Ancora un vino rosato dedicato all'amore. Alla relazione tra uomo e donna (o tra uomo e uomo o tra donna e donna, altrimenti andiamo incontro a qualche critica), alla coppia che cena al ristorante mano nella mano e così via. Lo sdoganamento del rosé sta comunque facendo passi in avanti, anche se molte etichette si appoggiano ancora a concetti romanticosi. Il nome del vino è proprio "per sempre amanti", un buon auspicio (o no?), una promessa, una favola, un sogno. Anche se "amanti", a ben vedere, nel linguaggio comune, non riguarda propriamente moglie e marito o i partner di una coppia fissa, bensì i protagonisti di storie d'amore fuggitive e spesso segrete. Forse volevano dire che anche moglie e marito possono essere "per sempre amanti"? E che questa, probabilmente, è la formula giusta per i rapporti duraturi? Chissà. Comunque c'entra l'amore e infatti al centro dell'etichetta (in alto) troviamo lo stilema di un cuore, forse due sagome umane, due profili, un viso, due occhi, una forma... la provocazione potrebbe essere quella di simulare la famosa "macchia di Rorschach" che gli psicologi utilizzano per vedere... cosa ci vede il paziente. Ognuno potrà quindi avere un riferimento secondo il proprio background più o meno romantico. In questo senso sarebbe una ottima trovata di "marketing del packaging". Ma a noi interessa far notare l'originalità del nome e una certa eleganza degli elementi in etichetta. Il colore del vino, poi, è strepitoso!
Rock'nd'Roll alla Veneta
Garg'n'Go, Garganega Frizzante, la Biancara.
L'azienda che produce questo vino fa capo a un nome noto della vinificazione naturale, un mito tra i conoscitori: Angiolino Maule. L'etichetta che proponiamo si colloca, nella gamma dei prodotti aziendali, in una posizione commerciale che, a giudicare dal nome, si rivolge a un pubblico giovane e "spigliato". Un naming che però lascia perplessi dal punto di vista, diciamo così, lessicale. Si tratta infatti di una contrazione anglofona di "Garganega", il nome del vitigno di cui si compone questo vino (un frizzantino rifermentato in bottiglia). Garganega quindi diventa, per derivazione esterofila, "Garg'n'Go". Nell'immagine al centro dell'etichetta ci sembra di scorgere la manopola di una cassaforte e sopra a questa illustrazione una scritta: "Bubbles amplify the perception of life". A dir poco estrose, le scelte creative per questo packaging. Eclettiche, azzardate, coraggiose, in un certo senso. La volontà di rendere il prodotto attraente per un pubblico giovane ha portato a scelte che probabilmente vanno oltre una certa "misura". Insomma non riusciamo a comprendere bene né la manopola graduata, né il nome americanizzato e neppure la scritta aggiuntiva che anche se tradotta non porta a un senso veramente compiuto: "Le bollicine amplificano la percezione della vita". Sarebbe bastato amplificare la percezione del vino proposto, certo con un linguaggio più attinente e meno "modernista".Nome Malino, Concept Benino.
Pinot Grigio, Vigne del Malina.
Questa azienda vitivinicola, operante nei pressi di Cividale del Friuli, vanta un'estensione di 150 ettari. Solo in parte vitati. I vini prodotti non sono molti: 3 bianchi, 4 rossi e 3 "macerati". Le etichette sono praticamente tutte uguali, salvo il fatto che per i bianchi la macchia di colore al centro è gialla e per i rossi è rossiccia. La particolarità, diciamo così, delle etichette viene spiegata direttamente sul fronte dove si legge: "Sulle nostre terre, due torrenti hanno disegnato una forma di calice. Abbiamo raccolto la sfida". Bella affermazione. Intrigante. In etichetta vediamo due tracciati neri che in effetti formano la sagoma di un calice. Il nome dell'azienda proviene dal nome di uno dei due fiumi in questione, il Malina. da qui "Vigne del Malina". Non suona bene: Malina richiama "male" e "malessere", forse sarebbe stata idea migliore adottare il nome dell'altro fiume "a disposizione" e cioè "Ellero". Ma vai a sapere quali sono state le dinamiche di scelta. Fatto sta che "Malina" va malino. A parte questo, diciamo che l'idea di legare la grafica dell'etichetta e, in sostanza, il logo aziendale a una conformazione del territorio non è malvagia: c'è un "ancoraggio" concettuale che può fare da guida per le comunicazione aziendale in generale. Un Nome Non Sempre Parla Bene di Sé
Per questa azienda veneta siamo stati indecisi se recensire la loro Garganega che si chiama, a quanto sembra, "Umby" oppure se occuparci del Rosso Veronese che si chiama "Farabuto". E allora li abbiamo analizzati entrambi. In un certo senso ne valeva la pena. Dunque, l'etichetta di "Umby" (sembra proprio questo il nome del vino, visto che nella texture sullo sfondo si legge "Umberto", quindi immaginiamo sia l'omaggio a un fondatore o comunque a un membro della famiglia) presenta una grafica non entusiasmante, dal punto di vista cromatico e anche di quello grafico, pur risultando semplice e ordinata. Il colore verde acqua che dir si voglia, non fa bella mostra di sé, insomma non è molto "palatale". Il nome "Umby" si commenta da solo. Affettivamente funziona, ma dal punto di vista della comunicazione, del marketing, non è una buona idea. Considerato anche che la "y" non si riesce quasi a leggere, probabilmente si è voluto simulare un calice con dentro un grappolo d'uva, ma non si capisce bene perché le immagini che reperite in rete, e anche nel sito del produttore, sono di scarsa qualità. Per quanto riguarda la seconda etichetta qui mostrata, il vino, un blend di rossi del Garda veneto, su chiama "Farabuto" e così viene giustificato in un testo nel sito internet dell'azienda: "Farabuto in forma dialettale è un’espressione forte con il significato di truffatore, imbroglione. Si presenta quindi come un vino dalla doppia personalita". Insomma, non è proprio valorizzante. Forse gaglioffamente e goffamente simpatico, ma di certo non positivo. L'etichetta del "Farabuto" si presenta meglio, cromaticamente e creativametne, rispetto a quella di "Umby": risulta abbastanza elegante con un buon gusto, sia pure a minimi termini.
Trovare la Via di Uscita per un Nome
Tixe (o Exit), Pinot Grigio, Palazzone.
Non riusciamo a comprendere quale ragionamento ha guidato i titolari della Residenza Palazzone (nome ufficiale dell'azienda) nel creare questo enigmatico nome, per il Pinot Grigio della casa. Il gioco grafico in etichetta è chiaro: la scritta, ben impressa, "Tixe", crea sullo sfondo un'ombra dove si legge Exit. So what? Forse cercando una "via di uscita" per nominare questo vino hanno creduto di trovare in questo espediente la soluzione giusta. Certamente incuriosisce, impatta, fa soffermare, ma a parte il giochino dell'ombra (forse c'è un riferimento all'ombra de vin? Dato che il Pinot Grigio è tipicamente delle venezie ma qui siamo in Umbria...) l'etichetta è davvero scarna. Possiamo dire "moderna"? Diciamolo. Qualcosa da dire lo abbiamo anche su come è scritto il nome aziendale (il logo in rosso) con quelle due "z" di Palazzone, in parte sovrapposte, che non aiutano la lettura e che sembrano quindi un inutile ve'zz'o. Tornando infine al nome del vino, che ufficialmente è Tixe, possiamo aggiungere che dalla sua ha la brevità e una buona pronunciabilità. Ma le ombre permangono.
Quid Pro Quo Culturali di una Nota Azienda
L'azienda produttrice di questo rosè è nota soprattutto per il Brunello di Montalcino, del quale vanta un'ottima e stimata produzione. Il vino rosato in questione, anch'esso prodotto con il vitigno Sangiovese (24 ore sulle bucce, ad ottenere un rosato dalla classica sfumatura cromatica), si chiama "Lo Sbrancato". Al centro dell'etichetta si nota la raffigurazione artistica di un branco di cavalli allo stato brado. Per chiarire subito l'origine di questo nome riportiamo le parole del sito web del produttore: "Il suo nome riprende l'omonimo quadro del 1888 presente nella sala degustazione aziendale". Non viene citato l'autore di questa opera pittorica. Il significato del titolo dell'opera, diventato nome del vino, invece dovrebbe essere noto in quanto intuitivo: un cavallo che non vuole restare nel branco e sceglie una dinamica più individualista. "Sbrancato" nel senso di non appartenenza al branco. Non suona molto bene come parola, anche se letta correttamente. Se poi si cade nel possibile fraintendimento con "sbracato", il riflusso negativo è ancora più presente. La conclusione è che nonostante la presenza di questa opera d'arte in azienda e la volontà di celebrarla, il nome di questo vino poteva essere concettualmente più legato al prodotto, al territorio o al vitigno e soprattutto più elegante.
Vini Eroici o Vini Egoici?
PaCo "Sensazioni di Paolo",
Rosso Veronese Igt, Paolo Cottini.
Rosso Veronese Igt, Paolo Cottini.
Questa versione per l'export di uno dei vini di Paolo Cottini (nome dell'azienda) ha in evidenza qualche elemento interessante. Non segnatamente valorizzante per il vino in questione, ma interessante per la nostra analisi. L'etichetta è spartana, "nero su bianco", si concede solo piccole emozioni generate da un lettering moderno ma nemmeno troppo ricercato. Diciamo che la comunicazione sta tutta nelle parole, dove "PaCo" è il nome del vino direttamente derivato dal nome del produttore (e quindi dell'azienda) che infatti così commenta nel proprio sito internet: "Paolo Cottini è il nome con il quale Paolo e Sara hanno voluto innestare la loro personale identità ai vini da loro prodotti". Giocando con le lettere, diciamo noi, se Sara c'entra qualcosa allora il nome dovrebbe essere "PaSa", ma insomma queste sono cose personali e famigliari. Quindi, dopo questo strano nome sincopato, abbiamo una definizione, un sottonome, un mantra, una "precisazione": "Sensazioni di Paolo". Evidentemente il tentativo di dire che dentro a quel vino sono concentrate le sensazioni del produttore, sensazioni scaturite mentre l'ha fatto, in vigna e in cantina. La nostra sensazione è che il tutto sia molto egoriferito e non cliente-riferito, come i più aggiornati dettami del markerting suggeriscono. La ridondante personalità di Paolo, si direbbe, esubera in etichetta al punto da acquisire un eccessivo protagonismo. Ringraziamo l'account Instagram di RossoBiancoBolle per la bella fotografia.
Un Amarone Anglo-Bresciano Export Oriented
Amarone della Valpolicella, Onepiò.
Si verifica un connubio davvero insolito in questo nome aziendale (che caratterizza e denomina anche tutti i vini della produzione): "Onepiò". Di primo acchito non siamo riusciti a decifrarlo chiaramente (già questo non gioca in favore della comunicazione del prodotto) e quindi siamo andati a cercare nel sito dell'azienda, trovando questo rational: "Il nome dell’Azienda proviene dal termine “1 piò”, unità di misura usata dai contadini locali nella provincia di Brescia, in Italia settentrionale, per indicare la dimensione “1/3 di ettaro”, dimensione della Cantina stessa. Onepiò Winery è un’Azienda Vitivinicola che unisce le linee architettoniche moderne alla tradizione della vita contadina". Quindi la spiegazione sarebbe che l'utilizzo di 1 (one) in inglese riporta alla modernità e la dizione "piò" (il termine viene dalla denominazione dell'aratro, derivante dal longobardo "plom") riconduce alla tradizione rurale. Il fatto è che, a nostro modesto parere, l'unione, in questo caso, non fa la forza. Non incide quindi come nome facilmente pronunciabile e quindi memorabile. Certo la sintesi è dalla sua parte. Anche una certa "rotondità" grafica e fonetica, ma per il resto non sembra destinato agli allori del naming. Nello specifico, l'etichetta qui mostrata denuncia un problema di leggibilità anche cromatica per ciò che riguarda le scritte in rosso su sfondo amaranto, a fronte di una impaginazione estremamente lineare e ordinata.
La Buona Vita delle Terre Siciliane
Rosato Terre Siciliane Igt, Bonavita.
Un nome, una promessa: "Bonavita". Si tratta di un cognome per l'esattezza. Che la dice tutta su come si può vivere bene coltivando la vigna e producendo vino in una delle regioni più emozionanti d'Italia. In particolare in quella parte di Sicilia nord-orientale non troppo turistica ma ugualmente bella e florida. L'azienda produce solo due vini, il Faro Doc (dalla località dove sono coltivati 2 ettari e mezzo di vigne, Faro Superiore, che si affaccia sullo stretto di Messina) e un Rosato Terre Siciliane (entrambi composti da Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera). Tornando al nome (al cognome) che caratterizza le etichette: quanto è di buon auspicio ma anche psicologicamente di buon viatico all'acquisto, al consumo, alla convivialità, questo epiteto impresso sulle bottiglie! Confrontato con certi nomi cupi ed evocativi di mondi tramesti, questo "Bonavita" vince alla grande ancora prima di aver assaggiato il vino. C'è anche un nesso storico, riportato nel semplice ma funzionale sito dell'azienda: "...si va per una stradetta mulattiera, la quale conduce verso un bel paesaggio svizzero che con sapiente proprietà i nostri antichi padri hanno voluto battezzare Buonavita. La veduta Buonavita a buon conto può dirsi che sia un riassunto condensato d’un caratteristico paesaggio con fresca e perenne carezza... ma anche rinomatissimo era il vino del Faro nell’antichità... sono venuti i Francesi ad esportarlo... predomina in tutti i vigneti la detta Nocera, che ben signoreggia sulle amene ed apriche alture di Faro Superiore" (Monsignor Francesco Alizio, Messina, 1933). Nel testo citato qui sopra "Buonavita", nel tempo, si è trasformato, per pronuncia, in "Bonavita", mutando da luogo a cognome, poi tramandato di generazione in generazione. Curioso il riferimento a un "paesaggio svizzero" in Sicilia, da parte del Monsignore. Per quanto riguarda il label design, nello specifico del Rosato, va notato un certo rigore classico nel lettering e nell'impaginazione e una vérve artistica nell'immagine centrale (che cambia di anno in anno) nel proporre opere pittoriche. Per l'annata 2016, riportata qui in alto a sinistra, l'immagine, molto coerente con "Bonavita", propone auliche e soleggiate scene di Dolce Vita. E allora prosit!
La Poesia Sposa il Marketing (o Viceversa)
C'è poesia nel nome di questa azienda. Nome che viene reiterato in tutte le etichette di vini come se fosse il nome stesso dei vini. Bello anche il logo, in completa sinergia con il nome: una luna all'orizzonte che scende, su uno specchio d'acqua, baciando se stessa. O se vogliamo, baciando tutti coloro che si fanno coinvolgere emozionalmente da questa rappresentazione. La luna, come argomento "da etichetta" è in effetti un po' inflazionata. A ragione, tutto sommato. La luna con i suoi influssi regola e scandisce molte attività agricole. Ma se trattata con stile, come in questo caso, sia con il nome sia con il design, può risultare interessante, coinvolgente, efficace. Qui infatti non si sta parlando genericamente della luna come in molti altri casi di winelabelling, in questo caso è il bacio della luna a fare concettualmente da padrone. Un racconto in tre parole, bacio-della-luna, in grado di provocare vibranti emozioni. In alcune etichette della produzione, che ha sede in Veneto nella zona del Prosecco DOCG, il concetto viene ulteriormente rafforzato con una elegante rappresentazione delle fasi lunari. Nel complesso quindi abbiamo una gestione dell'immagine, logo ed etichette, molto accurata e che parte "a monte" con una chiara visione del progetto di comunicazione. Il tutto, probabilmente, frutto degli influssi e del chiarore di una serata di luna piena, chissà.
Nel Creare Nomi Serve Precisione
Perciso, Lambrusco a foglia frastagliata,
i Dolomitici.
i Dolomitici.
Il vino in questione nasce da una varietà di Lambrusco che l'azienda "i Dolomitici" (nonché "Liberi Viticoltori Trentini", nome molto evocativo per quanto riguarda la percezione della zona di produzione) ha deciso di continuare a coltivare nel territorio di Avio. Un Lambrusco apparentemente fuori sede (anche se di "varietà antica, saldamente legata al territorio trentino") almeno per le conoscenze a disposizione dei comuni mortali (e possibili acquirenti, soprattutto quelli al di fuori della provincia). La dicotomia (ripetiamo, riservata ai potenziali acquirenti non esperti, che sono però la maggioranza) tra Lambrusco e Trentino potrebbe inficiare la credibilità nella resa enogastronomica del vino in oggetto. Il sinonimo "Enantio" avrebbe potuto evitare il querebus. Ma queste sono scelte di marketing nelle quali non entriamo: il mercato dirà se si tratta di una mossa indovinata. Parliamo quindi del nome e dell'etichetta. Il nome di questo vino ha almeno un paio di problemi: uno di fonetica e l'altro di semantica, collegati tra loro. Se si tenta di pronunciare questo nome, "Perciso", la lingua incespica e cerca di dire "Preciso". Anzi, sicuramente molti ci "cascheranno" leggendolo male e pronunciandolo di conseguenza. Il nome in realtà nasce per essere "Per Ciso", ecco la spiegazione del produttore: "Narciso detto “Ciso” è il nome del contadino che ci ha consegnato la vigna di Lambrusco a foglia frastagliata che coltiviamo assieme. Dunque Perciso, un vino dedicato a Ciso". E allora perché non scriverlo con le due parole staccate, o almeno, "PerCiso" con la "C" maiuscola? Per quanto riguarda l'etichetta, estremamente semplice, forse accusa una sommarietà che lascia poco all'immaginazione, ovvero all'emozione. Insomma, forse non è stato svolto un lavoro di "percisione", gusto per giocare con le parole.
Nomi Vietnamiti per Vini Italo-Bordolesi
Tâm, Bolgheri Superiore, Batzella.
È un bel "pasticcio" questa etichetta. In senso gastronomico, cioè riferito a quando si mettono insieme tanti ingredienti che magari nulla c'entrano uno con l'altro. Vediamo di districare un po' la matassa. L'azienda si chiama Batzella, dal cognome di uno dei due fondatori. E già qui ci sono delle difficoltà di pronuncia e pazienza che in etichetta viene pure scritto in modo spezzato, probabilmente complicando le cose (la lettura diventa "Batz" e poi "ella"). Il nome del vino è “Tâm” e viene giustificato in questo modo dal produttore, nelle proprie schede prodotto: "Il nome “Tâm” vuol dire “passione” in Vietnamita, la passione che muove noi
produttori alla ricerca di quell’elusivo equilibrio fra eleganza e potenza nei nostri vini". Il fatto è dovuto, si presume, alla nazione di origine dell'altro fondatore, la compagna del Batzella. La questione vietnamita non si conclude qui, perché riguarda anche il design dell'etichetta, alquanto particolare. Infatti nel sito web si dice che: "Il disegno
dell’etichetta è ispirato dal carattere cinese con cui si scrive TÂM, cioè cuore, passione". Il concept è forte, preciso, valido, ma la scelta di esprimerlo in modo così orientaleggiante potrebbe generare qualche perplessità. Prima di fare queste scelte diciamo "affettive", servirebbe valutare che impatto può avere sul pubblico un'etichetta in vietnamita, che riporta, doverosamente, anche l'origine toscana del vino (Bolgheri), generando un corto circuito percettivo. Origine toscana anch'essa discutibile visto che si tratta di un vino costituito dal cosiddetto "taglio bordolese". Insomma un bel mix di culture, diciamo così. Precisiamo una volta di più che i commenti qui riportati riguardano unicamente la grafica delle etichette e non vanno nel merito della qualità del vino che spesso, per le etichette commentate, è ottima così come, anche in questo caso, sono stimati i relativi produttori.
L'Etichetta con Dentro Altre Etichette
Questa etichetta è un rebus. Come modo di dire (si dice di qualcosa di enigmatico) e anche come raffigurazione (che somiglia a quelle dei rebus della Settimana Enigmistica dove, attraverso le immagini, bisogna arrivare a formulare una frase). In questo caso si tratta evidentemente dell'opera (firmata) dell'artista Daniele Fissore, intitolata "Picnic". Raffigura in effetti la scena di un pic-nic tra un gruppo di persone. Una mano di donna in primo piano sta per prendere una bottiglia. Primo enigma: sullo sfondo si vede il mare. E pur considerando che il vitigno Favorita è fortemente imparentato con il Vermentino e il Pigato liguri, rimane pur sempre una tipicità e una produzione piemontese. L'azienda infatti ha sede e vigne a Diano d'Alba in provincia di Cuneo. Secondo inghippo: le bottiglie raffigurate nella scena del pic-nic in questione sono degli altri vini di produzione della medesima azienda, il "Rosetto", da uve a bacca rossa non meglio precisate, e un Dolcetto, probabilmente il "Garabei", sempre di produzione della medesima azienda che produce questo Langhe Favorita del quale stiamo commentando l'etichetta. Insomma una specie di pubblicità occulta di altri vini, all'interno dell'etichetta di un vino diverso da essi. Bizzarro. Si vede anche una bottiglia più piccola, da bevanda gassata, che sembrerebbe proprio il Chinotto Lurisia, ma non complichiamoci la vita. Il vino non ha un nome (e questo non è bene) e quindi viene rappresentato dal nome del vitigno, dal nome del produttore e in sostanza e prevalenza da questa raffigurazione pittorica, molto estiva (e qui ci siamo, la Favorita è un vino per l'estate) che però lascia decisamente perplessi.Un Nome che Significa Vergogna
Lo Scorno, Rosso di Montalcino,
San Filippo.
San Filippo.
Perché chiamare un vino "Lo Scorno"? Non è una domanda retorica, è tecnica. Questo blog spesso filosofeggia ma alla fine riconduce sempre a questioni tecniche. Ed ecco, quindi, che tecnicamente questo nome non è una buona idea. Il perché è abbastanza evidente, ma analizziamolo con l'aiuto di chi si occupa della lingua italiana a livello formale. Poi faremo anche valutazioni filosofico-ludiche. Dunque, di primo acchito, ricerca che può fare chiunque rapidamente, il dizionario on-line di Google alla voce "scorno" dice: "Sostantivo maschile - Cocente umiliazione della propria vanità e presunzione in conseguenza di uno smacco. Origine der. di scornare". Vediamo il parere tecnico di Treccani: "Scòrno s. m. (der. di scornare). Senso di umiliazione e di vergogna, spesso accompagnato da beffa o dal ridicolo, provocato dal fatto di non essere riusciti in un intento, o dall’essere stati facilmente superati o sconfitti da altri: subire uno s.; con suo grave s. ha perso la causa che mi aveva intentato; è stato un grosso s. per lui vedersi anteposto il suo odiato avversario; "Addorno d’intagli sì, che non pur Policleto, ma la natura lì avrebbe scorno." (Dante); "Mai non potrebbe il pianto adeguarsi al tuo danno ed allo scorno." (Leopardi)." E per quanto riguarda il dialetto napoletano? L'accezione partenopea "metterse scuorno" a volte coniugata all’imperativo "miéttete scuorno!" sarebbe come dire "vergognarsi". Non parliamo inoltre del possibile accostamento con le corna. A questo punto è facile concludere dicendo che nessun tipo di storytelling o di toponomastica o di storia (cog)nomeica famigliare può giustificare, eventualmente, l'adozione di un nome come questo. Tecnicamente e filosoficamente parlando.
Patronimie e Cultura Greca in Sicilia
Patrono, Nero d'Avola, Feudo Ramaddini.
Narriamo qui di un vino, un Nero d'Avola della Sicilia sud-orientale, e del suo cambiamento di "casacca". Il nome è rimasto il medesimo, "Patrono", probabilmente a sancire quella sacralità che pervade la cultura siciliana a partire dalle chiassose feste patronali e/o di Santi variegati e Madonne ammantate. Il packaging è cambiato: prima raffigurava effettivamente un santo, un prelato, un patrono, appunto. Ora, al suo posto c'è un faccione che potrebbe essere un Bacco o come si presume dal nome di linea di questo vino, Omero, un eroe greco. Lo stile anche è cambiato: da una format grafico abbastanza classico, con la concessione, discutibile, del nome scritto in verticale e spezzettato, si è passati a stili decisamente rastremati e in questo senso "moderni". Il carattere di scrittura del nome è molto particolare (stiamo parlando della nuova etichetta, quella raffigurata qui alla base), così come la stilizzazione della faccia al centro, caratterizzata da un curioso ciuffo rosso. L'etichetta è diventata ovale e anche il logo aziendale ha usufruito di un sensibile restyling. In generale il miglioramento è visibile, almeno per quanto riguarda la pulizia grafica e l'impaginazione. La nuova etichetta, in buona sostanza, si potrebbe definire come un mix riuscito tra antico e moderno, un passo verso una comunicazione da nuovo millennio, ma con un piede nella storia e nella cultura dei luoghi di produzione, al centro di quel Mediterraneo che ancora oggi fa da culla per l'umanità intera.
Dialogo Immaginario tra Designer e Azienda
Abbiamo provato, per gioco, a immaginare il dialogo tra il designer che ha progettato questa etichetta e il titolare dell'azienda. O comunque tra due "addetti ai lavori", responsabili della creazione di questo packaging. "Dunque, come si chiama l'azienda?" - "8 Vini" - "Perché produce o commercializza 8 vini?" - "No, molti di più" - "Ok, non importa, passiamo oltre" - "Direi che comunque l'8 è una questione importante" - "Ok, allora lo mettiamo in etichetta" - "Certo" - "Partiamo dal nome del vino... e se fosse Poggio dell'Otto?" - "Sì, perfetto, il poggio, cioè la collina dove viene coltivato il Brunello di 8 Vini, mi sembra coerente" - "Bene" - "E per la grafica?" - "Ma, direi fondo nero, per il Brunello si usa, è in trend" - "Perfetto" - "E al centro metterei un bell'8, scritto in numero!" - "Uno solo? Mettiamone 8!" - "Otto 8?" - "Sì, come il nome dell'azienda!" - "Great!" - "Come li mettiamo, tutti in fila?" - "Mmmh... mettiamoli a raggera, come un ventaglio" - "Può essere. E il colore?" - "Idea! Li facciamo di tutti i colori dell'arcobaleno!" - "Bello, sta bene, sembra un fiore... attira l'attenzione". Ed ecco qui fatta l'etichetta. Non ci permettiamo di esprimere un giudizio che sarebbe troppo personale. Lo farà il mercato. Il mercato ha sempre ragione.
Design Enigmatico di Luna e di Luni
Caligrè, Grenache, Terre della Luna.
Abbiamo provato a rifletterci, guardando e riguardando l'etichetta in questione ma non siamo riusciti a risolvere l'enigma. Il packaging dei vini di questo piccolo produttore dei Colli di Luni (Ortonovo) non si riesce a tradurre in qualcosa di significativo. Praticamente: in alto c'è il logo aziendale che probabilmente fa riferimento alla luna, al suo sorgere, al suo essere. Sotto a quella specie di emisfero che sembra la testa di un gatto (o di un Ufo) ci sono altri segni, lettere, tratti, tagli, a simboleggiare chissà cosa. Complice anche il fatto che non si trovano foto di grandi dimensioni e di buona risoluzione, in rete, il mistero è ancora irrisolto (grazie a "La Venere di Bacco" per la foto dell'etichetta gialla). Anche i nomi non scherzano, almeno i due che citiamo qui: Caligré, non ancora decrittato (probabilmente "gre" da Grenache e forse "cali" da calice), e Scì, evidentemente riferito al vitigno che è Shiraz in purezza. Gli altri nomi della squadra sono: Plinio il Giovane, Lun'Antica e Vignali di Luna, già meglio. Pur volendo soprassedere al possibile significato della grafica l'effetto è straniante e in generale il format dell'etichetta risulta piuttosto approssimativo, anche a causa del font (tipo di carattere) adottato per le scritte. I Potere (e il Podere) dei Fiori
Etichetta davvero particolare per questo Sangiovese rosato che viene dalla Maremma. Come potremmo definirlo? Giovane? Moderno? Allegorico? Artistico? Certo rompe certi codici di comunicazione del vino, proponendo un design molto colorato e uno stile quasi "carnevalesco". Qualche problema di leggibilità per le lettere iniziali colorate, comprese quelle del nome, dove si nota anche una "o" realizzata con un fiore. Il naming ha una spiegazione, nel sito del produttore, eccola: "Il nome "Flower Power" è mutuato da una espressione del poeta Allen Ginsberg che coniò questo termine nel 1965 in riferimento alla "controcultura hippy" degli anni sessanta e settanta. Le caratteristiche di questo vino sono quindi la semplicità e la vivacità e la natura." Una citazione storica, socio-culturale, di un certo spessore, nonostante la giocosità dell'etichetta. Da sottolineare che nel packaging più che il nome del vino si nota subito il nome dell'azienda: Podere 414, particolare anch'esso e con le sue ragioni e descrizioni: "414 è il numero attribuito al podere dall'Ente di "riforma fondiaria" negli anni 60 durante il frazionamento del latifondo e la redistribuzione dei terreni da esso derivanti a famiglie "assegnatarie". Tutto circostanziato, quindi. Da parte di chi ha ideato marchio ed etichetta. In definitiva forse si tratta di una soluzione fin troppo ludica ma anche in questo caso, a sua parziale discolpa, citiamo le parole della proprietà: "Podere 414 “Flower Power” trova il suo habitat naturale come “vino da piscina” o in accompagnamento di una grigliata fra amici, rappresenta una possibile alternativa ad altre bevande per qualsiasi occasione quotidiana o semplicemente informale."
Attizzamenti Spumeggianti tra Allure e Allusioni
M'attizz, Trebbiano-Malvasia-Moscato,
Vigne Sannite.
Vigne Sannite.
Il blogger Alessandro Marra di Stralci di Vite (bello il cappello: "tralci e stralci, viti e vite, storie di uomini e tradizioni, identità forti, passioni dietro un'etichetta") ci segnala questa straordinaria etichetta (e gentilmente ci fornisce anche la foto) che non riusciamo ad ignorare, sia pure nella sua estrema semplicità (in questo caso una semplicità semplicistica, come dire, molto popolare, nell'accezione comunque positiva del termine). Il vino, un "frizzantino" quindi categorizzabile come "di facile consumo", si chiama "M'attizz". Dialetto, è chiaro, per dire "mi attizza" (il produttore è del Sanni0: Benevento). Potrebbe trattarsi di un "attizzamento" emozionale di qualsiasi tipo, oppure il riferimento ad un focolare domestico, se non fosse che la "i" di questo naming è formata da una silhouette di donna (sarebbe "sagoma" ma in francese ha più charme) elegantemente vestita (gonna corta, gambe luuunghe), "incastonata" in un flûte (parola che significa "flauto", ovvero calice per vini spumanti). Sullo sfondo bollicine vaganti ad alludere ad un certo mondo spumeggiante di party, di festa, di champagne (con la "C" minuscola, quindi qui intesto nel suo significato originale, quello di "campagna"). Da notare anche che la "M" del nome "M'attizz" è rossa (il rosso attizza), mentre le altre lettere sono verdi (il verde è speranza). Per il resto il design dell'etichetta è lineare, pulito, gestito con gli equilibri giusti. Non è infine da escludersi che un nome del genere possa generare vendite e consenso, logicamente muovendosi commercialmente presso un target adeguato.
Amarone o "Amaione"? Dipende dalla Regione
Amaione (e Aione), Sangiovese, Podere Casina.
Plagio o buona fede? I confini del naming sono a volte labili e contaminanti. Certo che se un vino si chiama "Amaione" viene subito da pensare all'Amarone. Si tratta di una produzione speciale (solo 300 bottiglie) del 2006 (l'annata di cui noi abbiamo trovato traccia) e si riferisce effettivamente a una specie di "copiatura", anche produttiva, dell'Amarone, in quanto questo vino è stato prodotto utilizzando uve Sangiovese 100%, da vendemmia tardiva, lasciate appassire 6 mesi in fruttaio, per ottenere un nettare molto concentrato, da 16%. Non sappiamo se il produttore ha dato seguito ad altre produzioni (annate) con questo nome. Nel sito dell'azienda attualmente si trova un vino con un nome simile, Aione, prodotto sempre con vitigno Sangiovese, ma in modo più normale, da vino rosso classico. Non c'è più traccia dell'Amaione, forse a fronte di qualche procedimento legale da parte del Consorzio dell'Amarone o di qualche produttore di quel vino, certamente più noto e quindi più imitabile piuttosto che viceversa. L'idea di utilizzare il procedimento dell'Amarone (che comunque si avvale di tre o più vitigni mescolati insieme) non è malvagia, ma la protezione del suo nome è chiaramente un diritto ormai acquisito e da difendere, all'estero come in Italia.
Il "Cuoro" della Comunicazione (del Vino)
I Heart (+ vitigno), Zinfadel Rosé, I Heart Wines.
Il caso rappresentato ed evidenziato da queste etichette di vino è soprattutto un caso di marketing. Oltre che di immagine vera e propria. Una operazione imprenditoriale ben studiata così come è stato ben studiato il packaging. Dietro all'idea di proporre una selezione dei più noti vitigni internazionali (senza realmente produrli, ma prendendoli già fatti), come dichiarato dall'azienda in questione, c'è un intento di semplicità. Una proposta chiara e comprensibile a tutti, nella sua dinamica commerciale e, prima ancora, nella comunicazione. Il cuore come elemento chiave del visual, questo si evince subito ad una prima osservazione. Un cuore, al centro, la cui forma viene forgiata dal testo esplicativo della proposta al cliente, la parola cuore ripetuta (heart), un cuoricino alla base dell'etichetta e uno anche sul collarino della bottiglia. Il nome del vino? "I Heart Chardonnay" piuttosto che "I Heart Prosecco" e così via. Dove il noto "I Love" viene sostituito con una parola più tecnica, più dura nella fonetica, ma che fa diretto riferimento la cuore come forma, senza perdere il significato di "amore". Si potrebbe comunque tradurre in "io amo" o nell'orribile ma diffuso modo di dire, sviluppatosi nei social, "io cuoro". Nome sinergico, quindi, con tutto il "sistema di comunicazione" che è stato creato attorno al progetto. E design dell'etichetta ben studiato, nei minimi particolari, sia pure lasciando letteramente spazio alla pulizia grafica, al bianco, ad una modernità che non ripudia certo le emozioni basilari dei luoghi comuni. Ma con intelligenza.
Un Vino Nuovo con un Volto Vecchio
Volto Nuovo, Rosato, Azienda Agricola Ghiga.

In prima battuta non riusciamo a capire cosa ci sia di nuovo nel volto (l'etichetta) di questo vino. Eppure il suo nome è "Volto Nuovo". Ma proviamo ad analizzare più in dettaglio gli elementi costituenti del design. Si notano subito delle rose, stile illustrativo classico, da erbario. L'esecuzione comunque non sembra delle migliori. Manca profondità. Forse è voluto. Il nome del vino e il nome aziendale sono scritti con il medesimo carattere (font di scrittura) nella tipologia "molto graziato". Leggibilità non scorrevolissima, soprattutto per il nome in verticale. Oltre a questo ci sono solo due definizioni "tecniche": Vino Rosato e Azienda Agricola. Una cornice dagli angoli arrotondati racchiude gli elementi che si stagliano su fondo bianco carta. No, decisamente il volto di questa etichetta non è nuovo. Anzi, risulta piuttosto datato. Dove "datato" non è un complimento. Il concetto di volto nuovo sarà probabilmente riferito al vino. E infatti nel sito del produttore troviamo, tra le altre, queste considerazioni: "Vino rosato di moderata gradazione alcolica e buona struttura in bocca, dotato di un ottimo colore rosa intenso. Questo vino deriva da un uvaggio composto da uve Barbera (circa il 70 %) e Freisa (circa il 30 %), vinificato in rosato. La Barbera conferisce un ottimo colore, una buona struttura ed acidità, mentre la Freisa dona un profumo fruttato molto piacevole ed una morbidezza allettante. Il nome “Volto Nuovo” vuole significare l’intenzione di dare una nuova identità al Barbera, del quale abbiamo l’ immagine di un vino rosso mediamente strutturato o di medio invecchiamento. Il rosato di Barbera è infatti un prodotto “innovativo” e molto interessante, assolutamente da provare".

In prima battuta non riusciamo a capire cosa ci sia di nuovo nel volto (l'etichetta) di questo vino. Eppure il suo nome è "Volto Nuovo". Ma proviamo ad analizzare più in dettaglio gli elementi costituenti del design. Si notano subito delle rose, stile illustrativo classico, da erbario. L'esecuzione comunque non sembra delle migliori. Manca profondità. Forse è voluto. Il nome del vino e il nome aziendale sono scritti con il medesimo carattere (font di scrittura) nella tipologia "molto graziato". Leggibilità non scorrevolissima, soprattutto per il nome in verticale. Oltre a questo ci sono solo due definizioni "tecniche": Vino Rosato e Azienda Agricola. Una cornice dagli angoli arrotondati racchiude gli elementi che si stagliano su fondo bianco carta. No, decisamente il volto di questa etichetta non è nuovo. Anzi, risulta piuttosto datato. Dove "datato" non è un complimento. Il concetto di volto nuovo sarà probabilmente riferito al vino. E infatti nel sito del produttore troviamo, tra le altre, queste considerazioni: "Vino rosato di moderata gradazione alcolica e buona struttura in bocca, dotato di un ottimo colore rosa intenso. Questo vino deriva da un uvaggio composto da uve Barbera (circa il 70 %) e Freisa (circa il 30 %), vinificato in rosato. La Barbera conferisce un ottimo colore, una buona struttura ed acidità, mentre la Freisa dona un profumo fruttato molto piacevole ed una morbidezza allettante. Il nome “Volto Nuovo” vuole significare l’intenzione di dare una nuova identità al Barbera, del quale abbiamo l’ immagine di un vino rosso mediamente strutturato o di medio invecchiamento. Il rosato di Barbera è infatti un prodotto “innovativo” e molto interessante, assolutamente da provare".
Etichette Evolute in Terre Sperdute
Sono tre gli aspetti interessanti reperibili in questa bottiglia, tra il fronte e il retro etichetta. In primo luogo l'estrema pulizia del "messaggio principale", cioè in questo caso il nome dell'azienda che diventa anche nome del vino (Noelia è il nome della produttrice e vignaiola e Bebelia in vezzeggiativo da Beber, bere in spagnolo). Nome del vino e nome del vitigno (Albarino), ed è tutto. Su sfondo bianco avorio. Certo il carattere di scrittura fa molto: non è il massimo della leggibiltà ma guadagna in eleganza con i suoi tratti smussati e suadenti. A simulare una scrittura a mano, tra l'adolescenziale e il vanitoso, certo molto femminile. Inchiosto a rilievo, che è sempre un bel vedere (e sentire, al tatto). Secondo aspetto interessante: la storia aziendale scritta in sintesi, ma per intero, nel retro etichetta (non un vero e proprio retro etichetta, in quanto in questo caso fa
quasi il giro completo della bottiglia). Una bella storia appassionata, di attenzione e dedizione. Terzo aspetto, tecnico ma importante, che in buona parte manca ancora in Italia: l'ologramma di garanzia (in basso a destra) ad opera del Consorzio Galiziano "Rias Baixas", che prova l'effettiva originalità del prodotto. Siamo qui di fronte a un piccolo produttore (il loro vino è una vera chicca qualitativa) di una piccola e semi sconosciuta zona vitivinicola in un angolo (atlantico) della Spagna, ma con soluzioni tecnico-burocratiche molto evolute. Da prendere esempio.
Il Concetto di Naturale, Ridondante
È il marketing, dirà qualcuno. Che spinge in questa fase (poi le cose cambiano) a sottolineare gli aspetti bio, e naturali, e genuini, e biodinamici, e chi più ne ha più ne metta. Infatti in questa etichetta ne hanno messe molte di parole attinenti al concetto attualmente "di moda": bio e natural product (nel bollo in alto, poi "Agricolo" (il nome), vino biologico e come se non bastasse "da agricoltura biologia". Alcune di queste diciture sono necessarie, ed è anche vero che "repetita juvant", ma insomma, forse si poteva rastremare un po'. Da notare che, oltre all'Agricolo, nella gamma proposta dalle Cantine Paolo Leo, ci sono anche il "Rurale" (rosato da Negramaro), il "Terreno" (Negramaro) e "Ecosistema" (Chardonnay). Nomi che quanto meno non ridondano con i concetti precedentemente sottolieati, laddove "Agricolo", letteralmente lo fa. Il Bio per ora vende, viene apprezzato (da un certo gruppo di consumatori) anche a fronte di un costo maggiore. Vedremo quando durerà. Ma abbiamo il sospetto che il Bio sia come le marmitte catalitiche qualche anno fa: presentate come caro accessorio sono diventate la norma, integrate nella struttura e nel costo generale del prodotto.
Un Restyling in Rosa, Quasi Impercettibile
Il Diamante di Silvia, Barbera frizzante, Podere Gaiaschi.
Andiamo con ordine. In primo luogo le etichette di vini che presentano una cromìa rosa sono davvero molto rare. Si trovano colori stani sulle bottiglie, come l'azzurro cielo, il verde, il giallo, diciamo "strani" in quanto poco adatti alla tipologia vino, ma a volte si trovano. Il rosa è un colore che davvero raramente viene adottato dai produttori di vino. È un colore, un "codice", femminile per eccellenza, forse in questo caso è stato scelto in onore di Silvia, alla quale è dedicato il barbera frizzante in questione. Si cita anche un diamante, che viene mostrato in illustrazione. Diciamo subito che l'etichetta è a dir poco "rivedibile", a livello grafico, di design. Per quanto riguarda il nome, troppo lungo e composto per essere un vero nome, potrebbe anche attirare l'attenzione, soprattutto delle donne, con quello che il diamante può evocare. Ma anche per quanto riguarda il naming non siamo di fronte a una scelta tecnicamente condivisibile. Perché abbiamo raffigurato due etichette? Perché una è del 2015 e una del 2016 (quella a destra). Se osserviamo bene vediamo che sono leggermente diverse. È stato operato un restyling, quasi impercettibile. Il nome "Il Diamante di Silvia" è stato portato al centro dell'etichetta, probabilmente peggiorando la situazione (leggibilità discutibile, anche con quell'ombra bianca di sfondo). Sotto alla scritta "Barbera Frizzante" c'è una parola in più rispetto a prima: "aggiunti" (senza solfiti aggiunti). Probabilmente una esigenza burocratica. Di fatto la leggibilità di questa frase è ancora problematica, come lo era prima. Infine, sotto al nome aziendale viene aggiunto "Azienda Agricola", anche in questo caso peggiorando le cose e creando confusione: il nome aziendale è "Podere Gaiaschi" oppure "Gaiaschi Azienda Agricola"? L'unico miglioramento è nell'industrial design della bottiglia, ora borgognotta invece che classica. Quindi ora più adatta a un barbera frizzante. Ma se un cambiamento generale andava fatto, si potevano giocare carte migliori.
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