Un Successo di Originalità su Tutta la Linea
Il Mito di Xanadu è Arrivato Fino in Australia
Xanadu, Chardonnay, Xanadu Wines.
Un nome che è subito magia. Nome del vino e della cantina, in questo caso. Un nome che evoca tanti ricordi e sensazioni, a partire dalla nota canzone degli anni ‘80 eseguita da Olivia Newton-John, dall’omonimo album per l’ugualmente omonimo film. Ma le origini di questo nome sono tutt’altro che commerciali: si tratta di una antica città mongola, capitale estiva dell’Impero Cinese attorno al 1300 (in cinese: Shangdu). Di questa letteralmente favolosa città (ma esistita davvero) parla anche Marco Polo nel Milione. Fatta edificare da Kublai Khan dopo essere diventato imperatore della Cina unificata nel 1271, si narra fosse una specie di Samarcanda, una di quelle città che per qualche secolo diventa crocevia di culture e di popoli. Simbolo di una civiltà, della sua ricchezza e del suo progredire. Certo questo nome è stato evocato e utilizzato in tutto il mondo per la sua capacità, esotica, di farsi ricordare e di poter raccontare qualcosa di “prezioso”. Questo produttore della Margaret River (Australia) l’ha adottato a pieno titolo. L’etichetta di questo Chardonnay in purezza lo riporta in modo molto chiaro, seguito dal varietale e dalla zona di produzione. Sullo sfondo vediamo un tessitura di foglie di vite e grappoli come una decorazione da antico arazzo. Un’etichetta elegante ma con garbo, senza sfarzo ma capace di farsi notare e ricordare.
Melissa, Luogo del Miele e delle Api (e del Vino Buono)
Asylia, Greco Bianco, Librandi.
Prima di parlare del nome di questo vino, è necessario rivolgere l’attenzione al nome della Doc, Melissa (che riguarda un disciplinare che ha esordito nel 1979). Ebbene, si tratta del paese dove originano le vigne di questo produttore, in provincia di Crotone, ma anche del nome di una pianta perenne aromatica che si usa per la preparazione di infusi dissetanti e calmanti. E soprattutto il nome Melissa deriva dal greco e significa “paese delle api e del miele” (mèlissa, con l’accento sulla “e”, in greco antico, è proprio il ronzante e produttivo insetto). Tutta la zona di appartenenza di questo noto produttore calabrese, che ha sede sulla costa ionica, si rivolge verso l’arcipelago greco, e quindi è sempre stata soggetta alla cultura ellenica: ancora oggi se ne ritrovano le tracce, nel dialetto e nelle usanze. Anche il nome di questo vino bianco, da vitigno 100% Greco Bianco, deve essere ricondotto alla cultura e alla mitologia greca. “Asylia” infatti è il privilegio che veniva concesso a persone o luoghi specifici, laddove vigeva una protezione assoluta. Oggi traslato nel “diritto di asilo”. E anche l’asilo dei bimbi. Un luogo benedetto e protetto, quindi, un po’ come la zona, alle spalle di Cirò Marina, dove le viti che originano questo vino trovano una condizione pedoclimatica ideale per riuscire a ottenere, in equilibrio, forza e finezza. La bottiglia si distingue da lontano per questo tono azzurro cielo sul quale trionfa il nome del vino in inchiostro dorato. A dire il vero con un carattere di scrittura poco leggibile. L’etichetta manifesta comunque una certa originalità ed eleganza, ed è buon segno.
Il Banditone Buono della Val d’Orcia
Banditone di Campotondo, blend di rossi, Cantina Campotondo.
Il nome di questo vino parla di sé, “veste” il vino che rappresenta e racconta qualcosa del produttore. Fa molte cose, come dovrebbe sempre essere preteso da un nome. “Banditone di Campotondo” è un bel nome perché attira l’attenzione, provoca: chi lo sente per la prima volta si chiede ci sarà mai questo banditone, che storia può raccontare, sarà un bandito buono o cattivo? La ragione risiede nella tipologia di vino: austero, forte, generoso, pretenzioso (in termini di abbinamento col cibo), anche un po’ violento, come si addice a un rude bandito. Ma alla fine dal cuore buono. Questo vino, per dichiarazione del produttore stesso, è l’icona di una piccola azienda toscana nata solo nel 2000, e posizionata tra il Monte Amiata e la Val d’Orcia, tra colline arcaiche e poetiche. Le produzioni sono piccole, e la passione grande. Ma veniamo all’etichetta: il nome del vino, in basso, precede la menzione della Doc Orcia. Caratteri di scrittura chiari e leggibili. Al centro, protagonista del packaging, un grande sole-meridiana che ritroviamo anche come texture sullo sfondo. La grafica è di stile classico, l’impatto comunque c’è anche se questi stilemi mancano in parte di originalità. E’ un tipico caso in cui il nome la fa da padrone. Anzi, da banditone.
Viticoltori e Artisti sulla Costa Pacifica degli Usa
The Orcas Project, vini bianchi.
Orcas Island fa parte di un arcipelago che si trova piuttosto a nord. Ed esattamente tra Seattle e Vancouver; negli Stati Uniti, quindi, al confine con il Canada. Eppure lassù c’è una storia di imprenditori e di vignaioli da raccontare. Certo, coltivare la vite sfidando le temperature più fredde può essere un azzardo. Ma in questi decenni dicono che il clima stia cambiando, per cui la sfida forse è meno… sfidante. Il fondatore di questo progetto, sostanzialmente commerciale, ha deciso di raccogliere il meglio della produzione statunitense e di veicolarlo alla vendita e alla mescita con un’idea particolare: ogni vignaiolo ha la sua produzione (allo stato attuale sono 10, tutti attivi sulla costa americana del Pacifico) e una propria etichetta, realizzata da artisti del luogo. In particolare, per la sezione vini bianchi, le immagini che troviamo sulle etichette riguardano la fauna marina, con un polpo, un gambero e un granchio (evidentemente rappresentativi di quello che si pesca e che si cucina in quella parte del Nord-Ovest). I soggetti illustrati sono molto colorati, richiamano quindi subito l’attenzione con una certa originalità. Nella parte alta del packaging troviamo due semplici scritte: nome del produttore (del progetto, in sostanza) e subito sotto l’annata del vino e la tipologia. Etichette molto “asciutte”, essenziali, ma dietro al progetto c’è un racconto, appassionante ed efficace.
Un Vino Dentro la Storia e Viceversa
Pecorino Come il Formaggio ma Arancione
Peco, Pecorino, Cantina Tollo.
La diffusione di questo vitigno si deve certamente al suo nome, “Pecorino”, che lo assimila a un noto prodotto toscano o sardo, sia pure in tutt’altra merceologia, quella dei formaggi. Questo Pecorino, quindi, diventa vino e la Cantina Tollo, grande realtà abruzzese, lo presenta con una insolita cromìa arancione scuro, in grado di attirare lo sguardo sullo scaffale. La particolarità dell’etichetta si esprime anche attraverso un lettering ricercato che isola le prime 4 lettere del nome del vitigno, “Peco”, facendole diventare il nome del vino. Quanto meno funziona a livello di decoro, visto che l’inchiostro utilizzato è bronzeo. Vi è la necessità (si è sentita, evidentemente) di esplicitare (in bianco) il nome del vitigno vero è proprio. L’effetto non guasta. L’etichetta risulta molto moderna, accattivante, funzionale, lineare, sia pure con una certa originalità. Non comprendiamo fino in fondo la necessità di ripetere (in sostanza per la terza volta) la parola “Pecorino” in sede di definizione della Doc Terre di Chieti. Certo, la legge lo richiede, ma la presenza della scritta più grande, appena sopra, poteva ritenersi esaustiva. Marchio minimale alla base, con il nome della cantina. Nel complesso una bella operazione di comunicazione, e anche di marketing, che spinge questo vitigno obiettivamente non eccelso, a livelli di percezione valoriali e con un ottimo price positioning.
Un Rosato “Mediterraneo” Molto Navigato
Méditerranée, Rosato, Rivarose.
Tra gli innumerevoli (e molto somiglianti tra loro) nomi di vini rosati oggi proviamo a commentare questo, “Rivarose”, che di fatto inganna al primo sguardo. Sembra infatti essere il nome del vino, grazie alla dimensione dei caratteri e all’inchiostro dorato e in rilievo. Insomma troneggia al centro dell’etichetta come se fosse il nome del vino. Di fatto il nome di questo rosato francese lo troviamo scritto più in basso, in modo discreto: “Méditerranée”. A dire il vero anche questo nome genera qualche incertezza giacché l’Indicazione Geografica Protetta fa riferimento alla menzione “Mediterraneo”. Insomma, decidiamo infine di chiamarlo “Rivarose”. Una ulteriore scritta in basso aggiunge preziosità: “Brut Prestige”. I francesi, si sa, sono maestri nel valorizzare il loro vini (e anche nel realizzarli, bisogna ammetterlo). Per il resto questa etichetta è ben progettata. Ci sono tutti gli elementi classici di un rosato “prestigioso” di quelli che pur non costando molto, possono portare in tavola un “allure” che aggiunge quella sensazione di ricchezza, tipica delle occasioni sfarzose, per chi partecipa alla libagione. La forma ovale del packging ben si colloca sulla forma arrotondata della bottiglia. Il grigio chiaro di alcuni elementi si sposa bene al rosa ambrato del prodotto e al rosa romantico delle decorazioni grafiche. Un bel progetto. Industriale ma ben fatto.
La Formica Ubriaca della Garfagnana
Drankante, Blend di Rossi, Maestà della Formica.
Colpisce innanzitutto il nome dell’azienda vinicola, Maestà della Formica: ne abbiamo già parlato in un altro post. Si tratta del nome di un passo appenninico che dalla Garfagnana, porta al mare (costa Toscana, provincia di Lucca). Ed è infatti una questione di brezze marine, la qualità di questi vini. Il mare infatti si trova a 20 km in linea d’aria dalle vigne. Attraggono anche altri particolari di questa fantasiosa etichetta, oltre al nome del produttore: sulla destra vediamo una formica che beve voluttuosamente da una bottiglia, colorandosi il corpo con il rosso del nettare (le uve che compongono questo vino rosso sono: Sangiovese, Moscato d’Amburgo, Ciliegiolo, Bonarda e anche due uve bianche, Trebbiano e Malvasia). Il nome del vino, “Drankante”, vede alcune lettere storpiate, come se la formica, ebbra, avesse delle visioni distorte. Il tutto con ironia fumettosa e goliardica. Sulla sinistra troviamo qualcosa di “tecnico” e molto intelligente: un QR code ci riporta all’etichetta ambientale. In sostanza agendo sul codice si accede alle informazioni di smaltimento di bottiglia, tappo e capsula. Il vantaggio in termini ecologici è facilmente comprensibile, il vantaggio in termini di packaging porta a un risparmio di spazio grafico (per una migliore pulizia dell’elaborato) e, sempre ecologicamente, di inchiostro. In sostanza si tratta di una etichetta simpatica ed efficace per quanto riguarda le potenzialità comunicative. Bravi.
Carnevale di Colori nei Cunicoli di Reims
Cuvée Louise, Champagne, Pommery.
Questa edizione speciale, top di gamma, del produttore Pommery di Reims, si colloca tra gli Champagne che amano, ogni tanto, uscire dallo schema classico e proporre qualcosa di “frizzante”. Stiamo parlando di forme e colori, spesso abbinati anche alla scatola che contiene la bottiglia. Ma andiamo con ordine: il nome di questo Champagne, Cuvée Louise, è un omaggio a Jeanne Alexandrine Louise Mélin, che sposò il fondatore Alexandre Pommery nel 1839 e successivamente, alla sua morte nel 1860, prese in mano la gestione dell’azienda vinicola con decisioni tecniche e manageriali che hanno fatto la storia di questa tipologia di vini e della celebre regione dove vengono prodotti. Ad esempio Madame Louise decise di acquistare 120 pozzi scavati nel calcare per creare un labirinto di gallerie dove far affinare il vino ad una temperatura costante di 10 gradi. Inoltre, seguendo i gusti del mercato, fu la prima a produrre uno Champagne Brut, cioè secco, mentre a quel tempo si vendeva ancora con un residuo zuccherino ben presente. Ma torniamo alla grafica dell’etichetta: molto colore, segni e forme sinuose, una modalità più da aperitivo che da Champagne classico. Edizione speciale. Che viene prodotta solo nelle annate migliori. Che merita quindi una livrea particolare, molto colorata, come dicevamo, e dove le tinte sono molto ben abbinate sia pure dando spazio ad un’allegria un po’ carnevalesca. Tutto sommato un prodotto piacevole che conquista l’occhio e il palato.
Un Rosato Forte e Chiaro
Rosato, Gutgallé.
Questo produttore tedesco decide di attribuire un nome in italiano ad alcuni vini della propria gamma. Tra questi troviamo il “Rosato”. Nome semplicissimo, definizione di prodotto, più che nome vero e proprio. Richiama direttamente la tipologia e soprattutto all’estero richiama italianità. I vitigni che lo compongono non vengono dichiarati nel sito internet del produttore, probabilmente si tratta di un blend. Interessante la grafica che, sia pure collocando le lettere del nome in verticale (ne consegue una difficoltà di lettura), utilizza la “O” finale come simbolo/gioco/logos. L’effetto è molto impattante, quindi genera molta attenzione verso l’etichetta. Quel cerchio grande attira l’occhio sul nome. L’espediente può funzionare. Il packaging è molto semplice. Nome color rosa su fondo bianco. Sulla sinistra però leggiamo delle parole così traducibili: “un rosé come un giorno d’estate… selvatico, stimolante e speziato, proprio come piace a me…”. Il tutto seguito dalla firma autografa del vignaiolo. Si tratta di un’etichetta che possiamo definire moderna. Fuori da certi schemi che tutt’oggi vengono utilizzati nelle regioni vinicole tedesche. Tutt’altro che classica, quindi, e di conseguenza la possiamo definire coraggiosa. Si rivolge evidentemente a un target giovane, alle nuove generazioni del vino.
Una Goccia di Nettare Laziale, Rosato e Dorato
Rosato, Gotto d’oro.
Che dire? L’allegorico carretto che è stato eletto a simbolo di questa grande cantina cooperativa è ormai nell’immaginario collettivo. La maggior parte del popolo italiano si è abituato a vedere questa etichetta sugli scaffali della grande distribuzione. Molto colorato il soggetto illustrato, molto colorato in generale il packaging, capace di attrarre l’attenzione grazie alla prevalenza del giallo, un “codice colore” poco utilizzato in Italia (tipico, ad esempio, per i vini alsaziani). Il nome dell’azienda e di conseguenza di questa linea di vini è “Gotto d’oro”: il richiamo è alla tradizione, a una certa antichità, con la parola “gotto”, dal latino “guttus”, cioè recipiente di vetro utilizzato per bere, bicchiere, boccale, tazza o vaso. Ma troviamo anche un’origine in “gutta”, cioè goccia, stilla. Insomma, è una parola “vecchia” ma bella, e per di più è breve e suona bene. E poi c’è l’oro, che nobilita, aggiunge valore, immancabilmente. Per il resto l’etichetta tradisce caratteri di scrittura graziati e arcaici, con buon ordine grafico e delle proporzioni, nonchè possiamo notare una cornice antica che contiene e raggruppa gli altri elementi. Il risultato è gradevole, il prodotto non perde di valore, nonostante il posizionamento di prezzo e di marketing. Per quanto riguarda l’invito all’assaggio, lasciamo fare agli affezionati e fedelissimi clienti di questo marchio.
Un Futuro un po’ Troppo Futuro
Un’Alta Langa che Vuole Fare la “Modella”
Limited Edition, Brut Alta Langa, Fontanafredda.
Questo spumante Metodo Classico piemontese è una limited edition senza esserlo. Potrebbe sembrare un gioco di parole ma è la realtà. Il vino si chiama effettivamente “Limited Edition” ma la sua produzione non è limitata e non rientra in quella tipologia di vini che viene prodotta “una tantum”. Ma il nome rende l’idea, cioè sposta la percezione su qualcosa di prezioso e di unico. Un nome scaltro, che sfrutta il significato che ormai è stato sdoganato internazionalmente dall’inglese: viene accolto come un prodotto speciale, da portare in tavola nelle grandi occasioni. Forse è proprio questo il suo unico limite. Per quanto riguarda il packaging nel complesso si presenta molto elegante, ordinato, con scelte legate al carattere di scrittura molto studiate. Il nome del produttore, alla base, è in grande evidenza, forse più del nome del vino. Una scelta di marketing. Grafica moderna ma con stilemi che richiamano la tradizione. Unica sporcatura, la scritta in alto a destra dove si legge “ottenuto con uve Pinot Nero e Chardonnay”, si tratta di una giusta precisazione, valorizzante, ma che nell’equilibrio ottico della grafica in etichetta, sbilancia un po’ la vista complessiva. In generale etichetta ben studiata e ben riuscita.
Una Bella Storia Italiana in Brasile
Da Secoli l’Argento di Strasburgo è il Vino Bianco
Il Polpo non è Guercio e il Guercio ci Vede Benissimo
Tinto, Alicante Bouschet,
Ecco l’ultima (la più recente) invenzione del Guercio. Sarebbe a dire Sean O’Callaghan, impiantato nel bel mezzo del Chianti Classico, in quel paradiso di ulivi e vigne che si chiama Radda. A sorpresa si tratta di un vino “frizzante”, o anche “mosso”, come direbbero in Oltrepò dove quella tipologia di vini è tradizione. Certo il vitigno non è di quelli classici (e si ricollega al nome del vino, “Tinto”): l’Alicante Bouschet è un incrocio tra Petit Bouschet e Grenache che da vita a un’uva “tintoria”, come di dice in Spagna, cioè molto scura, come un inchiostro. Un esperimento l’incrocio (diffuso soprattutto in Spagna, Portogallo e Cile), un esperimento questo vino pet-nat che il Guercio e il suo socio austriaco Egger, decidono di tappare con la chiusura metallica a corona. Veniamo al packaging. Il nome del vino, come già detto, è “Tinto”. Dallo spagnolo. Insomma, vino rosso. Discutibile per il mercato italiano, ma trova il suo rational nel colore del vino e nelle origini del vitigno che lo compone. Questione risolta. E cosa dire della piovra che campeggia in primissimo piano sull’etichetta? Bella l’illustrazione, ispira simpatia al primo sguardo. Il mollusco cefalopode regge con un tentacolo lo stemma aziendale, per il resto ammicca attonito forse in attesa di essere messo in pentola. Che il polpo sia un consiglio di consumo? O più probabilmente il riferimento a quella particolare caratteristica di questa specie che consente loro di emettere una sostanza nera come l’inchiostro per autodifesa.
Idee Chiare nell’Oscurità
Fear No Dark, Cabernet e Oseleta, Pasqua.
L’etichetta è “oscura” ma le intenzioni sono chiare. Si tratta di un progetto che nasce con un concetto coraggioso ma lucido, soprattutto alla luce dei cambiamenti climatici in atto. Parte tutto da una sezione di vigneto, di circa 5 ettari, esposto a nord-est, cioè, praticamente quasi in ombra. Parcella viticola decisamente fresca ed esposta ai venti provenienti dai Monti Lessini, come precisato dal produttore. Due grandi “balze” alternano le zone d’ombra sul vigneto generando tempi diversi di maturazione. Il tutto viene gestito agronomicamente e tecnologicamente in modo da ottenere in ogni caso un vino “maturo”. Siamo comunque all’interno del progetto “Mai Dire Mai” per cui si rischia di confondere il nome del vino, che effettivamente è “Fear No Dark”, insomma una metaforica sfida al buio. Una sfida esperienziale e qualitativa. Veniamo ad una analisi più particolareggiata di questa strana etichetta: in alto alla base del collo leggiamo il nome del vigneto, Monte Vegro, e della località, Iliasi. Siamo nell’area dell’Amarone e anche per questo, un Cabernet rappresenta una sfida anche alla tradizione. Nella parte ampia dell’etichetta, tutta molto scura, leggiamo quello che potrebbe essere definito come un nome di linea, “Mai Dire Mai”, anch’esso, concettualmente sfidante. Subito sotto, con un “andamento collinare”, il nome “Fear No Dark”. Poi l’iconografia della sede e il nome del produttore alla base. Certamente sarà difficile un “colpo d’occhio” sullo scaffale con questi toni notturni, ma l’originalità c’è, soprattutto per quanto riguarda lo storytelling.
Acini che Sorridono nella Piana Rotaliana
La Pioggia Batte sul Ciglio del Vigneto
Rain, Riesling, Alois Lageder.
Siamo in Alto Adige, ma di poco. Magré sulla Strada del Vino è il primo paese della provincia di Bolzano, arrivando da sud, quindi dalla provincia di Trento. Qui si trovano la sede e la produzione di Alois Lageder, noto e stimato viticoltore altoatesino. Di conseguenza la lingua comunemente parlata è il tedesco. Il nome di questo vino, un Riesling, è un caso linguistico. Ebbene, “Rain” in tedesco significa ciglio, bordo, confine. Probabilmente si fa riferimento a un confine agronomico, forse geologico, probabilmente geografico. Ma per i più “Rain” riporta all’inglese che sta per “pioggia”. Non solo all’estero ma anche in Italia dove, ad esempio, la celebre canzone di Prince, Purple Rain, ha reso molto noto il termine. E’ necessario aggiungere che la pioggia non è propriamente un fattore positivo per la vigna, tranne quando ci si trova in periodi di siccità, logico. In generale però la pioggia porta umidità, che per la salubrità del grappolo non va molto bene. La scelta quindi di chiamare il vino “Rain”, diventa discutibile di fronte al prevalente significato tratto dall’inglese. Di certo questo vino non vorrà limitarsi al mercato dell’Alto Adige, davvero piccolo in termini commericiali. Per il resto l’etichetta è spartana ma elegante, molto lineare e di sintesi, con una bella rappresentazione grafica, in basso, dei profili delle montagne, o forse dell’andamento dei vigneti ai piedi di esse.
Un Vino Sugli Scudi e Sugli Scogli
Scoglio Nero, Ansonica,
Non si tratta di un errore di trascrizione, l’azienda in oggetto si chiama proprio “Tenuta Isola NEL Giglio”. Certo che se si cercano notizie su questa bellissima isola tirrenica Google ti dice subito che forse stai cercando qualcosa riguardo l’Isola DEL Giglio. E’ quindi un vezzo linguistico rischioso. Ma passiamo oltre e vediamo di commentare l’etichetta di questo nuovo vino, un bianco da vitigno Ansonica, tipico di quella terra, frutto della coltivazione di solo un ettaro di vigna. Da considerare che in totale, la superficie vitata dell’isola è di soli 20 ettari per 10 produttori. Tutte vigne ad alberello, per adeguarsi agronomicamente alle frequenti giornate di vento. Questo vino si chiama “Scoglio Nero”, e il riferimento è marittimo e geologico al tempo stesso. Terre scogliose, scoscese, rocciose, granitiche, dove i pendii diventano sabbia scura sfaldandosi sulle piccole spiagge. Il colore scelto per questo packaging è particolare: un grigio-azzurro che sa distinguersi. La trama grafica ci porta alla vista l’isola circondata da onde argentate, con inchiostro in rilievo. Curioso il sottolineare, in grande, la parola “nero” laddove si sta parlando di un vino bianco. Forse un altro vezzo creativo di chi ha progettato l’etichetta. In summa il packaging è pulito, gradevole, distintivo, originale nelle forme, nel croma e nel lettering. Il vino, per la cronaca, si colloca molto in alto a livello di prezzo. E quindi anche di aspettative!
Il Curioso Caso della Cuba Renana
L’Uva Acerba non va Bene. E Neppure l’Arte.
Aurora, Nebbiolo e Barbera,
Le etichette che riportano disegni infantili sono un fenomeno conosciuto. Capita abbastanza spesso di trovare, in uno scaffale di vendita o tra la gamma dei vini di un produttore, packaging che sono chiaramente attribuibili ai figli del produttore stesso. La “mano” artistica di solito tradisce età dai 3 ai 7 anni, cioè quel periodo dove l’estro artistico dei pargoli è ancora in fase di sviluppo, diciamo così. Alcuni disegni sono al limite del comprensibile. Altri, come l’esempio che qui riportiamo, un Langhe Rosso di Renato Fenocchio, sono più gradevoli, meglio compiuti. In questo caso abbiamo anche un bel nome, evocativo, “Aurora”, che probabilmente si riferisce a qualcuno della famiglia, oltre al magico momentum dell’alba. Perché i disegni di bambini non sono adatti a vestire una bottiglia di vino? Perché tutto sommato si tratta di una “comunicazione” famigliare, affettiva, che rientra e rimane nell’ambito della cerchia parentale. Dall’esterno si potrebbe percepire quella tenerezza che ai piccoli è dovuta e risulta sempre spontanea, ma ai fini della memorabilità del prodotto e della sua immagine nulla si costruisce. In questo caso, l’etichetta è piacevole, vediamo dei tulipani, così sembra, uno a forma di cuore. I colori sono brillanti, ripetiamo, il nome è bello ed evocativo, ma rimaniamo pur sempre nell’ambito di un’arte comunicativa acerba ed esacerbante.
Etichetta di Valore per una Croatina Biologica
Un Ventaglio di Vini per Anime Coraggiose
Maninalto, Nero d’Avola e Frappato, Joanna Dubrawska.
Diciamo subito che questo nome è bello, originale, coinvolgente: “Maninalto”. La storia però va spiegata. Si tratta di fatto di un nome di linea, cioè un nome per una gamma di vini. Anzi, per la precisione si tratta del nome di un progetto già molto ampio (in termini geografici, come numero di bottiglie, invece, molto piccolo). Ebbene, Joanna Dubrawska, già facente parte del team del noto produttore COS, siciliano, dopo aver appreso il “mestiere” ha deciso di intraprendere una carriera da “solista”. E ha dato vita al Natural Wine Project, un’idea innovativa che prevede di vendemmiare ogni anno in un luogo diverso, con vigne diverse e uve sempre diverse. Il comune denominatore è la naturalità, agronomica e produttiva. Insomma se le vigne prese in considerazione le vanno a genio, Joanna le affitta per un anno e ci fa un vino. Il primo, del quale vedete l’etichetta, è stato prodotto nel 2015 in Sicilia (una prova, mai messo in vendita), il 2016 è saltato per valutazioni qualitative negative, il 2017 sempre in Sicilia a produrre un vero Cerasuolo di Vittoria Docg (prima annata in vendita), nel 2018 la scelta è andata su un Mauzac Rosé (Francia), nel 2019 è stato prodotto un bianco a base di un vitigno della Savoia che si chiama Jacauère e nel 2020 è toccato alla Loira con un vino 100% Grolleau. Chiaro che sono tutti esperimenti da 800/1000 bottiglie al massimo ma l’originalità della formula e della sua presentazione, a partire dal’etichetta, fanno pensare e ben sperare un una continuazione del progetto con sempre nuove sorprese.
























