Ti Porto in Valle Isarco

Pipa XVII, Lagrein (liquoroso), Glögglhof.

I titolari di questa piccola realtà vinicola bolzanina sono Franz Gojer e la sua famiglia. L’azienda non ha un nome facile (soprattutto per chi non è altoatesino): Glögglhof. Si trova all’inizio della Valle Isarco e produce vini del territorio (St. Magdalener, Lagrein, Kerner, Vernatsch…). Tra questi troviamo un particolarissimo “vino liquoroso” a base Lagrein che ha un nome e un trattamento che possono incuriosire. Il vino si chiama “Pipa XVII” dove la numerazione dell’Antica Roma cambia secondo la botte di provenienza. Infatti ecco la spiegazione del produttore: “Il Pipa ha portato una nota stravagante nel nostro assortimento. Il nome ‘Pipa’ indica un vino liquoroso che si ispira al Porto. In Alto Adige è il primo vino che viene prodotto secondo il sistema del vino Porto con la differenza però che il Pipa nasce da uve Lagrein. È un vino da dessert, complesso e longevo, ottenuto seguendo il modello del Vintage-Ruby. Il nome ‘Pipa’ viene dalle tipiche botti in rovere in cui in Portogallo viene conservato il Porto”. Franz inoltre aggiunge: “Ho deciso di lanciarmi nella produzione di un vino Porto dopo aver intrapreso un viaggio nella regione del Douro, in Portogallo. La mia intenzione era quella di catturare, durante la fermentazione, quell’aroma di ciliegia tipico del Lagrein e conservarlo. Dopo varie sperimentazioni sono riuscito ad affinare il processo fino a raggiungere la perfezione”. Altra curiosità: l’immagine che costituisce buona parte dell’etichetta raffigura una serie di bellimbusti baffuti, tutti col proprio calice di rosso in mano. Una storia davvero particolare questa, che collega Porto con Bolzano lungo una via concettuale che ha un elemento in comune: la passione per la trasformazione dell’uva in vino, in ogni sua modalità (nonché la voglia di sperimentare e di andare oltre i luoghi comuni). Grazie a Sara Missaglia per la liquorosa segnalazione e per l’instancabile lavoro di ricerca.


Il Sottile Frusciare delle Bollicine

Xiu Xiu, Xarel-lo, Enlaire Vins.

Il nome di questo vino che in prima battuta potrebbe sembrare in lingua cinese, in realtà è “onomatopeico”. Vuole infatti rappresentare il rumore delle bollicine, cioè della frizzantezza di questo rifermentato. Certo fa impressione e incuriosisce un nome così. Desterebbe stupore qualsiasi regione del mondo, forse anche in Cina. Per la cronaca qui siamo in Catalogna, dove una giovane famiglia di viticoltori produce vini “ancestrali”. Interessante l’etichetta, oltre al nome. Al centro infatti vediamo una originale illustrazione dove una figura umana porta all’orecchio un calice di vino per ascoltare il crepitare delle bolle. Sovviene un sorriso, non solo sul viso del bevitore (o bevitrice) illustrato, ma anche in noi che osserviamo la scenetta. L’illustrazione è come un conglomerato di macchie e anche questo si fa notare come stranezza. Si tratta quindi di una etichetta davvero particolare, nello stile, nel concetto, nella proposta cromatica. Un packaging che mette allegria così come l’intento di questo vino spumeggiante, non impegnativo, da allegra brigata.

Cielo Sereno Sopra Lucca

Sereno, Sangiovese e Ciliegiolo, Villa Santo Stefano.

Il nome di questo vino trasmette voglia di pace interiore e di tranquillità, “Sereno” infatti si usa sia per definire una situazione emotiva sia una condizione meteorologica. In più, si nota subito nell’etichetta un paio d’ali d’angelo, unico croma distinto di tutto il packaging. Ed ecco la spiegazione che il produttore fornisce ai lettori del proprio sito internet: “Avrete notato che sull’etichetta di due dei nostri vini, il rosso “Sereno” e il bianco “Gioia”, compaiono le ali di un angelo. Questo perché quando il “Loto” cominciò ad avere successo sul mercato (il vino top di gamma dell’azienda n.d.r.) si decise di allargare la varietà, acquistando nuovi terreni e producendo anche un bianco ed un secondo vino rosso. Che volto dare, dunque, ai due nuovi vini? Le idee arrivano sempre quando è il momento giusto. E così, durante una passeggiata nel giardino di Villa Santo Stefano, un amico osservò: “Avete mai notato quante ali sono presenti nel vostro giardino?” Wolfgang Reitzle e Nina Ruge (i titolari, n.d.r.) si fermarono un attimo. Eppure era evidente che non ci avevano mai fatto caso. Quasi tutte le sculture del parco, in bronzo o in pietra che siano, sono alate! Così venne l’idea di raffigurare le ali sulle etichette. Possano queste ali proteggere noi, il vino e la regione”. Aleggia quindi un pensiero quasi religioso, sicuramente catartico, laddove la natura viene vista e rispettata come un imponderabile e assoluto “domino”. L’impaginazione è classica, i caratteri scelti con cura, gli inchiostri speciali dosati e non sprecati. Il risultato è molto semplice in sé, ma anche capace di attirare l’attenzione e di garantire una buona memorabilità. Un ringraziamento speciale a Sara Missaglia per la serenissima segnalazione!


Il Sangue di Giove Sgorga in Rosa

Sangioveto, Sangiovese Rosato, 
Castello di Monsanto.

Regna un po’ di confusione in questa etichetta figlia di quel “Regno del Sangiovese” che il Chianti da secoli si vanta di essere. Partiamo proprio dal nome “Sangioveto”, una arcaica denominazione che risale al 1590, quando nei primi documenti che parlano di questo vitigno si leggono anche altre varianti come “Sangiogheto” e “Sangioeto”. A tal proposito vi sono ancora oggi discussioni sul fatto che il vitigno toscano per eccellenza sia in realtà originario della confinante Romagna, prendendo il proprio nome dal Monte Giove, nei pressi di Sant’Arcangelo. Passando a una disamina specifica dell’etichetta, in ordine “di apparizione” dall’alto in basso (e quindi non in ordine “di grandezze” che vedremo poi) leggiamo Castello di Monsanto (marchio, anche se nella home del sito internet il “di” viene tolto), poi Fabrizio Bianchi (il fondatore e proprietario) quindi “dai vigneti di Monsanto” (ridondanza), poi l’annata, a seguire  Sangioveto (nome del vino), Rosato (definizione), Toscana Igt e, inserita in una foglia di vite in basso a sinistra, la dicitura “Enotria tellure allatum” (in un certo senso, “Enotria terra perfetta”). Troppi elementi, tutti verbali tra l’altro. L’attenzione, insomma l’occhio, cade sì sulla parola più grande, Sangioveto, poi si perde nelle altre definizioni cercando un riferimento sicuro per quanto riguarda il logo. Il pregio di questa etichetta? Forse la classicità. Messa in discussione dal prodotto stesso, un insolito rosato da Sangiovese. 

Volare Via (e Planare) con Leggerezza

Battichiè, Nero d’Avola, Tenute Navarra.

ll commento a una bellissima etichetta per inaugurare il mese di aprile. Una luce in fondo a troppi tunnel fatti di etichette anonime, noiose e quindi inutili. Si tratta del Nero d’Avola di Tenute Navarra. Vediamo innanzitutto il nome del vino (che non figura sul fronte dell’etichetta bensì nella scheda descrittiva all’interno del sito internet): “Battichiè”, “…una parola che annuncia la ninna nanna, la filastrocca, quella che Totò Navarra sentiva dalla mamma quand’era bambino e che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita, il filo rosso di nostalgia che l’avrebbe spinto, nel 1985, a tornare dall’Inghilterra, contro tutto e tutti, mosso dal sogno di coltivare la terra, la sua Terra, per sempre legata alla dolce melodia di battichiè”. Questa la romantica spiegazione del produttore. Siamo a Butera, in provincia di Caltanissetta, all’interno della Sicilia. Solo tre ettari e mezzo per una storia vinicola molto recente che ha inizio nel 2019. Certo è che al suo esordio, Totò Navarra, il fondatore, fa subito centro con un’etichetta di spessore. L’illustrazione è di Riccardo Guasco che “…ha interpretato con lo sguardo acuto e profondo che lo ha reso famoso, l’intenso legame di Totò con la sua terra, inciso nella romantica idea di perfezione leggera e onirica, impastata di prepotente nostalgia, capace di rendere leggere e amorevoli le sue mani potenti, forgiate da anni di duro lavoro”. Il titolare infatti, nato nel 1951, corona il suo sogno di viticoltore dopo una vita vissuta intensamente, all’estero e poi di ritorno nella patria Sicilia. Ma torniamo all’etichetta: una figura umana (o umanoide) adagiata su un fianco, riposa, o medita. Un arbusto che sembra una fiamma si manifesta davanti a lei. Nello spazio bianco dell’impaginazione leggiamo: “Leggero, restò sospeso sulla sua idea di dolce perfezione.” Sembra poco ma c’è tutto. Come la poesia deve essere: in poche parole l’immensità. Una leggerezza, questa, di un’idea, di un vino, di un’immagine, della vita, che fa volare via col pensiero, con il corpo e lo spirito. Sovviene per parallelismi cosmici, una citazione del grande Italo Calvino: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.


Fare a Pezzi l’Eleganza

Chardonnay, Castiglion del Bosco.

Ogni tanto, in verità troppo spesso, a qualche produttore di vino viene la tentazione di spezzare le parole in tronconi, sillabando in modo bislacco. Succede ai nomi dei vini e anche ai nomi di vitigni (che fanno da nomi dei vini) come in questo caso. La vittima questa volta è la parola “Chardonnay”, suddivisa e distribuita su 4 righe. Non si può leggere. In tutti i sensi. La “Y”, abbandonata e navigante nel vuoto nell’ultima spezzatura, viene ancorata, bontà sua, all’annata (sezionando anch’essa in due seminumeri). Praticamente un lavoro di cesoia, di potatura semantica potremmo dire, agito nei confronti del packaging. Del resto l’etichetta è preziosa: bella la carta, ordinata l’impaginazione, distintivi alcuni elementi come la lepre stilizzata in alto, il carattere graziato della dicitura Igt, la piccola illustrazione delle vestigia in basso. L’azienda è di quelle serie e preparate, che ha il Brunello di Montalcino come fiore all’occhiello, con una storia che risale al 1100 e una proprietà “di nome” (Ferragamo). L’eleganza rimane pur sempre una questione soggettiva ma nel packaging ad una bellezza formale si deve sempre aggiungere una fruibilità funzionale.

Un Vino Alpino, di Moda in America

Alta Luna, Pinot Grigio, Dolomite Alps (Cavit).

Di bottiglie di Pinot Grigio ne circolano milioni. Soprattutto negli Stati Uniti. Infinte anche le aziende che si tuffano in questo mercato che assorbe grandi quantità di questo vino bianco “leggero”. La differenza spesso la fa la rete commerciale, oppure il marchio e logicamente l’etichetta. Ve ne proponiamo una, la matrice è Cavit, ben fatta, con caratteristiche tecniche, degne di nota. Il vino si chiama “Alta Luna”, diverso dal solito “luna piena” perché indica la posizione non la porzione della luna. Quando si trova al centro del cielo si può definire “alta”. Il nome funziona sia nei paesi anglofoni sia in Italia (forse da noi verrebbe da scrivere “Luna Alta”, ma è soggettivo). Gli altri elementi del packaging: la luna, in alto a destra, in verde luminescente (inchiostro speciale), è rivolta verso ovest ed è quindi crescente. Il carattere di scrittura del nome del vino è un corsivo molto leggibile e realizzato con un inchiostro in rilievo. Nella parte bassa dell’etichetta vediamo le sagome di alcune montagne: si tratta di un vero e proprio taglio nella carta che crea un effetto di profondità ottica. Gli elementi sono semplici, tutto sommato, ma anche ben valorizzati e armonizzati. Il risultato nel complesso offre la percezione di qualcosa di valoriale e di concettualmente legato al terroir (confermato dalla firma/logo, in basso “Dolomite Alps”).

Se le Pareti Potessero Parlare (di Arte e di Vino)

Allegracore, Etna Rosso, Fattorie Romeo del Castello.

Andiamo con ordine perché le cose da raccontare sono tante. Iniziamo col dire che il nome di questo vino è molto bello. Forse un po’ lungo, ma si fa perdonare con indubbia solarità: “Allegracore”. Insomma è un nome che “rallegra il cuore” e la sua origine lo conferma: si tratta del nome di un luogo, una contrada nel comune di Randazzo, sulle pendici dell’ iconico vulcano siciliano, che consente alla vista di spaziare su un panorama bucolico ed emozionante, a 700 mt. di altitudine. Anche il produttore si presenta con un nome particolare: Romeo del Castello. Si tratta in realtà del cognome nobile della famiglia della proprietà. L’azienda è diretta oggi da Rosanna Romeo del Castello e dalla figlia Chiara Vigo. E poi ci sono le etichette, molto semplici ma caratterizzate dalla collaborazione dell’artista contemporaneo genovese Luca Vitone. Sul lato destro di ogni etichetta (ogni anno diverse) si trova un tema decorativo frutto della selezione di alcune carte da parati presenti nella villa padronale dell’azienda, selezionate dall’artista che ne ha fatto una collezione, con l’indicazione degli ambienti dai quali sono state tratte (notare l’ultima a destra in basso, relativa all’anticucina, termine desueto come l’ambiente stesso che indica). Certo le carte da parati potrebbero avere nulla da spartire con un discorso enologico, se non il fatto che sono state testimoni nei secoli dei brindisi avvenuti nelle varie zone della casa. Nonché testimonianza di epoche diverse. Si merita una citazione anche lo scudo/marchio di famiglia in alto a sinistra nell’etichetta.

Non Solo il Lambrusco Disseta l’Emilia

Tarbianaaz, Trebbiano, Vittorio Graziano.

Su segnalazione e selezione di Sara Missaglia che ringraziamo, ecco una nuova puntata della sequela dei vini molto regionali. Davvero particolare questo Trebbiano prodotto in terra di Lambrusco! L’azienda agricola infatti ha sede a Castelvetro in provincia di Modena. Si tratta di una bottiglia che consente diverse narrazioni interessanti. Innanzitutto il suo nome, espressione dialettale per “Trebbiano”, anzi, precisamente la traduzione di “Tarbianaaz” sarebbe “Trebbianaccio”, con quel fare vezzeggiativo al limite del peggiorativo. Un prodotto enologico particolare anche per la produzione: si noti, in piccolo, sotto al nome principale, la dicitura “(il murato)”. Questo perché viene prodotto con macerazione sulle bucce per 2 mesi in una vasca chiusa, imitando una antica pratica contadina che consisteva nel chiudere le vasche di cemento con una sigillatura in gesso, con una piccola apertura per far sfiatare l’anidride carbonica come residuo gassoso della fermentazione. Questa modalità si chiamava “pratica della muratura”. L’etichetta si presenta in modo molto semplice, quasi una di quelle stampe da tipografia improvvisata. Fatto salvo l’unico elemento graficamente più complesso, sulla sinistra: il bollo/marchio del produttore in rosso acceso. Un ultimo vezzo: la firma “Graziano” sotto al nome, in corsivo. Orgoglio contadino che male non fa.

Le “V” e Soprattutto le “I”.

Levii, Brut Millesimato (Chardonnay).


L’etichetta spicca per originalità rincorrendo la verticalità di quella “V” che si colloca al centro del nome/marchio. Un taglio particolare che consente alla bottiglia di distinguersi. Quello che non va, a nostro modesto ma professionale parere, è proprio il nome dell’azienda (che funge anche da nome del vino): “Levii”. Si fatica a leggerlo sulla bottiglia ma possiamo confermare che è proprio così, “Levii” con due “i” finali. Certo il carattere di scrittura non aiuta, viene il sospetto che le due “i” possano essere due “l”, oppure una “l” seguita da una “i” (complice il fatto che le due lettere in questione sono di dimensioni diverse, una più corta dell’altra). Ma insomma non è nemmeno questo il punto. Perché “Levii”? Cosa può aver spinto il produttore a decidere per un nome così strano (poco comprensibile, poco memorabile, cacofonico, etc.) e soprattutto cosa significa? Vediamo cosa scrive a tal proposito l’azienda nel sito internet (non riuscendo a chiarire completamente l’arcano): “Il marchio si traduce in Le Vigne (probabilmente in dialetto n.d.r.) e identifica la passione per la Viticoltura. Deriva dal toponimo locale dei vigneti ed esprime il legame con il Territorio. Infine la B ricamata in oro al centro sta per Berasi ed è garante d’Impegno e Attenzione per la qualità. Cesare Berasi si impegna in prima persona affinché ogni singolo aspetto della filiera sia curato in ogni dettaglio garantendo l’eccellenza”. Si aggiunge qui la descrizione di quella “B” molto arzigogolata che avviluppa la “v” del nome. Si tratta di una ulteriore complicazione che non consente una serena e diretta percezione del  marchio, quindi del prodotto stesso. La strada per la semplicità è irta di complessità, a quanto sembra.

Un Simpatico Rè che Classico non è.

Migliorè, Taglio Bordolese, Vallepicciola.

Questa allegra etichetta viene dalla Toscana, esattamente da Castelnuovo Berardenga in provincia di Siena, dove il produttore Vallepicciola (laddove “piccola” viene proposto in versione vernacolare) vinifica, oltre al Chianti Classico, anche vitigni internazionali come questo “Migliorè”. Interessante il nome che come si può facilmente dedurre nasce dalla crasi delle parole “migliore” e “Rè”. La spiegazione esatta va trovata nel gioco di parole che deriva da “il miglior vino del Rè”, figura coronata che è anche il simbolo dell’azienda (lo vediamo in alto nel packaging). Questo vino infatti si erge a top di gamma (anche per il costo, molto impegnativo) con sole 2500 bottiglie/anno. C’è davvero bisogno di produrre un taglio bordolese in Toscana? Ormai lo fanno in molti, sulla scia degli storici Igt che hanno tracciato la via nel secolo scorso. A suo favore (di questo Migliorè) sta (stava, poi vedremo perché) la simpatica illlustrazione di un Rè beone (che in realtà “beve” un grappolo d’uva) che disincanta e rende meno seriosa la dinamica simil-francese del prodotto. Recentemente è stata realizzata una nuova etichetta (sempre con lo stesso nome del vino) molto più pacata nel design e nei colori. A noi non piace, per cui abbiamo deciso di proporre e prendere in esame questa versione. 

Un Caos Anche per i Nomi

Il Chaos, Primitivo, Enoz (Masseria Torricella).

Secondo Treccani la parola caos (anche “cao” o “càosse”, dal latino “chaos”) contiene la stessa base di un verbo greco che significa “essere aperto, spalancato”. In particoalare: “nelle antiche cosmologie greche sarebbe il complesso degli elementi materiali senza ordine che preesiste al κόσμος, cioè all’universo ordinato”. In italiano “caos” ha acquisito un significato negativo, di confusione e disordine che non vogliamo nemmeno prendere in considerazione, tanto è complesso ed elevato il significato originale. Il caos (in questo caso, il nome esatto del vino è “Il Chaos”) vuole essere l’inizio di tutto, la terra e il cielo, la natura e la biodinamica (adottata da questo produttore, con lavorazioni esclusivamente in anfora) la forza degli elementi, l’immensa ricchezza culturale e storica del vino, la voglia di ricominciare ad ogni vendemmia, lo spirito degli antenati, la passione per il proprio lavoro. In etichetta questa “confusione positiva di elementi” viene ben rappresentata da un groviglio di tratti di forma arrotondata, una illustrazione ipnotica che sicuramente attira l’attenzione. Un bisticcio percettivo ci fa credere che il nome del vino possa essere “Enoz”, le dimensioni ingannano (e si tratta di un errore). Tra l’altro il nome ufficiale, diciamo burocratico, dell’azienda è “Masseria Torricella” (considerata come azienda agricola che comprende anche la produzione di olio d’oliva). Bella la carta utilizzata per l’etichetta: materica, preziosa e genuina al tempo stesso. Grazie a Sara Missaglia per aver segnalato questa interessante etichetta.

Mille Anni di Lenta Saggezza

Castello Monterinaldi, Chianti Classico. 

Il simbolo di questo storico sito vinicolo (vanta oltre “mill’anni”, come direbbero da quelle parti) ai giorni nostri riguarda una tartaruga. Animale esotico che poco ha da condividere con la Toscana. Eppure possiamo provare a dare un senso a tutto ciò. Curiosa innanzitutto questa definizione che troviamo nel sito aziendale: “Monterinaldi è un carapace di 18 vigneti…”. Bella l’idea di mutuare il guscio della tartaruga come immagine di una collina, suddivisa in tanti appezzamenti. In più vediamo alla base dell’etichetta un motto: “Tempo & Temperanza”, sormontato dal profilo di una tartaruga, questa volta di lato e non di fronte come nella grande illustrazione che domina il packaging. Siamo nel vero cuore del Chianti Classico a Radda in Chianti. Il produttore non fa mistero, anzi ne fa un vanto, delle antichissime origini e vicissitudini di quel Castello che dà nome al vino e alla tenuta, conquistato, semidistrutto e ora sopravvissuto e tornato ad antichi splendori come azienda vitivinicola. Cosa dire del design? Molto classico, una specie di stereotipo in quella zona della Toscana, ma in questo caso la tradizione assiste a una trasgressione, tanto è sorprendente, come detto all’inizio di questo post, vedere una tartaruga rappresentare il Sangiovese sacro a quelle colline. Vale sempre il consueto discorso: distinguere per distinguersi. Osare per farsi notare. Pur sempre con eleganza e intelligenza emotiva.

Dall’Abruzzo con Fulgore

Vitapiena, Brut, Contesa.

Uno spumante brut abruzzese fa già notizia. La sua etichetta e il nome del vino aggiungono curiosità e spingono all’approfondimento. Si tratta di una bollicina quindi, da vitigni Montepulciano d’Abruzzo e Sangiovese (logicamente vinificati in bianco). La zona di coltivazione delle uve si trova a 400 metri di altitudine a Catignano, entroterra pescarese. Veniamo al nome: “Vitapiena”. Il significato è di facile intercettazione, alludendo a uno stile di vita colmo di soddisfazioni, traguardi, affetti e perché no, celebrazioni. Avere una vita “piena”, non necessariamente di impegni e preoccupazioni, ha un significato positivo, di realizzazione. Le bollicine in effetti sono prevalentemente gradite nel caso in cui si ha qualcosa da festeggiare: ancora oggi gli spumanti non riescono a sdoganarsi da questa immagine e questo nome mantiene il prodotto in questa dimensione. O forse, per chi vuole comprenderlo in modo alternativo, indica la strada per una “vita piena” tutti i giorni, chissà, proprio per merito di questo vino. Il design dell’etichetta è modernista, tutto “nero e acciaio”, molto tagliente, estremo, di una semplicità facile piuttosto che estrosa. Diciamo pure che nel panorama degli spumanti italiani si fa notare.

Un Sangiovese con un Taglio Moderno

Azzero, Sangiovese, Podere il Palazzino.

L’etichetta, intesa come grafica e cartotecnica è molto originale. Attira l’attenzione quel taglio disassato che destabilizza l’occhio e travalica l’orizzonte. Un’etichetta storta, direbbe qualcuno. Incollata male. Invece si tratta di design. Minimalista, possiamo aggiungere. Al punto che anche il nome del vino viene proposto in modo semplice, diretto, nero su bianco, con un leggero rilievo dato dall’inchiostro materico. Per il resto, sul fronte etichetta, null’altro. Carta bianca, nel doppio senso delle parole, ad un gusto estetico che sa di arte contemporanea e che vendica la caducità di un’area vinicola tra le più classiche e storiche d’Italia. Il nome del vino è “Azzero” ed è facile intuire che si tratta proprio quel non-numero, nullo e rotondo, ad indicare la totale assenza di solfiti aggiunti. Una moda? Forse. Perdurante? Chi lo sa? Certo non sono in molti a optare per questa scelta estrema, che richiede molta accuratezza nelle lavorazioni di uve e mosti. Il nome è significante e significativo. Veloce e affilato. Va aggiunto solo che i lieviti sono indigeni e che, sì, c’è anche qualcosa d’altro nell’etichetta, in rosso: l’annata di vendemmia. Di quel che serve non manca niente. 

Alle Origini dell’Italianità

ZioBaffa, Pinot Grigio,
Tenuta Poggio al Casone
(famiglia Castellani).

Un nome decisamente buffo, “Baffa”. In realtà è il cognome di un regista americano, Jason Baffa, per altro di origini italiane. Ma vediamo tutta la storia, divertente, che origina questa etichetta. C’entrano il surf e le riprese di un film dal titolo “Bella Vita”, girato nel 2012 in molte zone d’Italia, tra le quali anche il litorale e le colline pisane. Si tratta di un vino biologico, un pinot grigio, prodotto grazie all’esperienza della famiglia Castellani titolare della Tenuta “Poggio al Casone” di Crespina in provincia di Pisa. Tornando al film in questione, la narrazione racconta della vera storia di un giovane, Chris Del Moro l’attore, che arriva in Italia per scoprire le proprie origini. Si racconta che nelle giornate dedicate alle riprese la troupe ha partecipato alla concomitante vendemmia e ai conseguenti banchetti all’imbrunire, da qui l’idea di chiamare il vino “ZioBaffa” in omaggio all’appetito e alla “sete vinicola” del regista. Graficamente il packaging presenta la forma dello stivale italico avvolto in un originale moto ondoso (con bussola). Risultano simpatici il nome, naturalmente, ma anche la grafica, con caratteri di scrittura un po’ “western”. Rivolgendosi principalmente al mercato americano vediamo le classiche scritte che riguardano la coltivazione “organic” (in inglese) delle uve (grapes). Curioso infine il tappo a fungo. Anch’esso siglato col nome del vino. Da filmmaker a winemaker a volte il passo è breve: con un sorso di italianità.

Un Inchino Trentino a Carlo V

Inkino, Spumante Metodo Classico,
Mas dei Chini.

Il Metodo Classico Trento Doc ha molti estimatori e anche molti produttori, sia pure in un territorio davvero ristretto e spesso impervio. Si tratta di bollicine. Il nostro Champagne, insomma. L’etichetta che portiamo in osservazione fa parte di una famiglia di prodotti dell’Azienda Agricola “Mas dei Chini”, azienda anche agrituristica con una significativa produzione di vini, anche fermi, della tradizione trentina. Il nome del vino, in questo caso, è una commistione tra una parola di senso compiuto (sia pure con quella “k”  che somiglia a una “r” e che fa un po’ strano e anche straniero) e il riferimento ai “Chini” del nome aziendale. Immaginiamo che i chini (le chine) siano gli appezzamenti scoscesi che a destra e a sinistra della Val d’Adige dipingono il territorio montano del Trentino. Inchino è anche, naturalmente, un gesto di cortesia, di rispetto, di circostanza ma anche di riverenza. Da qui il fatto che può attirare l’attenzione ed essere memorabile. L’etichetta è “spumantosa”, con tratti neri, antracite, argentati, decorativi, graziati, tipici di un’eleganza celebrativa. Il prodotto in questione (Chardonnay 60% e Pinot Nero 40%) si avvale anche di un sottonome, tale “Carlo V”, il famoso imperatore di “un impero dove non tramontava mai il sole” che si estendeva, nel periodo di massimo splendore, a metà del ‘500, dalla Spagna al Nord Italia, dalle Fiandre al Regno di Sicilia. In ultima analisi è notabile e notevole il carattere di scrittura del nome “Inkino”: un graziato sfizioso dove i puntini sulle “i” sono mezzelune e la “k” protagonista al centro dell’etichetta ricorda una sciabola.

Aleggia un Polipo, Violeggia un Sentimento

Capsula Viola, Chardonnay,
Santa Cristina.

Si tratta di una grande cantina con sede a Cortona, in Umbria. Marchio molto conosciuto nell’ambito del vino di ampia gamma e produzione. Ci ha colpito il design (più che altro il disegno, vediamo poi) dello Chardonnay che si chiama “Capsula Viola”. Il nome risale agli anni ‘80 del secolo scorso ed è stato mantenuto fino ad oggi. Logicamente il colore dell’etichetta è caratterizzante: ai tempi della nascita di questo progetto sicuramente non erano presenti sul mercato altri vini con una livrea viola e ancora oggi è difficile trovarli. Certo il colore non è di quelli facili. Il viola a volte è legato a leggende scaramantiche. E di fatto è un colore che attiene di più alla cosmetica (per il packaging), valga per tutti qualche esempio di prodotti alla lavanda. Certo rimane la peculiarità distintiva. Notare che nella formulazione del nome la seconda parte, “Viola”, ha dimensioni più grandi, viene quindi rimarcato. Quello che ci ha colpiti è stato anche quel polipo (sempre viola, ci mancherebbe) che fa da cappello all’elaborato. Insomma, il polipo “tiene insieme” con i propri tentacoli l’impaginazione dell’etichetta. Si impone quasi minaccioso. Poco importa (forse lui ancora non lo sa) che si tratta evidentemente di un consiglio di abbinamento (pesce in generale) e che dopo aver mostrato tanta tracotanza, finirà in padella. Ringraziamo Sara Missaglia, giornalista del mondo del vino, per l’arguta segnalazione!

Etichette Letteralmente Impattanti

Faire Avec, Alicante e Clairette, Les Maoù.

Piccola realtà vitivinicola francese, con base nella Valle del Rodano, dove la coppia Aurélie e Vincent Garreta opera in regime biologico da diversi anni partendo da 3 ettari e mezzo fino ai 10 di oggi. Grazie ad una delle sempre interessanti segnalazioni di Sara Missaglia siamo stati colpiti dallo stile delle etichette di questo produttore, davvero particolare (una per tutte, quella del “Faire Avec”). Il sito web (attualmente) non esiste per cui trovare spiegazioni, soprattutto per i nomi dei vini, risulta difficile. Si intuisce che sono tutti dei giochi di parole. Accomunati da uno stile grafico impattante. I toni sono tutti sul rosso, bianco e nero. Elementi geometrici e tipografici netti, di grandi dimensioni, a loro modo dissacranti rispetto a un prodotto figlio di una agricoltura che attribuisce fortemente il primato del vino buono al rispetto della natura. Una dicotomia cercata e condotta fino in fondo con l’obiettivo che tutto sommato hanno tutti: quello di farsi notare, sullo scaffale d’impatto, a tavola con gli amici, magari per commentare e farne parlare. Lo stile è piuttosto grezzo, sfrontato, diretto, tagliente. Il risultato è la fruizione di una serie di etichette che caratterizzano molto la comunicazione e quindi la percezione finale. Non possiamo dire che ci piacciono, possiamo concludere dicendo che probabilmente “funzionano”.

Pesci e Rose nel Collio Goriziano

Malvasia, Casa delle Rose.

Un vitigno abbastanza difficile da trovare, la Malvasia Istriana, se non nelle terre all’estremo Est d’Italia, come in questo caso nel Collio Goriziano. Il viticoltore Lucio Bernot, titolare dell’azienda (dal 2006 anche agrituristica) Casa delle Rose propone questa bottiglia con una veste particolare, che si fa notare. Si tratta di un banco di pesci illustrati in modo fumettoso. Si nota subito che alcuni di essi, quelli completamente colorati di giallo, vanno controcorrente. Ed è proprio questo uno dei significati che questo packaging vuole esprimere. Infatti ecco cosa troviamo scritto nel sito web dell’azienda: “L'etichetta con i pesci, o meglio "pesciolin", è tratta da un'opera d'arte del fratello maggiore (del titolare) e rappresenta l'andare contro corrente. Simboleggia anche la fede, la purezza, la Vergine e il cristianesimo. Nei 5 elementi rientra l'elemento dell'Acqua”. Non è tutto chiaro ma possiamo raccogliere qualche sensazione che si è voluta comunicare. Andare contro corrente, la purezza, l’elemento acqua. L’abbinamento consigliato riguarda naturalmente piatti di pesce. L’Adriatico è vicino con le sue brezze salmastre che “risuonano” nelle caratteristiche di questo vino bianco fresco sia pure molto “energico”. Il nome del vino è “Malvasia”, certo non spicca in fantasia, ma può bastare. In sostanza, l’etichetta è simpatica, giocosa, spiritosa. Insomma, da portare in tavola con curiosa ironia.

Il Canto Allegro delle Anime Semplici

Cinciallegra, 
Garganega e Trebbiano di Soave, 
il Roccolo di Monticelli.

Trovare un significato a questo nome è facile: la “Cinciallegra” è un passeriforme appartenente alla famiglia dei Paridi (questo dice Linneo già nel 1758). Simpatico volatile canterino dai colori sgargianti, aggiungiamo noi pur non essendo ornitologi. Nome accattivante quindi, onomatopeico, gorgheggiante. Ma la bellezza di questa etichetta non inizia e di certo non finisce qui. Si tratta di una bellezza che trae origine dalla semplicità, come spesso accade nel design. L’etichetta è formata da tre elementi: il nome dell’azienda, una illustrazione al centro e il nome del vino in basso. Un po’ troppo lungo il nome aziendale, “il Roccolo di Monticelli” ma in questa forma descrittiva è chiamato a definire bene le origini e il luogo di produzione, elementi che vengono confermati dall’illustrazione: un roccolo (costruzione isolata di solito utilizzata per la caccia, in questo caso si verifica un cortocircuito mentale con la citazione del passero allegro in questione) attorniato da cipressi, su una collina scoscesa. Il disegno è molto semplice, monocromatico, presentando il panorama in modo stilizzato. L’andamento è sinuoso, quasi un’onda collinare che arrotonda la percezione delle cose e quindi gli animi. I vino è un “orange” frizzante di quelli beverini e di gran moda in questi anni. La gestione famigliare, la coltivazione biologica, l’attenzione e la sensibilità elevate. Gusto e passione non sempre vanno a braccetto, in questo caso li abbiamo trovati perfettamente accoppiati. Grazie a Sara Missaglia per la preziosa segnalazione!

I Frati di Solito non Sono Magri

Cà del Magro, Custoza Superiore, Monte del Frà.

Questa azienda veneta sceglie la semplicità in etichetta mettendola in contrasto con la complessità del vino. Questo Custoza infatti (qui in versione Superiore) è composto da 4 vitigni: Garganega, Trebbiano Toscano, Cortese e Incrocio Manzoni. Si parla di mineralità donata alle viti da un terreno di ghiaia e sassi, esposto a sud-est su una collina particolarmente vocata. Il resto lo fa la fermentazione “sur lies” per una longevità insolita per un vino così. Ma torniamo all’etichetta dove il Monte è “del Frà” mentre la Cà è “del Magro”. Accenti che denotano una aderenza al territorio e alle “nominazioni” antiche sia pure in un ambito di denominazioni moderne. I due nomi, il primo quello dell’azienda, il secondo, giustamente di dimensioni più grandi, quello del vino, messi così risultano ridondanti, si ostacolano a vicenda nel processo di memorizzazione laddove simile è la formula semantica. Due “à” accentate, due “M” capolettera (Monte e Magro) con in mezzo un identico “del”. Queste osservazioni che potrebbero sembrare sofismi appartengono in realtà alle tecniche di naming che andrebbero applicate. L’etichetta è ben riuscita, intendiamoci. Lineare con qualche inserto in oro che male non fa. Il nome del vino in particolare incuriosisce, nel tentativo di capire chi fosse quel personaggio magro al quale si fa riferimento (sicuramente non si tratta di un frate). P.S: i “frà” sono quelli dell’Ordine di Santa Maria della Scala, di Verona.

Un “Classico” in Stile Moderno

Kami, Greco di Tufo Spumante, CaLaFè.

Il titolare dell’azienda, Benito Petrillo, ha dedicato nome e marchio alle sue tre nipoti, Camilla, Laura e Federica. Nasce così “CaLaFè”. Non contento ha dedicato lo spumante Metodo Classico in modo particolare a Camilla, chiamandolo “Kami”. Questo spumante non è particolare solo per il nome, il vitigno infatti è insolito per le bollicine. Siamo a Sud (Avellino) in una zona dove il Greco di Tufo, di solito in versione “ferma”, contende la fama del Fiano, tra i bianchi storici della zona. Ma passi pure la sperimentazione quando il risultato centra obiettivi qualitativi di un cert0 livello. Vediamo l’etichetta: molto formale, elegante ma con una buona dose di modernità. Unica illustrazione una volpe (o forse un cane) che addenta un grappolo d’uva. Il resto ci arriva sotto forma di un fondo nero, con caratteri di scrittura cubitali come dimensioni e graziati come stile. In alto viene indicato il “Metodo Classico”, in basso “Brut Nature”. A lato troviamo il logo aziendale. Prevale la semplicità dell’impaginazione con una interessante originalità degli elementi. Il nome del vino viene caratterizzato molto dalla “K” iniziale, una sofisticazione esterofila o, se vogliamo, colta, considerando la lettera come una testimonianza del greco antico (in alcune sue accezioni). Nel complesso l’etichetta emerge dal mucchio e si fa notare. 

Divi del Focolare a Prepotto

Spolert, Linea Millennial.


Spolert Winery è una cantina friulana che nasce dopo la ristrutturazione e il recupero di un’antica azienda di Prepotto già produttrice di vini. Il nome, “Spolert”, identifica in dialetto quella che in tempi più moderni venne chiamata “cucina economica”, una specie di focolare più semplice e pratico da utilizzare per riscaldare e cucinare. Ma veniamo alle particolari etichette di questa gamma di vini come vengono descritte dal produttore stesso: “La linea di packaging è stata pensata per raccontare, per ogni etichetta, il vino che rappresenta: Woody Allen perché la ribolla rappresenta un vino sagace e fragrante, Einstein per il friulano perché è un vitigno versatile, Brigitte Bardot perché il nostro rosato è femminile ma con grande personalità, e Marylin perché lo Schioppettino, come la diva, è il simbolico”. I quattro personaggi citati sono raffigurati in una modalità fumettosa e tutti nell’atto di specchiarsi in stile “specchio delle mie brame” e con un calice in mano (a dire il vero il calice viene sorretto in un modo che un sommelier di certo non approverebbe). Si tratta di un design molto semplice, colorato, irridente, quasi fanciullesco se non fosse che i personaggi illustrati sono miti per adulti. Le etichette attirano l’attenzione, sono insolite e di sicuro non si prendono sul serio.

Il Taglio Questa Volta è Artistico

The Winemaker’s Cut, Sauvignon.

Michal Mosny e sua moglie, titolari dell’azienda, sono originari della Slovacchia. Dopo molti anni di lavoro alle dipendenze di altre vitivinicole decidono di aprire la loro cantina (in Canada, nel British Columbia) e di chiamarla “Winemaker’s Cut”. La produzione è caratterizzata da quello che potremmo definire come un vezzo, al quale loro credono molto: musica classica diffusa ovunque, in vigna e in cantina (non c’è da stupirsi: la fisica quantistica sta conquistando campo). Ecco cosa raccontano in proposito, nel loro sito web: “Like in a movie, music plays an integral role at Winemaker’s CUT. Classical music is played throughout the vineyard and cellar. And it’s not just because of our deep love of the arts. The soothing power of music extends to plants, and helps to establish balanced, healthy vines. We noticed the difference right away. The vines closest to the speakers were growing faster. In the cellar, the fermentations were smoother and more predictable. We now have 13 speakers throughout Deadman Lake Vineyard, each positioned to ensure all of the vines benefit. A number of studies have found similar results: playing classical music for a few hours per day increases plant growth. It also benefits the vineyard workers, too. So, don’t be surprised to hear Mozart or Bach when you visit our tasting room”. Le etichette sono molto gradevoli e distintive. Hanno tutte il medesimo schema grafico, variando i colori. Abbiamo preso come esempio quella del Sauvignon: in alto a sinistra vediamo una artistica rappresentazione di tralci grappolosi, in basso a destra il nome della linea di vini con in evidenza la parola “CUT” con un cromatismo che riprende, di sfondo, l’illustrazione sopraddetta. Semplice negli elementi, giustamente preziosa negli inchiostri e nel design. Il nome ci piace: “Winemaker’s Cut” ricorda il modo di dire “Director’s Cut” che nell’arte cinematografica rimanda a una edizione speciale di un film, con un montaggio diverso rispetto all’originale proposto al pubblico, spesso con un finale alternativo, particolarmente caro al regista. Un lateral thinking che afferma con orgoglio l’unicità delle proprie scelte, in questo caso di stampo vinicolo.