L’Etichetta è Sempre un Palcoscenico

M.Etain, Cabernet, Scarecrow.

La questione è complessa, ma l’etichetta è semplicemente bella. Il produttore di questo vino si chiama Scarecrow così come il loro vino di punta (spaventapasseri, dal “Mago di Oz”), l’azienda è condotta dal nipote di uno dei fondatori della MGM (nota casa cinematografica americana: la Metro Goldwyn Mayer, quella del leone che ruggisce minaccioso ad ogni inizio di film). Ma torniamo rapidamente alla nostra etichetta. Si tratta del “second wine” di questa azienda che si chiama “M.Ètain”. Dunque, in francese “metain” significa metallo mentre se prendiamo solo la parola “Ètain” siamo a “stagno” o “stagnola”. Il rational fornito del produttore nel proprio sito internet riguarda la pronuncia in inglese: Mr. Tin (o Monsieur Ètain in francese) e si riferisce all’omino, un burattino che a noi ricorda Pinocchio che si vede in alto, riprodotto con una vernice argentata in rilievo (tin man in inglese è “uomo di latta”). Al centro il nome del vino e in basso la data, il millesimo, che evidenzia le ultime due cifre per sancire l’importanza e la diversità di ogni annata, di ogni vendemmia. È tutto. Ma vogliamo dire che quel burattino di latta è fatto proprio bene, ha un suo stile, sembra davvero che stia danzando. E attira l’attenzione sia pure nel suo “piccolo”. Risulta subito protagonista e apporta distintività. A volte basta poco. Logicamente, trattandosi della famiglia che ha fondato e diretto la MGM il discorso dei personaggi, veri o inventati, dei film prodotti dalla medesima, aleggia nelle scelte di comunicazione dell’azienda. E questo porta notorietà e idee che sono, comunque sia, evidenziate con gusto e arguta sottigliezza.

Nome e Marchio Circostanziati (in Georgia)

Mtsvane, Brut Nature, Teleda-Orgo.


Finalmente un’azienda che in prima battuta (nella home del sito internet) spiega in sintesi ma dettagliatamente il proprio nome. Non è tanto la spiegazione in sé (altri lo fanno), bensì la scelta a monte (nella creazione del nome) di esprimere un significato… significativo. Molti nomi, spesso ne abbiamo la chiara percezione nell’immediato, sono lì per caso o per qualche oscura ragione. Marchi e prodotti vengono segnati così da un destino crudele, quello della noncuranza, o peggio, della dimenticanza. Tornando a questa azienda, georgiana, sicuramente per noi in Italia “Orgo” non è il massimo, forse ci ricorda “orco”. Ma la spiegazione che c’è dietro consente di recuperare terreno laddove approfondimenti sulla cultura e sulle tradizioni del luogo si manifestano come comunicazione integrata. Ed ecco la spiegazione di cui stiamo parlando: “Our Name. There is a very interesting definition and history behind that Georgian words “Teleda” and “Orgo”. Teleda is an ancient name of Telavi, the main city of Kakheti region. The first archaeological findings about Telavi date back to the Bronze Age. One of the earliest surviving accounts of Telavi is from the 2nd century AD, by Greek geographer Claudius Ptolemaeus, who mentions the name Teleda (a reference to Telavi). Orgo is the stone that was used as a closure of Qvevri in ancient times in Georgia. We still use that old tradition in our cellar for some Qvevris”. Aggiungiamo che “Mtsvane”, nome di questo spumante, è anche il nome del vitigno che lo compone. Anche il logo ci piace: si tratta della sintesi illustrata di una giara inquadrata dell’alto, cioè vedendo l’apertura dal vertice. Etichetta pulita, essenziale, bilanciata. 

Vacche Grasse a Mendoza (ma ne Manca Una)

Cuatro Vacas Gordas,
Malbec e Cabernet, Caligiore.

L’etichetta di questo vino argentino, che viene dalle floride valli di Mendoza, attira sicuramente l’attenzione per il suo stile insolito e giocoso. L’illustrazione è in stile fumetto e il colore giallo di fondo contribuisce ulteriormente a catturare gli occhi. Il nome della linea di vini (ci sono in gamma anche un bianco e un rosato) è “Cuatro Vacas Gorda”. Tradotto in alto, nell’etichetta, per chi non è pratico dello spagnolo, con “Four Fat Cows”. Ai meno distratti risulta evidente che nell’illustrazione manca una mucca, perché sono solo tre, attònite e pascolanti, sotto una nuvoletta. L’enigma viene chiarito nel sito del produttore, che si chiama Caligiore: la quarta vacca si trova nel retro etichetta. Il mistero viene alimentato dal fatto che il retro etichetta nel sito non si vede e non si trova nemmeno facendo ricerche in internet. Potrebbe essere un’idea di marketing: per vedere la quarta vacca è necessario comprare la bottiglia di vino. Almeno fino a quando qualcuno dell’ampio popolo di Vivino non decide di fotografarla. Ed è quello che stiamo aspettando anche noi. Comunque sia la rappresentazione è fantasiosa e simpatica. Il vino non lo sappiamo: troppo lontano.

Tradizione e Innovazione nel Roero Storico

Tamardì, Sauvignon e Arneis, Monchiero Carbone.

In questa etichetta si nota innanzitutto quel motto in dialetto che fa da ricamo all’ovale-marchio: “Ogni uss a l’ha so tambuss”. Cosa significa? Letteralmente: “Ogni uscio (porta) ha il suo batacchio” per sottolineare l’importanza della capacità di ogni produttore di vino nel valorizzare le particolarità di ogni singola vigna e di saperla “riversare” nel calice. Un ottimo incipit. Certo, da interpretare, perché il piemontese, come ogni dialetto, non fa molta strada oltre i confini regionali. Va quindi spiegato. Ma il senso è curioso ed efficace. Anche il nome del vino si esprime, con l’idioma piemontese: “Tamardì” che, spiegato testualmente del produttore nel proprio sito internet, significa “manifestare una reazione di stupore di fronte a qualcosa di inatteso e particolarmente sorprendente”. Lo stupore in questo caso è dovuto all’insolito abbinamento tra un vitigno internazionale e uno autoctono, dando vita a un esperimento vincente. Scendendo ancora verso la parte inferiore dell’etichetta troviamo infine il nome del produttore: “Monchiero Carbone”, in pratica si tratta dei due cognomi dei ri-fondatori dell’azienda, che nel 1990 riprendono in mano le terre delle rispettive famiglie per proseguire in una avventura enoica che guarda al futuro ma attinge a piene mani nella tradizione. Prova ne sia l’arcaica testa di leone che campeggia su tutte le etichette e che funge da logo aziendale. Etichetta in fin dei conti è molto tradizionalista ma in grado di proporre spunti concettuali interessanti.

Una Sferzata di Arancione in Quarta Posizione

Quarto Colore, Pampanuto,
Cantine Imperatore.

La cantina in oggetto, pugliese, è nota soprattutto per il Primitivo che vinifica in vario modo, da rosso riserva a rosato. Ha attirato però la nostra attenzione questo vino “orange” per alcune curiose caratteristiche, del vino stesso, nascendo da vitigno Pampanuto, e dell’etichetta. I nome è “Quarto Colore” e subito siamo portati a osservare la pennellata arancione che campeggia sulla quasi totalità del packaging. Vino “orange” etichetta arancione, tutto torna. Ma perché “Quarto Colore”? Osservando il catalogo vini dell’azienda notiamo che ci sono altre 4 etichette con pennellate di colore: una nera, una rossa, una viola (per i tre vini a base Primitivo) e una verde (per il Fiano). Evidentemente nell’ordine espositivo che il produttore ha in mente, il vino orange viene dopo i tre Primitivo ma prima del Fiano, cioè in quarta posizione. Accettiamo questa interpretazione (anche perché non ne abbiamo un’altra). Alcune osservazioni: sotto al nome del vino leggiamo la frase “cambiamo le regole” (forse un grido di protesta) e ancora sotto “Bio” (dovuta precisazione). In basso a destra il nome e il logo del produttore. Nel sito dell’azienda notiamo anche il pay-off: “i giardinieri del vino”. Tutta la produzione è a regime biologico e l’azienda ci tiene in particolar modo a sottolineare questo impegno produttivo. L’etichetta, concludendo, si presenta d’impeto con uno stile moderno, la pennellata di colore non è originalissima nel mondo della comunicazione del vino ma riesce comunque ad essere distintiva e ad attirare l’occhio. 

La Forma e la Sostanza: Etichetta in B/N dal Colorado

Pinot Bianco, Wander + Ivy.

Si tratta forse di un profumo? Di un’acqua di Colonia? Di una lozione? No, come sempre in questo blog si tratta di vino. Questa volta in una confezione, una veste, un packaging decisamente insoliti (in formato da 187ml). La società che produce questo bianco è americana (la sede è a Denver, in Colorado) ma come si può leggere in questa etichetta, l’azienda produce (in verità imbottiglia) anche vini italiani. Oltre alla forma della bottiglia e alla sua “misura” ridotta, anche il design in etichetta ricorda qualcosa di cosmetico o di farmaceutico. Come afferma l’azienda, siamo di fronte a una precisa scelta di marketing. Per distinguersi dalla concorrenza attraverso elementi di qualità che rispecchino il valore del prodotto stesso (almeno così affermano nel sito dedicato). I vini in gamma provengono da varie parti del mondo, dalla California (Chardonnay) alla Spagna (Bobal e Merlot). Per l’Italia viene proposto il Pinot Bianco. Ogni tipologia di vino viene accompagnata dalla illustrazione di un animale: un orso per la California, un Toro per la Spagna, un Lupo per l’Italia. Gli animali sono nell’atto di interagire con un grappolo d’uva. Il risultato, in generale, è una percezione di cura, eleganza e qualità, sia pure per mezzo di canoni comunicativi che in Europa probabilmente risulterebbero strani. Per il mercato americano, australiano, giapponese… chissà, forse questo stile anacronistico potrebbe sortire effetti commerciali positivi. Noi continuiamo a preferire una bottiglia vera e propria e un tappo di sughero. Ai posteri l’ardua sentenza. Alla tavola il piacere del gusto.



Lupi Laziali dalla Livrea Arancione

Mannaro, Trebbiano e Malvasia, Sassopra.

Si sa che “Mannaro” è il lupo, quello delle leggende e dei racconti. In questo caso sembra che il concetto prevalente sia quello della trasformazione: cioè il passaggio dalle uve “fresche” a un vino supermacerato (si parla di 130 giorni) dal colore e dalla personalità “orange”, ad alcuni piacendo. Certo che quel nome così fortemente espresso in rosso e a grandi lettere (soprassediamo sulla leggibilità, senza dubbio difficoltosa) mette un po’ di soggezione (oltre che l’eventuale, e in qual caso positiva, suggestione). L’immagine evoca un buio boscoso e misterioso, qualcosa come nel racconto di Cappuccetto Rosso, ma anche da Profondo Rosso, celebre film del regista Dario Argento. Tra l’altro le scelte cromatiche in etichetta potrebbero adattarsi di più a un vino rosso, piuttosto che a un bianco (mascherato di arancione). Qualche osservazione anche sul nome dell’azienda, “Sassopra”, che ha sede nel Lazio (5 ettari ad opera di Marta e Federico, la coppia di proprietari, nonché  Mala e Temu, i loro due cavalli). Molto probabilmente si tratta di una fusione tra “sasso” e “sopra”, ad indicare una sporgenza, un rocca, un masso, dall’alto prominenti. Il neologismo funziona a livello fonetico, un po’ meno a livello mnemonico. L’azienda è condotta a regime agronomico biodinamico. I nomi degli altri vini in gamma sono: Bianco di Sassopra, Rosso di Sassopra, Turresti (Malvasia e Bombino), Ramoso (Sangiovese vinificato in bianco insieme alla Malvasia) e Mosso (Malvasia e Trebbiano).

Nero d’Ossidiana, Rosso di Pantelleria

Rosso dei Sesi, Terre Siciliane,
Abbazia San Giorgio.

Questa austera ma elegante etichetta viene da Pantelleria e da un produttore che coltiva un piccolo patrimonio di tre ettari e mezzo di vigne ad alberello. Rese bassissime, passione altissima. Si tratta di un rosso composto dai vitigni Pignatello e Carignano. Solo 1000 bottiglie. Ma le sue particolarità non finiscono qui, anzi iniziano proprio dal suo nome: “Rosso dei Sesi”. Si va infatti a scoprire che la civiltà dei sesioti abitò l’isola 2000 anni prima di Cristo per lavorare l’ossidiana, una pietra vetrificata vulcanica, a lungo considerata l’oro della preistoria. Un omaggio alla storia millenaria di questa piccola isola dalle risorse inesauribili, minerali sotto terra, meteorologiche alla luce del sole. Ma torniamo a questa etichetta dal colore di fondo nero (come l’ossidiana) e dai caratteri gentili. Al centro il nome del vino (non molto leggibile, cromaticamente, forse poteva essere reso in rilievo), in alto l’annata, in basso il nome e marchio del produttore. Nient’altro. Solo essenza, come del resto dentro la bottiglia: niente solfiti (e niente lieviti) aggiunti. Per quanto riguarda le vigne, solo vento e sole (e sottosuolo): le scelte estreme del produttore non concedono alcun tipo di concimazione. D’altro canto con una terra così sarebbe ridondante.

Dipende dai Punti di Vista

Punto di Vista, Vermentino, Podere La Chiesa.

Molto dipende dai punti di vista. Che nel caso di un vigneto significa anche terroir (panorama, esposizione, morfologia). Il “Punto di Vista” di Podere la Chiesa (a Terricciola, vicino a Volterra) è un vino bianco che nasce sulle colline pisane. Ma vediamo l’etichetta e il messaggio che vuole trasmettere (se riusciamo ad interpretarla): innanzitutto il concetto espresso dal nome del vino viene rafforzato direttamente sul fronte del design con l’aggiunta della scritta “new view” (che appare due volte, senza un apparente motivo); l’immagine è la riproduzione di un’opera pittorica (che si trova in originale all’interno della cantina) che raffigura 4 farfalle azzurre che volteggiano nell’aria lasciando traccia del loro percorso; il quadro ricorda in parte Pollock ma anche qualche disegno onirico Daliniano. Il colore giallo dorato del fondo attira l’occhio, si fa notare per la sua intensa cromaticità; la mente però non trova altri appigli se non godere della “leggiadria” del soggetto artistico. In alto il nome del vino e in basso il nome e marchio dell’azienda. Il rapporto tra arte e vino (caro in questo caso ai due produttori, Palma e Maurizio) è molto presente nella comunicazione enologica, nelle etichette come negli eventi, ma non sempre trova giustificazioni estetiche, fors’anche edonistiche. Come altre volte possiamo dire: a loro piacendo.

Unione d’Intenti (e di Assonanze) tra Siviglia e Sicilia.

Griddu Verde, Grillo, Dos Tierras (Badalucco).

Il progetto aziendale prevede una specie di scambio culturale e colturale tra Spagna e Sicilia. I due titolari dell’azienda che ha sede a Petrosino, tra Marsala e Mazara del Vallo, si chiamano Beatriz De La Iglesia Garcia e Pierpaolo Badalucco. Lei dalla Spagna ha portato vitigni iberici, lui ci ha messo i vigneti di famiglia. Non si sono però dimenticati degli autoctoni siciliani, come il Grillo che presentiamo qui a sinistra. Il nome del vino, per chi non è avvezzo all’’idioma dell’isola, potrebbe ingannare: “Griddu” non è un grido, bensì il nome del vitigno in dialetto. E “Verde” è un chiaro richiamo alla viticoltura biologia e biodinamica che caratterizza l’azienda. Sul lato sinistro dell’etichetta, in verticale, una citazione di Leonardo Sciascia: “Non so perché, dei paesi e delle città della Spagna non ho memoria (…) e anche a Siviglia mi pareva a momenti di camminare per le strade di Palermo intorno a piazza Marina…”. Un omaggio a Sciascia ma anche a Beatriz che è proprio originaria di Siviglia. La comunanza, di coppia, di vitigni, di terre, di paesaggi e magari anche, in parte, di tradizioni, forse di temperature, è compiuta nel segno del vino, che non conosce “limiti e confini” (citando a nostra volta Mogol). La grafica in etichetta è semplice, diretta, ma riesce comunque ad attirare l’attenzione. 

La Tribù dei Vini Pallidi

Il Pallido e l’Altro Pallido, 
Ca’ Richeta.

L’azienda vinicola dell’attuale proprietario ed enologo Enrico Orlando deve il suo nome alla trisnonna Enrichetta. Laddove “Ca’ Richeta” significa “Casa di Enrichetta”. A proposito di nomi originali, a dirla tutta, il nome completo della trisavola è Enrichetta Amandola Morando. Anche i nomi dei vini in gamma non smentiscono l’indole creativa della famiglia con nomi come ModetMonet (Chardonnay e Riesling), Dlà (Nebbiolo), Crussi (idem) e per le due etichette qui raffigurate, “il Pallido” (rosato da Pinot Nero e Cabernet) e “l’Altro Pallido” (spumante rosé da Nebbiolo e Pinot Nero). Evidentemente questi due nomi derivano da una osservazione ottica dei vini che risultano particolarmente eterei (di colore), salvo il fatto che in italiano essere pallido (emaciato) non è qualificante. Per i rosati, comunque, anche un tono tenue di colore (alcuni dicono “buccia di cipolla”) può essere caratterizzante. Curiosa l’escalation semantica che accomuna i due vini. Attira l’attenzione. Graficamente le due etichette si connotano con archetipi classici, decorativi, e con il nome del produttore che prende molta importanza, in alto, con una dimensione certamente notabile. Qualche riserva sull’impaginazione generale e sullo stile, permane.

I Merli dei Castelli non Sempre Sono Marroni

Monterosso Val d’Arda, Cantine Casabella.

Alcune particolarità di questo vino e della sua etichetta: la Doc è davvero poco conosciuta, si tratta della denominazione “Colli Piacentini Monterosso Val d’Arda”. Prende il suo nome da una collina che si trova alle spalle del noto borgo di Castell’Arquato, logicamente in provincia di Piacenza. Si tratta di un vino bianco che può avvalersi dei vitigni Malvasia Aromatica di Candia, Moscato Bianco, ma anche, all’occorrenza, di Trebbiano Romagnolo, Ortrugo, Sauvignon e dello sconosciuto Bervedino (o Berverdino che dir si voglia): l’uva di questo vitigno assume, a maturazione, colori ambrati un po’ come per l’Erbaluce (con il quale, infatti, venne per molto tempo confuso). Una particolarità, davvero sorprendente e conseguente, è che a fronte di una Doc che si chiama “Monterosso”, abbiamo un vino bianco. Cortocircuito mentale e gustativo. Per quanto riguarda l’etichetta notiamo l’originalità di una costruzione (un castello) di colore verde mare. Per un vino bianco ci può stare, anche se il colore è davvero insolito (nota positiva: si distingue subito sullo scaffale di vendita). Etichetta davvero “ottica” con scritte molto marcate, visibili, con uno stile moderno, forse fin troppo impattante ma sicuramente efficace. Insomma c’è poca tradizione, se non nei merli del castello color “acquamarina”, però l’etichetta recupera in leggibilità e impatto. 

Purezza e Nudità in un Baglio (ir)Reale

La Pùra, Grillo, Baglio Reale.

Questa giovane azienda nasce in Sicilia dall'ispirazione di Giuseppe Coddretto, altresì giovane enologo, con l’intento di valorizzare il frutto per mezzo della favorevole condizione ambientale che i vigneti della propria terra possono godere. I primi due vini del recente inizio di produzione si chiamano “Prèmier” e “La Pùra” (rispettivamente Sirah e Grillo, qui raffigurati insieme allo Zibibbo di nome “Hègadis”). In particolare per quanto riguarda le prime due etichette il produttore, nel sintetico sito internet aziendale, recita: “Musica e vino sono due elementi che interagiscono con i nostri sensi, stimolando la vita socio-culturale e creando momenti di convivialità. Ecco quindi che le due muse, suonando le corde di arpa e violino incantano la nostra anima ed inebriano la nostra mente. Nel vino La Pùra predominano le note di pesca, agrumi di Sicilia, fiori d’arancio e zagara di limone. Il Prèmier ti conquista invece con i sentori di ciliegia, fragola, melograno e prugna”. Detto questo non si può evitare di notare che le etichette di Baglio Reale (questo il nome della vitivinicola) sono contraddistinte da una presenza femminile dove, sia pure senza malizia, viene esposta la nudità delle forme. Notiamo anche che la donna musicante è anche regina, indossando la corona che riporta al logo (corona che troviamo anche sulla “R” di Baglio Reale). Il tratto delle illustrazioni è molto semplice, quasi didattico. L’impatto percettivo si fonda quindi più sulla sorpresa della nudità piuttosto che sulla qualità della comunicazione.

Un Terribile Condottiero nelle Terre Siciliane

Terebinto, Grillo, Planeta.

Nelle fertili terre di Sud-Ovest, in Sicilia, il Grillo cresce corposo. Naturalmente stiamo parlando di uno dei vitigni più rappresentativi di quest’isola meravigliosa e rigogliosa. L’etichetta di questo vino dell’azienda Planeta si presenta con forza: colore di fondo impattante, nome del produttore in evidenza. Il nome del vino è misterioso: “Terebinto”. Sembra il tonante appellativo di qualche invasore normanno e invece si tratta di un arbusto, ben rappresentato nell’immagine proprio sopra al nome, al centro dell’etichetta. Il vero significato viene rivelato dal produttore stesso nella scheda del vino collocata tra le pagine del sito web: “Il terebinto è un arbusto dalle fronde lucenti, da sempre legato alla Sicilia e al paesaggio Mediterraneo, da occidente a oriente”. La Sicilia non manca certo di un’ampia varietà di vegetazioni sontuose, visto il clima prevalente. Certo il nome di questa specie non è molto noto e nemmeno molto facile da ricordare. Legato al territorio, non c’è dubbio. Decorativo anche, considerata la riuscita illustrazione iper-realistica. Diciamo che si tratta di un nome originale, poco malleabile ma sicuramente dotato di personalità.

La Possenza dell’Etna (in Etichetta)

Pussenti, Nerello Mascalese, Enò-Trio.

Forse il nome di questo vino viene riferito a una zona particolare o più probabilmente alla “possenza” delle viti (secolari, prefilossera) che consentono alle uve di Nerello Mascalese di esprimere grande intensità. Però non suona bene, “Pussenti”. Ricorda foneticamente qualcosa di puzzolente. Insomma non è molto elegante nella sua formulazione. Interessante, quasi un trattato di psicanalisi, il logo aziendale: un tralcio biramato dove si notano le lettere N e P e subito sotto la scritta “Enò-Trio”. Ricostruiamo l’enigma: la cantina in questione è condotta da tre persone, che sarebbero, Nunzio Puglisi, Stefany e Désirée (scritto e comunicato proprio così, come si legge nel sito internet dell’azienda). Quindi le iniziali sono del primo dei tre, mentre il nome “Enò-Trio” è evidentemente un gioco di parole tra “un trio enologico” ed Enotria. C’è dello studio quindi intorno a questo nome, cioè un pensiero che punta a generare un nome attenzionale. Non sapremmo dire se si tratta di una scelta efficace, forse confonde un po’. La grafica in etichetta propone uno scorcio dell’Etna, in fondo a una piana agricola tipica di quella regione vinicola in quota. L’etichetta risulta in fin dei conti piacevole, ordinata, classicheggiante. Sui nomi si poteva probabilmente optare per qualcosa di più comunicativo.

Un Oro che Sfavilla sulle Colline Astigiane

Orifiamma, Moscato, Cantina di Nizza.

Una visione moderna che scaturisce da un tradizione antica. Quella della cooperativa vinicola, oltre al territorio e al modo di fare vino. Le etichette della Cantina (Cooperativa) di Nizza (Monferrato) hanno un piglio dinamico, un taglio contemporaneo, soluzioni tecnologiche avanzate. Come ad esempio quella che vediamo qui a sinistra che veste il Moscato dell’azienda, fiore all’occhiello di quelle colline. Il nome del vino, “Orifiamma” si merita un excursus: Treccani ci consente di scoprire che “orifiamma viene dal francese oriflamme, che sarebbe una bandiera di colore rosso cosparsa di stelle o di fiamme d’oro e terminante in due o tre punte bordate da una frangia di seta verde e oro, originariamente insegna dell’abbazia di Saint-Denis, alla periferia settentrionale di Parigi sulla riva destra della Senna, e dal secolo 12° al 14° insegna militare dei re di Francia”. E per essere un po’ patrioti (visto che i piemontesi tendono lo sguardo quasi sempre, nostalgicamente, oltr’alpe) aggiungiamo che “Dante usò la parola per indicare la parte più luminosa dell’Empireo, nel centro della quale siede Maria: ‘così quella pacifica oriafiamma nel mezzo s’avvivava’“. A parte le francofilìe, complimenti, gran nome che nella sua semplicità porta con sé tutto il valore storico e anche organolettico del Moscato delle colline astigiane. La grafica in etichetta non delude, con soluzioni decorative di grande gusto e inchiostri e goffrature di pregio. Complimenti ai soci cooperatori.

Giocare col le Onde del Vento

Con Vento, Sauvignon e Viognier, 
Castello del Terriccio.

Si sa che il “terriccio” è il nome che si dà a quei sacchi di materiale composito che serve per piantumare i fiori e le piante sui terrazzi. In questo caso si tratta di un nome storico (toponomastica) dell’ altrimenti detto Castello di Doglia, a nord di quell’ampio territorio chiamato Maremma (che comprende anche vaste aree nell’entroterra toscano in provincia di Grosseto). In questo caso le colline più vicine sono quelle pisane. Territorio che una volta fu degli Etruschi, quasi sempre implicati nelle faccende di vino, soprattutto nel centro Italia. Ampio è anche il possedimento di questa azienda, con ben 1500 ettari di terreni, dei quali 65 vitati. Il vino in questione è un bianco che si chiama “Con Vento”. Il nome incuriosisce perché comprende un gioco di parole (volendo) che porta il significato di “convento” ma principalmente quello di “con il vento”. Siamo infatti di fronte al mare che con le sue brezze salmastre influenza benevolmente la coltivazione dell’uva. Nell’etichetta, sopra al nome in questione, vediamo il logo del produttore, un sole stilizzato ed esattamente, secondo il racconto che troviamo nel sito web dell’azienda “Negli anni ’80, durante gli scassi per piantare i primi vigneti di Lupicaia, è stato ritrovato nel terreno un reperto raffigurante il sole etrusco e da quel momento è stato utilizzato in forma stilizzata come logo aziendale”. Lupicaia è uno dei nomi noti di un vino rosso dell’azienda. Sotto al nome del vino troviamo due tratti “ondeggianti” di colore giallo. Onde anomale che vorrebbero caratterizzare il packaging sia pure in modo semplice e lineare. La grafica si distingue per una certa essenzialità, che non guasta. Alla base il nome dell’azienda. Niente di più su sfondo bianco carta. Il tutto è plausibile ma non sublime. Almeno secondo il nostro modesto parere.

4 Assi per 5 Segni (o 4 Segni per 5 Assi?)

4Cento, vini rossi, CinqueSegni.

Iniziamo subito col citare una frase che appare trionfante nella home-page di questo produttore campano: “CinqueSegni è l’unica azienda vinicola ad offrire un packaging unico al mondo, tutto Made in Italy”. E ancora, nelle pagine successive: “CinqueSegni nasce nel 2008 dal desiderio di 5 amici di dare nuova luce all’antica tradizione vinicola, coniugando due eccellenze italiane: Vino e Arte. E’ un progetto ispirato dal segno che ciascuno dei cinque fondatori ha impresso sulle loro vigne con la promessa di realizzare insieme questo sogno. La valorizzazione del terreno, la salvaguardia della tradizione vinicola e la continua ricerca della qualità da una parte, l’innovazione nel design ispirata dall’arte italiana dall’altra, hanno dato vita a prodotti unici, contraddistinti da una particolare etichetta in ceramica ultra sottile brevettata nei principali paesi del mondo”. Il nome “CinqueSegni” si riferisce a cinque segni distintivi: la Materia, la Vigna, il Liquido, l’Arte, il Tempo. Certo, al posto del “Liquido” avremmo scritto “il Vino”, ma comunque si capisce che ci si riferisce a quello. L’azienda propone diverse linee di prodotto, qui riportiamo la “4Cento”, 4 vini rossi, contraddistinti dai 4 segni delle carte da gioco, di aree diverse: Primitivo di Manduria, Montepulciano d’Abruzzo, Nerello Mascalese e Rosso Toscana Igt. Il packaging viene definito “di lusso” e le 4 bottiglie vengono proposte singolarmente o tutte insieme in un prezioso cofanetto. In etichetta il risultato di questa tecnica di stampa, con ceramica ultrasottile è sicuramente d’impatto. I colori che puntano sul nero e sul rosso, anche. Si tratta senza dubbio di etichette dotate di una forte nota distintiva.

La Storia di Pinocchio Riveduta e “Rinominata”

Pisopo, 36 vitigni diversi, Enosis.

Enosis è un centro di ricerca che si trova a Fubine, in provincia di Alessandria, capitanato da un celebre enologo, Donato Lanati. Le attività spaziano dall’agronomia all’enologia sperimentale vera e propria. E questo vino è proprio un esperimento se si considera che “contiene” ben 36 vitigni diversi. Ma la particolarità più grande riguarda il suo nome e in generale la sua etichetta, come ben spiegato nel sito del suo creatore: “…per una produzione speciale, occorreva un nome altrettanto speciale. Tutto è partito dall’esclamazione del nipotino di un bravo produttore abruzzese il quale, vedendo la grande scultura di legno del burattino di Collodi, sistemata all’ingresso di Enosis, dopo averla indicata, anziché nominarla Pinocchio, disse: “Pisopo”. Quel nomignolo mi colpì e, subito, mi prefigurai il nome stampato sull’etichetta del nostro vino. I Pinocchi disegnati sull’etichetta sono, intenzionalmente, due in quanto, nella costruzione della frase linguistica italiana e inglese, due negazioni possono esprimere una verità. Ecco la metafora: due Pinocchi (bugia-negazione) esprimono la nostra verità enologica. La storia di Pinocchio, inoltre, mi ha sempre affascinato, per via del Grillo Parlante, immagine della coscienza, impossibile da ignorare. Il vino migliore lo avevamo, l’etichetta originale anche e… Pisopo fu! La magia di una favola tutta monferrina”. Cosa aggiungere? Che il design oltre ad essere significativo è anche impattante, attira l’attenzione, genera anche simpatia. Inoltre sembra che il vino in questione non sia in vendita. La qual cosa rende tutta la storia ancora più intrigante.

Sotto il Vestito la “Bag” da 5 Litri

Fidere, Nero di Troia, Fieramosca.


Anche il vino così detto “bag in box” ha bisogno di una veste, di un packaging, e soprattutto di un nome. Ed ecco qui una confezione da 5 litri del marchio pugliese Fieramosca (riconducibile alla Cantina Sociale di Barletta). Si tratta, in realtà e per completezza di informazioni, di una linea di vini che si chiama “Fidere”. Comprende il qui evidenziato rosato da vitigno Nero di Troia oltre a un Nero di Troia in rosso, a una Malvasia e a un blend di rossi. Cosa ci racconta il produttore nel proprio sito internet? “Abbiamo chiamato questa linea Bag in Box “Fidere”. Inserendo una grafica con due mani che si stringono, Fidere dal latino “Fidarsi”, un valore importante che abbiamo voluto evidenziare, poiché ne sosteniamo tutti i principi etici. La scatola comunica tale concetto ma anche la storia della nostra cantina e valorizza il suo contenuto, dandone tutte le informazioni necessarie”. C’è un concetto quindi, e viene portato avanti anche se si tratta di una linea di vini “da quantità”. Cosa buona e giusta, ogni prodotto in gamma ha il proprio pubblico e deve avere il proprio modo di proporsi. Il packaging si presenta in modo piacevole, equilibrato, ordinato. Evidenza al nome di linea ma anche, giustamente, al marchio aziendale. Modalità moderna e funzionale.

Elogio (ma non Troppo) della Semplicità

Passio, Barbera d’Asti, Cascina Collina.

Quando si dice “fai le cose semplici”. E ne esce un’etichetta come questa. Non sempre la semplicità è fattore vincente. Ma vediamo di sfruttare questo esempio per fare alcune considerazioni estetiche e pratiche. L’azienda in questione è anche agriturismo e si trova a Nizza Monferrato, località nota per la Barbera, soprattutto dopo la recente attribuzione della Docg. Pochi elementi molto chiari, distinti, nel packaging: in alto una discutibile stilizzazione di un gruppo di alberi, presumibilmente cipressi. Perché discutibile? Perché di solito questa raffigurazione ricorda la Toscana. Ma diciamo pure che potrebbe portare “italianità”. E’ necessario precisare che l’azienda Cascina Collina appartiene a due norvegesi, Hilde e Stein, che si sono trasferiti in Piemonte nel 2015, ampliando poi l’attività enoturistica. Infatti il sito internet è solo in lingua inglese e norvegese. Tornando all’etichetta: sotto agli alberelli vediamo il nome dell’azienda, scritto in modo lineare, ben leggibile, procedendo ancora verso il basso, denominazione del vino (vitigno) e infine, in un tassello colorato alla base, il nome del vino, “Passio”, dal latino, che però non significa passione, bensì, sofferenza, patimento dell’animo, dolore morale, malattia, accidente. Questo secondo la maggior parte dei dizionari. Il design, come detto all’inizio, è molto spartano: fondo bianco e pochi e ben distinti elementi. Non dispiace, forse qualche emozione in più avrebbe giovato rispetto a questa soluzione molto didascalica. Ma in fin dei conti meglio chiarezza che confusione.

Quando il Nome non è Politically (Correct)

Frojo, Falanghina, Tenuta Vitagliano.

Ci sono nomi di vini che non si sa come pronunciare. In realtà questo si ha “paura” di pronunciarlo. Insomma, soprattutto negli ultimi anni sono aumentate le situazioni in cui certe parole non vengono accettate facilmente. In pratica è meglio non pronunciarle. Offendono, si dice. E quindi anche noi non la scriveremo quella parola, ma vi invitiamo a leggere il nome di questo vino e quindi a pronunciare come vi viene (quella parola). Che fare? Che dire? La modalità sorprende, anche perché non si tratta di una accezione nuova, anzi, affonda le sue radici nei secoli. Allora abbiamo provato a cercare se “Frojo” (testuale, il nome del vino come riportato in etichetta) possa avere qualche altra derivazione. Risultato: niente. Uno studio legale frutto del cognome del titolare. Nel caso di questa azienda vinicola irpina l’origine del nome di questa Falanghina, anche nel sito internet, non viene giustificato in alcun modo. L’azienda ha sede in Valle Caudina, ma niente di più riguardo ad eventuali nomi, cognomi, toponimi, racconti e tradizioni che potrebbero aver consigliato il nome di questo vino. Forse, ipotizziamo, si tratta di un omaggio allo studioso Giuseppe Frojo che nel 1872 scrisse il tomo “Il presente e l’avvenire dei vini d’Italia” descrivendo con particolare cura e dettaglio i vini campani. Ma questo non giustifica l’adozione di questo nome che può generare imbarazzo o peggio ancora ilarità. Per il resto l’etichetta è piacevole, bello l’arcaico logo in alto, bella e originale l’illustrazione della sirena che emerge dai flutti con un grappolo d’uva in mano.

Vino Macerato Figlio del Fato

Fatalità, Malvasia, Cantina Giara.

La fatalità, secondo le definizioni prevalenti dei dizionari, è un “caso ostile” o anche un “destino avverso”, insomma una sfortuna, un contrattempo, una disdetta. Certo, per fatalità possono accadere una varietà di fatti non previsti, ma l’accezione si orienta sempre verso qualcosa di negativo. “Fatalità” è anche il nome di questo vino, una Malvasia macerata della Cantina Giara di Adelfia, in provincia di Bari. Passiamo alla grafica in etichetta, molto decorativa. Infatti nella parte alta vediamo una trama orientaleggiante, forse di ispirazione bizantina, sotto alla quale abbiamo una parte a tinta piatta con il nome del vino, spezzato, il nome del vitigno e infine il logo dell’azienda. Non molto elegante il carattere di scrittura del nome (oltre al fatto che è diviso in due, compromettendo la leggibilità). Interessante il logo del produttore dove, a ben guardare, si scorge la stilizzazione di una collina con dei filari e con una casetta, probabilmente un trullo, costruzione tipica della Puglia. L’etichetta risulta abbastanza originale, si fa guardare, ha una propria innata eleganza, certo non per fatalità, piuttosto per progettualità. Forse il nome del vino non è troppo azzeccato e nemmeno lo stile con il quale viene scritto e quindi comunicato, ma ci sono elementi positivi che danno una valida rilevanza al packaging.

Un Vino Arancione, ma è un’Illusione

Ende Oktober Gold, Albarossa, 
Az. Agr. Gaggino (Roberto Urscheler).

Il cognome del produttore di questo vino (arancione fuori, ma decisamente rosso dentro) tradisce origini teutoniche delle quali non si trova traccia nei racconti della storia di famiglia, ma che si rispecchiano nel nome di questo vino: “Ende Oktober Gold”. L’anamnesi della famiglia racconta di origini antiche nel territorio di Mombaruzzo, Piemonte. In effetti il ramo piemontese è quello materno di Roberto, il bisnonno si chiamava Paolo Gaggino, ecco perché cognome tedesco ma radici italiane. Certo la volontà di dare un nome in tedesco a un vino molto italiano non si comprende fino in fondo. Potrebbe giustificarlo un’alta percentuale di vendite in Europa. Questo sì. Il vino è il risultato della coltivazione del vitigno Albarossa, un incrocio tra Barbera e Nebbiolo di Dronero ad opera del celebre professor Dalmasso (un Nebbiolo particolare, che alligna sui terrazzamenti alle pendici delle Alpi Marittime, poco oltre Cuneo, non distante da Francia e Liguria). Vino italico quindi, derivato da due vitigni emblematici dei territori del Nord. Veniamo all’etichetta: molto arancione, insolito colore per un vino rosso, certamente attira l’occhio. In alto lo stemma di famiglia, in grande evidenza, con la scritta “il Blasone e l’Arme” e a lato le iniziali dell’attuale titolare “R” a sinistra per Roberto e “U” a destra per Urscheler (quindi dal nome al cognome, corretto). Al centro il nome del vino (difficile da pronunciare e da digerire… per chi non è avvezzo al tedesco sarebbe “l’Oro di fine Ottobre”, che potrebbe deviare la percezione verso un passito che non è). Poi la menzione del vitigno e in basso la firma del vignaiolo (mmmh… qui cognome e nome) con la dicitura, poco leggibile, “vinificato con uve di proprietà”, affermazione importante meritevole di una migliore esposizione. Nel complesso alcune scelte di comunicazione non sono totalmente condivisibili, ma l’orgoglio di chi produce questo nettare è alto e fiero. E il vino, dicono, molto buono. Salute!

In Nome della Barbera

Nizza, Barbera, Azienda Agricola Serra Domenico.

Si tratta di una delle più recenti attribuzioni di una Docg, quella del “Nizza”. Praticamente una Barbera geolocalizzata. Una specie di Chianti Classico dell’astigiano. Una “superBarbera”, nelle intenzioni del Comitato Promotore e del conseguente Consorzio. Discutibile aver scelto come parola leader della comunicazione la prima parte del nome di questa cittadina (Nizza Monferrato, appunto) che corrisponde alla ben più nota e frequentata città della Costa Azzurra, in Francia. Nizza a dire il vero in francese si dice Nice (che a sua volta fa corto-circuito con la parola in inglese), ma storicamente, quando quel territorio era ancora italiano, la dizione era proprio quella con la due zeta. “Nizza” è anche il nome protagonista (molto protagonista) di questa etichetta del produttore “Serra Domenico” (sarebbe il caso di invertire il cognome-nome trasformandolo in un nome-cognome più consono), con sede e vigneti ad Agliano Terme. Nel packaging, a tutto campo e a lettere cubitali, viene affermato, nobilitato, urlato il nome “Nizza”. Peccato che sia spezzettato. Solita osservazione, non vogliamo risultare noiosi ma quando si tranciano le parole si commette un piccolo reato nella comunicazione. Belli quei nastri, quei festoni, rosso e oro che aleggiano attorno al nome del vino, ma il nome stesso in quel modo non si può leggere. L’impatto c’è: cromatico e calligrafico, ma infine le soluzioni grafiche messe in atto risultano grossolane.