Questa etichetta "primaverile" esce dagli schemi classici dei vini Piemontesi. In effetti la "categoria" vini bianchi in quelle terre è poco rappresentata. Forse per questo qualche storico produttore, come Marchesi di Barolo, si permette di creare, per i bianchi, etichette fantasiose, solari, leggiadre. In questo caso la classicità è rappresentata dal nome, in dialetto, "Bric Amel", breve, sia pure composto, con una buona sonorità dove la morbidezza della seconda parola (con la "m" e la "l") attutisce l'asperità del "Bric". Veniamo al significato: "Bric" notoriamente è il nome delle sommità collinari delle Langhe, tutt'altro che aspre, se non nella "c" finale del loro nome. "Amel" sarebbe il miele. Forse vagamente riferito anche ai riflessi organolettici ritrovabili nel vino, ma la vera storia del nome nasconde notizie intriganti (per la fama e la notorietà che questo vino vuole costruirsi): il "Bric Amel" quindi è la "Collina del Miele" cioè la "Collina delle Api". In pratica nel vigneto dove è posta la produzione dei tre vitigni che compongono questo vino, circolano libere e felici le api. Segno di purezza e quindi di cura nella coltivazione. Un bel concetto da trasmettere ai possibili consumatori. E poi dove ci sono le Api ci sono i fiori, i colori, i profumi, la natura incontaminata e romantica: una serie di "espressioni" che da riversare nei calici, e poi gustare, non è affatto male.
Una Bella Storia "Col Fondo"
Tèrmen Col Fondo, Glera, Follador Romolo (Le Piovine, Bival).
Bella la storia e bello il nome per ciò che lo ha originato. Leviamoci subito il dubbio che "Tèrmen" possa fare riferimento a una parlata tedesca o latina che riporta alle Terme di romana memoria. In dialetto veneto, di Valdobbiadene, "Tèrmen" significa "termine", quindi confine, segno, limite. E deriva dal nome e dall'uso antico di alcune pietre, posate tra gli appezzamenti agricoli, per delimitare le zone e le proprietà. Alcune di queste pietre sono ancora presenti nel territorio e sono il ricordo, oggi ancora utile, di tracciati che erano (e che probabilmente ancora lo sono) determinanti anche per la qualità "zonale", climatica o geologica delle terre. Bella la storia perché nasce da giovani viticoltori che hanno deciso di prendere le redini della produzione vitivinicola dalle mani di avi, genitori, zii, per far continuare una tradizione antica. Il nome Tèrmen infatti caratterizza le bottiglie di 3 produttori di Valdobbiadene (oltre a Follador Romolo qui in alto a sinistra, anche Bival e Le Piovine) che si sono ritrovati e uniti in questo termine (curiosa questa analogia semantica) per produrre il vino frizzante a base Glera (Prosecco) denominato "Col Fondo" per le sue peculiari caratteristiche. Col Fondo è sostanzialmente un prosecco al quale viene consentito di restare "sui lieviti" e nel quale si possono notare, a fine lavorazione, alcuni sedimenti accumulati nel fondo della bottiglia che conferiscono il suo particolare carattere. I nostri complimenti vanno, oltre che per l'iniziativa, anche per i testi del sito dedicato www.termen.it che spiega l'impresa. Ne citiamo qui solo una parte particolarmente significativa per comprendere il prodotto in esame: "Tèrmen Col Fondo affabula, confonde e induce alle più intime confidenze. Le sue radici attingono nella complessa varietà minerale dei nostri colmelli e danno origine a combinazioni di profumi e sapori sempre nuovi e originali. Stappate con delicatezza senza scuotere la bottiglia. Scaraffate con garbo inclinando la bottiglia e serbandone il fondo. Lasciate ossigenare per due o tre minuti e abbandonatevi alla gioia. Il bicchiere con pancia tonda e ben ristretta al gambo fiorirà di minuscole e riottose bollicine". Prosit!
Due Pepi Due Misure
Pepi, Sauvignon, Tramin.
Da non molto nella scuderia della nota e premiata cantina altoaltesina Kellerei Tramin (Cantina di Termeno per chi ritiene comunque che l'Alto Adige sia in Italia) è entrata un selezione di Sauvignon (bianco) che si chiama "Pepi" (o forse sarebbe meglio "PePi" e qui vediamo perché). Questo nome non deriva da Peppino o Giuseppe (non siamo al sud, anzi!) ma dalla crasi dei nomi delle due vigne elette a fornire le uve per questo nettare: Penon e Pinzon. Prendendo le prime due lettere di ognuno di questi nomi si forma Pepi, o se vogliamo PePi. Non male. Breve, ricorda comunque un nome di persona o un soprannome, ma esprime compiutamente, se raccontato, il territorio. E' importante per questo vino la dicotomia geomorfologica della due vigne in quanto diverse: solo per fare un esempio la prima è molto esposta al sole la mattina, e la seconda nel pomeriggio. Questo dà completezza
di sfumature organolettiche al prodotto finale. Approfittiamo dell'occasione fornita da Pepi di Tramin per parlare brevemente di un'altra, evidente, dicotomia. Diverstità di stile, potremmo dire. Tra l'etichetta altoatesina di Pepi (Tramin) e quella di un "cugino", sauvignon blanc, della Napa Valley. In questo secondo caso il nome Pepi si riferisce alla Winery, all'azienda. Ma vediamo quanto è diverso il design delle etichette. Stesso vino (di mondi agli antipodi, certo) diverso il modo di vestirlo, quindi di esprimerlo. Sobrietà per gli altoatesini, colore per gli americani. Stile attuale, pulito, moderno per i primi, richiami anni '50 che fanno un po' "Pepsi" per i secondi. Opinioni a confronto!
Retaggi Duri a Morire
Lupara, Insolia, Cantina Modica di San Giovanni.
Ebbene sì, questo vino bianco siciliano si chiama "Lupara". Il sito del produttore contiene una sia pur breve spiegazione di questa scelta. Vediamola, quindi, prima di esplicitare le nostre sensazioni: "In Bufalesi, ex feudo appartenente all'egregio cacciatore siciliano Don Giovanni Modica Santostefano, è stata uccisa, nella scorsa settimana, una lupa di straordinaria grandezza e completamente bianca. Noto, 18 marzo 1882, De La caccio - Milano, anno VII n.176 del 1882". Nella descrizione si aggiunge anche che il vino è "Prezioso ed elegante come una lupa bianca. Consigliato nelle notti di luna". Vediamo invece ora cosa dice il vocabolario Treccani: "Lupara. tipo di carica per fucili da caccia, costituita da pallettoni di 8 o 9 mm di diametro, usata per cacciare lupi o cinghiali" e in particolare: "Lupara Bianca, espressione con cui, nel linguaggio giornalistico (con riferimento all’uso di armi di questo tipo da parte di malviventi, in particolare di quelli legati a organizzazioni mafiose), vengono indicate le circostanze della scomparsa e della probabile uccisione di una persona, per lo più alludendo a vendette di tipo mafioso". Le nostre considerazioni sembrano quasi superflue: va bene la storia dell'ammazzamento (!) della lupa, notizia "di territorio" che risale al 1882, va bene anche il consiglio di consumare questo vino bianco nelle serate di luna, ma insomma, il nome non ha un vissuto sereno e vincente. E certi retaggi rimangono nella mente delle persone per decenni, anche se oggi la cronaca non usa più quel termine. Aggiungiamo che a livello di marchio/nome aziendale c'è un po' di confusione: il dominio del sito dell'azienda è "vinidinoto.it", il nome riportato a logo nella home del sito è "Cantina Modica di San Giovanni" e invece sulla bottiglia, a piede, c'è scritto "Felice Modica".
Il Vino col Pisello (Verde)
Sgajo, Prosecco Doc Treviso, Perlage.
Dunque, nell'ordine parleremo brevemente di nome, etichetta e logo (della certificazione) di questo vino. Premessa: sta dilagando l'offerta di vini che si professano "vegani", per dare una risposta alla crescente domanda di questo tipo di alimentazione (dicono gli addetti al marketing). Probabilmente è un "bolla" destinata a non durare molto, ma comunque sia le etichette "verdi" sono sempre di più sugli scaffali. Il nome: "Sgajo". Apprendiamo essere una versione dialettale veneta di "ganzo" (come direbbero in Toscana), cioè "tipo in gamba". Bene, questo prosecco verdolino quindi è "figo". O almeno promette di esserlo. Etichetta: codice verde (anche sul collo della bottiglia) per spingere la percezione di "bio" (questo vino appartiene a questa categoria) e di vegetarian-vegano. E qui sta il punto (il terzo punto: il logo della certificazione).
Un logo emanato da una società che si chiama CSQA Valoritalia "ente certificatore indipendente che garantisce i prodotti secondo il disciplinare dell’Associazione Vegetariana Italiana", si legge nel sito dedicato. Il logo dice: "Vegan - Qualità Vegetariana" e a noi sembra una contraddizione in termini. Perché vegetariano non è vegano (ripondono a regole alimentari diverse) e viceversa. Questo per dire che nel dilagare della moda si insinua anche un po' di confusione. Della quale le etichette italiane dei vini sono già mediamente ricche. Per la cronaca e la corretta informazione: negli spumanti che possono essere definiti "vegani", in fase di chiarifica, i coadiuvanti normalmente utilizzati (a base di caseina, derivata dal latte, o di albumina, derivata dalle uova), vengono sostituiti da estratti del lievito e di pisello (vegetali).
Il Sapore del Colore cambia il Barolo
Trediberri, Barolo, Cantina Trediberri.
Una insolita etichetta dedicata ad un Barolo che "esce dalla tradizione" (con l'immagine, ma non con il contenuto) per fare un passo in un design più dinamico, se non altro per il colore. A ben guardare il passo è piccolo: in grado comunque di proporre temi classici in modo abbastanza innovativo. Vediamo quindi una bella illustrazione che rappresenta la vigna e un casale come ce ne sono molti nelle Langhe. Lo stile però si staglia subito in mezzo alle altre etichette baroliste, se non altro, dicevamo, per le tinte forti e calde. Nel marketing la famosa macchia di colore fa. In questo caso non sappiamo se la scelta cromatica è stata dettata dell'illustratore o dal produttore. Il fatto è che la bottiglia si fa notare. Anche il nome del vino (che in questo caso è parimenti il nome dell'azienda) si distingue per originalità. Per come è scritto, tutto d'un fiato e con un carattere giovane e snello, e per quello che significa. Leggiamo nella presentazione on-line dell'azienda: "Tre soci, Nicola, Federico e Vladimiro, e un vigneto in località Berri, a La Morra: per questo noi siamo i Trediberri". Il nome quindi riconduce certamente alla località, alla collina di buon nome, ma anche all'idea, all'anima, al lavoro di tre persone, tre volti, tre uomini che il vino lo fanno per passione. È importante metterci la faccia con un prodotto come il vino, destinato a fare la propria apparizione, con fiducia, sulla tavole degli acquirenti. Per questo dare importanza al nome "Trediberri" è un po' come metterci la faccia già in etichetta.Comunicare (Bene) la Tradizione
Nella home-page di questo produttore della Puglia (Salento) appare subito in evidenza questa frase: "Ed a piè di ogni vite tutto è diventato nero di velluto" (Giuseppe Palumbo, 1918). Il collegamento con il nome del vino di punta dell'azienda è chiaro: "Nero di Velluto" (anche se non abbiamo trovato traccia del personaggio citato, chiederemo notizie all'azienda). Bel nome "Nero di Velluto" per un Nagroamaro. L'azienda nel sito internet puntualizza che questo vino è il frutto dei "grappoli più maturi e generosi, quelli color nero di velluto". Il senso immediato per molti sarà invece in collegamento con la sensazione tattile (gustativa), cioè la morbidezza, del vino. Poco importa quando si è di fronte a un nome efficace e che "attacca" la percezione da più punti: il verso poetico (territoriale, culturale), il gesto agricolo (la vendemmia dei grappoli migliori), il senso palatale (la morbidezza del vino). Non è un nome "creativo", diciamo invece piuttosto "concreto", diretto, didascalico, in un certo senso. Ma anche se di semplice concezione, ha un ottimo impatto: Nero (colore, profondità, densità, quindi qualità) e Velluto (preziosità, ma "contadina", suadenza, piacevolezza). Esempio quindi di nome senza "fronzoli" ma efficace. E con dietro degli aneddoti interessanti e coerenti, quel che più conta in questi casi.
I nostri complimenti vanno anche alla gestione della comunicazione nel sito di questa azienda: non solo i nomi dei vini (che sono originali, ne citiamo altri come Pietrafinita, primitivo; Rosarò, negroamaro rosé; Terramare, primitivo e negroamaro), ma anche in generale per il "racconto" della propria storia (un estratto dal testo: "...non una storia come tutte le altre: in essa, infatti, si coglie la fatica e lo spirito di sacrificio di gente nata e cresciuta in un lembo di sud, dove spesso il quotidiano tendeva a confondersi con il sempiterno. Una storia a cui è facile prestare orecchio e sentire ancora lo stridio delle ruote sulle mulattiere e le voci indistinte fra le vigne a fare da crinale tra la notte e il giorno") e anche per il rational del nome e del logo aziendali che vengono sia pure brevemente argomentati, cosa che quasi nessuno fa: "Feudi deriva dalla parola "fiéu" che in dialetto salentino significa contrada campestre (raggruppamento di vigneti)" e per il logo: "la Madonna col Bambino raffigurata nel marchio è un particolare di un affresco custodito nella Chiesa Matrice di Guagnano". I tre titolari dell'azienda non sono più giovanissimi ma dimostrano di cogliere con intelligenza le nuove prospettive mediatiche, sia pure nella valorizzazione delle tradizioni.
I nostri complimenti vanno anche alla gestione della comunicazione nel sito di questa azienda: non solo i nomi dei vini (che sono originali, ne citiamo altri come Pietrafinita, primitivo; Rosarò, negroamaro rosé; Terramare, primitivo e negroamaro), ma anche in generale per il "racconto" della propria storia (un estratto dal testo: "...non una storia come tutte le altre: in essa, infatti, si coglie la fatica e lo spirito di sacrificio di gente nata e cresciuta in un lembo di sud, dove spesso il quotidiano tendeva a confondersi con il sempiterno. Una storia a cui è facile prestare orecchio e sentire ancora lo stridio delle ruote sulle mulattiere e le voci indistinte fra le vigne a fare da crinale tra la notte e il giorno") e anche per il rational del nome e del logo aziendali che vengono sia pure brevemente argomentati, cosa che quasi nessuno fa: "Feudi deriva dalla parola "fiéu" che in dialetto salentino significa contrada campestre (raggruppamento di vigneti)" e per il logo: "la Madonna col Bambino raffigurata nel marchio è un particolare di un affresco custodito nella Chiesa Matrice di Guagnano". I tre titolari dell'azienda non sono più giovanissimi ma dimostrano di cogliere con intelligenza le nuove prospettive mediatiche, sia pure nella valorizzazione delle tradizioni.
Fantasia Biodinamica in Etichetta
Questa azienda di Orsogna (Chieti) che ha come logo due lupi che ululano alla luna (da ciò, Lunaria, nome della società vitivinicola) può vantare a nostro parere una positiva e attenzionale bizzarria nella redazione di nomi dei propri vini e nella creazione delle etichette. Ne prendiamo uno, come esempio, ma poi citeremo anche gli altri: "A'namurat", chiara allusione a "Innamorato" o "Innamorati" in forma tronca dialettale, presenta in etichetta due passeri "in amore" con una grafica moderna, stilizzata, molto cromatica. L'effetto è quello di attirare l'attenzione, con simpatia (e con un pizzico di romanticismo che non guasta mai), sul vino biodinamico (come tutti gli altri della gamma) frizzante a base chardonnay che usufruisce di questa indovinata "vestizione". Anche le altre etichette sono molto colorate, impattanti, giocose ma con un loro equilibrio e quindi anche con un distintivo "family-code" che le accomuna. Citiamo quindi anche altri nomi della famiglia: Ramoro (Pinot Grigio, con un pavone), Pettirosce (Montepulciano d'Abruzzo, con un pettirosso in immagine), Charisma (Trebbiano d'Abruzzo, con un sinuoso gatto), Bucefalo (Montepulciano d'Abruzzo, con un cavallo in illustrazione), LaBelle (Malvasia Aromatica, con una volpe), Civitas (Pecorino, con un ariete in etichetta), Coste di Moro (Montepulciano, con un toro in raffigurazione). Interessante notare che ogni etichetta parla, o se vogliamo parla l'animale rappresentato in figura, con frasi ad effetto come quella che si può vedere qui sotto relativa al Pavone: "Mi pavoneggio elegantemente in ruote di piacere". Ottima idea creativa anch'essa. Altro esempio: la Volpe sull'etichetta del vino "LaBelle" dice "So stupire, so piacere, si farmi amare". In generale, quindi, un'ottima operazione di immagine e comunicazione. Tutte le bottiglie vantano anche il vezzo di essere chiuse "a spago", altra nota distintiva in favore di questa gamma.Brindare al "Santo Amore" a San Valentino
Saint-Amour, Gamay, Jean Claude Billion.
Non c'è periodo dell'anno più azzeccato dei dintorni del 14 febbraio per parlare di questo cru francese, proveniente dal sud della Borgogna, vicino a Lione, zona più nota come Beaujolais. Qualitativamente niente a che vedere con il "novello", vino spicciolo di quelle parti. Si tratta in questo caso di uno dei 10 cru di una microzona vocata, coltivata con il vitigno Gamay. Vino di qualità quindi. Certo, dipende sempre dal produttore ma la denoninazione garantisce selezione in vigna e un certo processo produttivo che appunto distingue nettamente questo "Gamay" da quello lavorato per macerazione carbonica che viene quindi venduto (meglio dire smerciato) come "Beaujolais Nouveau". Cosa portare in tavola o regalare all'amato o all'amata, quindi, se non un buon Saint-Amour con etichetta pseudo-romantica? O addirittura come fa il noto produttore Doboeuf con un bel cuore pulsante.
Sembra fatto apposta questo nome, anche se si dice che venga dal "solito" Antico Romano (soldato) che passava da quelle parti e che dalla sua dotazione estrasse una barbatella e la piantò su quelle colline, ottemperando agli ordini centrali di Roma (Antichi Romani, benefattori dell'umanità vinaiola!). Saint-Amour suona così bene, è così suadente, evocativo, emozionante che un bravo enotecario o ristoratore dovrebbe sempre tenerne una scorta attorno al celebratissimo (e anche, spesso, un po' noioso) periodo di San Valentino: il cliente otterrebbe due santi al prezzo di uno. Successo assicurato!
Indovinala Grillo: vitigno, politica o naming?
Friulano, Azienda Agricola Grillo.
Facciamo delle ipotesi: in un paese (l'Italia) dove il leader di una delle fazioni politiche si chiama Grillo e dove esiste un vitigno autoctono (Sicilia) che si chiama allo stesso modo, se un'azienda si trova ad avere lo stesso nome (cognome) cosa fa? Nel nostro caso decide di dare evidenza in etichetta a tale nome, Grillo. Dal punto di vista formale nulla da dire. Ma da quello della comunicazione ci sono delle considerazioni da fare. Opinabili ma circostanziate.
Analizzando l'offerta dell'Azienda Vinicola Grillo si vede che tutta la gamma è contraddistinta dal nome Grillo in grande evidenza. Questo, oltre a poter fomentare discussioni politiche a tavola (che chiaramente, è un finto problema), potrebbe generare confusione nell'acquirente sulla composizione del vino, in quanto, come abbiamo detto all'inizio, il Grillo è un vitigno. D'accordo che viene coltivato soprattutto in Sicilia, quindi molto lontano dalla sede friulana dell'azienda in esame, ma in ogni caso questo quid-pro-quo potrebbe nuocere. Un'altra situazione negativa potrebbe essere quella relativa alla ricerca di informazioni on-line: se un possibile cliente cerca "Grillo" o "vini Grillo", ad esempio, su Google, il risultato è, per il 90% delle risposte, relativo appunto al vitigno Grillo e alle aziende vinicole siciliane che lo producono (se non al politico ex-comico). Fuorviando in molti casi l'attenzione dall'Azienda Grillo (quella friulana). In un mondo dove non solo il passaparola, ma anche e soprattutto il "cercaparola" governa la domanda e l'offerta, queste sono considerazioni di cui tenere conto nella creazione di naming e packaging per una etichetta di un vino.
Nomi Celebri Cambiano Nome
Il caso di "restyling" che proponiamo in questo articolo riguarda un celebre nome della Franciacorta del vino: Berlucchi. Chi non ha sentito nominare questo marchio? La questione però è da case-history perché di Berlucchi in Francacorta ce ne sono due. Uno, il più conosciuto, produce e distribuisce milioni di bottiglie e lo si può facilmente trovare a ridosso di Natale, nei supermercati, in varie proposte spumantistiche. L'altro Berlucchi, quello dell'Azienda Agricola Fratelli Berlucchi gode di minor celebrità e forse anche di minore distribuzione ma, a quanto si evince dalle chiacchiere in rete, di maggior stima da parte della cerchia di "intenditori", volendo chiamarli così, insomma da parte dei "winelovers". Non esprimiamo qui giudizi qualitativi e confronti organolettici tra i prodotti delle due aziende, non è il luogo digitale adatto e nemmeno il caso, raccontiamo quindi il recente epilogo che riguarda la comunicazione, che ha visto la Fratelli Berlucchi (il produttore "piccolo") cambiare nome alle proprie bottiglie. Passando quindi dall'evidenza di un cognome, Berlucchi appunto, ad un nome vero: "Freccianera". La novità non è di Un Nome che Dice "Aromaticità"
Ficcanaso, Malvasia Aromatica di Candia, Castello di Luzzano.
Bello questo nome. Perché si esprime su "livelli" semantici secondari, ma con un impatto primario di grande energia. A volte a questo servono le parole "gergali". Quelle non proprio da cultura erudita. Essere un ficcanaso può avere anche valenze negative, certo, ma in questo caso prevale la simpatia, subito accompagnata dalla capacità di evocare quel gesto che tutti fanno quando
approcciano un calice di vino: ci mettono il naso. Il vitigno che costituisce questo vino è tra i più aromatici d'Italia e del mondo (viene dalla Grecia, in origine): si tratta della regina delle malvasie, almeno per quanto riguarda la complessità di aromi e profumi. Ed ecco che al produttore (una produttrice in questo caso, Giovannella Fugazza, avvocato riconvertito alla viticoltura) viene in mente di affiancare ad un senso di sfrontata allegria (il ficcanaso chiacchierone e impiccione) quello di un "naso" competente in grado di percepire le sfumature organolettiche del vino in esame. Il risultato è un nome originale, simpatico, memorabile, popolare e perché no, "onomatopeico". Quello che sarebbe da rivedere è il packaging design dell'etichetta che accusa qualche anno di troppo nello stile asciutto e fin troppo classico. Anche gli altri nomi dei vini aziendali sono interessanti. Ne citiamo alcuni: Vena Rossa (gutturnio), Tasto di Seta (malvasia), Sommossa (bonarda), Merlo Blu (merlot).
Semplicità in Etichetta (e in Cantina)
Miseria e Nobiltà del Fagiano
Nero d'Avola, Il Fagiano
(La Cantina dei Feudi).
(La Cantina dei Feudi).
Peccato davvero per questa illustrazione molto bella di un fagiano, tra il volatile e il calice di vino. Non sappiamo chi è l'autore, il sito dell'azienda non lo dice. Sappiamo che il marchio di questa linea di vini si chiama "Fagiano". Probabilmente i titolari dell'azienda sono appassionati di caccia, chissà. Strana scelta, ma per dei vini ci può stare. Selvaggina e vino rosso marciano bene insieme sulla tavola dei buongustai. Peccato perché una bella illustrazione (e un buon concetto di alimentazione "naturale", sempre per chi non è contrario alla caccia, naturalmente) è stata chiamata a vestire della bottiglie, anzi dei bottiglioni da tre litri, in P.E.T. che di conseguenza non si presentano molto bene esteticamente. Pratici sì, ma estetici anche no.
A proposito di questo materiale plastico di confezionamento, il produttore, nel sito internet lo definisce "il nuovo che avanza", aggiungendo queste considerazioni "Seguendo i nuovi trend di consumo, nel 2004 La Cantina dei Feudi ha installato un nuovo impianto per l'imbottigliamento del vino in contenitori in P.E.T.. Il nuovo contenitore in P.E.T. (polietilene tereftalato) è un'innovazione di successo con svariati vantaggi per il consumatore: leggerezza, infrangibilità, bassi costi di produzione e, non meno importante, mantiene inalterata la qualità organolettica del vino". Quindi, adesso che sappiamo che la qualità organolettica del vino rimane inalterata, ci arrendiamo: vuol dire che può stare lì dentro anni e anni, e invecchiare bene!
A proposito di questo materiale plastico di confezionamento, il produttore, nel sito internet lo definisce "il nuovo che avanza", aggiungendo queste considerazioni "Seguendo i nuovi trend di consumo, nel 2004 La Cantina dei Feudi ha installato un nuovo impianto per l'imbottigliamento del vino in contenitori in P.E.T.. Il nuovo contenitore in P.E.T. (polietilene tereftalato) è un'innovazione di successo con svariati vantaggi per il consumatore: leggerezza, infrangibilità, bassi costi di produzione e, non meno importante, mantiene inalterata la qualità organolettica del vino". Quindi, adesso che sappiamo che la qualità organolettica del vino rimane inalterata, ci arrendiamo: vuol dire che può stare lì dentro anni e anni, e invecchiare bene!
Design Orientale nella Sicilia del Buon Vino
Caro Maestro, Blend di Rossi, Cantine Fina.
Il nome di questa cantina siciliana di Marsala, che ricorda quello di una famosa benzina ora non più in commercio, è di fatto il cognome di famiglia. Risolta, per fortuna, la similitudine con gli idrocarburi (Total ha acquistato Fina, tempo fa, e non utilizza più quel marchio), resta un nome breve, memorabile, affiancato in questo caso da una simbologia molto mediorientale come quella della palma da minareto. Il logo si distingue, pecca di orientalità ma spicca per originalità. L'etichetta, tra quelle in gamma, che ha attirato la nostra attenzione è quella del vino rosso, un blend ogni annata diverso, della casa: Caro Maestro, il nome, in omaggio a un non meglio precisato maestro di vita e di vite, probabilmente. Bella l'idea della dedica, memorabile il nome che in parte, con l'italianità dell'accezione "maestro", compensa il design arabeggiante. Molte etichette in Sicilia "cadono" nella tentazione di rappresentare in qualche modo la vicinanza con il continente africano. Ne risulta un messaggio meno legato alla cultura del vino italiano. Un messaggio in generale più "fantasioso" che guadagna in allegria ma perde in tradizione. Cinque Rose: il Vino che "sa di Whisky"
Five Roses, Negroamaro e Malvasia Nera di Lecce, Leone de Castris.
Vino rosato molto noto in Italia e all'estero. Universalmente riconosciuto come di ottima qualità. Porta con orgoglio la medaglia del primo rosato italiano, nato nel lontano 1943. Il nome certo incuriosisce: un vino salentino con un nome "americano". A proposito di questo, nel sito internet del produttore leggiamo: "Nel nome l’eco di una contrada nel feudo di Salice Salentino, “Cinque Rose” appunto, ma anche quella tradizione legata al fatto che per molte generazioni ogni Leone de Castris ha avuto cinque figli. Fu sul finire dell’ultima guerra che il generale Charles Poletti, commissario per gli approvvigionamenti delle forza alleate, chiese una grossa fornitura di vino rosato. Italiano sì, ma dal nome rigorosamente americano. Così nacque il Five Roses." Questo il racconto del produttore, ma c'è anche chi, a voce, fornisce un'altra, aggiuntiva, ipotesi sull'origine del nome, dovuta al fatto che gli americani bevevano (le forniture arrivavano anche dall'America) l'altrettanto famoso Whisky (o Whiskey, secondo l'Oxford English Dictionary) che si chiama "Four Roses" e che di rose ne ha una in meno. Qui sta il punto: sembra che il fondatore De Castris, l'Avvocato Piero, nonno dell'attuale proprietario, volle aggiungere una rosa al nome del proprio vino rosato, come per dire che il vino è (molto) meglio del whisky e quindi (ri)educare gli americani al gusto del nobile nettare d'Enotria. E come dargli torto?Diramazioni Semantiche Romantiche
Ramìe, (Avanà, Avarengo, Chatus, Bequet, Barbera), Coutandin.
Si tratta di una di quelle rarità che non è raro trovare nel Bel Paese. Il gioco di parole ci sta perché è proprio vero che sono queste "scoperte" che fanno bella e gustosa l'Italia. Accompagnati dalla certezza che basta cercare con passione per trovare chicche di qualità quasi in ogni valle della penisola, soprattutto in quelle piuttosto sperdute (in questo caso la Val Chisone, a Sud-Ovest di Torino), lontane dai riflettori della "grande industria". Questo vino che nasce da vitigni semi-sconosciuti ai più, viene prodotto in poche unità da una famiglia di vignaioli che si tramanda tradizione e lavorazione. Interessanti i "nomi e cognomi" della vicenda: il nome del vino "Ramìe" significa, in dialetto locale, "cataste di legna", cioè quelle fascine di rami che i contadini accatastavano quando disboscavano per fare spazio alle coltivazioni. E poi (ma in maggiore evidenza sull'etichetta) "Coutandin", cognome di famiglia che foneticamente non nasconde una "vocazione" che sa di destino. Ai notabili nomi va aggiunta un'attenzione alla simpatica raffigurazione in etichetta: un corvo o gazza nera con un sole arancione sullo sfondo. Etichetta "moderna", lavorazioni e tradizioni antiche. Un ottimo sposalizio.
L'Acqua è Amara il Vino fa Cantare
Un vino che si chiama Acquamara? Eccolo qua. Dicono che l'acqua fa male e il vino fa cantare, e questo nome lo conferma. L'acqua è amara e il vino addolcisce gli animi. Ma veniamo al nome di questo vino bianco della Campania, un blend di vitigni tipici della zona. Il produttore afferma che si tratta del nome "dell'antico corso fluviale che attraversa i vigneti". L'azienda si trova a Galluccio in provincia di Caserta. Un nome originale, curioso, particolare per un vino, che prende spunto da un nome geografico e non dalla fantasia. Ma va bene lo stesso, il suo "lavoro" lo fa: distinguere il vino (sia pure parlando d'acqua). Una notazione infine anche per il nome dell'azienda, Porto di Mola, un omaggio, anche in questo caso topografico (ma anche culturale e storico) "per l'antichissimo sito romano Porto di Mola situato nel comune di Rocca D'Evandro (CE). Questo sito, oggetto di campagne di scavo condotte dalla Soprintendenza Archeologica sia di Napoli che di Caserta nei primi anni 90, risale al I-II secolo d.C. ed è stato identificato come un quartier generale dell'artigianato romano dove venivano prodotte anfore da commercializzare in tutta l'area mediterranea."Coraggio e Follia in Lucchesia
Iolai, Merlot, Il Calamaio.
Diciamo pure che questo è probabilmente il caso più sorprendente e a tratti divertente (e dissacrante) di naming incontrato in questo blog e in generale in anni di osservazione, professione, analisi. Il Calamaio (nome dell'azienda) è una piccola realtà vitivinicola sulle colline di Lucca, inventata e gestita da un giovane e appassionato viticoltore. Recentissimo il lancio di un nuovo vino (non nuovo il vitigno, soprattutto per le terre toscane, il merlot) al quale il titolare decide di dare nome "Iolai". Nome che appare subito strano, certamente morbido (foneticamente) ma di difficile intelleggibilità. La spiegazione è semplice (fino a un certo punto): si tratta di una espressione tipica (gergale) della provincia di Lucca. Quindi ancora più "geolocalizzata" rispetto al dialetto e alla cadenza toscana in generale. Potrebbe trattarsi quindi di un problema: lo si comprende fino in fondo solo se si è della zona. Ma la portata dell'esperimento (una volta spiegato, per soddisfare la comprensibile crusiosità di chiunque si trovi ad imbattersi in questo nome) è tale da annullare i dubbi geografici. Veniamo alla semantica, imbarazzante se vogliamo: l'enorme ego dei lucchesi li porta ad accorciare la parola "Dio" in "Io". Insomma si proclamano dèi e per equilibrare le cose aggiungono una sorta di imprecazione che in questo caso sarebbe "laido" o "ladro", cioè "lai". Risultato: Iolai. Lungi dalle meningi di alcuno sospettar la blasfemìa: il lucchese dice "Io" (non "Dio") cioè che egli stesso è un ladro (o un laido). E poi non lo dice nemmeno di se stesso, essendo a tutti gli effetti "Iolai" una allitterazione, un'enfasi, un motto, un sonetto, un inno alla proverbiale affabilità (e affabulità) toscana. Tutto questo per dire infine che ci vuole comunque estro, coraggio, simpatia e anarchia per dare questo nome a un vino. E Samuele Bianchi l'ha fatto.
Sagome e Stili del Basso Casentino
Ornina, Sangiovese e Malvasia Nera, Azienda Agricola Ornina.
Partendo dal nome del vino e dal nome stesso dell'azienda si scopre ben poco, nel senso che "Ornina" è il grazioso e toscaneggiante nome della località dove la viticoltura in oggetto ha luogo. Siamo nel casentino, provincia di Arezzo, nella Toscana "povera" del vino. Non perché questa zona non possa generare qualità, bensì perché storicamente da quelle parti non viene celebrata l'enologia con trionfi tipici invece del "ChiantiShire". L'azienda Ornina "ci prova", con vini "classici" come il Sangiovese e altri autoctoni, come il Canaiolo, il Ciliegiolo, il Pugnitello. La particolarità di questa etichetta non sta quindi nel nome del vino ma nel design. In pratica, i volti dei due titolari dell'azienda, fratello e sorella, formano, posti di profilo uno di fronte all'altro, la sagoma di un calice. Non è una intuizione originalissima ma fa il suo effetto. Si fa notare anche il logo aziendale, triangolare, etnico, quasi esoterico, ma a quanto pare nato da una elaborazione stilistica dei risvolti naturali dei tralci della vite. Ottimo effetto ottico anche per questa scelta grafica. In generale quindi si può parlare di una etichetta fuori dagli schemi in grado di colpire l'attenzione di chi si avvicina fiducioso allo scaffale.
San Francesco e l'Etichetta con le Stigmate.
MCCXXVI (milleduecentoventisei), Assisi Rosso, Migliori.
Ci sono almeno tre fattori da analizzare (e di fatto protagonisti) in questa etichetta attualmente in vendita nella Gdo italiana (fascia bassa): il nome del vino, il nome della Doc e l'immagine "protagonista" del design in etichetta. Questi tre "fattori" sono in linea generale tre elementi-chiave della comunicazione di un packaging per il vino. Partiamo dal nome che è un numero. Numero romano antico, con sottostante precisazione (per chi non ricordasse la numerazione romana, probabilmente 90 persone su 100) in numero "normale" (ma definito in lettere, per di più tutto attaccato). Insomma quel 1226 ce lo fanno soffrire, a livello di comprensibilità. Cerchiamo una spiegazione in modo autonomo e scopriamo che Francesco d'Assisi è morto nel 1226. Forse questa informazione ci servirà in seguito, di certo non è facile fare il collegamento. Passando alla Doc, Assisi Rosso, troviamo aspetti positivi: storicamente e culturalmente il luogo e la parola "Assisi" sono un traino turistico. Certo Assisi non è nota in prima battuta per il vino, ma insomma, con l'onda delle nuove Doc "furbe", tipo Roma Doc, ci sta anche Assisi, con onore. E infine quel drammatico segno rosso che squarcia cromaticamente l'etichetta proprio nel suo centro attenzionale: il sangue di San Francesco? E' probabile il riferimento alle stigmate del Santo che si narra siano apparse sul suo corpo, sanguinanti, negli ultimi periodi della sua vita. Un dramma visivo che negli occhi di un ignaro consumatore potrebbe anche essere fuori luogo e turbativo. Notiamo anche la presenza di una piccola fotografia della Basilica di Assisi che stempera la "tensione" ma che non aggiunge pregio creativo al resto.
La Virilità di Annibale e dei Vini della Val Trebbia
Non ha attratto la nostra attenzione il nome del vino, questa volta, che pure è originale, "Navel", dal nome della vigna Navello, e sembra anche riferimento dialettale ad arnesi di lavoro. Abbiamo invece notato quell'elefante che si staglia in etichetta. Si tratta di un packaging semplice, molto lineare nella grafica con caratteri di stampa graziati, un po' vecchio stile. Ma quella sagoma di elefante si fa notare. Elefante che fino a qualche tempo fa (immagine a destra), nelle precedenti versioni, era un elefante "da battaglia" con un soldato in baldacchino sulla sua sommità. Ed ecco la spiegazione storica: nei pressi della cantina di produzione dove Andrea Cervini, il titolare dell'azienda, conduce anche un Agriturismo (a Statto, in località Poggio Superiore), ci fu una grande battaglia tra le truppe dell'Antica Roma e quelle di Cartagine comandate da Annibale, con i famosi elefanti al seguito: sulle sponde del fiume Trebbia nell'anno 218 a.C. (episodio della Seconda Guerra Punica). La battaglia ebbe in sostanza esiti positivi per Annibale, sia pure consentendo ai romani di mantenere il possesso di Piacenza, a pochi chilometri da lì. Il numero delle truppe impiegate fu impressionante, compresi i famosi elefanti che ancora oggi vengono ricordati con una statua presso uno dei ponti che attraversa il fiume Trebbia (in località Canneto). Da qui la decisione di caratterizzare l'etichetta del "Navel" e anche degli altri due vini dell'azienda (una Barbera in purezza e una Malvasia a lunga macerazione), con un elefante. Notiamo che nella nuova versione l'elefante è a sé stante, senza guerriero, e soprattutto ha la proboscide alzata. Tutt'oggi segno di virilità e di buona sorte! L'esempio che abbiamo qui riportato vuole dimostrare che anche di fronte a scelte semplici, per la grafica in etichetta, a volte basta anche solo un particolare originale, legato comunque al territorio, a fornire motivo di interesse e di peculiarità. Annibale ne sarebbe orgoglioso.
Pietra su Pietra, Storia su Storia.
Mesal, Valpolicella Superiore, Terre di Pietra.
La storia di questi nomi e di queste etichette affonda le proprie radici semantiche e cromatiche nella terra del luogo. Proprio in quella terra dove "lavora" la vite, estraendo minerali e sostanze che poi generano i grappoli e di conseguenza, per mano dell'uomo (di una donna in questo caso), il vino. Etichette semplici, ma di ottimo impatto e con dei "contenuti" di significato davvero preziosi. Prendiamo come esempio quella del "Mesal", Valpolicella "di mezzo", tra l'Amarone (che l'azienda ha chiamato Rosson) e il Valpolicella "base" che si chiama Stelar. È utile però partire dal nome dell'azienda, Terre di Pietra che è di proprietà di una donna, Laura Albertini (nel Veneto tradizionalista e ancora un po' maschilista, questa è comunque un'ottima notizia). La pietra alla quale si riferisce il nome aziendale è la famosa (molto famosa in zona, meno nel resto d'Italia) Pietra di Prun o Pietra della Lessinia (zona geografica situata prevalentemente nel veronese). Ebbene questa pietra è in realtà una formazione geologica di 72 strati, tutti con un proprio nome dialettale (quasi tutti, alcuni si ripetono, ma è interessante vedere l'elenco completo qui). Le pietre in questione vengono ancora oggi utilizzate per i tetti e per le costruzioni locali. Facile quindi immaginare a cosa si riferiscono quelle linee di colore, stratificate, presenti sulle etichette dei vini di Terre di Pietra: sono le varie lastre di pietra, che di fatto anche in natura hanno colorazioni diverse, enfatizzate cromaticamente nella grafica. E i nomi? Sono appunto i nomi dei vari strati di pietra: Stelar, Mesal, Rosson e il prossimo, nuovo, vino in arrivo nel 2016, che l'azienda chiamerà Rabiosa. In particolare "Mesal" non è nella lista dei nomi delle pietre pubblicata da Wikipedia, ma si tratta comunque di una delle inflessioni dialettali, esclusivamente locali, che indica una delle lastre "mezzane". Nomi davvero originali, forse troppo "intimi", territoriali al massimo, che spesso, in altri esempi simili, abbiamo criticato in quanto di difficile interpretazione, ma in questo caso la storia che "nascondono" è così interessante da rendere tali anche i nomi stessi. Certo va raccontata, spiegata, a chi non è del luogo. Ma questo collegamento tra la stratificazione della terra, le tradizioni locali e le qualità del vino è un argomento di quelli che fa la differenza nella splendida Italia dei micro territori e della biodiversità. Assonanze che Risuonano (Ridondanti)
Scrive il produttore nel Pdf di presentazione di questo vino che Gobbio "è il nome di una collina sita nel comune di Botticino (Brescia) a 450 mt slm; il terreno particolare ed unico, ricco di marna, carbonato di calcio, argilla e sabbia, caratterizza questo vino ottenuto da uve Barbera (40%), Sangiovese (30%), Marzemino(20%) e Schiava Gentile(10%)". Si tratta del vino "di punta" dell'azienda, proposto anche come vino da meditazione, in quanto una parte delle uve di Barbera e Marzemino sono trattate dopo appassimenti. Di fronte ad una nominazione geografica, territoriale, ci si trova davanti un dubbio amletico: promuovere le geolocalizzazione, in un certo senso la tradizione del luogo, e farlo anche a discapito del naming e della semantica o trovare un nome più cònsono? Molti procedono per la via pià breve: utilizzare il nome topografico di turno e stop. Ed ecco un "Gobbio" che semanticamente e foneticamente non può, per sua "natura", esimersi dal ricordare Gobba, Gobbo, Sgorbio, Gabbia... etc etc. Niente di male, dirà qualcuno. Ma qui diventiamo, volontariamente, di nuovo "addetti ai lavori" uscendo dai panni del consumatore, sia pure attenzionato. Gobbio non è un nome consigliabile a priori. Anche se, volendo cercare valenze positive, si possono trovare nella nomèa di buon auspicio che la gobba e i gobbi portano con loro. Anche se: "I gobbi portano fortuna e le gobbe (donne) disgrazia." (Proverbio Italiano). La credenza sulla gobba deriva dal Medioevo quando, coloro che avevano quella deformazione venivano ritenuti dei “segnati da Dio”: molti re di quel tempo avevano dei gobbi come consiglieri alla loro corte.
Perché Chiamare un Vino "Pop"?
Pop - Vino Bianco (Garganega) - Tenuta L'Armonia
Forse perché è frizzante. No, non risulta. Allora perché vuole essere popolare, giusto. O richiamare alla "musica pop", forse. Come consiglio di abbinamento con i Pop-Corn? Certo si tratta di un vino semplice. Con una etichetta "easy", assolutamente coerente con il nome, quindi dal design, appunto, "pop". Sullo sfondo dell'etichetta campeggiano degli "oggetti volanti non identificati". Anche da vicino non si capisce bene: tazze, cerchi, numeri, macchie, orsetti, gessetti... Fantasia all'arrembaggio. Certo si tratta di un'etichetta insolita, con un nome che nel bene o nel male (decideranno i consumatori) si fa notare. Viene però naturale considerare l'onomatopeicità della parola "Pop" che richiama le bollicine. Quindi ci si aspetta un vino spumante, o quanto meno frizzante. Questo forse l'unico reale querebus della questione. Per il resto rimane tutto al degustibus di chi riceve la comunicazione. Per la cronaca: l'azienda ha in gamma (qui sotto) anche un vino frizzante. In quest'altro caso non si può sbagliare, lo dice il nome: Pop Frizzi (sur-lie). In alto i calici (e i gomiti)!
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