Etichette Pericolose con un Taglio Particolare

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Machete, Petite Sirah-Syrah-Grenache, 
Orin Swift.

Tra le modalità per esprimere il concetto (e l'informazione tecnica) di "taglio" per un vino, si direbbe che questa è tra le più creative e amabilmente sconsiderate. Il teorici dell'estro creativo lo definirebbero "lateral thinking". Ebbene, si tratta di una edizione limitata di 12 etichette diverse, ad esprimere il medesimo vino e concetto produttivo. Al centro della questione c'è un taglio di vitigni e di annate, avvenuto inizialmente in modo casuale e poi adottato dal produttore come nota caratteriale del vino. Certo di carattere questa etichetta ne ha da vendere, sarà per la grande "personalità" della ragazza che, armata di "Machete" (il nome del vino), esibisce la sua imbarazzante bellezza in varie pose, tutte, diciamo così, piuttosto aggressive. Ma anche dotate di una "soavità" che va ricercata forse nelle sue sfrontate espressioni facciali. Scalpore? Semplice, o meglio semplicistico "rumore" comunicativo? Sono etichette che fanno parlare, oltre ad esprimere (ed imprimere) comunque in modo efficace il messaggio. Che effetto farebbe una etichetta simile in Italia? Qui siamo in California, patria di molti "movimenti" culturali piuttosto beceri e di scarno spessore. Ma dove il business viene tenuto in grande considerazione. Come dire? Attenzione porta considerazione. Notorietà porta vendite. Supponendo anche che lo shooting di questa serie di immagini molto probabilmente è stato pericoloso ma divertente.
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Il Vermentino Mannaro che Abbaia alla Luna

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Loup Garou, Vermentino, Stefano Legnani.

L'arte della musica ha forti legami con l'arte del vino. Forse ancora poco sfruttati, dai produttori, per le etichette e la comunicazione in generale. Esempi se ne trovano, certo. Raramente con il livello di approfondimento e di cultura musicale di questo Vermentino, segnalato dalla brillante sommelier Monica Bianciardi, che nelle proprie analisi non si limita al contenuto del vino ma considera tutti gli aspetti, compreso quello evocativo che parla dell'anima del vino, alle anime dei bevitori. Ed ecco quindi che una azienda sul confine tra Liguria e Toscana decide di rendere omaggio a un eclettico artista americano (di origini basche e irlandesi) da veri intenditori: Willy De Ville (a volte scritto Willy DeVille a volte con l'appellativo Mink DeVille). Per interderci: è l'autore del brano "Demasiado Corazòn", scelta e nota per essere la sigla della trasmissione televisiva Zelig. Nel caso dell'etichetta in questione l'omaggio è per il brano, meno conosciuto, "Loup Garou", cioè Lupo Mannaro in francese (Willy DeVille ha vissuto e performato a New Orleans, enclave musicale e culturale con riflessi semantici e romantici francesi).
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Nel design in etichetta, che si fa notare per una iconografia schietta, un calice di vino stilizzato "accoglie" dentro di sé una luna piena che sta tramontando (o forse sorgendo) sull'orizzonte del mare. Un'atmofera magica e misteriosa che distingueva anche le canzoni e le esibizioni del cantante qui celebrato. Certo non si tratta di una classica operazione di marketing, ma l'originalità qui è fine a se stessa, in senso positivo. Siamo di fronte a un vino raro (solo 4000 bottiglie) e a una passione fuori dagli schemi commerciali del vino di massa.

Vini Tombali (ma Spumeggianti)

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Kripta, Cava, Agusti Torello.

Andiamo subito al punto: "Kripta" significa sostanzialmente Tomba. Ovvero luogo di sepoltura che di solito contiene più di una bara, spesso due o quattro. Originariamente le cripte venivano costruite sotto alle chiese per contenere le spoglie dei santi o di qualche eminente ecclesiastico. Oggi si possono trovare cripte di famiglia nei cimiteri di tutto il mondo. Parola di origine greca: cryptè significa "luogo copertto, nascosto". È anche vero che per gli antichi romani la cripta era una sorta di corridoio, galleria et simili, dove la gente si radunava a socializzare in caso di intemperie. Si chiamavano "cripte" anche dei loggiati nelle ville romane dove si riponevano gli alimenti al fresco, e quindi anche nel significato di "cella", cantina. Ma tornando al primo impatto che sovviene leggendo questo nome, esso è indiscutibilmente, anche per i romani, riconducibile a "catacomba". Il vino che porta questo nome è un Cava, come gli spagnoli chiamano i loro spumanti, di una certa ricercatezza e pregio. La forma della bottiglia, che vuole riprodurre le antiche anfore romane, è certamente valorizzante e originale (se riuscite a farla stare in piedi quando la portate in tavola). I vitigni impiegati nella produzione di questo vino sono Macabeo, Xarello e Parellada. L'illustrazione in etichetta è dell'artista Rafael Bartolozzi: bella nel tratto, certamente inquietante proprio come il nome, che per alcuni, soprattutto in Italia dove la scaramanzia è ancora in auge, potrebbe addirittura risultare funereo. Insomma, uno spumante che la festa potrebbe anche rovinarla. Altro che "fare il botto".
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Matto Matteo e il Suo Nome Sincero

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Matto, Verdicchio dei Castelli di Jesi, Filodivino.

Questa volta, per iniziare, citiamo subito la definizione che riguarda il nome del vino in esame, fornita dal produttore: "Matto" è una particolare abbreviazione di Matteo, l’enologo della ciurma. Un richiamo al suo nome e alla fantasia che gli ha permesso di interpretare il Verdicchio e creare un prodotto dal profumo unico e dal sapore particolare. Rispetto al classico Verdicchio? “Sfacciatamente fresco, il vino ideale da bere in barca, tra amici.”. Ci sono già sufficienti evocazioni per farne una storia. Il tutto partendo da un nome (di battesimo), trasformato in un nome di un vino. A volte le idee, come direbbe Paolo Sorrentino, il "favoloso" si nasconde tra le pieghe di una descrizione, sia pure figlia di fatti reali e passione sincera. Quindi "Matto", un nome un po' folle se vogliamo, è l'appellativo di questo Verdicchio dei Castelli di Jesi, "ideale da bere in barca, tra amici". Niente da dire. Nemmeno sull'etichetta che risulta molto "snella", graficamente pulita e rassicurante. Il design gioca con fili d'inchiostro che materializzano, tra altre trame, anche il nome dell'azienda, in bella evidenza: Filodivino. Il risultato complessivo è saggiamente dotato di un equlibrio particolare: una sana spontaneità nel comunicare, che spesso sopperisce a tanti ammennicoli. E per concludere in modo ugualmente fuori dagli schemi ecco una digressione del produttore (tratta dal sito aziendale), sull'esordio di questo vino: “Non ci scorderemo mai il suo primo giorno di scuola, al Prowein 2015: l’eccitazione mista a tensione, la voglia di scoprire le reazioni del pubblico e cercare di esprimere tutto il lavoro alle spalle della bottiglia. L’osservazione reciproca tra lui e gli altri scolari, i cui grembiuli sembravano tutti più inamidati, l’emozione di presentarsi ai quattro venti come l’inizio di una storia. Il Matto è stata la prima indimenticabile bottiglia stappata per il pubblico.”

Un Grave Errore Esterofilo

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Aimè, Pecorino, Cascina del Colle.

Ecco un caso emblematico di nome che non esitiamo a definire sbagliato. Ricorda la vicenda, molti anni fa, della Volkswagen Jetta, che in Italia non ebbe molto successo... sull'onda di scaramanzie anti-iettatori (dovettero cambiargli nome dopo 6 mesi dall'uscita sul mercato). Caso diverso ma simile, contrario e univoco al tempo stesso: il produttore per "inseguire" un significato nobilitante cade nel funesto. Ecco i fatti, anzi, in primo luogo il commento dell'azienda nel sito internet: "Perché Aimè... Nome di fantasia associato al termine francese "amato", come qualcosa di prediletto." Infatti in francese, "amato" è "bien-aimé". A parte il fatto che l'accento è stato invertito producendo proprio l'effetto "aimè" ovvero "ahimè", che certo non porta bene, significando sospiri di delusione, commiserazione, negatività, ma poi perché agganciarsi alla lingua francese per un vino autoctono marchigiano? Che vantaggi ne possono derivare? Allure? Charme? Si tratta di un autogol inspiegabile: il significato negativo di "Aimè" (in italiano) è sotto gli occhi e la percezione di tutti. Per il resto abbiamo in etichetta un design molto tradizionalista, classicheggiante, abbastanza ordinato ma forse troppo legato a canoni arcaici... e, ahimè, che non salva la situazione già molto compromessa dal nome.

Un Nome che Narra una Filastrocca

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An Ghin Gò, Uva Ruggine, Leone Conti.

Non solo il nome di questo vino è squisitamente originale: anche il vitigno che lo compone, l'Uva Ruggine, della zona del modenese, sconosciuta nel resto del mondo. Ma tornando alle questioni legate alla comunicazione, il nome attribuito a questo vino pesca direttamente nella tradizione ludica italiana, quella della filastrocche per bambini. "An Ghin Gò" infatti è l'incipit del famoso "sonetto" che ha per protagoniste Tre Civette. Protagoniste anche dell'etichetta, molto colorate e ben piazzate sul loro Comò. Tutti sanno (gli italiani) come prosegue la storiella: "An Ghin Gò, tre civette sul comò, che facevano l'amore con la figlia del dottore, il dottore si ammalò, an-ghin-gò...". C'è da dire che la versione più conosciuta di questa canzoncina inizia con "Ambarabà Ciccì Coccò" e con questo nonsense letterale finisce. Sta di fatto che la sonorità è quella magica dei racconti fiabeschi. Forse non si presta alla seriosità di un vino ma certo attira l'attenzione attraverso un rimando cantilenante e memorabile. 

Siray di Nome ma non di Fatto

grafica comunicazione marketing brandSiray, Carignano e Bovale, Pala.

È concepibile che un vino che non è prodotto con il vitigno Syrah si possa chiamare "Siray"? Ognuno può dare la propria risposta. Siamo certi che una eventuale ricerca in merito potrebbe fornire risultati plebiscitari. Eppure questo vino, con questo nome è una realtà. Ma come è stato possibile che un simile squilibrio semantico-comunicativo abbia preso forma? Vediamo cosa dice il produttore... ebbene "Sirai" (con la "i" finale) è l'antico nome di una comunità fenicia in Sardegna. Wikipedia precisa che: "Monte Sirai è un sito archeologico nei pressi di Carbonia: è una celebre altura edificata dai Fenici di Tiro (provenienti da Sulci, l'odierna Sant'Antioco), ha i referenti nell'assiro "Ṣuru" il cui significato è "roccia" o "scoglio" da cui il nome "Tiro". La storia e i ritrovamenti in loco narrano inoltre che i fenici portarono e piantarono il Carignano vitigno principale che compone questo vino. Quindi, a quanto sembra, il Syrah (vitigno) non c'azzecca nemmeno di sguincio. Nulla di grave, intendiamoci, se non consideriamo grave che un consumatore non esperto, quando si porta a casa questo "Siray", pensi di acquistare un vino fatto con il Syrah . Certo che la confusione è il peggior nemico della comunicazione. Per il resto la (stimata e non piccola) azienda sarda che produce questo vino, ha lavorato bene, ad esempio per il design in etichetta che risulta elegante, pulito, immediato. Siamo quindi di fronte a un caso di naming degenere che può comunque influenzare tutto il resto della comunicazione di prodotto.

Etichetta Portafortuna (Saranno i Colori?)

grafica comunicazione winelabelsTredici, Garganega e Chardonnay Spumante, Cavazza.

Un'azienda dalla posizione (Veneto) e dalla produzione "classiche" si cimenta in alcune etichette artistiche (oltre ad avere anche una linea più "regular", dal punto di vista del design) e lo fa con il coraggio di osare. Almeno questa è la prima impressione vedendo questa bottiglia di spumante metodo Charmat che si chiama "Tredici", dove il nome è scritto sì in piccolo in basso, alla base dell'etichetta, ma viene sostanziato, evidenziato, reiterato, per chi ha occhi "artistici" per guardare meglio, da una grafica scoppiettante, dove colori come fuochi d'artificio oltre a caratteri di scrittura, forme e dimensioni, tracciano una texture decisamente variopinta e insolita a vedersi sulle italiche produzioni vinicole. Ma da dove viene, in definitiva, questo "Tredici"? Si potrebbe essere portati a pensare che si riferisce alla gradazione del vino, che però, per uno spumante risulterebbe un po' alta. E allora ci viene in aiuto il sito internet del produttore che nella scheda prodotto, parlando del naming, puntualizza: "Le prime bottiglie risalgono agli anni ’80, quando il numero 13 era considerato un numero fortunato alla schedina del Totocalcio". Quindi 13 in quanto numero fortunato, un ricordo scaramantico che diventa quasi romantico se il numero magico si fa largo in mezzo a tutti quei colori come una leggiadra farfalla dal manto variopinto (o tutto quello che la vostra immaginazione andrà a cercare e a creare). Se non fosse per quel tappo a vite, il famigerato "screw-cap" che fa tanto america (o nord Europa) ma poca emozione... ma anche questa è evoluzione e il tempo (e il commercio) dirà se la direzione è quella giusta.

Bizzarra e Sfrontata ma Anche Creativa e Attenzionale

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50 Sfumature, Passerina, Cantine Silvestroni.

Grazie alla segnalazione di una "label-scout" attenta e sagace, Claudia Parisi (@ClaudiaParisi1 su Twitter e @claudia_parisi1 su Instagram), abbiamo notato questa etichetta di una azienda di Camerata Picena (Ancona). La regione Marche è terra di ottimi vini tra i quali la Passerina, come chiamano laggiù quel vitigno e come allude, in tema di vezzeggiativi femminili, tutta italia. Qui sta il punto: di etichette più o meno creative sulla Passerina se ne sono viste, ma forse mai così "dirette" come questa. Complice un nome, "50 Sfumature", che allude al noto romanzo erotico (50 sfumature di grigio) e soprattutto una grafica in etichetta quanto meno evocativa. Insomma, volendo guardare (e l'etichetta in effetti si fa notare) le forme riprodotte dal label-design sono al tempo stesso eloquenti e sfuggenti, lasciando, ad arte, alla fantasia più o meno spiccata dell'osservatore immaginare dintorni e contorni, finalità, allusioni, particolari, anatomie e tutto quello che ne consegue. Volgarità? Umorismo? Avanguardismo? Maschilismo? Pura e semplice comunicazione/provocazione? Agli utenti, secondo la propria indole, il giudizio finale. Magari discutendone davanti alla bottiglia vera e propria, logicamente... aperta!

Nomi che Dicono Quello che Devono


Zerolegno, Barbera del Monferrato Doc, Gaudio.

Questo naming potrebbe essere collocato a buona ragione nell'ipotetico gruppo degli "eloquenti", cioè di quei nomi che "vanno dritti al punto". Quando la connotazione è chiara, il consumatore non vaga. Sembra un proverbio ma è verità. Per cui il produttore in oggetto fa una scelta estrema e comunica attraverso l'etichetta, di fatto la prima e la più diretta forma di pubblicità per un vino, che questa Barbera non fa passaggi in barrique. Lo dice anche nel sito internet, nei testi relativi alla scheda prodotto: "Vino decisamente particolare in un mercato che propone Barbere per lo più barriquate. Nato nel 1998, questo prodotto ha da subito avuto un grandissimo successo. Vi proponiamo la Barbera "Zerolegno" per stupire i vostri amici, con la sua alta qualità, struttura e morbidezza, che derivano dalla selezione delle nostre uve Barbera, e non dall'affinamento in barrique". Più chiari di così! Sono scelte di mercato, oltre che enologiche. E il nome viene chiamato a sottolinearle. A sancirle. Ad affermarle, in questo caso, in modo inequivocabile. Nel mondo un po' egoico delle bollicine la parola "zero" indica spesso l'assenza totale di zuccheri, condizione adatta ad estimatori sofisticati che esigono il supersecco. Nel caso di questa Barbera, lo "zero" cancella con un colpo di spugna l'alterigia molto francese della barrique. Uno "zero a zero" dove vince pur sempre la qualità del vino. 



Oggetti Misteriosi da Esportazione

branding marketing comunicazione winelabelsKelbon, Spumante Extra Dry, Furlan.

Si tratta di un vino spumante di quelli "non meglio identificati", che sul mercato italiano non risultano  (e nemmeno nel sito del produttore). Vino da export che ben sopporta i mercati esteri. O viceversa. Il nome è curioso: "Kelbon". Una specie di "stranierizzazione" del dialetto veneto (siamo sulle colline di Conegliano, come provenienza). "Kelbon" infatti riconduce facilmente alla traduzione in "quello buono", alludendo logicamente al vino migliore della casa. Basta infatti una "K" per rendere una forma dialettale decisamente "appeal" dal punto di vista della percezione semantica. La scelta di spezzare il nome in tre sincopi e la scelta del tipo di carattere (il font, il tipo di lettere con le quali è scritto il nome) molto giocoso, quasi fumettoso, danno una connotazione giovane e scanzonata. La pulizia generale dell'etichetta, molto sobria, grande attenzione/presenza del nome, mentre le altre scritte, poche, sono molto più piccole, aiuta a generare una immagine moderna, a suo modo elegante e anche fuori dagli schemi. Certo un nome che nasce da una forma dialettale, proposto all'estero perde tutta la sua poesia territoriale per acquisire però (grazie anche alla "K", così misterica ed esterofila) una dimensione fashion che male non fa (laggiù nelle americhe o nel profondo nord dei licheni). Kelbon agli stranieri e Quello Buono ce lo teniamo noi, verrebbe da dire. P.S.: sulla legalità della dicitura "prosecco" in etichetta non ci pronunciamo, tanto è una jungla ovunque.

Passioni e Appassimenti ma Sempre a Passi Lenti

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Appassilento, Garganega-Sauvignon-Chardonnay, Farina.

Colpisce subito la particolare morfosi del nome di questo vino: perché conduce la percezione semantica verso il termine "appassimento", mentre il cervello in lettura si accorge altresì che una delle lettere non corrisponde. Si tratta proprio di quella "L" che definisce la seconda parte del nome "lento". Da dove nasce e perché questa metamorfosi? Dunque, l'azienda è certamente tra i nomi noti della produzione di Amarone e Recioto della Valpolicella, vini che vantano nell'appassimento una tradizione storico-produttiva peculiare di queste tipologie. Nel caso di questo vino bianco della gamma di FarinaWines si è voluto differenziare prodotto (un Igt Bianco del Veneto) e nome, pur sempre alludendo a lavorazioni lunghe e accurate. Infatti la caratteristica principale di questo blend di Garganega di Soave (in maggior parte), Sauvignon Blanc e Chardonnay (in minima parte), come scrive il produttore nella scheda tecnica, è questa: "le uve, dopo la pigiatura rimangono a contatto con le vinacce, senza fermentare, a una temperatura di 10-12°C per 24/48 ore. Si procede poi con l’inoculo dei lieviti e con una fermentazione condotta in due momenti, sempre a bassa temperatura, mai sopra i 20 °C. Segue una lunga sosta del vino sui suoi lieviti con “battonage” (rimescolamento dei lieviti nella massa per favorire la loro lisi) così da ottenere in modo naturale rotondità, pienezza ed eleganza. Le operazioni di vinificazione adottate per questo vino hanno una durata che supera di 3 volte i tempi normali". In pratica questa dedizione verso una lavorazione più lunga porta a enfatizzare aromi e profumi, andando a incidere nella qualità organolettica finale del vino. "Appassilento" quindi, tornando al nome, non allude ad "appassimento" bensì alla locuzione "a passo lento". In un periodo storico in cui il vino spesso viene prodotto in fretta affinché possa essere commercializzato altrettanto rapidamente, la notizia che questa azienda veneta abbia invece intrapreso la strada opposta è sicuramente positiva e di merito. Infine una breve disamina del design dell'etichetta: molto classico, arcaico, "antico", riprende il tema delle tradizionali etichette della Valpolicella che molti anni orsono distinguevano la produzione di qualità di quella zona. Abbiamo infatti cornici graziate attorno a una bella raffigurazione dell'antica dimora (del 1500) dove ancora oggi ha sede l'azienda Farina, nella cittadina di Pedemonte in provincia di Verona.

Forse Viola Beve Sempre da Sola

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Violasola, Zagarolo Doc, Federici.

Il tentativo che vogliamo fare è quello di formulare delle ipotesi su questa particolare etichetta. Dunque, una certa persona di nome "Viola" si trova spesso a bere da "sola", tale da evocare la creazione del nome "Violasola" a lei dedicato. Certo è un vero peccato, insomma non è bello bere da soli. Oppure (altra ipotesi) la Viola in questione è lo strumento musicale, "violasola" potrebbe quindi evocare un magistrale assolo in un concerto. Inoltre stiamo parlando di un vino bianco, quindi anche prendendo il termine "Viola" e isolandolo dal resto, i conti (cromatici e gustativi) non tornano. Passando ad una analisi "visual" dell'etichetta vediamo dei tratti neri molto aggrovigliati... In sostanza, non avendo trovato in rete e nel mondo reale riferimenti precisi sull'origine di questa etichetta, non possiamo che analizzarne in primo luogo la semantica del nome (la percezione che potrebbe avere a livello di significato un utente "medio") e quindi anche la dinamica della grafica (allo stesso modo, le sensazioni che può trasmettere). Ultimissima ipotesi: che il disegno aggrovigliato sia una stilizzazione di una viola (fiore) o di una viola (strumento)? Chissà. Forse un ripensamento generale sul packaging design potrebbe essere utile a veicolare una comunicazione più efficace ed esplicativa. E infine per la cronaca (e per la tecnica) il vino Zagarolo Doc, dal nome di uno dei comuni dove ne è disciplinata la produzione, nasce da un blend di vitigni Malvasia del Lazio, Malvasia di Candia, Trebbiano Toscano e Bombino.

Un Vino Figlio del Sole ma Anche della Luna

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Evaluna, Cabernet Sauvignon e Franc, Sansonina.

Da una delle zone vinicole d'Italia ancora "da scoprire" nasce un vino evocativo di sensazioni già da come si presenta in etichetta. Come sarebbe debito di tutti i vini che vogliono intentare emozioni nei propri appassionati bevitori. Siamo dunque a sud del Lago di Garda, noto sì, e di gran nome, per quanto riguarda il turismo, soprattutto teutonico, ma in generale di chi cerca ristoro nelle bellezze paesaggistiche e culturali di Enotria. Ma non solo: l'enogastronomia, logicamente, fa il proprio gioco qui e in tutto lo stivale. Ed ecco quindi nelle intenzioni dell'azienda produttrice (Sansonina, emanazione di Zenato) la volontà di valorizzare le vigne "del Garda", la loro storia e tradizione. In questo caso con due vitigni internazionali che nel clima sublacustre si esprimono al meglio. Un vino rosso, figlio dei due Cabernet più noti al mondo, che vuole essere sì evocativo ma anche semplice e diretto. Ma veniamo all'etichetta. Semplice e diretta, anch'essa, ma tutt'altro che "semplicistica". Protagonista la Luna, in uno scenario cromaticamente notturno che richiama un po' di mistero e di quel magnetismo astrale che il satellite terrestre diffonde senza requiem. Scrive il produttore che "Evaluna" è un "tributo alla femminilità: già nel nome rievoca il simbolo della genesi, dell’origine del mondo e l’astro che rappresenta il mondo femminile. “Eva” e “Luna”, forze creatrici, mistero e ispirazione, legame diretto fra la terra e il cielo". Chiaro come una serata di luna piena, quindi, il concetto e ben espresso, in modo limpido, pulito, lineare, diretto anche attraverso il label-design. Concetti coerenti con la femminilità impressa nella storia e nella logica aziendale de la Sansonina.

Ci piace enfatizzare il valore anche psicologico e filosofico della Luna accennando all'Arcano Maggiore che nei Tarocchi porta il numero XVIII, e che così il Maestro Alejandro Jodorowsky definisce: esaltazione, perfezione sul piano delle realizzazioni, via dell’immaginazione, luce che esce dall’oscurità, ritorno all’unità e smaterializzazione della materia, finire per ottenere ciò che si desidera realmente, non reprimere i propri desideri ed affrontarli senza timore, luce primordiale coordinatrice del caos, chiarezza spirituale che dissipa l’oscurità nell’ambito della quale ci dibattiamo. 


Spumante Francese? No Grazie.

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Bianc 'd Bianc, Alta Langa Brut, Cocchi.

In una invasione di nomi francesi che ancora popolano la mente e di fatto le etichette di molti vini della "Savoia", ecco un esempio di virtù italiana, quanto meno di orgoglio piemontese, che porta il noto produttore Cocchi a chiamare "Bianc 'd Bianc" il proprio spumante brut (Alta Langa Docg, millesimato). Certo il vitigno e il metodo sono francesi, ma l'uva e i vigneti, soprattutto la terra, sono italiani. Ed è italiana l'azienda e i suoi prodotti. Ecco quindi che il piemontese (dialetto) scalza il francese trasformando l'inflazionato Blanc de Blanc degli Champagne in una terminologia più "terrestre", ma non meno evocativa di ottima qualità. Il nome infatti esprime purezza, selezione, cura. Il design in etichetta completa il "messaggio" trasmettendo pregio, eleganza, competenza. Grafica moderna, nella scelta dei caratteri di scrittura e nell'impaginazione, ma con due "citazioni" antiche che male non fanno, bene integrate nel complesso: lo stemma aziendale sul fondo e la firma del fondatore in corsivo alla base. Si può parlare di un ottimo lavoro di comunicazione che l'azienda integra e sostiene con un marketing spumeggiante a vari livelli e su molte piattaforme social.

Sulla Ruota del Chianti Esce il 36: le Nacchere.

branding grafica marketingMix 36, Chianti Classico, Mazzei.

branding grafica marketingÈ sempre destabilizzante quando una azienda decide di utilizzare cifre (numeri) invece di lettere per nominare un vino. Sarà che il vino è legato alla storia e alla letteratura più che alla matematica. O forse perché i numeri portano subito la percezione in un "campo tecnico", spostandola da quello agricolo. Certo, alcuni nomi di vini che adottano la numerologia quanto meno hanno una ragione concettuale che li valida. È questo il caso di "Mix 36", un Chianti Classico 100% Sangiovese che può vantare (qui sta il punto) di avere origine da 36 biotipi diversi di selezione clonale. In pratica, nel tempo, sono stati selezionati, diciamo "raffinati", i cloni del vitigno fino ad arrivare ad una purezza, una specie di pedigree vitivinicolo, in grado di garantire una qualità finale di ampia soddisfazione. Questo il concetto che sta alla base di quel numero, 36, che spicca in etichetta anche grazie al colore rosso (insieme al marchio Mazzei in basso) su un fondo sostanzialmente chiaro. Un'altra caratteristica abbastanza insolita per una etichetta di vino riguarda il testo sottostante al numero in questione: una testo a blocchetto, ordinato ed elegante, che funge da spiega, da rational, per il prodotto. Descrizione che di solito viene posizionata in retro-etichetta ma che, con il dovuto equilibrio grafico, può fare un egregio lavoro di comunicazione anche sul fronte. E comunque, ad uso dei cabalisti, il 36, nella Smorfia Napoletana sono le Nacchere.

Un Tuffo nel Blu Dipinto di Blu.

Narcisus, Moscato Igt, Gravanago.

Nella sequela dei "vini blu", ultimamente di moda (passeggera, probabilmente) enumeriamo anche questo Moscato Igt della provincia di Pavia (che di cianotico ha solo l'etichetta e il vetro della bottiglia, non il suo contenuto). Il suo nome potrebbe evocare, ad onta del colore della bottiglia, letterature di pregio e riferimenti filosofici di spessore. Un primo enigma tratta dell'assenza di una "s", infatti il nome del vino è precisamente "Narcisus" e non Narcissus come dovrebbe essere il corretto riferimento, in latino, al nobile e delicato fiore dal profumo inebriante (infatti il nome del fiore deriva dal greco "narkào", cioè "stordisco"). Ma la storia più nota riguardo a "Narciso" (in greco antico Νάρκισσος, Nárkissos) è quella legata a "un personaggio della mitologia greca e cacciatore, famoso per la sua bellezza, che a seguito di una punizione divina si innamora della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d'acqua e muore cadendo nel fiume in cui si specchiava" (da Wikipedia). E poi non dimentichiamo il celebre romanzo "Narciso e Boccadoro" di Hermann Hesse dove Narciso è "un giovane monaco diligente e contemplativo, amante della lingua greca e delle scienze". Riferimenti elevati quindi per questo nome, mentre abbiamo codici cromatici criticabili, as usual, per un azzurro poco palatale e attraente solo per una dinamica attenzionale da scaffale (fintanto che i vini azzurri rimagono radi). La foto della bottiglia che siamo riusciti a reperire non è di qualità, ma si può scorgere che il nome "Narcisus" è tracciato con un carattere molto graziato, bello ma poco leggibile in ogni caso. Tutto sommato un'etichetta pulita e graficamente equilibrata, un po' narcisista, questo sì. 

Il Pallino per il Vino

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Vigna di Pallino, Chianti,
Tenuta Sette Ponti.

C'è chi ha "il pallino" per il vino e chi si porta dietro per anni e anni un soprannome. Questo è il caso di questo naming che origina da una vigna, posseduta, governata, vissuta da un personaggio locale che tutti chiamavano "Pallino". Il produttore infatti dice: "il Chianti 'Vigna di Pallino' coglie il nome del vignaiolo che per lunghi anni si prese amorevolmente cura di queste terre". C'è dunque una storia locale "a monte" della scelta di questo nome. Come spesso accade per luoghi o leggende. Ma quando c'è di mezzo una persona, una vita, la storia prende spessore e concretezza agli occhi degli appassionati clienti bevitori. Ma la nostra attenzione in questo caso è stata attirata soprattutto dal design dell'etichetta, dal suo colore, rosso pieno: una macchia di colore che tutt'oggi il mondo del vino adotta raramente. Il risultato, per chi decide di farlo come Tenuta Sette Ponti per questo Chianti, è una indubbia visibilità a scaffale e un impeto comunicativo che comunque "sfonda". Del resto abbiamo equilibrio nell'impaginazione, evocazione di temi classici, ordine grafico di buon costrutto.

Follia del Naming, Poesia del Vino

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Folle, Conero Riserva, La Calcinara.

Quante sfumature semantiche offre questo pazzo nome! Si tratta del "Folle", un vino rosso marchigiano, della zona del Conero, che infatti fa riferimento alla medesima Docg. Andiamo con ordine (sia pure caotico): folle per gli inglesi è "fool", il matto dei Tarocchi, lo squilibrato viandante rappresentato anche dal Jolly nel gioco delle carte. Pazzo ma simpatico, giocoliere e giocherellone. In Italia "folle", così com'è, dice follia, a volte malsana. Certo Steve Jobs con la famosa pubblicità di qualche anno fa per la Apple, definì i folli come spiriti creativi, gli unici in grado di far "muovere" il mondo. Per cui di fatto, ognuno di noi, dipende anche dalla nazionalità, e dalla regione di provenienza per quanto riguarda la nostra Italia, si è fatto un'idea, una percezione della parola "folle". L'azienda vinicola La Calcinara ha
adottato questo nome, a quanto pare, derivandolo da una delle azioni messe in atto in cantina per produrre il vino: la follatura. Treccani in proposito dice: "Operazione di abbassamento delle vinacce per reimmergerle nel mosto in fermentazione tumultuosa e spezzare la massa compatta (cappello) che si raccoglie alla superficie, portata dalle bolle di anidride carbonica; si facilita così l’aerazione del mosto e si favorisce la moltiplicazione dei fermenti alcolici". Da una preminente follatura, nasce dunque il "Folle". Nome breve, immediato, impattante, memorabile, foneticamente dotato. E con un fondamento concettuale nelle operazioni enologiche. Rasentiamo la perfezione. Per quanto riguarda il design in etichetta, anch'esso folleggiante, ricco di colore e "scintille" grafiche, possiamo dire che fa il suo gioco, con originalità ma lasciando chiara la lettura del nome e del tipo di vino, al centro, con pulizia e sobrietà di carattere (di scrittura). Notare infine che il logo dell'azienda, in basso, ha nella propria sommità un cappello da Joker. Tutto torna. Anche perché gli esperti dicono che dentro la bottiglia la qualità prevale. 

Nomi Topografici Forbiti e Furbi

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Ghiaie della Furba, Cabernet-Merlot-Syrah, Capezzana.

Chiariamo subito che la "Furba" non è una scaltra contadina che adotta qualche abile metodo per risparmiare fatica o guadagnare di più. Certo che il primo significato che il nostro cervello attribuisce a questa parola è esattamente quello. Il rischio è quello di trasmettere impulsi negativi (la furbizia in viticoltura ed enologia non si concretizza certo con un vantaggio per il bevitore), il vantaggio è quello di avere un nome che attira l'attenzione. Vantaggioso perché la gente sicuramente si chiederà come mai quel riferimento alla "Furba" e perché questa parola è in fin dei conti di facile memorizzazione. E invece... "Furba" è il nome di un fiume. Ecco cosa ci racconta il produttore: "La prima vigna (di questo vino) composta da Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot era situata sul terreno ghiaioso alluvionale del torrente Furba, da cui prende il nome". Torrente nei pressi di Carmignano, provincia di Prato, Toscana. Ed ecco rivelato il vero significato. Nome composto, non sempre vincente, ma in questo caso le parole che lo compongono sono brevi e indicative: "Ghiaie", il tipo di terreno, molto apprezzato in viticoltura, quindi valorizzante per il prodotto, e "Furba", che come detto prima incuriosice e connota il vino in modo originale. Per quanto riguarda il design in etichetta: abbiamo una rivisitazione stilistica (moderna) dei temi classici toscani con la raffigurazione di un casale immerso nella vegetazione, tra pittoresche colline. I toni cromatici rosso-su-nero sono molto attenzionali mantenendo pur sempre una propria eleganza formale. Il carattere di scrittura è un po' futurista, in riferimento al movimento artistico degli anni '20, e "riporta indietro" le sensazioni, ma nel complesso il packaging si difende bene.

Nomi di Antenati che Diventano Millesimati

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Claro, Franciacorta Millesimato, Barboglio De Gaioncelli.

Il top di gamma di questa piccola (e giovane, in tutti i sensi) cantina franciacortina prende il nome dall'ultimo componente di quella famiglia che iniziò molti anni orsono, nella medesima sede di oggi, l'attività vitivinicola: Carlo "Claro" Barboglio. Famiglia di nobili origini quella dei Barboglio De Gaioncelli, che vede l'inizio della propria storia anche imprenditoriale a Lovere, nell'alto Lago d'Iseo. I Barboglio passano dalla coltivazione e commercializzazione del mais a quella dell'uva da vino, sfruttando quel periodo di assenza di tasse, che ha dato il nome a tutta la "zona franca" del basso Lago d'Iseo: le Corti Franche (affrancate dalle tasse, appunto) da cui "Franciacorta". Insomma, anche per questioni di tassazione libera, il vino iniziò a rendere più del mais. E come amava dire Giovanni Agnelli, se produci vino con passione, male che vada, bevi bene. Torniamo al nome del vino, "Claro". Sembrerebbe un'allusione alla parlata spagnola, un riferimento quindi alla chiarezza, alla limpidezza del vino. Certo, anche quella è importante, ma la questione riguarda appunto il curioso "nickname" del nobile antenato. Cantina giovane abbiamo detto all'inizio, perché è recente la sua costituzione e perché il suo conduttore ha solo 36 anni. Si tratta di Andrea Costa che oggi le tasse le paga, come tutti in Franciacorta, ma che non rinuncia per questo a produrre un vino che si esprime più in qualità che in quantità per manifesto progetto imprenditoriale. Solo 40.000 bottiglie l'anno con il "vezzo" di raddoppiare (come minimo) il periodo di riposo sui lieviti rispetto a quanto dettato dal disciplinare. E' chiaro che gli obbiettivi sono ambizioni, e "Claro" è la punta di diamante chiamata a conquistare chi esige dalle bollicine qualcosa in più di un classico spumante.

Approvato degli Arcangeli (ma a Volte non Basta)

branding marketing comunicazione graficaRiserva degli Angeli, Capriano del Colle Doc, Lazzari.

Il nome di questo vino rosso (ma anche molto azzurro) è "Riserva degli Angeli". Tutto bene fin qui. Diciamo che "Riserva" è terminologia valorizzante, entrata nel novero delle espressioni vinicole "di spessore", anche perché in molti disciplinari evoca una tipologia superiore, quindi qualitativa. In questo caso non è espressione tecnica, da disciplinare, ma parte di un nome vero e proprio. Anche gli "Angeli" sono valorizzanti, in un paese come Enotria dove la cultura cherubina è sempre andata di pari passo con la storia del vino. Angeli che proteggono chi produce e chi beve, naturalmente. Il produttore, nel proprio sito internet precisa che questo vino è: "Dedicato agli Arcangeli Michele e Gabriele, patroni della parrocchia di Capriano del Colle, il “Riserva degli Angeli” riunisce in sé la passione per la coltivazione diretta del fondo, l’attenta selezione delle uve nel vigneto e la cura nella vinificazione; caratteristiche proprie dell’Azienda Agricola Lazzari." All'inizio di questo breve articolo l'abbiamo chiamato "vino azzurro", ed ecco infatti che passiamo a una breve analisi del design dell'etichetta: non c'è che dire, si tratta proprio di un azzurro pieno a tutto campo. Un azzurro che viene utilizzato poco nel packaging del vino in quanto ritenuto poco alimentare. E quando viene utilizzato, nella maggior parte dei casi si tratta di vini bianchi. Come se l'azzurrità possa significare (e forse lo fa) leggerezza. Questo, quindi, è un raro caso di etichetta azzurra per un vino rosso. Grafica semplice, forse fin troppo. Risolta con una cornice, il logo in alto, il nome in basso (il carattere del nome è davvero "vecchio"). E infine una illustrazione di vegetazione sullo sfondo. Detto questo, la benedizione degli Arcangeli, per il successo commerciale, è auspicabile.

Stelle e Marchi di Prima Grandezza (o Anche Meno)

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Sheratan, Ortrugo Spumante, 
Cantina di Vicobarone.

Chissà se questo nome nasce in origine e unicamente per celebrare una delle stelle più luminose di Ariete, appunto "Sheratan" dall'arabo Al Sharat ("apertura dell'anno", equinozio di primavera). Sheratan si trova nel corno sinistro dell'Ariete ed è la seconda stella più luminosa di quella costellazione dopo Hamal che sta in fronte al caprone. Oppure, ipotesi non così aliena, si è voluto, nel contempo, ammiccare a quel noto marchio di hotel, la prima catena per numero di camere nel mondo, e storicamente la seconda (dopo Westin) che tanto "nome" e prestigio ha nel conosciuto praticamente di ognuno? Certo "Sheraton", l'hotel, genera subito una sensazione di prestigio, di lusso, di "allure". Tutte cose che stanno bene insieme a uno spumante. Soprattutto se lo spumante in questione non è proprio di origini nobili: il vitigno di "Sheratan" è il poco conosciuto e poco stimato
concept star spumante
Ortrugo e il metodo di produzione è l'altrettanto poco valorizzante Charmat (o Martinotti che dir si voglia). Le stelle brillano e nel mondo brillano di luce propria anche certi marchi che si consolidano nella mente percettiva dei consumatori. Certo che se capitasse di risiedere in uno dei prestigiosi Sheraton del mondo probabilmente verrebbe da ordinare Champagne.

Cantano Grilli Prose in Etichetta

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Blues (Un Grillo per la Testa), Grillo IGT, 
Paolo Calì.

Caso particolare di "naming" per questo vino prodotto dall'Azienda di Paolo Calì che ha sede a Vittoria in Sicilia. È necessario premettere che quasi tutte le etichette di questo produttore si distinguono per l'originalità del messaggio. Sicché spesso a un nome del vino vero e proprio viene affiancata una dicitura supplementare, una frase, un motto, uno slogan, un "pay-off" direbbero i pubblicitari. Una frase che echeggia visivamente in modo ancora più evidente del nome stesso. In precedenza su questo blog è stato analizzato un vino della medesima azienda che si chiama "Osa", un rosato da Frappato che riportava anche la frase "Questo non è un vino tranquillo". In questo caso scopriamo invece un vino da vitigno grillo che si chiama "Blues" e che come frase di richiamo recita "Un grillo per la testa". Diciamo che siamo di fronte a una dicotomia, a una sovrapposizione di concetti: "Blues" richiama un ben determinato mondo musicale, un ambiente soffuso, una ricerca interiore. Invece la frase "Un grillo per la testa" gioca con i modi di dire, sfruttando il nome del vitigno, ma anche, crediamo, alludendo ai prevedibili effetti inebrianti di questo intenso vino siciliano. Nel complesso l'etichetta richiama l'attenzione. Se non altro per il design che mette in evidenza la frase principale e che normalmente si è portati, per curiosità, a leggere. Buona quindi l'idea di creare delle "affermazioni" che connotano il vino. Cosa buona e anche giusta sarebbe che frase e nome (storia, design, colori, etc.) fossero guidati dal medesimo concept complessivo. Una logica di comunicazione che ha da essere significante e coerente.


Il Trabocchetto è Linguistico

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Trabocchetto, Pecorino, Talamonti.

Vino di mare, il "Trabocchetto". Lo testimonia anche il suo simpatico nome che incuriosisce e pretende spiegazione, proprio per la gergalità del termine, ancora oggi ampiamente utilizzato. E chissà che questa "subdola macchinazione tesa a ingannare qualcuno" come recita Treccani non nasca proprio dall'oggetto in questione, che ha dato il nome a questo vino. Vediamo cosa dice in proposito il produttore: "Il Trabocchetto riveste da sempre un significato simbolico e permeante della tradizione marinara della regione Abruzzo. Il Trabocco (o trabucco) rappresentava difatti una innovazione nelle tecniche di pescaggio importata dal medio oriente. Le prime tracce letterarie, datate diciottesimo secolo, rivelano quanto quest’antica costruzione da pesca divenne ben presto tipica nella Costa Adriatica. Realizzato esclusivamente in legno, il Trabocco permetteva ai Pescatori di lavorare nelle peggiori condizioni metereologiche. Il Trabocco si identifica prevalentemente come una lunga passerella in legno che attraversa il mare, ancorata alle rocce costiere. Lunghe braccia o tiranti sostengono una enorme rete chiamata “Trabocchetto”. Tra le finalità anche quella di esplorare le correnti al fine di intercettare i branchi di pesci che si muovevano verso la costa. In epoca medievale il termine Trabocchetto fu usato per indicare i più potenti strumenti di offesa delle armate Europee. Giganti in legno, catapulte utilizzate dai centurioni all’assalto di fortezze e castelli attraverso l’Europa e terribilmente temute". Insomma ce n'è da costruirci sopra una bella storia, sul "Trabocchetto". L'etichetta è graficamente moderna, presenta elementi stilizzati in linea con il concept, la territorialità c'è, il profumo del mare anche. Probabilmente anche nella vigna, nell'uva e nel vino.