L’Etichetta è Sempre un Palcoscenico
Nome e Marchio Circostanziati (in Georgia)
Vacche Grasse a Mendoza (ma ne Manca Una)
Tradizione e Innovazione nel Roero Storico
Una Sferzata di Arancione in Quarta Posizione
Quarto Colore, Pampanuto,
La cantina in oggetto, pugliese, è nota soprattutto per il Primitivo che vinifica in vario modo, da rosso riserva a rosato. Ha attirato però la nostra attenzione questo vino “orange” per alcune curiose caratteristiche, del vino stesso, nascendo da vitigno Pampanuto, e dell’etichetta. I nome è “Quarto Colore” e subito siamo portati a osservare la pennellata arancione che campeggia sulla quasi totalità del packaging. Vino “orange” etichetta arancione, tutto torna. Ma perché “Quarto Colore”? Osservando il catalogo vini dell’azienda notiamo che ci sono altre 4 etichette con pennellate di colore: una nera, una rossa, una viola (per i tre vini a base Primitivo) e una verde (per il Fiano). Evidentemente nell’ordine espositivo che il produttore ha in mente, il vino orange viene dopo i tre Primitivo ma prima del Fiano, cioè in quarta posizione. Accettiamo questa interpretazione (anche perché non ne abbiamo un’altra). Alcune osservazioni: sotto al nome del vino leggiamo la frase “cambiamo le regole” (forse un grido di protesta) e ancora sotto “Bio” (dovuta precisazione). In basso a destra il nome e il logo del produttore. Nel sito dell’azienda notiamo anche il pay-off: “i giardinieri del vino”. Tutta la produzione è a regime biologico e l’azienda ci tiene in particolar modo a sottolineare questo impegno produttivo. L’etichetta, concludendo, si presenta d’impeto con uno stile moderno, la pennellata di colore non è originalissima nel mondo della comunicazione del vino ma riesce comunque ad essere distintiva e ad attirare l’occhio.
La Forma e la Sostanza: Etichetta in B/N dal Colorado
Pinot Bianco, Wander + Ivy.
Si tratta forse di un profumo? Di un’acqua di Colonia? Di una lozione? No, come sempre in questo blog si tratta di vino. Questa volta in una confezione, una veste, un packaging decisamente insoliti (in formato da 187ml). La società che produce questo bianco è americana (la sede è a Denver, in Colorado) ma come si può leggere in questa etichetta, l’azienda produce (in verità imbottiglia) anche vini italiani. Oltre alla forma della bottiglia e alla sua “misura” ridotta, anche il design in etichetta ricorda qualcosa di cosmetico o di farmaceutico. Come afferma l’azienda, siamo di fronte a una precisa scelta di marketing. Per distinguersi dalla concorrenza attraverso elementi di qualità che rispecchino il valore del prodotto stesso (almeno così affermano nel sito dedicato). I vini in gamma provengono da varie parti del mondo, dalla California (Chardonnay) alla Spagna (Bobal e Merlot). Per l’Italia viene proposto il Pinot Bianco. Ogni tipologia di vino viene accompagnata dalla illustrazione di un animale: un orso per la California, un Toro per la Spagna, un Lupo per l’Italia. Gli animali sono nell’atto di interagire con un grappolo d’uva. Il risultato, in generale, è una percezione di cura, eleganza e qualità, sia pure per mezzo di canoni comunicativi che in Europa probabilmente risulterebbero strani. Per il mercato americano, australiano, giapponese… chissà, forse questo stile anacronistico potrebbe sortire effetti commerciali positivi. Noi continuiamo a preferire una bottiglia vera e propria e un tappo di sughero. Ai posteri l’ardua sentenza. Alla tavola il piacere del gusto.
Lupi Laziali dalla Livrea Arancione
Mannaro, Trebbiano e Malvasia, Sassopra.
Si sa che “Mannaro” è il lupo, quello delle leggende e dei racconti. In questo caso sembra che il concetto prevalente sia quello della trasformazione: cioè il passaggio dalle uve “fresche” a un vino supermacerato (si parla di 130 giorni) dal colore e dalla personalità “orange”, ad alcuni piacendo. Certo che quel nome così fortemente espresso in rosso e a grandi lettere (soprassediamo sulla leggibilità, senza dubbio difficoltosa) mette un po’ di soggezione (oltre che l’eventuale, e in qual caso positiva, suggestione). L’immagine evoca un buio boscoso e misterioso, qualcosa come nel racconto di Cappuccetto Rosso, ma anche da Profondo Rosso, celebre film del regista Dario Argento. Tra l’altro le scelte cromatiche in etichetta potrebbero adattarsi di più a un vino rosso, piuttosto che a un bianco (mascherato di arancione). Qualche osservazione anche sul nome dell’azienda, “Sassopra”, che ha sede nel Lazio (5 ettari ad opera di Marta e Federico, la coppia di proprietari, nonché Mala e Temu, i loro due cavalli). Molto probabilmente si tratta di una fusione tra “sasso” e “sopra”, ad indicare una sporgenza, un rocca, un masso, dall’alto prominenti. Il neologismo funziona a livello fonetico, un po’ meno a livello mnemonico. L’azienda è condotta a regime agronomico biodinamico. I nomi degli altri vini in gamma sono: Bianco di Sassopra, Rosso di Sassopra, Turresti (Malvasia e Bombino), Ramoso (Sangiovese vinificato in bianco insieme alla Malvasia) e Mosso (Malvasia e Trebbiano).
Nero d’Ossidiana, Rosso di Pantelleria
Rosso dei Sesi, Terre Siciliane,
Questa austera ma elegante etichetta viene da Pantelleria e da un produttore che coltiva un piccolo patrimonio di tre ettari e mezzo di vigne ad alberello. Rese bassissime, passione altissima. Si tratta di un rosso composto dai vitigni Pignatello e Carignano. Solo 1000 bottiglie. Ma le sue particolarità non finiscono qui, anzi iniziano proprio dal suo nome: “Rosso dei Sesi”. Si va infatti a scoprire che la civiltà dei sesioti abitò l’isola 2000 anni prima di Cristo per lavorare l’ossidiana, una pietra vetrificata vulcanica, a lungo considerata l’oro della preistoria. Un omaggio alla storia millenaria di questa piccola isola dalle risorse inesauribili, minerali sotto terra, meteorologiche alla luce del sole. Ma torniamo a questa etichetta dal colore di fondo nero (come l’ossidiana) e dai caratteri gentili. Al centro il nome del vino (non molto leggibile, cromaticamente, forse poteva essere reso in rilievo), in alto l’annata, in basso il nome e marchio del produttore. Nient’altro. Solo essenza, come del resto dentro la bottiglia: niente solfiti (e niente lieviti) aggiunti. Per quanto riguarda le vigne, solo vento e sole (e sottosuolo): le scelte estreme del produttore non concedono alcun tipo di concimazione. D’altro canto con una terra così sarebbe ridondante.
Dipende dai Punti di Vista
Unione d’Intenti (e di Assonanze) tra Siviglia e Sicilia.
Griddu Verde, Grillo, Dos Tierras (Badalucco).
Il progetto aziendale prevede una specie di scambio culturale e colturale tra Spagna e Sicilia. I due titolari dell’azienda che ha sede a Petrosino, tra Marsala e Mazara del Vallo, si chiamano Beatriz De La Iglesia Garcia e Pierpaolo Badalucco. Lei dalla Spagna ha portato vitigni iberici, lui ci ha messo i vigneti di famiglia. Non si sono però dimenticati degli autoctoni siciliani, come il Grillo che presentiamo qui a sinistra. Il nome del vino, per chi non è avvezzo all’’idioma dell’isola, potrebbe ingannare: “Griddu” non è un grido, bensì il nome del vitigno in dialetto. E “Verde” è un chiaro richiamo alla viticoltura biologia e biodinamica che caratterizza l’azienda. Sul lato sinistro dell’etichetta, in verticale, una citazione di Leonardo Sciascia: “Non so perché, dei paesi e delle città della Spagna non ho memoria (…) e anche a Siviglia mi pareva a momenti di camminare per le strade di Palermo intorno a piazza Marina…”. Un omaggio a Sciascia ma anche a Beatriz che è proprio originaria di Siviglia. La comunanza, di coppia, di vitigni, di terre, di paesaggi e magari anche, in parte, di tradizioni, forse di temperature, è compiuta nel segno del vino, che non conosce “limiti e confini” (citando a nostra volta Mogol). La grafica in etichetta è semplice, diretta, ma riesce comunque ad attirare l’attenzione.
La Tribù dei Vini Pallidi
Il Pallido e l’Altro Pallido,
L’azienda vinicola dell’attuale proprietario ed enologo Enrico Orlando deve il suo nome alla trisnonna Enrichetta. Laddove “Ca’ Richeta” significa “Casa di Enrichetta”. A proposito di nomi originali, a dirla tutta, il nome completo della trisavola è Enrichetta Amandola Morando. Anche i nomi dei vini in gamma non smentiscono l’indole creativa della famiglia con nomi come ModetMonet (Chardonnay e Riesling), Dlà (Nebbiolo), Crussi (idem) e per le due etichette qui raffigurate, “il Pallido” (rosato da Pinot Nero e Cabernet) e “l’Altro Pallido” (spumante rosé da Nebbiolo e Pinot Nero). Evidentemente questi due nomi derivano da una osservazione ottica dei vini che risultano particolarmente eterei (di colore), salvo il fatto che in italiano essere pallido (emaciato) non è qualificante. Per i rosati, comunque, anche un tono tenue di colore (alcuni dicono “buccia di cipolla”) può essere caratterizzante. Curiosa l’escalation semantica che accomuna i due vini. Attira l’attenzione. Graficamente le due etichette si connotano con archetipi classici, decorativi, e con il nome del produttore che prende molta importanza, in alto, con una dimensione certamente notabile. Qualche riserva sull’impaginazione generale e sullo stile, permane.
I Merli dei Castelli non Sempre Sono Marroni
Monterosso Val d’Arda, Cantine Casabella.
Alcune particolarità di questo vino e della sua etichetta: la Doc è davvero poco conosciuta, si tratta della denominazione “Colli Piacentini Monterosso Val d’Arda”. Prende il suo nome da una collina che si trova alle spalle del noto borgo di Castell’Arquato, logicamente in provincia di Piacenza. Si tratta di un vino bianco che può avvalersi dei vitigni Malvasia Aromatica di Candia, Moscato Bianco, ma anche, all’occorrenza, di Trebbiano Romagnolo, Ortrugo, Sauvignon e dello sconosciuto Bervedino (o Berverdino che dir si voglia): l’uva di questo vitigno assume, a maturazione, colori ambrati un po’ come per l’Erbaluce (con il quale, infatti, venne per molto tempo confuso). Una particolarità, davvero sorprendente e conseguente, è che a fronte di una Doc che si chiama “Monterosso”, abbiamo un vino bianco. Cortocircuito mentale e gustativo. Per quanto riguarda l’etichetta notiamo l’originalità di una costruzione (un castello) di colore verde mare. Per un vino bianco ci può stare, anche se il colore è davvero insolito (nota positiva: si distingue subito sullo scaffale di vendita). Etichetta davvero “ottica” con scritte molto marcate, visibili, con uno stile moderno, forse fin troppo impattante ma sicuramente efficace. Insomma c’è poca tradizione, se non nei merli del castello color “acquamarina”, però l’etichetta recupera in leggibilità e impatto.
Purezza e Nudità in un Baglio (ir)Reale
Un Terribile Condottiero nelle Terre Siciliane
La Possenza dell’Etna (in Etichetta)
Pussenti, Nerello Mascalese, Enò-Trio.
Forse il nome di questo vino viene riferito a una zona particolare o più probabilmente alla “possenza” delle viti (secolari, prefilossera) che consentono alle uve di Nerello Mascalese di esprimere grande intensità. Però non suona bene, “Pussenti”. Ricorda foneticamente qualcosa di puzzolente. Insomma non è molto elegante nella sua formulazione. Interessante, quasi un trattato di psicanalisi, il logo aziendale: un tralcio biramato dove si notano le lettere N e P e subito sotto la scritta “Enò-Trio”. Ricostruiamo l’enigma: la cantina in questione è condotta da tre persone, che sarebbero, Nunzio Puglisi, Stefany e Désirée (scritto e comunicato proprio così, come si legge nel sito internet dell’azienda). Quindi le iniziali sono del primo dei tre, mentre il nome “Enò-Trio” è evidentemente un gioco di parole tra “un trio enologico” ed Enotria. C’è dello studio quindi intorno a questo nome, cioè un pensiero che punta a generare un nome attenzionale. Non sapremmo dire se si tratta di una scelta efficace, forse confonde un po’. La grafica in etichetta propone uno scorcio dell’Etna, in fondo a una piana agricola tipica di quella regione vinicola in quota. L’etichetta risulta in fin dei conti piacevole, ordinata, classicheggiante. Sui nomi si poteva probabilmente optare per qualcosa di più comunicativo.
Un Oro che Sfavilla sulle Colline Astigiane
Giocare col le Onde del Vento
4 Assi per 5 Segni (o 4 Segni per 5 Assi?)
La Storia di Pinocchio Riveduta e “Rinominata”
Sotto il Vestito la “Bag” da 5 Litri
Elogio (ma non Troppo) della Semplicità
Passio, Barbera d’Asti, Cascina Collina.
Quando si dice “fai le cose semplici”. E ne esce un’etichetta come questa. Non sempre la semplicità è fattore vincente. Ma vediamo di sfruttare questo esempio per fare alcune considerazioni estetiche e pratiche. L’azienda in questione è anche agriturismo e si trova a Nizza Monferrato, località nota per la Barbera, soprattutto dopo la recente attribuzione della Docg. Pochi elementi molto chiari, distinti, nel packaging: in alto una discutibile stilizzazione di un gruppo di alberi, presumibilmente cipressi. Perché discutibile? Perché di solito questa raffigurazione ricorda la Toscana. Ma diciamo pure che potrebbe portare “italianità”. E’ necessario precisare che l’azienda Cascina Collina appartiene a due norvegesi, Hilde e Stein, che si sono trasferiti in Piemonte nel 2015, ampliando poi l’attività enoturistica. Infatti il sito internet è solo in lingua inglese e norvegese. Tornando all’etichetta: sotto agli alberelli vediamo il nome dell’azienda, scritto in modo lineare, ben leggibile, procedendo ancora verso il basso, denominazione del vino (vitigno) e infine, in un tassello colorato alla base, il nome del vino, “Passio”, dal latino, che però non significa passione, bensì, sofferenza, patimento dell’animo, dolore morale, malattia, accidente. Questo secondo la maggior parte dei dizionari. Il design, come detto all’inizio, è molto spartano: fondo bianco e pochi e ben distinti elementi. Non dispiace, forse qualche emozione in più avrebbe giovato rispetto a questa soluzione molto didascalica. Ma in fin dei conti meglio chiarezza che confusione.
Quando il Nome non è Politically (Correct)
Frojo, Falanghina, Tenuta Vitagliano.
Ci sono nomi di vini che non si sa come pronunciare. In realtà questo si ha “paura” di pronunciarlo. Insomma, soprattutto negli ultimi anni sono aumentate le situazioni in cui certe parole non vengono accettate facilmente. In pratica è meglio non pronunciarle. Offendono, si dice. E quindi anche noi non la scriveremo quella parola, ma vi invitiamo a leggere il nome di questo vino e quindi a pronunciare come vi viene (quella parola). Che fare? Che dire? La modalità sorprende, anche perché non si tratta di una accezione nuova, anzi, affonda le sue radici nei secoli. Allora abbiamo provato a cercare se “Frojo” (testuale, il nome del vino come riportato in etichetta) possa avere qualche altra derivazione. Risultato: niente. Uno studio legale frutto del cognome del titolare. Nel caso di questa azienda vinicola irpina l’origine del nome di questa Falanghina, anche nel sito internet, non viene giustificato in alcun modo. L’azienda ha sede in Valle Caudina, ma niente di più riguardo ad eventuali nomi, cognomi, toponimi, racconti e tradizioni che potrebbero aver consigliato il nome di questo vino. Forse, ipotizziamo, si tratta di un omaggio allo studioso Giuseppe Frojo che nel 1872 scrisse il tomo “Il presente e l’avvenire dei vini d’Italia” descrivendo con particolare cura e dettaglio i vini campani. Ma questo non giustifica l’adozione di questo nome che può generare imbarazzo o peggio ancora ilarità. Per il resto l’etichetta è piacevole, bello l’arcaico logo in alto, bella e originale l’illustrazione della sirena che emerge dai flutti con un grappolo d’uva in mano.
Vino Macerato Figlio del Fato
Fatalità, Malvasia, Cantina Giara.
La fatalità, secondo le definizioni prevalenti dei dizionari, è un “caso ostile” o anche un “destino avverso”, insomma una sfortuna, un contrattempo, una disdetta. Certo, per fatalità possono accadere una varietà di fatti non previsti, ma l’accezione si orienta sempre verso qualcosa di negativo. “Fatalità” è anche il nome di questo vino, una Malvasia macerata della Cantina Giara di Adelfia, in provincia di Bari. Passiamo alla grafica in etichetta, molto decorativa. Infatti nella parte alta vediamo una trama orientaleggiante, forse di ispirazione bizantina, sotto alla quale abbiamo una parte a tinta piatta con il nome del vino, spezzato, il nome del vitigno e infine il logo dell’azienda. Non molto elegante il carattere di scrittura del nome (oltre al fatto che è diviso in due, compromettendo la leggibilità). Interessante il logo del produttore dove, a ben guardare, si scorge la stilizzazione di una collina con dei filari e con una casetta, probabilmente un trullo, costruzione tipica della Puglia. L’etichetta risulta abbastanza originale, si fa guardare, ha una propria innata eleganza, certo non per fatalità, piuttosto per progettualità. Forse il nome del vino non è troppo azzeccato e nemmeno lo stile con il quale viene scritto e quindi comunicato, ma ci sono elementi positivi che danno una valida rilevanza al packaging.
Un Vino Arancione, ma è un’Illusione
Ende Oktober Gold, Albarossa,
Il cognome del produttore di questo vino (arancione fuori, ma decisamente rosso dentro) tradisce origini teutoniche delle quali non si trova traccia nei racconti della storia di famiglia, ma che si rispecchiano nel nome di questo vino: “Ende Oktober Gold”. L’anamnesi della famiglia racconta di origini antiche nel territorio di Mombaruzzo, Piemonte. In effetti il ramo piemontese è quello materno di Roberto, il bisnonno si chiamava Paolo Gaggino, ecco perché cognome tedesco ma radici italiane. Certo la volontà di dare un nome in tedesco a un vino molto italiano non si comprende fino in fondo. Potrebbe giustificarlo un’alta percentuale di vendite in Europa. Questo sì. Il vino è il risultato della coltivazione del vitigno Albarossa, un incrocio tra Barbera e Nebbiolo di Dronero ad opera del celebre professor Dalmasso (un Nebbiolo particolare, che alligna sui terrazzamenti alle pendici delle Alpi Marittime, poco oltre Cuneo, non distante da Francia e Liguria). Vino italico quindi, derivato da due vitigni emblematici dei territori del Nord. Veniamo all’etichetta: molto arancione, insolito colore per un vino rosso, certamente attira l’occhio. In alto lo stemma di famiglia, in grande evidenza, con la scritta “il Blasone e l’Arme” e a lato le iniziali dell’attuale titolare “R” a sinistra per Roberto e “U” a destra per Urscheler (quindi dal nome al cognome, corretto). Al centro il nome del vino (difficile da pronunciare e da digerire… per chi non è avvezzo al tedesco sarebbe “l’Oro di fine Ottobre”, che potrebbe deviare la percezione verso un passito che non è). Poi la menzione del vitigno e in basso la firma del vignaiolo (mmmh… qui cognome e nome) con la dicitura, poco leggibile, “vinificato con uve di proprietà”, affermazione importante meritevole di una migliore esposizione. Nel complesso alcune scelte di comunicazione non sono totalmente condivisibili, ma l’orgoglio di chi produce questo nettare è alto e fiero. E il vino, dicono, molto buono. Salute!
In Nome della Barbera
Nizza, Barbera, Azienda Agricola Serra Domenico.
Si tratta di una delle più recenti attribuzioni di una Docg, quella del “Nizza”. Praticamente una Barbera geolocalizzata. Una specie di Chianti Classico dell’astigiano. Una “superBarbera”, nelle intenzioni del Comitato Promotore e del conseguente Consorzio. Discutibile aver scelto come parola leader della comunicazione la prima parte del nome di questa cittadina (Nizza Monferrato, appunto) che corrisponde alla ben più nota e frequentata città della Costa Azzurra, in Francia. Nizza a dire il vero in francese si dice Nice (che a sua volta fa corto-circuito con la parola in inglese), ma storicamente, quando quel territorio era ancora italiano, la dizione era proprio quella con la due zeta. “Nizza” è anche il nome protagonista (molto protagonista) di questa etichetta del produttore “Serra Domenico” (sarebbe il caso di invertire il cognome-nome trasformandolo in un nome-cognome più consono), con sede e vigneti ad Agliano Terme. Nel packaging, a tutto campo e a lettere cubitali, viene affermato, nobilitato, urlato il nome “Nizza”. Peccato che sia spezzettato. Solita osservazione, non vogliamo risultare noiosi ma quando si tranciano le parole si commette un piccolo reato nella comunicazione. Belli quei nastri, quei festoni, rosso e oro che aleggiano attorno al nome del vino, ma il nome stesso in quel modo non si può leggere. L’impatto c’è: cromatico e calligrafico, ma infine le soluzioni grafiche messe in atto risultano grossolane.