioni positive, sarà il sorriso dei due amanti, il loro cenno d'intesa, quel delicato tenere in mano i calici. L'etichetta in sé è molto semplice ma a volte basta un gesto "indovinato" per riuscire a comunicare una somma di elementi che risolve la situazione senza tanti altri svolazzi. Certo i caratteri di scrittura sono molto elementari, come quello del nome aziendale alla base del design, ma in generale il risultato può piacere. Un'etichetta dotata di una semplicità "spontanea", si potrebbe ben dire. E benedire.

Un Pinot Noir di Contrabbando

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Pinot Escobar, Pinot Noir (alsaziano).

colombia alsaziaLa storia di Pablo Escobar, al quale senza dubbio questa etichetta si ispira, è nota in tutto il mondo. Non che "l'eroe" dei narcos abbia compiuto atti meritevoli, ma insomma il suo nome si è elevato a leggenda, presenziando anche in diversi libri e film. Del noto narcotrafficante Wikipedia dice: "Pablo Emilio Escobar Gaviria è stato un criminale e politico colombiano, uno dei più noti e ricchi trafficanti di cocaina di sempre. Nel 1983 ha avuto una breve carriera politica. Conosciuto come il Re della cocaina, è considerato come il criminale più ricco della storia, con un patrimonio stimato di oltre 30 miliardi nei primi anni novanta". Tornando all'etichetta in questione, la posa del personaggio ritratto (che è proprio a lui) non lascia dubbi, anche in presenza di un sorriso smagliante, sul tipo di attività che egli portava avanti. Si può definire "simpatica" questa etichetta? Ironica, forse. Ma certamente il caso può dare adito a qualche perplessità, magari anche qualche critica. Alla base dell'etichetta leggiamo "100% pinot noir ilegal". Chi lo sa. Forse questo vino esce dal "disciplinare" come molto spesso nella sua vita ha fatto Pablo Emilio. Vi risparmiamo la sanguinosa cronologia degli eventi che hanno contraddistinto il "curriculum" del trafficante. Per la cronaca dei giorni nostri, il vino è molto buono! Quasi una droga!

Un Toro di Corsa tra Monza e la Maremma

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Vermentino, Sada.

grafica logo winedesign comunicazione advIl logo, eletto a simbolo dell'azienda vitivinicola Sada è una specie di "toro da corsa". La testa è sicuramente di un bovino mentre la coda sembra quella di un leone. E anche la posa assomiglia a quella di un felino in dinamica estensione. Sembra che questa devozione taurina sia dovuta al periodo di fondazione dell'azienda (aprile), appartenente alla costellazione del Toro. Nell'illustrazione infatti vengono evidenziati gli astri che compongono tale figura astrale. Certo colpisce questa plasticità dell'animale-marchio, donando una sorta di unicità alle etichette. Tra gli altri particolari notiamo un sole raggiante sotto alla pancia dell'animale e alla base delle etichette la Corona Ferrea simbolo della città di Monza, niente a che fare con la Toscana, alta Maremma, dove ha sede l'azienda, simbolo dovuto invece alle origini nobiliari della moglie del titolare, la contessa Cristiana Durini. Per il resto, grafica pulita, equilibrata, spaziosa, senza altri frizzi creativi se non quello, come detto all'inizio, del "toro-felino". Per la cronaca i nomi dei vini rossi di punta dell'azienda, nota soprattutto per un vino bianco, il Vermentino toscano, sono: Integolo (Montepulciano, Cabernet, Alicante), Baldoro (idem ma con prevalenza di Cabernet), Carpoli (Cabernet Sauvignon e Franc con Petit Verdot).

Capisaldi del Branding, all'Estero Come in Italia

Caposaldo, Moscato Igt.

Certo che, quanto meno foneticamente, "Caposaldo" somiglia un po' a camposanto. La qual cosa non è piacevole se dovesse emergere anche solo episodicamente. Complice anche una non efficacissima leggibilità del carattere di scrittura. Ma diciamo che è un rischio minore. 
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L'analisi di questo nome allora, fugato il dubbio sull'orecchiabilità della pronuncia, procede con il significato vero e proprio: Caposaldo, secondo Treccani è (1) in topografia, punto stabile di riferimento situato in luogo opportuno ove sia facile riconoscerlo, recante l’esatta posizione planimetrica o altimetrica; (2) elemento fortificato facente parte di un centro di resistenza, situato in posizione atta a controllare direttamente una o più vie tattiche dell’attacco nemico; (3) base, fondamento, punto essenziale". La testa di cavallo di foggia greca sullo sfondo dell'etichetta induce quindi a considerare riferimenti bellici. Il croma dai toni indiscutibilmente (ma discutibili) azzurri non gioca in favore del prodotto vino in senso classico (sono colori più adatti all'acqua) ma di certo si fa notare a scaffale. La sovrapposizione delle scritte sui tracciati delle figure risulta infine fastidiosa per chi si appresta alla loro fruizione. Per tutto il resto (e per concludere) l'etichetta risulta forse risolta in modo fin troppo semplicistico, sia pure potendo recare qualche elemento di spicco. Il mercato di riferimento (e quindi anche il tipo di target) è quello estero (export).

Grappoli di Attenzione per un Rosso Toscano

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Chicchirossi, Blend di Rossi Toscani, Fattoria San Michele a Torri.
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Quello che colpisce di questa etichetta, molto essenziale, è la nitidezza dell'illustrazione del grappolo d'uva, o meglio, della sua rappresentazione. Molto bello, attraente, luminoso, coerente con il nome "Chicchirossi", molto "realistico" ma forse poco reale, in senso di poco somigliante a un vero grappolo d'uva. Certo colpisce molto il cromatismo rosso brillante sullo sfondo scuro. L'iconografia è classica (un grappolo, se ne vedono dappertutto) ma attira l'occhio e stabilisce un "contatto". Anche il nome, a dirla tutta, nella sua semplicità descrittiva risulta comunque originale e non inflazionato. Chiamare "chicchi" gli acini d'uva può essere un po' arcaico o forse infantile, ma ci può stare, soprattutto per differenziarsi dagli altri, dai concorrenti. È anche probabile che "chicchi" sia più utilizzato in Toscana, come verbalizzazione, rispetto ad altre parti d'Italia. Per chiudere questa breve analisi, ritorniamo su quanto accennato all'inizio: emerge una essenzialità data da pochi elementi. In sostanza tre: il nome del vino, l'illustrazione "fotografica" al centro dell'etichetta e infine logo e nome del produttore alla base della bottiglia. Poche cose, ben "tornite". 

L'Attimo del Sorso, Gioia e Immediatezza

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Leuconoe, Aglianico del Vulture, 
Cantine Madonna delle Grazie.

grafica branding labelling marketing comuniazione advNarra la leggenda che Orazio dedicò un poema a Leuconoe (il nome di questo Aglianico vinificato in bianco) una delle donne che egli amò di più nella sua vita. Il significato di questo nome non lascia dubbi, riguardo alla dedica a una donna "dalla candida mente". Significativa è anche, e molto, la parafrasi della poesia: "Tu non chiedere - non è concesso sapere - quale fine a me e quale fine a te gli Dèi abbiano concesso, o Leuconoe, e non consultare i calcoli babilonesi. È meglio patire ciò che sarà, sia che Giove ci attribuirà molti inverni o che questo sia l'ultimo, il quale fa infrangere le onde del mar Tirreno sulle opposte scogliere. Tu sii saggia e filtra i vini e recidi ogni lunga speranza che oltrepassi il breve spazio del tempo immediato. Mentre parliamo esso è già fuggito. Cogli l'attimo, credendo il meno possibile nel domani". Nell'illustrazione in etichetta il produttore, con stile originale, moderno ma che richiama l'Antica Grecia, raffigura una donna dalla chioma "di grappolo", in suadente posa. Etichetta molto attraente, con uno stile proprio; nome un po' difficile da pronunciare e da assimilare ma dal significato profondo che esprime un concetto che il vino, questo vino ma anche il vino come prodotto in generale, può evidentemente sostenere. Saggezza e immediatezza. Che altro?

La Donna Piace Vellutata (Ammandorlata) e Odorosa

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Vino alla Mandorla, vino aromattizzato, Turrisi.

grafica illustrazione branding marketingDicono che per attirare l'attenzione, quando non si ha una alternativa forte, concettuale, incisiva, sia sufficiente, se non necessario, scomodare cuccioli di animali o nudi d'uomo (e donna). Ed ecco qui un esempio che sembra calzare a pennello. Si tratta di un vino aromatizzato alla mandorla che non ha un nome vero e proprio e che delega l'attenzionalità e la memorabilità a una illustrazione che possiamo definire lasciva, sia pure con stile artistico. La chicca, diciamo così, concettuale, è nella frase che viene riportata a destra e a sinistra della figura di donna ignuda al centro dell'etichetta: "L'ebbrezza di un sapore unico, figlio del sole e di madre Venere, forza di fuoco, trasparente come occhio d'ambra, vellutato e odoroso come di te, donna". Non sappiamo se il prodotto è stato pensato per un pubblico femminile o per quello maschile (di riflesso). Certo che il tutto non è particolarmente dotato di equilibrio comunicativo, anche, ad esempio, come cromatismi, che vedono mescolati il rosa, i toni del rosso e dell'arancio, con l'oro della cornice. Per tutto il resto deciderà il gradimento del pubblico!

In Alto i Cori (nel Senso di Cuori)

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Allegracore, Etna Rosso Doc, 
Fattorie Romeo del Castello.

Sono più di una le particolarità dell'etichetta di questo vino e dell'azienda che lo produce. Partiamo dal nome, "Allegracore". Molto bello. Evoca positività, convivialità, serenità. Potrebbe sembrare un neologismo, una invenzione, invece sembra proprio che sia legato all'antico e locale nome della zona dove cresce la vite di Nerello Mascalese che genera questo vino rosso, tipico delle pendici dell'Etna. Si tratta della Contrada Allegracore, appunto. Nome toponomastico, prontamente e giustamente adottato dall'azienda per questo vino.
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Altra particolarità di questa etichetta. che come grafica e impaginazione non offre grandi emozioni, è il fatto che sulla destra mostra una... carta da parati. Proprio così. D'autore, che firma in basso, ma pur sempre una carta da parati. Nelle molteplici versioni dell'etichetta (crediamo diverse per ogni annata) si trovano vari motivi floreali con le relative definizioni (in piccolo in verticale) come "sala da pranzo" o "anticucina". Certamente originale, anche se il senso di tutto ciò non è molto chiaro. Oltre a questo, leggendo in rete la storia dell'azienda, si scoprono altre notizie interessanti, ad esempio che i locali dell'azienda ospitano una collezione di etichette e di bottiglie d'autore a cura di Chiara Vigo, figlia della titolare Rosanna Romeo del Castello, autrice inoltre del libro "Arte e vino. L'etichetta d'autore come immagine del gusto". Se aggiungiamo che nel corso dell'ultima devastante eruzione dell'Etna, nel 1981, la lava ha miracolosamente evitato di distruggere la vecchia vigna di famiglia, passando proprio di fianco ad essa, la cronaca delle particolarità è completa.

Un Saggio Sofista di Troia

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Sofista, Nero di Troia, Tenuta Ripa Alta.

Chi erano i Sofisti? Da Wikipedia apprendiamo, con ottima sintesi, che: "Anticamente il termine σοφιστής (sophistés, sapiente) era sinonimo di σοφός (sophòs, saggio) e si riferiva ad un uomo esperto conoscitore di tecniche particolari e dotato di un'ampia cultura. A partire dal V secolo, invece, si chiamarono "sofisti" quegli intellettuali che facevano professione di sapienza e la insegnavano dietro compenso: quest'ultimo fatto, che alla mentalità del tempo appariva scandaloso, portò a giudicare negativamente questa corrente". Sappiamo anche che dai Sofisti si "distaccò", argomentando quindi in modo differente, la figura di Socrate. Questo Nero di Troia ad opera di una cantina di Cerignola, in Puglia, guidata da una giovane produttrice, Alessandra Leone, si chiama "Sofista". Quasi un vino filosofico, con i suoi 18 mesi di "meditazione" in botti grandi di rovere di Slavonia. L'etichetta, oltre al nome, evoca sapienza anche grazie alla bella raffigurazione di un orologio astrale. Probabilmente nelle scelte per il packaging dei vini di questa azienda ha influito la vicinanza della Grecia che in quelle regioni si manifesta non solo per la tipologia di vitigni ma anche per inflessioni linguistiche e culturali.

Cani, Fate, Vino e Marinai.

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Figlioduncane, Cabernet, Agricola Calafata. 

naming grafica illustrazione comunicazioneLa cooperativa agricola che produce questi vini e che ha generato queste insolite etichette si chiama Calafata. Iniziamo da questo nome, anche perché non è quello che sembra. "Calafata" di certo conduce il pensiero verso una cala (marina) e una fata (magia). Ma nel sito del produttore viene spiegato che: "...prende il nome dai mastri calafati che con la loro sapienza, una corda e della pece rendevano impermeabili al mare e sicure alle tempeste le imbarcazioni fatte con un ascia". A tal proposito Wikipedia ci dice che: "Il calafataggio è una tecnica di impermeabilizzazione dello scafo in legno, eseguita dal mastro calafato. Essa crea una giunzione tra le tavole del fasciame in grado di reggere il mare e resistere nel tempo". Tornando alle etichette del vino, non può passare inosservato il nome di questo Cabernet: "Figlioduncane". Non sappiamo cosa abbia originato questa sorprendente nominazione, possiamo solo notare che l'illustrazione in etichetta riporta un umano con la testa di cane. Lo stile dell'etichetta in generale (così come delle altre etichette della casa) è semplice, ridanciano, originale, coraggioso, disincantato, si potrebbe dire anche artistico. Da notare che nell'etichetta dello Scapigliato (vitigni Ciliegiolo e Aleatico, che mostriamo qui a destra), in basso in piccolo, c'è scritto "Vino da merenda" che aggiunge simpatia a simpatia. I nomi degli altri vini? Levato, Almare, Gronda, Iarsera. Complimenti.

Mucche Frizzanti per Etichette Biodinamiche

Frizzante Rosé, Meinklang.

Questo produttore austriaco ha dato nomi in italiano ad alcuni dei propri vini. In particolare abbiamo notato il "Frizzante Rosé" che per noi italiani è una definizione, ma in questo caso si "erge" a nome, forse perché in Austria l'italianizzazione è comunque sempre di moda. Ma le particolarità di questa etichetta certamente non finiscono qui. Innanzitutto è graficamente molto pulita, essenziale ma non banale. Questo è dovuto al colore che la connota e la fa risaltare se esposta a scaffale. E poi quella mucca fustellata (cioè in pratica l'etichetta è bucata) certamente genera originalità. Forse è un bue da aratro. Questo renderebbe l'immagine più attinente col mondo del vino e in generale con un certo discorso agronomico e "naturale". Il nome dell'azienda, "mein klang" in tedesco significa "il mio suono" (forse quello del campanaccio della mucca o del bove) ma anche "il mio segno", in pratica, "la mia firma". Pochi elementi ma quasi tutti attenzionali. Ultimo nella nostra analisi ma primo nell'impaginazione dell'etichetta, il carattere di scrittura di "Meinklang" che si può definire moderno e anacronistico, ma anche diverso dal solito sia pure mantenendo un'ottima leggibilità.