Ti Porto in Valle Isarco
Il Sottile Frusciare delle Bollicine
Xiu Xiu, Xarel-lo, Enlaire Vins.
Il nome di questo vino che in prima battuta potrebbe sembrare in lingua cinese, in realtà è “onomatopeico”. Vuole infatti rappresentare il rumore delle bollicine, cioè della frizzantezza di questo rifermentato. Certo fa impressione e incuriosisce un nome così. Desterebbe stupore qualsiasi regione del mondo, forse anche in Cina. Per la cronaca qui siamo in Catalogna, dove una giovane famiglia di viticoltori produce vini “ancestrali”. Interessante l’etichetta, oltre al nome. Al centro infatti vediamo una originale illustrazione dove una figura umana porta all’orecchio un calice di vino per ascoltare il crepitare delle bolle. Sovviene un sorriso, non solo sul viso del bevitore (o bevitrice) illustrato, ma anche in noi che osserviamo la scenetta. L’illustrazione è come un conglomerato di macchie e anche questo si fa notare come stranezza. Si tratta quindi di una etichetta davvero particolare, nello stile, nel concetto, nella proposta cromatica. Un packaging che mette allegria così come l’intento di questo vino spumeggiante, non impegnativo, da allegra brigata.
Cielo Sereno Sopra Lucca
Il Sangue di Giove Sgorga in Rosa
Volare Via (e Planare) con Leggerezza
Battichiè, Nero d’Avola, Tenute Navarra.
Fare a Pezzi l’Eleganza
Chardonnay, Castiglion del Bosco.
Ogni tanto, in verità troppo spesso, a qualche produttore di vino viene la tentazione di spezzare le parole in tronconi, sillabando in modo bislacco. Succede ai nomi dei vini e anche ai nomi di vitigni (che fanno da nomi dei vini) come in questo caso. La vittima questa volta è la parola “Chardonnay”, suddivisa e distribuita su 4 righe. Non si può leggere. In tutti i sensi. La “Y”, abbandonata e navigante nel vuoto nell’ultima spezzatura, viene ancorata, bontà sua, all’annata (sezionando anch’essa in due seminumeri). Praticamente un lavoro di cesoia, di potatura semantica potremmo dire, agito nei confronti del packaging. Del resto l’etichetta è preziosa: bella la carta, ordinata l’impaginazione, distintivi alcuni elementi come la lepre stilizzata in alto, il carattere graziato della dicitura Igt, la piccola illustrazione delle vestigia in basso. L’azienda è di quelle serie e preparate, che ha il Brunello di Montalcino come fiore all’occhiello, con una storia che risale al 1100 e una proprietà “di nome” (Ferragamo). L’eleganza rimane pur sempre una questione soggettiva ma nel packaging ad una bellezza formale si deve sempre aggiungere una fruibilità funzionale.
Un Vino Alpino, di Moda in America
Alta Luna, Pinot Grigio, Dolomite Alps (Cavit).
Di bottiglie di Pinot Grigio ne circolano milioni. Soprattutto negli Stati Uniti. Infinte anche le aziende che si tuffano in questo mercato che assorbe grandi quantità di questo vino bianco “leggero”. La differenza spesso la fa la rete commerciale, oppure il marchio e logicamente l’etichetta. Ve ne proponiamo una, la matrice è Cavit, ben fatta, con caratteristiche tecniche, degne di nota. Il vino si chiama “Alta Luna”, diverso dal solito “luna piena” perché indica la posizione non la porzione della luna. Quando si trova al centro del cielo si può definire “alta”. Il nome funziona sia nei paesi anglofoni sia in Italia (forse da noi verrebbe da scrivere “Luna Alta”, ma è soggettivo). Gli altri elementi del packaging: la luna, in alto a destra, in verde luminescente (inchiostro speciale), è rivolta verso ovest ed è quindi crescente. Il carattere di scrittura del nome del vino è un corsivo molto leggibile e realizzato con un inchiostro in rilievo. Nella parte bassa dell’etichetta vediamo le sagome di alcune montagne: si tratta di un vero e proprio taglio nella carta che crea un effetto di profondità ottica. Gli elementi sono semplici, tutto sommato, ma anche ben valorizzati e armonizzati. Il risultato nel complesso offre la percezione di qualcosa di valoriale e di concettualmente legato al terroir (confermato dalla firma/logo, in basso “Dolomite Alps”).
Se le Pareti Potessero Parlare (di Arte e di Vino)
Allegracore, Etna Rosso, Fattorie Romeo del Castello.
Andiamo con ordine perché le cose da raccontare sono tante. Iniziamo col dire che il nome di questo vino è molto bello. Forse un po’ lungo, ma si fa perdonare con indubbia solarità: “Allegracore”. Insomma è un nome che “rallegra il cuore” e la sua origine lo conferma: si tratta del nome di un luogo, una contrada nel comune di Randazzo, sulle pendici dell’ iconico vulcano siciliano, che consente alla vista di spaziare su un panorama bucolico ed emozionante, a 700 mt. di altitudine. Anche il produttore si presenta con un nome particolare: Romeo del Castello. Si tratta in realtà del cognome nobile della famiglia della proprietà. L’azienda è diretta oggi da Rosanna Romeo del Castello e dalla figlia Chiara Vigo. E poi ci sono le etichette, molto semplici ma caratterizzate dalla collaborazione dell’artista contemporaneo genovese Luca Vitone. Sul lato destro di ogni etichetta (ogni anno diverse) si trova un tema decorativo frutto della selezione di alcune carte da parati presenti nella villa padronale dell’azienda, selezionate dall’artista che ne ha fatto una collezione, con l’indicazione degli ambienti dai quali sono state tratte (notare l’ultima a destra in basso, relativa all’anticucina, termine desueto come l’ambiente stesso che indica). Certo le carte da parati potrebbero avere nulla da spartire con un discorso enologico, se non il fatto che sono state testimoni nei secoli dei brindisi avvenuti nelle varie zone della casa. Nonché testimonianza di epoche diverse. Si merita una citazione anche lo scudo/marchio di famiglia in alto a sinistra nell’etichetta.
Non Solo il Lambrusco Disseta l’Emilia
Le “V” e Soprattutto le “I”.
Un Simpatico Rè che Classico non è.
Migliorè, Taglio Bordolese, Vallepicciola.
Questa allegra etichetta viene dalla Toscana, esattamente da Castelnuovo Berardenga in provincia di Siena, dove il produttore Vallepicciola (laddove “piccola” viene proposto in versione vernacolare) vinifica, oltre al Chianti Classico, anche vitigni internazionali come questo “Migliorè”. Interessante il nome che come si può facilmente dedurre nasce dalla crasi delle parole “migliore” e “Rè”. La spiegazione esatta va trovata nel gioco di parole che deriva da “il miglior vino del Rè”, figura coronata che è anche il simbolo dell’azienda (lo vediamo in alto nel packaging). Questo vino infatti si erge a top di gamma (anche per il costo, molto impegnativo) con sole 2500 bottiglie/anno. C’è davvero bisogno di produrre un taglio bordolese in Toscana? Ormai lo fanno in molti, sulla scia degli storici Igt che hanno tracciato la via nel secolo scorso. A suo favore (di questo Migliorè) sta (stava, poi vedremo perché) la simpatica illlustrazione di un Rè beone (che in realtà “beve” un grappolo d’uva) che disincanta e rende meno seriosa la dinamica simil-francese del prodotto. Recentemente è stata realizzata una nuova etichetta (sempre con lo stesso nome del vino) molto più pacata nel design e nei colori. A noi non piace, per cui abbiamo deciso di proporre e prendere in esame questa versione.
Un Caos Anche per i Nomi
Mille Anni di Lenta Saggezza
Castello Monterinaldi, Chianti Classico.
Il simbolo di questo storico sito vinicolo (vanta oltre “mill’anni”, come direbbero da quelle parti) ai giorni nostri riguarda una tartaruga. Animale esotico che poco ha da condividere con la Toscana. Eppure possiamo provare a dare un senso a tutto ciò. Curiosa innanzitutto questa definizione che troviamo nel sito aziendale: “Monterinaldi è un carapace di 18 vigneti…”. Bella l’idea di mutuare il guscio della tartaruga come immagine di una collina, suddivisa in tanti appezzamenti. In più vediamo alla base dell’etichetta un motto: “Tempo & Temperanza”, sormontato dal profilo di una tartaruga, questa volta di lato e non di fronte come nella grande illustrazione che domina il packaging. Siamo nel vero cuore del Chianti Classico a Radda in Chianti. Il produttore non fa mistero, anzi ne fa un vanto, delle antichissime origini e vicissitudini di quel Castello che dà nome al vino e alla tenuta, conquistato, semidistrutto e ora sopravvissuto e tornato ad antichi splendori come azienda vitivinicola. Cosa dire del design? Molto classico, una specie di stereotipo in quella zona della Toscana, ma in questo caso la tradizione assiste a una trasgressione, tanto è sorprendente, come detto all’inizio di questo post, vedere una tartaruga rappresentare il Sangiovese sacro a quelle colline. Vale sempre il consueto discorso: distinguere per distinguersi. Osare per farsi notare. Pur sempre con eleganza e intelligenza emotiva.
Dall’Abruzzo con Fulgore
Vitapiena, Brut, Contesa.
Uno spumante brut abruzzese fa già notizia. La sua etichetta e il nome del vino aggiungono curiosità e spingono all’approfondimento. Si tratta di una bollicina quindi, da vitigni Montepulciano d’Abruzzo e Sangiovese (logicamente vinificati in bianco). La zona di coltivazione delle uve si trova a 400 metri di altitudine a Catignano, entroterra pescarese. Veniamo al nome: “Vitapiena”. Il significato è di facile intercettazione, alludendo a uno stile di vita colmo di soddisfazioni, traguardi, affetti e perché no, celebrazioni. Avere una vita “piena”, non necessariamente di impegni e preoccupazioni, ha un significato positivo, di realizzazione. Le bollicine in effetti sono prevalentemente gradite nel caso in cui si ha qualcosa da festeggiare: ancora oggi gli spumanti non riescono a sdoganarsi da questa immagine e questo nome mantiene il prodotto in questa dimensione. O forse, per chi vuole comprenderlo in modo alternativo, indica la strada per una “vita piena” tutti i giorni, chissà, proprio per merito di questo vino. Il design dell’etichetta è modernista, tutto “nero e acciaio”, molto tagliente, estremo, di una semplicità facile piuttosto che estrosa. Diciamo pure che nel panorama degli spumanti italiani si fa notare.
Un Sangiovese con un Taglio Moderno
Azzero, Sangiovese, Podere il Palazzino.
L’etichetta, intesa come grafica e cartotecnica è molto originale. Attira l’attenzione quel taglio disassato che destabilizza l’occhio e travalica l’orizzonte. Un’etichetta storta, direbbe qualcuno. Incollata male. Invece si tratta di design. Minimalista, possiamo aggiungere. Al punto che anche il nome del vino viene proposto in modo semplice, diretto, nero su bianco, con un leggero rilievo dato dall’inchiostro materico. Per il resto, sul fronte etichetta, null’altro. Carta bianca, nel doppio senso delle parole, ad un gusto estetico che sa di arte contemporanea e che vendica la caducità di un’area vinicola tra le più classiche e storiche d’Italia. Il nome del vino è “Azzero” ed è facile intuire che si tratta proprio quel non-numero, nullo e rotondo, ad indicare la totale assenza di solfiti aggiunti. Una moda? Forse. Perdurante? Chi lo sa? Certo non sono in molti a optare per questa scelta estrema, che richiede molta accuratezza nelle lavorazioni di uve e mosti. Il nome è significante e significativo. Veloce e affilato. Va aggiunto solo che i lieviti sono indigeni e che, sì, c’è anche qualcosa d’altro nell’etichetta, in rosso: l’annata di vendemmia. Di quel che serve non manca niente.
Alle Origini dell’Italianità
Un Inchino Trentino a Carlo V
Aleggia un Polipo, Violeggia un Sentimento
Capsula Viola, Chardonnay,
Si tratta di una grande cantina con sede a Cortona, in Umbria. Marchio molto conosciuto nell’ambito del vino di ampia gamma e produzione. Ci ha colpito il design (più che altro il disegno, vediamo poi) dello Chardonnay che si chiama “Capsula Viola”. Il nome risale agli anni ‘80 del secolo scorso ed è stato mantenuto fino ad oggi. Logicamente il colore dell’etichetta è caratterizzante: ai tempi della nascita di questo progetto sicuramente non erano presenti sul mercato altri vini con una livrea viola e ancora oggi è difficile trovarli. Certo il colore non è di quelli facili. Il viola a volte è legato a leggende scaramantiche. E di fatto è un colore che attiene di più alla cosmetica (per il packaging), valga per tutti qualche esempio di prodotti alla lavanda. Certo rimane la peculiarità distintiva. Notare che nella formulazione del nome la seconda parte, “Viola”, ha dimensioni più grandi, viene quindi rimarcato. Quello che ci ha colpiti è stato anche quel polipo (sempre viola, ci mancherebbe) che fa da cappello all’elaborato. Insomma, il polipo “tiene insieme” con i propri tentacoli l’impaginazione dell’etichetta. Si impone quasi minaccioso. Poco importa (forse lui ancora non lo sa) che si tratta evidentemente di un consiglio di abbinamento (pesce in generale) e che dopo aver mostrato tanta tracotanza, finirà in padella. Ringraziamo Sara Missaglia, giornalista del mondo del vino, per l’arguta segnalazione!
Etichette Letteralmente Impattanti
Faire Avec, Alicante e Clairette, Les Maoù.
Piccola realtà vitivinicola francese, con base nella Valle del Rodano, dove la coppia Aurélie e Vincent Garreta opera in regime biologico da diversi anni partendo da 3 ettari e mezzo fino ai 10 di oggi. Grazie ad una delle sempre interessanti segnalazioni di Sara Missaglia siamo stati colpiti dallo stile delle etichette di questo produttore, davvero particolare (una per tutte, quella del “Faire Avec”). Il sito web (attualmente) non esiste per cui trovare spiegazioni, soprattutto per i nomi dei vini, risulta difficile. Si intuisce che sono tutti dei giochi di parole. Accomunati da uno stile grafico impattante. I toni sono tutti sul rosso, bianco e nero. Elementi geometrici e tipografici netti, di grandi dimensioni, a loro modo dissacranti rispetto a un prodotto figlio di una agricoltura che attribuisce fortemente il primato del vino buono al rispetto della natura. Una dicotomia cercata e condotta fino in fondo con l’obiettivo che tutto sommato hanno tutti: quello di farsi notare, sullo scaffale d’impatto, a tavola con gli amici, magari per commentare e farne parlare. Lo stile è piuttosto grezzo, sfrontato, diretto, tagliente. Il risultato è la fruizione di una serie di etichette che caratterizzano molto la comunicazione e quindi la percezione finale. Non possiamo dire che ci piacciono, possiamo concludere dicendo che probabilmente “funzionano”.
Pesci e Rose nel Collio Goriziano
Il Canto Allegro delle Anime Semplici
Cinciallegra,
Trovare un significato a questo nome è facile: la “Cinciallegra” è un passeriforme appartenente alla famiglia dei Paridi (questo dice Linneo già nel 1758). Simpatico volatile canterino dai colori sgargianti, aggiungiamo noi pur non essendo ornitologi. Nome accattivante quindi, onomatopeico, gorgheggiante. Ma la bellezza di questa etichetta non inizia e di certo non finisce qui. Si tratta di una bellezza che trae origine dalla semplicità, come spesso accade nel design. L’etichetta è formata da tre elementi: il nome dell’azienda, una illustrazione al centro e il nome del vino in basso. Un po’ troppo lungo il nome aziendale, “il Roccolo di Monticelli” ma in questa forma descrittiva è chiamato a definire bene le origini e il luogo di produzione, elementi che vengono confermati dall’illustrazione: un roccolo (costruzione isolata di solito utilizzata per la caccia, in questo caso si verifica un cortocircuito mentale con la citazione del passero allegro in questione) attorniato da cipressi, su una collina scoscesa. Il disegno è molto semplice, monocromatico, presentando il panorama in modo stilizzato. L’andamento è sinuoso, quasi un’onda collinare che arrotonda la percezione delle cose e quindi gli animi. I vino è un “orange” frizzante di quelli beverini e di gran moda in questi anni. La gestione famigliare, la coltivazione biologica, l’attenzione e la sensibilità elevate. Gusto e passione non sempre vanno a braccetto, in questo caso li abbiamo trovati perfettamente accoppiati. Grazie a Sara Missaglia per la preziosa segnalazione!
I Frati di Solito non Sono Magri
Cà del Magro, Custoza Superiore, Monte del Frà.
Questa azienda veneta sceglie la semplicità in etichetta mettendola in contrasto con la complessità del vino. Questo Custoza infatti (qui in versione Superiore) è composto da 4 vitigni: Garganega, Trebbiano Toscano, Cortese e Incrocio Manzoni. Si parla di mineralità donata alle viti da un terreno di ghiaia e sassi, esposto a sud-est su una collina particolarmente vocata. Il resto lo fa la fermentazione “sur lies” per una longevità insolita per un vino così. Ma torniamo all’etichetta dove il Monte è “del Frà” mentre la Cà è “del Magro”. Accenti che denotano una aderenza al territorio e alle “nominazioni” antiche sia pure in un ambito di denominazioni moderne. I due nomi, il primo quello dell’azienda, il secondo, giustamente di dimensioni più grandi, quello del vino, messi così risultano ridondanti, si ostacolano a vicenda nel processo di memorizzazione laddove simile è la formula semantica. Due “à” accentate, due “M” capolettera (Monte e Magro) con in mezzo un identico “del”. Queste osservazioni che potrebbero sembrare sofismi appartengono in realtà alle tecniche di naming che andrebbero applicate. L’etichetta è ben riuscita, intendiamoci. Lineare con qualche inserto in oro che male non fa. Il nome del vino in particolare incuriosisce, nel tentativo di capire chi fosse quel personaggio magro al quale si fa riferimento (sicuramente non si tratta di un frate). P.S: i “frà” sono quelli dell’Ordine di Santa Maria della Scala, di Verona.
Un “Classico” in Stile Moderno
Kami, Greco di Tufo Spumante, CaLaFè.
Il titolare dell’azienda, Benito Petrillo, ha dedicato nome e marchio alle sue tre nipoti, Camilla, Laura e Federica. Nasce così “CaLaFè”. Non contento ha dedicato lo spumante Metodo Classico in modo particolare a Camilla, chiamandolo “Kami”. Questo spumante non è particolare solo per il nome, il vitigno infatti è insolito per le bollicine. Siamo a Sud (Avellino) in una zona dove il Greco di Tufo, di solito in versione “ferma”, contende la fama del Fiano, tra i bianchi storici della zona. Ma passi pure la sperimentazione quando il risultato centra obiettivi qualitativi di un cert0 livello. Vediamo l’etichetta: molto formale, elegante ma con una buona dose di modernità. Unica illustrazione una volpe (o forse un cane) che addenta un grappolo d’uva. Il resto ci arriva sotto forma di un fondo nero, con caratteri di scrittura cubitali come dimensioni e graziati come stile. In alto viene indicato il “Metodo Classico”, in basso “Brut Nature”. A lato troviamo il logo aziendale. Prevale la semplicità dell’impaginazione con una interessante originalità degli elementi. Il nome del vino viene caratterizzato molto dalla “K” iniziale, una sofisticazione esterofila o, se vogliamo, colta, considerando la lettera come una testimonianza del greco antico (in alcune sue accezioni). Nel complesso l’etichetta emerge dal mucchio e si fa notare.









