Osare con Naturalezza

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Rosé Osé, Sangiovese e altre uve nere, Mani di Luna.

Sicuramente questa etichetta va collocata nella categoria dei packaging “caserecci”, cioè fatti in casa. Gli elementi che compongono il design simulano la scrittura a mano (e di fatto la matrice di stampa è stata ottenuta da quella modalità) e uno stile di illustrazione molto “disegnato”. Non può sfuggire la sensuale ragazza di spalle che pigia l’uva in un tino: immagine bucolica-erotica che viene supportata da un nome del vino senza equivoci: “Rosé Osé”. Forse perché i vini rosati sono da sempre considerati viatici di serate romantiche. Fatto sta che questa etichetta la mette decisamente su un piano attenzionale istintivo, qualcuno direbbe anche maschilista (e “meschinista”, tanto per non perdere la voglia di generare neologismi). Certo è più facile provocare attenzione “profanando” castità. Anche se qui l’immagine in questione conserva un proprio candore di campagna. Far l’amore nelle vigne attiene a una cultura contadina che non si è mai nascosta dietro a finte remore, proponendo il tema in decine di racconti e canzoni popolari. Il vino come veicolo di vita, intesa ad ampio raggio comportamentale e filosofico. Un accenno al logo e al nome aziendali: “Mani di Luna”, anch’esso molto semplice, tracciato più che costruito. Viene giustificato con una bella frase che si trova nella home-page del sito di questo produttore biodinamico umbro: “Le mani tracciano il percorso, la luna ne scandisce i ritmi, la passione e l’amore donano l’energia necessaria a creare prodotti unici”. Affiora poesia, sorriso, naturalezza.

Un Design Fatto di Disegni

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Gigiò. Sangiovese e Colorino, Poggio La Noce.

Questa etichetta si potrebbe collocare nella categoria “vini-simpatia” o anche “vini-fumetto”. Infatti lo spazio dedicato al packaging è quasi interamente occupato da un omino simpatico e dinoccolato che ha tra le mani una bottiglia di vino e un calice, evidenziati con due macchie cromatiche rosse. Dove starà andando questo omino dei piedi lunghi? Non lo sappiamo, possiamo solo immaginarlo. Però vediamo che sorride, è allegro, accogliente, sereno. Ha una espressione da clown del circo. L’etichetta, molto semplice nell’impaginazione, è attraente per l’originalità del disegno. E certamente anche per la simpatia del nome: “Gigiò”. No è dato a sapere se questo nome si riferisce a qualcuno dell’azienda o a qualche antenato. Da notare che altri due vini di questa azienda toscana, di Fiesole, si chiamano Gigino (Sangiovese in purezza) e Gigetto (blend di Sangiovese, Canaiolo e Colorino). Certo i nomi attribuiti ai vini di questa azienda sono piuttosto creativi, eccone altri due: Paonazzo, Pinko Pallino, Bàja (nell’ordine, in queste etichette, si vedono i disegni (sempre “fumettosi”) di un pavone, di un ragazzo dalla testa colorata e di un cerchio come quelli lasciati, a macchia, sulle tovaglie, dall’appoggio di una bottiglia di vino). Una parte di Toscana che non si prende troppo sul serio. E potrebbe essere una buona idea per distinguersi dal classicismo estetico di molti vini di quella zona. Da notare infine che la scherzosità dell’etichetta qui mostrata viene bilanciata con la serietà della chiusura a ceralacca.

La Storia di Rosina Diventa Rosato

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Rosina, Magliocco Canino, Casa Comerci.

Si tratta di una etichetta semplice ma anche piuttosto atipica. Un figura di donna occupa tutto lo spazio disponibile in altezza. Certamente si fa notare anche da lontano. Alla destra della figura il nome del vino: “Rosina”. Allude, certo, al fatto che si tratta di un rosato, ma anche e soprattutto a una romantica e coinvolgente storia famigliare che il produttore racconta nel proprio sito internet: “Francesco (il capostipite) ebbe due figlie femmine, una disgrazia per la Calabria di allora, ma non per lui. A loro insegnò fin da piccole il valore della terra, il prestigio e la qualità dei suoi frutti. Ciascuna crebbe con una preferenza. Michelina innamorata della potenza dell’ulivo, Rosina, la secondogenita, dalla generosità della vigna. Proprio lei prosegue la strada tracciata dal padre. Per ironia della sorte, Rosina si sposa con Domenicoantonio Silipo, il bottaio del paese. Dalla loro unione nascono 7 figli. Rimasta vedova, Rosina, determinata ed educata a non demordere, comincia a dedicarsi con vigore al progetto del padre. Particolarmente legata all’ultimo figlio Salvatore, nato pochi mesi prima della morte del marito, e che chiama addirittura confidenzialmente Micuccio in onore del consorte, decide di eleggerlo erede delle terre e delle attività̀ del vino della famiglia”. Storia di forza e di passione. E anche di uomini (e donne) illuminati che vanno contro le “regole” della società. Ed ecco che la bottiglia di questo Magliocco (venduta prevalentemente all’estero) si trasforma in un omaggio alla coraggiosa Rosina. L’immagine è realizzata con uno stile asciutto, particolare, che non toglie emozione all’espressione del volto e al carisma della postura. La leggibilità del nome non è eccezionale; questo è dovuto allo “spezzato” delle sillabe, ma le dimensioni del carattere compensano. Originale e di sintesi anche il logo aziendale: una “C” con un ricciolo che sembra proprio un pàmpino.

Riccioli Floreali d’Abruzzo

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Vignafranca, Trebbiano, Fratelli Barba.

Un’etichetta semplice, ma con qualcosa di insolito. Innanzitutto il suo carattere generale molto floreale, femminile, elegante, decorativo. Non denuncia un carattere incisivo ma si fa carico di alcune buone percezioni: la pulizia grafica fa sempre il proprio gioco. Ma vediamo i particolari: il nome/marchio aziendale, Barba, nell’etichetta in alto, è scritto con un carattere articolato, con un ricciolo sfizioso sulla seconda “B”, generato dalla gamba della antistante “R”. Un giochino grafico piacevole e caratterizzante. I fiori delle illustrazioni non sono nulla di speciale se non per i tratti netti in contrasto con un inchiostro “complesso”, color turchese (un cromatismo che si vede raramente nel vino, appartenente ad altri codici settoriali) che risulta anche luminescente, cioè con un effetto “brillantante” che, con la luce adatta, può fornire preziosità al tutto. Il resto è preciso, centrato, impaginato su un finto quadrato bianco del quale non si percepiscono i contorni se non immaginandone mentalmente gli spazi. Il nome del vino è “Vignafranca” che potrebbe far credere a impianti a piede franco. Invece si tratta di una vigna molto giocane. Quindi “Franca” potrebbe essere qualcuno di famiglia o il risultato di una toponomastica (ipotesi più accreditata). È un prodotto di medio mercato, ma l’etichetta lo eleva e lo pone comunque in quell’aura di bottiglie che si fanno notare e che probabilmente anche solo per questo possono generare l’atto di acquisto da parte dei consumatori.

Il Design Emozionale

Fioravanti, Moscato di Terracina.

Il Moscato di Terracina è una di quelle rarità vinicole delle quali l’Italia intera è custode e interprete. Andando indietro nel tempo, si tratta di una testimonianza mediterranea di antiche migrazioni, le colonie greche, che portavano con sé le viti migliori per poterne disporre durante i periodi di permanenza nelle nuove terre (che spesso diventavano definitivi). Questo moscato, che ha preso casa nel basso Lazio è una tipicità che si coltiva sono in tre paesi: Terracina, Monte San Biagio e Sonnino. In questo caso la rarità è anche ben rappresentata da un’etichetta particolare, emozionale. Lasciando a latere, questa volta, le parole (nome del vino e nome del vitigno), ci concentriamo sull’immagine. Non può sfuggire, proprio al centro dell’elaborato, una delle più classiche e stereotipate iconografie: un cuore. Ma questo è proprio l’esempio che ci serve: non è il solito cuore. Il solito romanticismo, il solito “amore”. Il trattamento grafico, anzi pittorico, è particolare. Sarà la “grana” della carta (o dello sfondo) o pure la luce impressa agli elementi o ancora l’accenno di un calice dentro al quale il cuore rosso è iscritto... tutto un complesso di cose che rendono questa immagine e conseguentemente questa etichetta tutt’altro che un cliché. È un packaging che parla, che canta, che racconta, che emoziona. A metà tra un sorso di vino, un fiore (una rosa?) e un cuore, questa immagine ha il pregio dell’intensità, e non solo cromatica. A volte basta poco. O forse ci vuole tanto.

Chi Semina Vento Raccoglie Tempesta

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Tempestivo, Trebbiano Spoletino, 
Colle Ciocco (Azienda Agricola Spacchetti).

Chissà se i titolari di questa azienda umbra, di Montefalco, hanno voluto, con il nome “Tempestivo”, alludere alla tempesta (prima possibilità), all’essere un vino immediato e puntuale (seconda possibilità) oppure a comporre in una parola il “tempo estivo” (terza possibilità). Certo che la prima sensazione che emerge è quella legata all’evento meteorologico che i vignaioli temono di più, la grandine. In comunicazione esiste la modalità detta del “negative approach” ma non bisogna abusarne. Insomma sembra proprio un nome non molto positivo. Ma vediamo il resto. L’azienda come definizione ufficiale si divide tra Colle Ciocco (scritto alla base delle etichette), Agricola Spacchetti (in testa alle etichette di tutta la gamma) e Azienda Agricola Spacchetti (che si trova nel footer del sito internet). Sembra più in auge la prima. Ma tre possibilità, anche in questo caso, sono decisamente troppe. Design dell’etichetta: si può definire elementare, ai minimi termini. Cornice d’ordinanza, testi centrati, unica concessione, diciamo così, alla fantasia, la texture di fondo con vaghi ricami “vegetativi”. Il logo del nome aziendale, Colle Ciocco, sono due “C” che vanno a braccetto. Troppo semplice per essere vero. 

Un Recioto Porta-Fortuna

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Cul d’Oro, Recioto di Gambellara, Vignato (Davide).

Anche se purtroppo le immagini proposte non sono molto definite (è quello che si trova in rete), avete letto bene: questo vino si chiama “Cul d’Oro”. Si tratta di un passito, un Recioto di Gambellara per l’esattezza. Terre vulcaniche nel Veneto occidentale. Soprassediamo un attimo sul nome del vino e vediamo che il nome del produttore (nonché marchio dell’azienda) è Vignato. Meglio di così! Un cognome che dice “vigna”, dice viticoltura, parte subito bene. L’etichetta ugualmente si presenta bene: un semplice gioco di strisce bianche e nere genera un colpo d’occhio originale e in grado di farsi notare anche a distanza, sullo scaffale o direttamente a tavola. Per il resto semplicità ad oltranza: impaginazione centrata, stacco cromatico tra la capsula gialla in lacca e il nero dominante dell’etichetta. E poi c’è il nome del vino, scritto in giallo-oro, per farsi notare, ma effettivamente poco leggibile per via del carattere di scrittura prescelto (un graziato arcaico che si presta poco alla comunicazione). Sta di fatto che leggendo con attenzione risulta proprio un “Cul d’Oro”.
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Ma al di là delle prevedibili battute che possono generarsi a tavola, soprattutto dopo qualche calice, questo nome ha una spiegazione, che abbiamo trovato nel sito internet dell’azienda: “Un vino dolce di sola uva Garganega. Nel nome, un riferimento al luogo in cui crescono le vigne. Cul d’Oro è una zona di vigneti collinari chiamata così per la forma del terreno e per il colore dei grappoli maturi. I vigneti hanno in media 25 anni. La selezione dei grappoli è fatta a mano e in cantina arrivano solo quelli migliori. Cul d’Oro appassisce nei picai, si affina in barrique”. Tutto bene, quindi, una collina a forma di... sedere. Come minimo porterà fortuna commerciale al vino!

Il Vino col Cordino

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Urùlu, Cannonau di Sardegna, 
Cantine di Orgosolo.

La caratteristica principale di questa etichetta è la presenza di un cordino, tipo “sigillo”, legato su un lato e passante in un foro prodotto nella cartotecnica dell’etichetta stessa. In pratica il cordino finge (e funge) di tenere insieme il fronte e il retro-etichetta. L’effetto è qualcosa che trasmette “manualità”, piccole produzioni artigianali, genuinità e anche una certa originalità, visto che soluzioni del genere non se ne vedono in giro. Etichetta dallo stile moderno, asciutto, lineare, ma con questo accorgimento il tutto risulta più “contadino” di quanto non potrebbe sembrare senza di esso. Il nome del vino è davvero “cacofonico”: Urùlu. E deve essere spiegato, se l’avventore non è della zona di Orgosolo in Sardegna. Infatti il produttore, nel sito internet precisa che: “Urùlu è una località che dista 4 km dal centro abitato di Orgosolo caratterizzata da un promontorio, che domina la vallata di Locoe (area vocata e storicamente coltivata a vite), alto circa 800 m.s.l.m. su cui insiste un santuario nuragico. Qui sono stati rinvenuti interessanti ed originali reperti nuragici (1900 anni a.C.) e post-nuragici tra i quali alcuni attingitoi in lamina bronzea la cui funzione, a detta di esperti archeologi, è stata quella di taste-vin “ante litteram”. Bello il racconto del taste-vin e dei ritrovamenti nuragici. Insomma c’è del buono. 

Verdicchio in Tutte le Salse

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Le Salse, Verdicchio di Matelica, Cantine Belisario.

Si tratta di un vino da export prodotto da una nota azienda marchigiana. Infatti di questa etichetta non si trova traccia nella sezione “vini” del sito del produttore. Si trovano invece molti link di vendita all’estero con alcune spiegazioni riguardo questo Verdicchio. Naturalmente la nostra attenzione è andata subito al nome del vino, “le Salse”. In Italia infatti le salse sono riconducibili a dei sughi per la pasta o a qualche intingolo per la preparazione di piatti in umido, insomma, quando si legge “salse” si pensa al cibo piuttosto che al vino. Ma vediamo cosa dice a tal proposito un sito americano che tratta (e spiega) questa bottiglia: “The vineyards are on top of a Jurassic-period raised sea bed, near saltwater springs called le salse (from sale / salt.) The high altitude of the raised valley (450 meters), its north-south orientation, and the distance inland from the sea combine to block off the tempering coastal influence and result in large day / night temperature differences”. Salse, in effetti, nasce da “sale” anche per quanto riguarda le preparazioni alimentari. Certo è curiosa questa fonte di conoscenza e di salinità. Curiosa anche la grafica in etichetta: una mappa antica dei luoghi di elezione conduce a sensazioni legate alla tradizione e al tempo stesso, dovutosi alle scritte sovrastanti, al carattere di scrittura, a un certa sfrontatezza cromatica, si hanno percezioni di azzardo innovativo. E non è detto che le due cose possano convivere felicemente.

Satiri, Eclissi, Travasi e Baccanti

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Smembar, Sangiovese Superiore, Maria Galassi.

Alcuni vini della gamma prodotta da Maria Galassi fanno riferimento al termine “smèmbar”. Parola difficile da intercettare, come dizione dialettale, per chi non è romagnolo. Ebbene gli “smèmbar” sono i poveracci, gli straccioni,  i popolani. Il tutto nasce da un lunario scaturito (prima edizione nel 1865!) dal tipico sentimento popolare romagnolo, anarchico, alle prese con la dura quotidianità. Il famoso “Lunèri di smémbar” (Lunario dei poveracci), che si compone di due parti: una dedicata alle vignette satiriche su qualche avvenimento politico, l’altra parte invece contiene una infinità di bazzecole tra le quali le indicazioni sulle feste religiose, le date delle processioni e delle messe, i santi romagnoli, le eclissi e le fasi lunari ad uso degli agricoltori, siano essi di vigna o di campo.
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La relazione con il vino va trovata nel fatto che da tempo immemore si presume una certa influenza della luna A carico delle fasi di varie attività rurali, come i travasi delle botti o le semine più importanti. Curioso il nome (e il suo “racconto popolare”), curiosa l’illustrazione in etichetta: un satiro in atteggiamento amoroso con una baccante. Un packaging quindi regionale, gigionesco, anacronistico, ma in grado di attirare l’attenzione con il “fattore curiosità”. Certo non si tratta di marketing strutturato che per certi vini non servirebbe nemmeno.

Mostri Fluviali in un Mare di Sangiovese

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Porcamiseria, Sangiovese, Terramante.

Chissà cosa ha spinto questa azienda umbra, di Todi, a chiamare il proprio sangiovese in purezza “Porcamiseria”? Si tratta di una affermazione che si può definire popolare. In uso sia per questioni positive, sia negative. Si dice “porca miseria” per imprecare contro le ingiustizie della sorte, ma anche quando, ad esempio, si assiste a qualcosa di superlativo, stupefacente. E crediamo sia proprio questo il caso in questione, o comunque lo speriamo, pensiero positivo, visto che nel sito del produttore di questo vino non abbiamo trovato spiegazioni ulteriori. Potrebbe esser un “porca miseria” di apprezzamento per un vino riuscito particolarmente bene. Il visual dell’etichetta sembra, per altro, non fornire informazioni utili alla soluzione del “rebus”: vediamo un pesce, un luccio dragonesco, emergere tra i flutti (del Tevere probabilmente, visto che la zona è attraversata da questo fiume). Il nome dell’azienda, Terramante, anch’esso composito, richiama ad un amore per la terra che si ritrova nella filosofia aziendale. Per il resto la grafica è ordinata, gli elementi semplici e diretti, le scritte leggibili. Nella elementarietà di questa etichetta, comunque, i due elementi di spicco forniscono punti di attenzione notevoli: il nome del vino e il pesce-mostro sono ampiamente sufficenti per la memorabilità del prodotto. Il calice farà il resto.

Suona il Blues Questo Rosé

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Pinkfluid, Montepulciano e Syrah, 
Fattoria Le Terrazze.

Non siamo a Londra e nemmeno a NY. Siamo nelle Marche, a Numana, provincia di Ancona, terra di molti buoni vitigni e vini. L’azienda “Le Terrazze” per il proprio rosato di nuova concezione si inventa una specie di omaggio allo storico gruppo rock dei Pink Floyd. E se vogliamo, senza urtare la suscettibilità dei fan, si inventa un gioco di parole che in ogni caso richiama certamente la band di origini inglesi. Il nome del vino “Pinkfluid” in effetti dice quello che deve dire: fluido (cioè liquido) rosa. Lo dice con un inglese corretto, “fluid”, mentre in verità Floyd è un cognome. Il gruppo dei Pink Floyd infatti per il proprio nome si ispirò a due celebri blues-man: Pink Anderson e Floyd Council che suonavano il “Piedmont Blues” (non si tratta del nostro Piemonte, bensì di un altopiano sulla costa orientale degli Stati Uniti). Ma torniamo all’etichetta: fondo bianco, un fiore artistico fucsia, toni accesi come sempre accade per le bottiglie di rosato. Certo colpisce il nome (e forse solo quello), scritto in alto, con un carattere moderno, attuale, scorrevole. Ci si potrebbe chiedere: e i nomi degli altri vini della Fattoria Le Terrazze? Musicali e ironici anche loro? E invece no, diciamo un misto di tutto: Chaos (Rosso Igt Marche), Le Cave (Chardonnay), Sassi Neri (Conero Riserva), Donna Giulia (Spumante Metodo Classico) e uno strano “Vision of J” (Montepulciano d’Abruzzo). La vita (e la vite) è tutto un varietà (e un varietale).

Le Sirene dei Boschi Danzano Nude

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Driade Felice, Merlot, Le Driadi Slow Farm.

Davvero una piccola azienda famigliare: solo 1 ettaro e mezzo di vigna in una zona sconosciuta a nord di Bergamo. Esattamente la cascina e i vigneti si trovano in località Capitaglio, comune di Palazzago. Non sono terre che hanno guadagnato prestigio, ma lì si coltiva la vite da decenni ed è proprio grazie a un vigneto recuperato che la famiglia Chenet ha iniziato a fare vino, non più tardi del 2015. Il nome dell’azienda e di uno dei vini rappresentativi della limitata produzione attuale, deriva dalle “driadi”: figure mitologiche greche, per l’esattezza “ninfe delle querce” (da “dryas”, quercia). Le driadi, secondo i racconti dei miti, vivevano nei boschi, più precisamente danzavano in onore del naturale vigore vegetativo. Venivano rappresentate come giovani donne, prevalentemente nude, con la parte inferiore del corpo terminante in un tronco d’albero. Delle piante-umane, insomma. La versione boschiva delle sirene. Ed è proprio una di queste figure che è stata collocata nell’etichetta del Merlot “solo acciaio” dell’azienda: una immagine che certamente incuriosisce e che rimane in mente. Il nome del vino “Driade Felice” conferma la scelta mitologica incentrata su queste affascinanti creature del bosco. Nel complesso si tratta di una etichetta che anche per i cromatismi utilizzati risulta elegante e valorizzante, non solo a livello concettuale ma anche estetico.

Qui e Ora, Precipita la Vita

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Ruit Hora, Bolgheri Rosso Doc, 
Caccia al Piano.

Il vino in esame è una composizione (un blend) e anche il suo nome può essere considerato una composizione: si riferisce a una delle Odi Barbare di Giosuè Carducci. La materia prima sono 4 vitigni rossi (Merlot, Cabernet, Petit Verdot, Syrah), la materia cerebrale si riferisce al già noto concetto: “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia” (Lorenzo il Magnifico, in questo caso). Qui il Carducci con “Ruit Hora” (cioè “precipita l’ora”) vanta, o denigra, dipende dai punti di vista, le bellezze della vita. L’azienda che produce questo vino, infatti, si trova a metà strada tra Bolgheri e Castagneto Carducci. Va da sé che abbia deciso di inneggiare al Grande Poeta, nelle etichette dei vini e nei testi della comunicazione on e off-line. In particolare la poesia alla quale si riferisce il nome in questione, parla effettivamente di vino e amore, anzi, li colloca proprio al centro dell’attenzione. Eccone uno stralcio iniziale: “O desïata verde solitudine, lungi al rumor de gli uomini! Qui due con noi divini amici vengono, vino ed amore, o Lidia”. Spesso i grandi compositori hanno celebrato il vino come amico sincero, se non musa ispiratrice. Il vino se non alcolici ancora più inebrianti come i famosi cocktail di cui “faceva uso” Hemingway. L’etichetta è molto regolare, semplice, lineare, ma presenta alcuni particolari interessanti. A parte il poetico ed evocativo nome del vino (almeno per quanto riguarda la cultura del Vecchio Continente, non sappiamo cosa riuscirebbero ad evincere, ad esempio, gli americani o gli australiani), attira l’attenzione la trama in oro al centro che sembra proprio rappresentare un coltivo (ma sembra anche, da vicino, uno scritto in arabo). Di richiamo storico, nella grafica, il logo aziendale, giustamente “spiegato” con la scritta a lato “Caccia al Piano 1868”. Non siamo di fronte a un’etichetta eclatante, ma un onesto 6 e mezzo lo ottiene,

Croma su Croma, Roma per Toma

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Barolo, Mario Marengo.

Cosa può spingere un’azienda nel generare un’etichetta poco leggibile? La conservazione della tradizione? Lo status-quo dell’imprimatur generazionale? O anche: se l’etichetta in questione è pre-esistente (perché ad esempio i nonni la commissionarono al tipografo del paese di un secolo orsono e quindi le tecnologie non erano quelle attuali) perché non modificarla in modo da renderla più comunicativa, più empatica, semplicemente più fruibile? Non sappiamo. Possiamo solo mostrare questa etichetta, di un prestigioso vino, di una piccola ma stimata azienda famigliare, che evidenzia delle lacune in fatto di packaging che sarebbero facilmente correggibili, anche senza snaturare lo stereotipo. I vini in questione non hanno nome, ma questo è comprensibile per l’area del Barolo che fa gran nome da sé. I nomi dei cru sono i realtà i veri nomi dei vini (dove apponibili), come Bricco delle Viole o Brunate.
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Il fatto è che sono in molti i viticoltori che possono citare queste zone vocate in etichetta. Quindi la distinzione, oltre alla qualità del vino, la dovrebbe fare l’etichetta. Distinguersi e farsi leggere, farsi capire, facilitare il ricordo, imprimere un “timbro” mnemonico, costruire su un marchio (spesso in queste zone il cognome della famiglia, ma pur sempre un marchio). In questo caso il nome della famiglia produttrice è scritto molto in piccolo, in oro, su sfondi ocra o gialli. Quel poco colore che si intuisce nella scritta “Barolo” e nel nome dei Cru, è cromaticamente molto simile allo sfondo. E siamo da capo. Per il resto, cornici arcaiche, impaginazione elementare, particolari che si perdono. L’unica nota di personalità viene data dalla scritta in rilievo “Albeisa”, nella parte superiore del vetro della bottiglia, imposta dal Consorzio, anni fa, a tutti i produttori, in modo da potersi distinguere da altre realtà vinicole italiane. Ma anche i singoli dovrebbero fare qualcosa di evolutivo.

Miti e Serpenti della Liguria Toscana

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Gorgonia, Merlot, Giacomelli.

Diversi punti di osservazione per questo vino. Diciamo originalità. Innanzitutto si tratta di un rosato ottenuto da vitigno Merlot (non capita spesso). Aggiungiamo che il vino viene contraddistinto dalla Igt Liguria di Levante, ma di fatto, essendo azienda e vigneti a Castelnuovo Magra, siamo in quella strana terra di mezzo che amministrativamente è Liguria, ma per tutto il resto è Toscana. In terzo luogo il simbolo, diciamo lo spunto, che caratterizza l’etichetta di questo vino: è un corallo che fornise direttamente il nome a questo rosato che si chiama “Gorgonia”. Il legame concettuale è dovuto al colore del vino, molto bello e, appunto, corallino. Per la cronaca la Gorgonia (il corallo) prende a sua volta il proprio nome dalla figura mitologica greca Gòrgone (questa volta con l’accento sulla prima “o”). Si dibatte se la Gòrgone era un essere a tre teste, Medusa, Steno ed Eurìale. O se veniva impersonata solamente da Medusa, come cantò Omero. Il corallo in questione infatti somiglia alla chioma ricciuta e rossa (formata da ciocche di capelli e da serpentelli) della Gòrgone. L’ultima stranezza è dovuta alla modalità con la quale è scritto il nome sull’etichetta: con una della due “g” a testa in giù. La lettura, in questo caso, è solo lievemente pregiudicata: la variante grafica riesce a incuriosire e ad attirare l’attenzione. L’etichetta comunque ha un suo carattere, soprattutto cromatico, e riesce a farsi notare anche in mezzo al “mare” della concorrenza vinicola.

Contrasti della Cultura Siciliana

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Contrasto del Rosso, Nero d’Avola, Augustali.

Regna la semplicità in questa etichetta siciliana. Nello stile e nei tratti di design. Estrema sintesi che porta ad un contrasto tra nero e bianco, tracciato da una “sky-line” di campagna: si intuisce una luna e forse delle case, un campanile. Per il resto vediamo al centro il nome del vino, assonante con il packaging visto che si tratta di “Contrasto del Rosso”. All’apice il logo e il nome del produttore, che a dire il vero alterna, tra etichetta e sito web, varie denominazioni: dal semplice Augustali, a Bio Fattoria Augustali, fino ad Azienda Agricola Augustali. Insomma ci siamo capiti. Quello che non si capisce ancora bene in Italia e che un marchio deve essere unico e solo quello. Dappertutto nella comunicazione.
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Ma torniamo all’etichetta che ha una sorella gemella per il bianco: Contrasto del Bianco (Vermentino in prevalenza, con un 10% di Catarratto), speculare nello scambio di cromatismi tra nero e bianco. Interessante la spiegazione del nome che troviamo nelle schede tecniche pubblicate nel sito internet dell’azienda: “La Sicilia è da sempre luogo di contrasti: terra ricca e ‘scarsa’, luminosa e buia, fertile e arida, frenetica e pigra. Dall’interpretazione di un territorio unico nasce il vino Contrasto che porta il nome dello stile poetico di Cielo d’Alcamo e della sua celebre Rosa Fresca Aulentissima”. L’opera è stata scritta nella prima metà del XIII secolo in lingua popolare siciliana ed fu di fatto una forma di protesta contro un editto che in pratica salvaguardava gli eventuali stupratori di fanciulle dietro pagamento di una somma elevata e dietro dichiarazione di fedeltà all’imperatore. Ecco l’incipit della prosa: “Rosa fresca aulentissima ch’apari inver’ la state, le donne ti disiano, pulzell’ e maritate: tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate; per te non ajo abento notte e dia, penzando pur di voi, madonna mia”.

Rosso e Non Più Rosso

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Pink is not Red, Carignan e Syrah, 
La Cave Apicole.

Che un rosato non sia un rosso, in questo caso, viene dichiarato in modo molto evidente. Con una scritta preminente che è anche il nome del vino: “Pink is not Red”. In effetti non è così scontato che tutti lo sappiano. Discussioni, anche tra professionisti del settore, nascono continuamente di fronte a calici di vino che si presentano con varie sfumature di rosa. Ad esempio la Schiava dell’Alto Adige spesso si presenta con un rosso che non è rosso e un rosa che non è abbastanza rosa. Ma qui siamo in Francia, patria dei rosé, e la piccola cantina “naturale” nei pressi dei Pirenei di cui stiamo trattando, utilizza per questo vino i vitigni Carignan e Syrah. Il design dell’etichetta è composto, praticamente, per il 90% dalla grande scritta a mano che presenta il nome. Uno stile molto spartano che dichiara le intenzioni schiette e puriste dell’azienda, in modo anche un po’ sguaiato. Qui il marketing non entra e non c’entra (ma si è sentita la necessità di un nome in inglese, che fa già “global” di per sé): governa il prodotto e chi lo lavora e realizza. Nonostante questo (o proprio a causa di ciò) un po’ di personalità emerge ad opera di una scritta aggressiva come quelle che spesso si vedono sui muri delle città, che invade la percezione come in un grido. Una affermazione forte, un avvertimento spontaneo, un’allerta comunicativo che fa da spartiacque anche nei confronti del consumatore.

Un Tuffo Dove l’Acqua è Più Rosa

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Domaine Casanova, Ile de Beauté Igp (Sciacarellu e Cinsault), Les Vignerons d’Aghione.

I vini in lattina fanno fatica ad affermarsi, ma piano piano crescono. Saranno le nuove generazioni che sono cresciute con le “can” di Coca-Cola, sarà la praticità che l’estate giustamente evoca e richiede. Sarà forse che il vino sta diventando una bibita? Che si stia “birrificando”? Ugualmente la categoria dei rosé, con la bella stagione risorge. Questi due elementi hanno indotto, probabilmente, questo grosso produttore còrso a produrre una variante del loro rosato, anche in lattina. Con un packaging completamente (e giustamente) diverso rispetto all’etichetta del vino in bottiglia. La curiosità è dovuta anche, per inciso, ad uno dei due vitigni con i quali viene prodotto questo vino: lo Sciacarellu. 
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Tornando alle etichette: quella del vino in bottiglia tutto sommato è normale, elegante, ben impaginata, con codici classici di preziosità da vino romantico: un po’ di oro, un grappolo, qualche ghirigoro, caratteri graziati. Più divertente da analizzare il design della versione in lattina: una avvenente e provocante ragazza con occhiali da sole sta sospesa sul bordo di un trampolino, a sua volta ai bordi di una piscina. I capelli e il costume da bagno della ragazzo sono rosa come il vino, nota grafica e creativa che ben si sposa con l’azzurro del cielo (o dell’acqua) in un connubio cromatico comunque molto sfruttato e vincente. Il nome del vino, “Domaine Casanova” conferma l’ambiente sensual-romantico che in questi casi va per la maggiore: cena a due, bordo mare o piscina, lume di candela, vino rosè... il resto è facilmente immaginabile. Ed è questo il ruolo del marketing e della pubblicità, tutto sommato.

Un Aglianico Anarchico (e Romantico)

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Amami, Falanghina (o) Aglianico, Ersilia Petito.

Prima di parlare del naming e del packaging di questi vini è necessario fare una panoramica sull’idea in generale. Sul progetto. A quanto dichiarato da chi ha avuto questa “pensata”, si tratta di un concetto che punta a portare un vino bianco e/o un vino rosso in situazioni romantiche o, in alternativa, molto funzionali alla ristorazione. In questi termini: serata a due, organizzata anche con un “contorno” di allestimento (tovaglia, palloncini, calici personalizzati, etc.) oltre ai vini prescelti, oppure  un banchetto di intrattenimento pre-cena fuori dai ristoranti (stuzzichini e allestimento compresi) per ingannare l’attesa con qualche calice. Questa (in estrema sintesi) è la questione. Passando al naming: “Amami”, diciamo subito che nel mondo del vino è molto sfruttato, rimanendo indiscutibilmente “romantico”.
packaging comunicazione vino
Nel marketing tattico del lancio, il nome di questo vino viene supportato dal testimonial Nico Femiano, che non a caso esegue il brano “Amami” come cantante. Parliamo del logo: una grande “A” in stile “anarchia” ma incastonata in una “Omega”. Un segno grafico tra il tribale e il messianico. Certamente, grazie anche alle dimensioni di tale logo, riportato in etichetta, molto visibile e incisivo. Il dubbio è se tali codici grafici e in generale di comunicazione possano “fare bene” a un vino. Probabilmente la proprietà punta maggiormente ad un effetto scenico con le proposte descritte prima, per un romanticismo d’attacco, un consumo di spunta e un approccio culturale “periferico”. P.S.: confermiamo che anche il rosso, l’Aglianico, è in versione frizzante. Al consumatore piacendo.
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Tra i Francesi che s’Incazzano (cit. Paolo Conte)

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Hey French (You Could Have Made This But You Don’t), Garganega con Pinot Bianco e Sauvignon, Pasqua.

Si tratta sicuramente del record di lunghezza per un nome di un vino. Anche se l’azienda, per praticità lo chiama più semplicemente “Hey French”. È un nome decisamente sfidante quello di questo vino, così come è molto coraggiosa l’idea enologica che custodisce nei propri voluttuosi flutti. Vediamo prima il nome: teniamo innanzitutto conto che si tratta di un nome in inglese per un vino italiano. Un nome in  inglese che prende in giro i francesi. Sembra una barzelletta. Ma è tutto vero. La traduzione sarebbe: “Hey, francesi, avreste potuto farlo anche voi questo vino ma non lo avete ancora fatto”. Insomma un coraggioso proclama di superiorità, almeno per quanto riguarda la modalità produttiva. Passando quindi al vino vero e proprio, la novità è che i tre vitigni che lo compongono vengono mischiati anche con annate diverse, precedentemente conservate in cantina. Una sorta di “vintage-blend” come si fa con lo Champagne. La grafica dell’etichetta, molto avanguardista, da rottura netta degli schemi classici che comunque nella zona di Soave vanno ancora per la maggiore, è stata realizzata (ironia della “sorte”) da un artista di nazionalità francese, tale CB Hoyo. Le scritte, a mano, molto disordinate, si mescolano alla rinfusa con macchie di colore ed altri elementi visivi che risultano così improvvisati da far sembrare l’etichetta un bozzetto di qualcosa che verrà. Packaging anacronistico, artistico, provocatorio, dissacrante, sorprendente a suo modo.

Uva Pane e Vino Canterino

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Luscinia, Malvasia Puntinata (del Lazio), 
La Valle dell’Usignolo.

Il nome di questo vino figlio naturale dell’Italia centrale è facile da intercettare. Basta consultare un dizionario di latino per scoprire che “Luscinia” sarebbe a dire “usignolo”.   Inoltre, consultando il vocabolario di Treccani si scopre che è ammessa anche l’accezione poetica “lusignolo”, proprio così, senza apostrofo, come parola unica. L’assonanza con “Luscinia” c’è, ed il mistero è risolto. Non è quindi un caso che l’azienda, nel proprio nome, alluda anch’essa al volatile in questione: “La Valle dell’Usignolo”. Etichetta molto semplice, sfondo bianco, la sagoma di un borgo antico, forse di un castello, probabilmente riferito alla sede aziendale, a Sermoneta in provincia di Latina. Unica concessione alla creatività (a parte l’adozione concettuale dei pennuti canterini) viene dal carattere di scrittura del nome del vino: scritta fantasiosa, quasi fiabesca, color verde smeraldo. Non stona. Per concludere vale quindi raccontare la particolarità del vitigno: la Malvasia Puntinata del Lazio, una delle Malvasie più qualitative in termini di produzione di vino, sembra venisse nominata “uva pane”, dagli antichi romani, a causa della sua generosa produttività. Una vitalità che oggi viene “regolata” da potature e vendemmie verdi al fine di ridurre le rese ed ottenere quindi un nettare più concentrato.

Un Fiano che Parla di Genova, Salerno e Buenos Aires

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Cumalè, Fiano Cilento, Casebianche.

Il nome di questo vino, al nord (in Piemonte ma anche in altre regioni d’Italia) richiama un’espressione dialettale che corrisponde più o meno a “Come va?”. Ovvero il “Cumalè” sarebbe un “Come è?” in senso generale. Ma nel particolare, cioè per questo vino, il “Cumalè” è dialetto genovese. E per la precisione è una parola tratta dal testo di una canzone di Fabrizio De Andrè: Dolcenera, che molti conoscono. I produttori, Pasquale Mitrano e Betty Iuorio, e il loro vino, sono del Cilento, subregione della Campania, ma amano a tal punto l’opera musicale del cantautore genovese che hanno voluto omaggiarne la memoria chiamando questo Fiano con una parola delle note prose da lui composte. E gli “omaggi” no finiscono qui. Nel design dell’etichetta, molto pulito, chiaro, elementare nei tratti definiti e facilmente percepibili, hanno voluto inserire un riferimento al fumettista Hugo  Pratt, creatore del personaggio Corto Maltese. Infatti l’altra stranezza di questa etichetta è quella doppia luna gialla che si vede in alto a sinistra.  Si tratta di una citazione dedicata a quella Buenos Aires di “Tango”, storia speciale del disegnatore e del suo noto personaggio, dove, in un cielo scuro, l’astro d’argento “raddoppia” unendosi alla magia di altri misteri tenebrosi. Un’etichetta, quindi, che non ha nulla a che fare con il vino che contiene, se vogliamo, ma che riesce a farsi notare per eleganza grafica e, se raccontata, può evidenziare due storie interessanti. Certo, così facendo, si potrebbe proprio dire che “vale tutto”. Noi concludiamo dicendo che la personalità, la creatività, dei viticoltori si può esprimere, oltre che nelle qualità intrinseche del vino, anche in questi modi.

Trifola in Rosa per il Mercato Estero


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Curtis Nova “Trifola”, 
Rosato da Barbera e Nebbiolo, 
La Bollina (Export).

Alcuni vini non hanno nome (succede spesso, in etichetta viene riportato o il nome dell’azienda che diventa quindi nome del vino o solo il nome del vitigno che compone il vino). Di contro, alcuni vini sembrano avere troppi nomi. È forse il caso di questo rosato da esportazione della nota azienda piemontese La Bollina. L’etichetta molto pulita, semplice, lineare, possiamo dire anche elegante, sul fronte riporta tre poli attenzionali: in alto leggiamo “Curtis Nova” (identificato come nome di linea ma posizionato così potrebbe sembrare anche nome del vino), al centro quattro numeri “crociati” che sembrano una data, “1888”, molto evidenti anche come cromatismo (rosso e con inchiostro lucido) e infine in basso quello che dovrebbe essere il vero e proprio nome del vino: “Trìfola”. Cercando in rete si scopre che in effetti “Curtis Nova” è un nome di linea, in quanto contraddistingue anche altri vini della linea che La Bollina dedica all’export, soprattutto per il mercato tedesco e scandinavo. Il riferimento numerico dovrebbe essere la data storica del sito residenziale attualmente sede aziendale, riconducibile a tali Marchesi Figari di Genova. Il nome “Trìfola” non si spiega: si tratta di una accezione locale per dire “tartufo”, solitamente quello più pregiato, quello bianco, che si trova in buone quantità e qualità nell’alessandrino. Ma la parola “trifola” all’estero non è conosciuta ed è difficilmente traducibile in quanto semi-dialettale. Inoltre, ma questo è molto soggettivo, un vino rosato non si presta molto ad accompagnare i sapori pungenti, molto forti, del tartufo, sia esso bianco o nero. 

Giraffa Rock per Vino Spot

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African Rock, Cabernet Sauvignon e Pinotage, Aldi (De).

Cosa può fare una grafica accattivante e un inchiostro speciale? Molto, a livello di immagine. Anche nel settore low-price della Gdo (in questo caso tedesca, ma che recentemente ha esordito anche in Italia). Stiamo parlando di un vino sudafricano che in etichetta esprime bene le proprie origini. E la magia di quel continente. Spicca nettamente la sagoma di una giraffa. A dire il vero la giraffa in questione, graficamente, è costituita solo dalle sue “macchie”. La tipica marezzatura cromatica di questo simpatico artiodattilo dal collo lungo. Dietro alla giraffa si scorge un paesaggio da savana stampato in oro, con un inchiostro riflettente. Granata e oro stano molto bene insieme. Il resto, il design, è ordinato, elegante, molto intelleggibile, carattere di scrittura chiaro e immediato, carta goffrata di un certo pregio (almeno come sensazione). Ripetiamo, siamo nell’ambito di un vino che costa meno di 5 Euro, eppure l’etichetta è “spesa” bene. Pensata e realizzata con un certo gusto e con un concetto forte e premiante. Si fa notare e apprezzare. Un marchio, in basso, mette in evidenza un punteggio ottenuto da questo vino da parte di una rivista che si occupa di stile e gourmet: sono le solite cose, ma alla fine funzionano. Un nota su uno dei due vitigni con i quali è prodotto questo vino: il Pinotage è prerogativa quasi esclusiva del Sud Africa, infatti si tratta di un incrocio tra Pinot Nero e Cinsault creato dal Dott. Perold nel 1925 e particolarmente adatto alla celebre zona di produzione di Stellenbosch.