Anteriorità Famose tra Cupertino e Potenza

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Siri (Rosso, Rosato e Bianco), Alte Vigne della Val Camastra.

Sarà nato prima il sistema di riconoscimento vocale della Apple o il nome di questi vini potentini, "Siri"? Per la cronaca si sa che la App "Siri" è stata acquisita da Apple il 28 aprile 2010 e che l'Azienda Vinicola "Alte Vigne della Val Camastra" è nata nel 2011. Non è una questione di poco conto: da un lato, rincorrere la grande risonanza mondiale che il nome "Siri" continua ad avere può portare ad una notorietà di riflesso non indifferente. D'altro canto c'è la solita questione della ricerca delle parole: digitando in rete "Siri" naturalmente del vino in questione non vi è traccia, a tutto favore dell'applicazione di Apple. Vediamo comunque cosa significa "Siri" nelle intenzioni dei produttori del vino che porta questo nome: sembra che si tratti del nome del caratteristico monte di Anzi (il comune dove ha sete l'azienda), quindi una questione toponomastica, storica, culturale, affettiva. Certo che la somiglianza, anzi l'identità, è rilevante. Anche perché immaginando che Siri (quello digitale) non sia mai esistito, il nome Siri (per un vino) non ha molto senso se non nella cognizione di chi conosce esattamente quel luogo nella sperduta Val Camastra. Verrebbe voglia di fare una prova: interrogare la bottiglia per vedere cosa risponde!

La Confusione non Paga

naming design vino etichette Crai, Fiano del Cilento, Azienda Agricola Cobellis.

branding marchio marketingUna nota catena di supermercati italiani si chiama Crai. Lo sanno anche i bambini. Nel senso che è un nome non tra i più noti ma sicuramente conosciuto. Un'azienda agricola del Cilento (Salerno) decide di chiamare un proprio vino "Crai". Dove sta la logica? Non c'è. Se non una logica errata. Crai vende per lo più prodotti alimentari. E ha anche una serie di prodotti a "marca privata", cioè contraddistinti dal nome stesso della marca (tra i quali anche vino). La confusione è dietro l'angolo. Se non altro per le ricerche in internet dove digitando il nome "Crai", naturalmente esce sempre per primo il dominio della catena di supermercati, che per notorietà e attività digitali batte senz'altro quelle della cantina qui citata. Tra l'altro, l'etichetta del vino in questione è stata ristilizzata, ma il nome non è cambiato, se non nel carattere di scrittura. Quindi, ai fini della semantica e del marketing, non importa se il nome "Crai" (quello per il vino) ha origini dialettali, tradizionali, affettive, storiche o ampelografiche. La scelta è sbagliata a priori. E davvero non si riesce a comprendere come una cosa del genere possa accadere. La confusione non paga. La distinzione sì. Sarebbe bastato un attimo di attenzione in più. O anche la richiesta di collaborazione con qualche "addetto ai lavori" che avrebbe certamente sconsigliato l'adozione di questo nome.
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Cabala Enologica in Etichetta

packaging grafica brandingV17, Passerina, Cantina Bastianelli.

marketing branding comunicazioneQuesta cantina tradizionale delle Marche (nel senso che attinge nelle attività storiche dei propri avi) si è dotata di una serie di etichette che possono essere considerate "moderne". Ma cosa è moderno e cosa non lo è? Per moderno si intende insolito, fuori dagli schemi attuali, che non si attesta su canoni classici, che osa nella grafica e nei colori. Chi osa vince, ma non è sempre così. Anche il nome di questo vino sembra, a prima vista, "moderno": V17. Poi se si riflette un attimo sembra il nome di un caccia-bombardiere russo. Ma possiamo anche fare riferimento alla cabala, dove il 17 è considerato il numero del Tempio e dei Cavalieri Templari, mentre, ahinoi, per la smorfia napoletana è 'a disgrazia, cioè la Sfortuna. Il produttore nel descrivere questa Passerina nel proprio sito internet dice: "Profumata come una bimba, impertinente come un'adolescente, affidabile come un'amica, pura come una sposa, dolce come una mamma, splendida e seducente come una donna...". Probabilmente il 17 è riferito all'età di una giovane fanciulla. E la "V" chissà. Forse "Vino", forse "Vite", forse "Vigna", o forse altro. Non serve approfondire: il nome è ampiamente bocciabile. Sia pure esponendo una sintesi facilmente memorizzabile, le sue caratteristiche evocano artificiosità da formula chimica, oltre alla negatività di quei riflessi legati alla numerologia accennati prima e al carattere di scrittura che nulla attiene al resto della grafica. Design e cromìa sono invece gradevoli: onde pittoriche di colori ben abbinati trasmettono sensazioni di allegra e mediterranea voluttà.

Il Vino come il Jazz

packaging branding comunicazione graficaSelim, Spumante da Fiano e Aglianico, De Conciliis.

caomuniazione lettering brandingQuesto nome che può risultare enigmatico per molti (sia pure con suadenze esotiche), potrebbe invece fare sussultare gli amanti della musica jazz di livello. Dice infatti, in proposito, il produttore nel proprio sito internet: "Il jazz è il nostro modo di fare il vino. Improvvisando sul tema melodico delle uve, rendiamo ogni vendemmia una esecuzione unica. Selim è l’ultimo Miles, quello leggero e rilassato, dove solo la voce della sua tromba richiamava le melanconiche ballate, una musica profonda ma godibile come il nostro spumante (il primo spumante campano a base di aglianico)". Un nome jazz quindi. Come il modo di fare il vino. Come si dovrebbe sempre fare. Bello. Sia il concetto, sia il riferimento "colto" alla musica libera e di grande estro come quella di Miles Davis. Graficamente l'etichetta viene risolta con l'utilizzo dei caratteri tipografici, con una modalità stilistica a formare una texture "letterale" un po' inflazionata ultimamente, quindi poco originale. Ma almeno si è avuta l'accortezza di salvaguardare la leggibilità del nome riportandolo in basso a sinistra nell'etichetta, in modo chiaro, in bianco. A questo punto, per concludere al meglio, auspichiamo musicalità anche nel calice!


Nomi Composti, Etichette Complesse

Vigna Lama di Carro, Bombino e Uva di Troia, Az. Agr. Santa Lucia.

Salta subito all'occhio, in questa etichetta, la complessità "letterale", stratificata, dei nomi che la compongono: il nome dell'azienda, in alto, il nome del vino al centro, cromaticamente evidenziato in bianco, e il nome della tipologia di vino "Castel del Monte doc Rosato", anch'essa composita (in questo caso per dovere di disciplinare). L'aver accorpato questi tre livelli di comunicazione in poco spazio e uno sull'altro, può creare una confusione ottica che compromette la fruizione stessa delle informazioni. Fortunatamente il nome vero e proprio del vino viene evidenziato con un carattere più leggibile e con un colore smarcante. Il nome del vino "Vigna lama di carro" è tra i più "composti", o se vogliamo scomposti, tra quelli visti in giro nel panorama italiano e mondiale: 4 parole. Più che un nome è una descrizione e infatti "deriva dal solco lasciato nei terreni dopo il passaggio dei carri, trainati da cavalli, in passato adoperati per il trasporto delle uve dalla vigna in cantina". Il fattore positivo è che tale descrizione pesca senza dubbio nella tradizione, nella storia e nella cultura locali e ne fa vanto, sponda e prova di genuinità rurale. L'espressione "lama di carro", tagliente se vogliamo, può incidere in effetti nel ricordo nonostante la lunghezza del nome. In generale il design dell'etichetta ha toni classici, elementi centrati, nessuna concessione ad innovazioni creative.

Lo Spumante Simpatico ma Sincopato

Duevì, Spumante Extra Dry, Cantina di Vicobarone.

Negli ultimi anni le etichette degli spumanti si sono "ingiallite". Non è l'effetto dell'invecchiamento, giacché questi vini vanno consumati con una certa solerzia: si tratta di un "trend" cromatico che forse ha preso il via da certi Champagne, quelli sì da invecchiamento. Etichetta gialla, dunque. Molto attenzionale sullo scaffale. Design pulito, con protagonista assoluto il nome del vino in questione: Duevì. Certo la modalità di scrittura "giovane e moderna" (ci sembra di sentire le parole di chi l’ha progettata nel presentare il lay-out dell'etichetta alla casa vinicola) non aiuta la lettura, la memorizzazione, la percezione in generale. Una volta intercettato il nome ci si chiede: cosa significa "Duevì"? Da cosa nasce? Nel sito dell'azienda, un noto produttore della provincia di Piacenza, troviamo la spiegazione: "Duevì, come due vitigni, Pinot Nero e Chardonnay, che sono la base di questo spumante Extra Dry ottenuto dalle vigne più 'fresche' che si trovano ad una altitudine minima di 250m. s.l.m...". Ci sta, come significato. Evidenzia che il vino è composto da due tra i più noti vitigni al mondo, utilizzati anche in Francia per bollicine più nobili e conosciute. Nel complesso, a parte la leggibilità del nome, l'etichetta si comporta bene: propone linearità (pochi elementi, semplicità e chiarezza) e freschezza grafica in una zona vinicola che mantiene ancora oggi, pervicacemente, toni classici un po' superati.

Lettere che Fanno Confusione

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Confusion, Merlot - Cab (Sauv e Franc) - Petit Verdot, PS Winery.

Presentiamo un caso che è letteralmente enigmatico. Le lettere, infatti, sono protagoniste dell'immagine aziendale e di prodotto di questa vitivinicola marchigiana. Partiamo dal nome aziendale "PS Winery" che scopriamo formato dai due cognomi dei fondatori, Paolini e Stanford. Forse in questo caso sarebbe stata idea migliore "giocarsi" proprio i due cognomi, anche se di solito non paga, quanto meno per la stranezza di proporre al pubblico un cognome tipicamente italico e un altro tipicamente anglosassone. Invece il nome ufficiale (e il dominio relativo) è PS Winery, dove la sterilità delle due lettere "PS" fa il paio con un vago significato di "Post Scriptum", solo per fare un esempio. Per quanto riguarda le etichette ecco le scelte dell'azienda: il vino di punta si chiama "Confusion", nome che è scritto graficamente in modo poco leggibile, con la "f" girata, stilisticamente una mossa interessante, ma che si scontra con la necessità di una lettura con memorizzazione rapida. Insomma, "Confusion" genera un po' di confusione (anche per la cromìa diversa tra "Con" e il resto).
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Il design dell'etichetta è per altro pulito, gradevole, moderno, scorrevole, tranne per quel fondo pieno di lettere fluttuanti che "mescolano" troppo la percezione e fanno andare insieme gli occhi. Il gioco delle "lettere vaganti" viene accentuato nell'etichetta del Syrah (qui a destra) dove l'iniziale prende il comando del visual ma sul fondo le altre lettere, volutamente in disordine, generano una generale sensazione di smarrimento. Nel complesso la scelta di giocare con le lettere a tutto campo non sembra poter dare a lungo termine ritorni di notorietà e di comprensione efficaci.


Generalità che Incidono

marketing packaging comunicazioneFiorFiore Vino Novello, Cesanese e Sangiovese, Cantina Villa Gianna.

Di nomi come "FiorFiore" ce ne sono molti. Simili e anche precisamente uguali. Nell'enogastronomia come in altri settori, ad indicare una selezione, una presunta qualità eccelsa. Si tratta infatti di un "modo di dire" incontrastato per significare eccellenza. Il fior fiore di qualcosa è sempre il massimo di quella cosa. Ed eccolo qui a siglare un vino novello che come categoria non rappresenta certo il top dell'enologia. Ma forse proprio per questo: è per rinforzare la percezione di un vino "da tutti i giorni", che viene proposto un nome che vuole dire "ti dò il meglio tra i vini novelli". Nome semplice, tutto sommato, ma efficace. Dice molto chiaramente (sia pure attraverso una iconografia, "il fiore più bello tra i fiori") quello che deve dire. E anche il design dell'etichetta va diretto al punto: con la scelta di puntare sul rosso come colore attenzionale, decidendo quindi di proporre in illustrazione un fiore sgargiante. Rosse anche le iniziali del nome e la "firma" con il nome aziendale nel tassello alla base. Classicità ma anche equilibrio. Popolarità ma con attenzionalità. Direttamente ma anche in modo evocativo. A volte le buone etichette sono frutto di intuizioni semplici ed esecuzioni esperte.

Viticoltura (ed Etichette) di Montagna

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1703, Clone di Nebbiolo, 
Togni Rebaioli.

Non è bella questa etichetta. Scoscesa sì, bella è un altro conto. Ma propone diversità. Proprio come il vino che annuncia: un clone di nebbiolo, né piemontese, né valtellinese, che cresce bene sotto le pendici del Monte Altissimo, a Erbanno, presso Darfo Boario Terme, in Valle Camonica, provincia di Brescia. Il design manifesta quindi una diversità: moderna, giovane, come il produttore che fa nascere questo vino. Il tentativo (ben riuscito a sentire i giudizi positivi sul prodotto) di cambiare registro alle "vecchie" modalità, ma rispettando tradizioni e territorio. Insomma non le solite etichette e non il solito vino. Ma veniamo al nome: 1703. In questo blog si è spesso detto che le sigle e i numeri non fanno efficacia, in etichetta. Questo perché la loro memorizzazione risulta difficile. In questo caso abbiamo un numero che rappresenta qualcosa di concreto (ma va spiegato) cioè l'altimetria esatta del Monte Altissimo, il complesso roccioso che, alle spalle dei vigneti, protegge dalle correnti più fredde, pur assicurando uno scambio termico molto funzionale alla "formazione del gusto" del vino. Dicevamo prima che si tratta di un'etichetta "scoscesa", in pendenza, proprio come i vigneti. Mentre i numeri che compongono "1703" sembrano rocce sospese nel vuoto. C'è quanto meno una affinità geomorfologica. Certo il design è un po' troppo essenziale, quasi "tipografico", che poco concede alle emozioni (salviamo le scelte cromatiche dei numeri e la loro particolare disposizione). Bella la definizione "Viticoltori di Montagna" che caratterizza, è originale, dà personalità. Da rivedere l'etichetta in generale, il logo, i caratteri di stampa, l'impaginazione stessa.

È Nato lo Scanzonato, Scende Bene col Cioccolato

Lo Scanzonato, Vino Rosso Passito da Meditazione, Az. Agr. Elio Valle.

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branding grafica comunicazioneProblema: la vigna che genera questo passito, uno dei pochi da bacca rossa tra gli autoctoni italiani, si trova in area certificata Docg (stiamo parlando della più piccola Docg d'Italia, quella del Moscato di Scanzo, presso Bergamo) ma la cantina di produzione è fuori dal comune assegnato (non di molto: 8 km). Postulato: il vino, pur essendo un Moscato di Scanzo a tutti gli effetti (almeno per quanto riguarda l'ampelografia), non può 'vantare' e quindi esporre la fascetta ministeriale Docg e nemmeno dichiararsi tale in etichetta. Soluzione: un nome che risolve l'arcano burocratico, "Lo Scanzonato", cioè il Passito "Nato a Scanzo" (ma vinificato nel comune limitrofo). Da aggiungere anche, se non premettere, il significato letterale di Scanzonato: in parte richiama una musicalità canterina, nella semantica popolare riporta ad una filosofia di vita spensierata e senza regole. Sono infatti le normative che spesso, anche nel mondo dei disciplinari del vino, vincolano la creatività di estrosi produttori e impediscono un volo alto e armonioso dal punto di vista produttivo (ma per fortuna non possono limitare gli aspetti comunicativi). I colori di fondo di questa etichetta, semplice ma efficace da ogni punto di vista, sono il rosso e il giallo, già nello stemma comunale del luogo di origine di tutta la questione. Potremmo concludere dicendo che siamo di fronte a un 'non classico' caso di problem-solution: di matrice americana la definizione ma di stampo (e di estro) tutto Italiano la soluzione.

Terminologie da Verificare "a Freddo"

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Busocaldo, Lugana, Pasini San Giovanni.

Si chiama proprio così questo vino, "Busocaldo". Stiamo parlando di un Lugana che nasce nei pressi del Lago di Garda, dove le province di Brescia e Verona confinano. Nome composto dove "Buso", facile da comprendere, è tratto dal dialetto veronese più che bresciano e significa "buco". E fin qui niente di sorprendente. Anche perché il produttore dichiara che questo nome è tratto dallo storico nome del vigneto dove crescono le uve di Trebbiano di Lugana che danno vita a questo vino. È invece sorprendente l'ardire, forse un po' picaresco, dei titolari dell'azienda che, per dare personalità a questo vino, decidono di evocare una sorta di "buco caldo", volendo tradurre in lingua corrente. L'originalità c'è. Probabile anche un'ottima memorabilità, sull'onda di qualche battuta in più che potrebbe nascere nel conciliabolo tra commensali, magari dopo qualche bicchiere di questo vino che, va detto, gode di ottima considerazione tra appassionati di enoturismo e degustatori di ruolo. Tornando al nome, è plausibile che il Busocaldo possa essere una zona calda, ristretta e umida del podere. E qui ci fermiamo per non toccare zone franche (del corpo umano). Serve aggiungere che il Lugana è un vino da servire fresco, prevalentemente estivo e quindi evocare il "caldo" in etichetta forse non giova. Per quanto riguarda il design, una grande B fa da protagonista senza attivare particolari emozioni. Gradevole la stilizzazione del grappolo che pende proprio sotto al nome, si tratta di un logo che integra le sigle "sg", da San Giovanni, parte del nome aziendale.

Autoctoni Dialettali "Fratelli" d'Italia

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Nibiò, Nibiö da a Picùla Rùsa (Dolcetto), Cascina degli Ulivi.

Questo nome, che a causa della sua assonanza con il Nebbiolo sta provocando discussioni, è relativo a un vitigno autoctono piemontese della zona di Tassarolo (vicino alla più nota Gavi, provincia di Alessandria). La dizione si rifà alla forma dialettale "Nibiö da a Picùla Rùsa" che significa "Nibiò (Nibbio? Nebbioso?) dal peduncolo rosso" (un po' come il più noto Refosco friulano, insomma, che ha il graspo rossiccio). Il problema non è di poco conto: Nibiò assomiglia senza dubbio a "Nebbiolo", ma è anche vero che si tratta di una accezione storica, riscontrabile negli archivi comunali da tempo immemore. Vero anche che, soprattutto per il mercato estero, la confusione dei nomi, generata dagli innumerevoli vitigni autoctoni italiani e dalle variegate forme dialettali che spesso cambiano di valle in valle, può essere un ostacolo alla comprensione, diffusione, notorietà dei vini stessi. In attesa che qualche organismo superiore (Ministero?) prenda una posizione, in ambito locale le diatribe sono destinate a rinfocolarsi, tra chi difende il "buon nome" (e l'acquisita notorietà) del Nebbiolo e chi vuole promuovere la nuova vita del Nibiò. Volendo fare un'analisi scevra da influenze geopolitiche bisogna dire che "Nibiò" è proprio un bel nome: breve, sincopato, morbido, memorabile, ammiccante. Il suo "problema" è che si tratta di un Dolcetto (della famiglia) e non di un Nebbiolo. E il Dolcetto, si sa, soffre di sudditanza nei confronti di Re Nebbiolo. Una sudditanza dalla quale sta cercando di uscire anche grazie a nuove iniziative come quelle legate alla particolarità del "Nibiò". 

Un Vino Prezioso e Goloso

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Alò, Aleatico Passito, 
Agricola Buccelletti.

Per questa "limited edition" (poche centinaia di pezzi, numerati) è stata svolta un'azione particolare, di immagine e marketing, che merita di essere descritta. Il design dell'etichetta di questo vino, un prezioso passito di Aleatico lasciato sovramaturare al sole, viene arricchito con un vero bracciale in bronzo placcato in oro (alla base della bottiglia), creato da una stilista di gioielli nell'ambito delle attività che riguardano il proprio marchio di luxury-accessories. In pratica si è concretizzato un co-marketing tra l'Azienda Buccelletti (Taragnano, Val di Chio, provincia di Firenze), produttrice del dolce nettare e la casa creativa di gioielli (che si chiama Jenì). Il design è il frutto dell'azione congiunta dei due contraenti: a livello di immagine, non solo per l'etichetta, ma in generale, il risultato è ottimo, a giudicare dall'impatto visivo e mediatico. Ma passiamo la nome del vino: "Alò". Roberta Giaccherini, titolare dell'azienda vitivinicola riferisce che per questo nome “...la scelta è avvenuta in maniera molto casuale, quasi come un’illuminazione. Ero di ritorno dalla biblioteca comunale con in mano una serie di tomi storici quando mi è venuto in mente il termine Alò, una forma dialettale che significa proprio ‘mettiamoci in cammino’. Un cammino come quello percorso dalla nostra famiglia per arrivare fin qui”. Il concetto regge: dialetto, fonetica assonante con "ALeaticO", riferimento a un percorso storico ed esperienziale, nome breve, originale, memorabile. Gli ingredienti ci sono tutti. 

Le Buone Intenzioni Tradite (dalla Semantica)

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Crapulone, Barbera Merlot Croatina, Malbosca.

L'etichetta che qui a sinistra viene esposta al pubblico giudizio (laddove la pessima pratica del giudizio soggettivo sia ammesso e concesso) non si presenta male: pulizia grafica, pochi elementi chiari e visibili, illustrazione interessante che rappresenta vita e vite, cromatismi appropriati (non si comprende quel piccolo logo in basso, ma pazienza). Passiamo quindi al nome "Crapulone". Simpatico, in prima battuta. Contadino, popolare, gigionesco, "alla mano". Proprio come il vino, per come lo descrivono i suoi produttori. Ecco come commenta questo nome l'azienda, nel sito dedicato: "...il nome 'crapula' di per sé, stampato su un’etichetta non ci piaceva, volevamo qualche cosa di più importante, che rimanesse bene impresso nella mente delle persone e nel pronunciarlo riempisse bene la bocca proprio come il vino… ed ecco Crapulone!". Certo, diciamo noi, il significato di "Crapula" non è propriamente edificante, vediamo cosa dice in proposito la Treccani: "dal latino crapŭla e questo dal greco κραιπάλη. Il mangiare e il bere smoderatamente e con disordine, come fatto singolo o abituale; gozzoviglia: abbandonarsi, darsi alla crapula; essere dedito alla crapula." Crapulone, pur suonando "simpaticone", di fatto è un peggiorativo di Crapula. Insomma, il nome, d'impatto, risulta gioviale, ma se si approfondisce si scopre una semantica che riporta al bere smodato, quindi alla quantità a discapito della qualità. E questo per un vino che vuole affermarsi con una certa dignità non va molto bene. Ultima considerazione, il nome dell'azienda produttrice del Crapulone: Malbosca. Insomma, anche qui sorge qualche dubbio. Si tratta del nome storico e toponomastico della zona di produzione ma probabilmente si potevano prendere altre strade.
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Il Vino Buono è Molto Più delle Parole che Servono ad Esprimerlo

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Molt MQP, Cabernet Sauvignon, Jaumandreu.

Bello il concetto che sta dietro al nome e alla filosofia di questa cantina catalana (Spagna) che coltiva vigne e produce vini a 70 kilometri da Barcellona nella Denominazone "Pla de Bages". La sigla è MQP, in catalano Mès Que Paraules, e significa "più delle parole". Il vino buono infatti parla. E racconta, in un silenzio degustativo e contemplativo, più di quanto potrebbero fare delle parole pronunciate o scritte. Certo le parole servono per convincere chi non conosce questo vino a prestare attenzione alla bottiglia e alla filosofia di chi lo produce e quindi indurre ad assaggiarlo. Poi può
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scendere il silenzio narrativo che fa dilogare l'anima della terra, della natura, con le anime dei degustatori. Nel sito aziendale il concetto "più delle parole" viene veicolato così: "Uva che nasce dall'amore per la terra, vino che nasce dall'amore per l'uva, per raccontare un piacere che è più delle parole." O qualcosa del genere, liberamente tradotto dal catalano. Passando alle etichette vere e proprie, mentre sulle etichette normali dei tre vini aziendali (un bianco, blend di Sauvignon Blanc, Chardonnay e la varietà autoctona Picapoll; un rosso, blend di Cabernet Sauvignon, Syrah, Merlot e Sumoll; e un rosato, Merlot e Sumoll) campeggia il motto/nome descritto sopra "Mès Que Paraules", nell'etichetta qui visualizzata in alto a sinistra, special edition per un Cabernet in purezza, la parola "Molt" rappresenta in modo più evidente il nome del vino e al tempo stesso fa da premessa al concetto filosofico portante, rafforzandone l'espressione: "Molto Più Delle Parole". Si tratta di un ottimo esempio di commistione tra concetto, nome dei vini, filosofia e mission. Graficamente le etichette, basate molto su lettering, come logico che sia in questo caso, sono caratterizzate da un design pulito, e in sostanza sono gradevoli, moderne, valorizzanti.

Il Naming? A Volte è un Vero Capolavoro!

bottiglia vino etichette packagingCapolavoro, linea vini,
Alvise Amistani Guarda.

grafica comunicazione marketing brandUna cantina di Valdobbiadene, che produce e commercializza una lunga serie di vini con un approccio commerciale molto avanzato, ha deciso di "superare" il nome di famiglia, nome e cognome del fondatore et similia, con un nome di marca a tutti gli effetti. Ed ecco che a un certo punto della storia di questa cantina, Alvise Amistani Guarda affianca al proprio nome e cognome un nuovo naming che di fatto, anche otticamente, prende il sopravvento nella comunicazione aziendale. Questo nome è "Capolavoro". Si tratta in effetti di un piccolo, semplice, diretto se vogliamo, capolavoro. Questo nome di marca, anche se non approfondito, non concettualizzato, lo vedremo dopo, trasmette subito il suo significato carismatico. Anzi due: quello derivante dal significato stesso della parola "un lavoro fatto bene, ad arte" e quello derivante dalla tradizione contadina dove il "capo del lavoro" era persona capace, dotata di autorità, in grado di guidare e organizzare il lavoro. La concettualizzazione data dell'azienda è più ampia e filosofica, eccone un accenno: "Appartenenza. Questo è il concetto di territorialità da cui l'idea ha preso via via corpo ed identità. Ed è proprio il senso di appartenenza, ad un territorio, ai suoi prodotti, alle sue genti, che ci ha spinto a creare, anzi a ricreare sapori oramai andati perduti..." E via via enunciando prodotti, a partire dai vini, che rispettano tradizioni e cultura locali. Diciamo che si tratta in generale di un buon esempio di "rinnovamento" dell'immagine che vuole uscire dalle logiche dei nomi famigliari e da quelli toponomastici locali, per esplorare aree di comunicazione più aperte e certamente anche più concrete ed efficaci.

Armonie e Disarmonie del Packaging

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Harmoge, Bosco Vermentino Albarola, Primaterra.

marketing comunicazione branding graficaNon è bellissimo il design di questa etichetta, diciamo che, come minimo, la sua fruizione comunicazionale è soggettiva. Forse è troppo cupa nei colori, forse troppo "dura" in generale, rappresentando fotograficamente, sullo sfondo, una roccia, probabilmente uno scoglio, visto che l'azienda è Ligure, delle Cinque Terre (vigne in Manarola), o forse la geologia dei terreni "di scheletro e sabbie". Ci ha attirato il nome del vino, come spesso accade in questo blog. Il nome, "Harmoge", si riferisce alla parola "Armonia" in latino arcaico, suggerisce il produttore nel sito internet dedicato ai propri vini. Armonia quindi. Quell'armonia che nei vini risiede nell'equilibrio tra le parti in causa: acidità, alcol, densità, mineralià, etc. Armonia che il bevitore (non chiamiamolo "consumatore" che è brutto) vuole sì trovare nel calice, ma ancora prima, nella presentazione del vino, nel suo nome e nel suo abito. E dunque, se pure questo nome significa Armonia, nella forma esposta in etichetta, Harmoge, per fonetica e grafica, non si manifesta definitivamente morbido e accogliente. Colpa forse dell'H e della G, o di quelle due spigolose parentesi quadre nelle quali si è deciso di circoscriverlo. La pronuncia stessa, inoltre, non fila via come un nettare delicato (e dedicato) al palato. Tornando al design, roccioso, come si diceva prima, armonico solo nell'uniformità che offre lo sfondo virato in blu, non scorre come oro liquido in immagini, trasmettendo anzi qualche inquietudine. 

Una Nuova DImensione: il Direct Packaging

packaging naming branding marketingpackaging branding comunicazioneFontanin, Barolo, Livia Fontana.

Il ragionamento che sta alla base della scelta grafica di questa etichetta, da parte dell'azienda, dev'essere stato questo: "Per connotare esattamente la tradizionalità del prodotto, parlando in modo diretto ai nostri clienti, mettiamo in etichetta la mappa del luogo di origine". Ecco quindi che in primo piano appare una cartina geografica stilizzata, con l'ubicazione dell'azienda e i paesi circostanti, nomi noti delle Langhe, terra d'origine del Barolo. Non si tratta certamente di un'etichetta elegante, forse anche la cartina stradale stessa poteva essere realizzata in modo più accattivante. Ma cerchiamo una nota positiva in tutto questo: comunicazione diretta. Insomma una cosa sola (il luogo di origine) detta in modo chiaro (sarebbe meglio detta bene oltre che emozionalmente e chiaramente). Dobbiamo fare anche un'altra considerazione a parziale discolpa dell'artefatto: il nome "Barolo" già parla molto di sè, genera emozioni (almeno in chi sa di cosa si sta parlando), dice "qualità e tradizione", quindi gli altri elementi possono essere di puro contorno. Anche se ci vogliono, logicamente. Non è pensabile di risolvere un'etichetta scrivendo solo Barolo in primo piano. È necessario per le aziende distinguersi e trasmettere concetti pregnanti, in modo possibilmente coerente e piacevole. Una nota sul nome del vino: Fontanin. Non abbiamo trovato informazioni precise nel sito del produttore. Immaginiamo possa essere, come avviene spesso nelle Langhe, il nome del vigneto. Curiosa l'assonanza (se voluta) tra Fontanin e Fontana, cognome di famiglia (l'altro Barolo di famiglia si chiama "Villero", in alto a destra, anch'esso con la mappa orientativa).

La Pòllera e la Durlindana, in Lunigiana

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naming lettering branding mktg comunicazioneDurlindana, Pòllera Nera (in Bianco), Castel del Piano.

La questione è complessa. Ma l'etichetta è gradevole. Vediamo i vari elementi: siamo in Toscana (esattamente in Lunigiana, "terra di mezzo" tra Liguria, Emilia e Toscana), dove una azienda vitivinicola ha "ripescato" un vitigno semi-sconosciuto, la Pollera Nera, decidendo di vinificarlo in bianco. Il nome prescelto è "Durlindana": Treccani dice "Nome della spada di Orlando (nei poemi francesi chiamata Durandal o Durendal); per estensione, scherzoso, spada, sciabola in genere". E infine l'illustrazione in etichetta: abbiamo saputo direttamente dall'autrice, Chiara Ghigliazza, essere la rappresentazione di una pera aperta a metà. Questo perché i sentori del vino, in parte, possono richiamare il sapore di quel frutto. Il fatto (anzi, l'artefatto) curioso è che il disegno potrebbe sembrare una stilizzazione di un pollo, da qui il sospetto di affinità con il nome del vitigno "Pollera". Ma così non è, ci hanno assicurato. In analisi finale: il nome, Durlindana, è curioso, foneticamente morbido, il labiale incita al gioco di parole, allo scioglilingua, lungo ma tutto sommato memorabile. E anche con un riferimento di tipo storico-culturale. Non sappiamo se la spada possa rappresentare il vino, che ci aguriamo (non lo abbiamo ancora assaggiato) non sia comunque troppo affilato. Graficamente il design dell'etichetta è pulito, impattante, si fa notare: la sintesi degli elementi, in comunicazione, è una caratteristica in generale vincente anche per quanto riguarda la parte visual.

Un Brunello che fa il Bordolese

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Ugolaia, Brunello di Montalcino, Lisini.

Non stiamo parlando delle caratteristiche organolettiche di questo vino, valutazioni che lasciamo agli esperti della degustazione professionale. Ci mancherebbe che uno dei baluardi dell'enologia italiana, il Brunello di Montalcino, somigliasse ai vini di "taglio bordolese" di atlantica provenienza. Ogni vero e fiero nativo di Enotria sopporta di mal grado i SuperTuscan che di peninsulare hanno davvero poco. Questo Brunello, diciamo che "fa il verso" ai vini della costa toscana con il suo nome: "Ugolaia". Abbiamo già parlato e tutti conoscono le sonorità di alcuni celebri vini di "imitazione francese" come il Sassicaia o l'Ornellaia e tutta una serie infinita di nomi che terminano in "aia" (e che spesso nulla c'entrano con l'aia delle tradizioni contadine, essendo invece figli di Contesse o Marchesi più dediti alle tenute che ai cortili). Ma vediamo cosa dice il produttore riguardo a questo vino e al suo nome: "Dall'omonimo vigneto esposto a sud-ovest e dalla selezione delle migliori Marze Madri, reinnestate su piante selvatiche con mano sapiente dai 'Veterani' dell'Azienda. Uve con spiccata caratteristica, buona consistenza di buccia e ottima concentrazione nella polpa che danno origine, tramite attente cure di vinificazione al Brunello Ugolaia...". Quindi si tratta del nome del vigneto, come spesso accade. Serve anche riconoscere che il terminale "aia" è tipico della parlata (e quindi della toponomastica locale) regionale di quasi ogni provincia toscana. Per cui incontrare questo tipo di nomi nella terra di Dante e di Leonardo non stupisce più di tanto. Resta il dubbio se dare un nome assonante con una certa tipologia commerciale, ormai molto affermata, a un vino che ha dignità propria in ordine di tradizione e personalità. Per il resto, salvo la particolarità del nome scritto in azzurro (a richiamo di una delle tonalità dello stemma della casata), l'etichetta appare classica che più classica non si può.

Parole Antiche per Vini Greco-Latini

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Vetusto, Aglianico del Vulture, Cooperativa Viticoltori Barile.

Una cooperativa vitivinicola della Basilicata propone, tra gli altri vini aziendali, il proprio top-di-gamma chiamandolo con una parola desueta ma ricca di valore e fascino semantico: "Vetusto" (purtroppo non siamo riusciti a reperire in rete una immagine di etichetta migliore di quella riportata in alto a sinistra). Vediamo dunque in primo luogo il significato esatto della parola secondo Treccani: "Antico, appartenente a tempi lontani, si dice per lo più di cosa cui l’antichità stessa conferisca prestigio e un carattere augusto". E per quanto riguarda l'etimo: dal latino Vetustus, cioè Vetus "vecchio", e ancora più a monte dal sanscrito Vat-Sas ovvero Vatasas "anno" (annoso), Si tratta quindi di una parola ricca di dignità ancestrale, qualcosa di prestigioso in quanto vecchio, rispettabile in quanto "augusto". L'Aglianico, il vitigno che molti definiscono come "il Barolo del Sud" e che in Basilicata, alle pendici delle asperità vulcaniche del Vulture, acquisisce un carattere particolare, è uva antica e rispettabile. Così come la storia dei luoghi, di quelli in particolare "segnati" dalla presenza di un vulcano, testimonianza di una antichità che va oltre il normale passato. L'etichetta del "Vetusto" è semplice, graficamente standard cioè simile a molte altre, non ha spunti creativi se non, appunto, questo nome arcaico e coinvolgente, anche dal punto di vista fonetico. Qualche particolare sul vino che, riferisce il produttore, viene "ottenuto da uve provenienti da vecchi vigneti ad alberello coltivati con il sistema 'latino' che prevede l'utilizzo di più canne legate in cima con un ramo di salice". La tradizione, nel Vulture, è resistente come il suo arcigno e rappresentativo vitigno.

RC al Quadrato per un Nome Sincopato

RC2, Sagrantino di Montefalco, Falesco.

È famosa l'azienda in questione, soprattutto per via di quel nome conosciuto, Riccardo Cotarella, enologo di spicco nel mondo del vino italiano. La famiglia gestisce l'azienda con successo e propone molti vini in gamma. Tra questi ha attirato la nostra attenzione un Sagrantino in purezza che si chiama "RC2". Ci ha ricordato subito certi naming che alludono all'assenza della SO2 (solfiti) citandola per negarne la presenza o all'Anidride Carbonica, CO2, molesta (ma non nociva) quando residua nei vini e in generale ad una formula chimica. La loghizzazione del nome è particolare, graziata e "specchiata", e ha ragion d'essere nella sua stessa spiegazione (vediamo prima quella del produttore, presente nel sito internet): "con questo Sagrantino di Montefalco, prodotto per la prima volta con l’annata 2006, Riccardo Cotarella ha salutato la nascita del suo primo nipote Riccardo Chiasso. Le lettere R e C, iniziali del nome e del cognome di entrambi, hanno ispirato l’originale monogramma RC2". Ed ecco rivelato il doppio significato del nome. Una sigla. Le iniziali di nome e cognome "x2". Non si discute il fattore affettivo, ma il nome risulta piuttosto sincopato, monco, sterile, non tanto emozionale se non apprendendo l'amorevole legame tra nonno e nipote. Il logo sdogana in parte questo monogrammatico nome con una lavorazione, come detto prima, arcaica, artistica, araldica, riccioluta e appunto speculare, che infine incuriosice. Bello il racconto del vino in etichetta, forse anche troppo lungo per una lettura snella, d'impatto, da scaffale, che potrebbe invece avvenire con calma a tavola nel post-prandiale.

Fiori, Sapori, Api e Viticoltura

etichette vino grafica comunicazioneBric Amel, Arneis Chardonnay Sauvignon, 
Marchesi di Barolo.

Questa etichetta "primaverile" esce dagli schemi classici dei vini Piemontesi. In effetti la "categoria" vini bianchi in quelle terre è poco rappresentata. Forse per questo qualche storico produttore, come Marchesi di Barolo, si permette di creare, per i bianchi, etichette fantasiose, solari, leggiadre. In questo caso la classicità è rappresentata dal nome, in dialetto, "Bric Amel", breve, sia pure composto, con una buona sonorità dove la morbidezza della seconda parola (con la "m" e la "l") attutisce l'asperità del "Bric". Veniamo al significato: "Bric" notoriamente è il nome delle sommità collinari delle Langhe, tutt'altro che aspre, se non nella "c" finale del loro nome. "Amel" sarebbe il miele. Forse vagamente riferito anche ai riflessi organolettici ritrovabili nel vino, ma la vera storia del nome nasconde notizie intriganti (per la fama e la notorietà che questo vino vuole costruirsi): il "Bric Amel" quindi è la "Collina del Miele" cioè la "Collina delle Api". In pratica nel vigneto dove è posta la produzione dei tre vitigni che compongono questo vino, circolano libere e felici le api. Segno di purezza e quindi di cura nella coltivazione. Un bel concetto da trasmettere ai possibili consumatori. E poi dove ci sono le Api ci sono i fiori, i colori, i profumi, la natura incontaminata e romantica: una serie di "espressioni" che da riversare nei calici, e poi gustare, non è affatto male.

Una Bella Storia "Col Fondo"

branding comunicazione marketing graficaTèrmen Col Fondo, Glera, Follador Romolo (Le Piovine, Bival).
termine pietra confine viticoltura
Bella la storia e bello il nome per ciò che lo ha originato. Leviamoci subito il dubbio che "Tèrmen" possa fare riferimento a una parlata tedesca o latina che riporta alle Terme di romana memoria. In dialetto veneto, di Valdobbiadene, "Tèrmen" significa "termine", quindi confine, segno, limite. E deriva dal nome e dall'uso antico di alcune pietre, posate tra gli appezzamenti agricoli, per delimitare le zone e le proprietà. Alcune di queste pietre sono ancora presenti nel territorio e sono il ricordo, oggi ancora utile, di tracciati che erano (e che probabilmente ancora lo sono) determinanti anche per la qualità "zonale", climatica o geologica delle terre. Bella la storia perché nasce da giovani viticoltori che hanno deciso di prendere le redini della produzione vitivinicola dalle mani di avi, genitori, zii, per far continuare una tradizione antica. Il nome Tèrmen infatti caratterizza le bottiglie di 3 produttori di Valdobbiadene (oltre a Follador Romolo qui in alto a sinistra, anche Bival e Le Piovine) che si sono ritrovati e uniti in questo termine (curiosa questa analogia semantica) per produrre il vino frizzante a base Glera (Prosecco) denominato "Col Fondo" per le sue peculiari caratteristiche. Col Fondo è sostanzialmente un prosecco al quale viene consentito di restare "sui lieviti" e nel quale si possono notare, a fine lavorazione, alcuni sedimenti accumulati nel fondo della bottiglia che conferiscono il suo particolare carattere. I nostri complimenti vanno, oltre che per l'iniziativa, anche per i testi del sito dedicato www.termen.it che spiega l'impresa. Ne citiamo qui solo una parte particolarmente significativa per comprendere il prodotto in esame: "Tèrmen Col Fondo affabula, confonde e induce alle più intime confidenze. Le sue radici attingono nella complessa varietà minerale dei nostri colmelli e danno origine a combinazioni di profumi e sapori sempre nuovi e originali. Stappate con delicatezza senza scuotere la bottiglia. Scaraffate con garbo inclinando la bottiglia e serbandone il fondo. Lasciate ossigenare per due o tre minuti e abbandonatevi alla gioia. Il bicchiere con pancia tonda e ben ristretta al gambo fiorirà di minuscole e riottose bollicine". Prosit!

Due Pepi Due Misure

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Pepi, Sauvignon, Tramin.

Da non molto nella scuderia della nota e premiata cantina altoaltesina Kellerei Tramin (Cantina di Termeno per chi ritiene comunque che l'Alto Adige sia in Italia) è entrata un selezione di Sauvignon (bianco) che si chiama "Pepi" (o forse sarebbe meglio "PePi" e qui vediamo perché). Questo nome non deriva da Peppino o Giuseppe (non siamo al sud, anzi!) ma dalla crasi dei nomi delle due vigne elette a fornire le uve per questo nettare: Penon e Pinzon. Prendendo le prime due lettere di ognuno di questi nomi si forma Pepi, o se vogliamo PePi. Non male. Breve, ricorda comunque un nome di persona o un soprannome, ma esprime compiutamente, se raccontato, il territorio. E' importante per questo vino la dicotomia geomorfologica della due vigne in quanto diverse: solo per fare un esempio la prima è molto esposta al sole la mattina, e la seconda nel pomeriggio. Questo dà completezza
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di sfumature organolettiche al prodotto finale. Approfittiamo dell'occasione fornita da Pepi di Tramin per parlare brevemente di un'altra, evidente, dicotomia. Diverstità di stile, potremmo dire. Tra l'etichetta altoatesina di Pepi (Tramin) e quella di un "cugino", sauvignon blanc, della Napa Valley. In questo secondo caso il nome Pepi si riferisce alla Winery, all'azienda. Ma vediamo quanto è diverso il design delle etichette. Stesso vino (di mondi agli antipodi, certo) diverso il modo di vestirlo, quindi di esprimerlo. Sobrietà per gli altoatesini, colore per gli americani. Stile attuale, pulito, moderno per i primi, richiami anni '50 che fanno un po' "Pepsi" per i secondi. Opinioni a confronto!