La Forza della Burrasca e del Cannonau

Ondas, Cannonau e Carignano, Cantina Santadi.

Questa grande e nota cantina sarda ha in gamma una linea di vini che si chiamano “Ondas”. Questo, in particolare, ottenuto in gran parte dal vitigno autoctono Cannonau di Sardegna, attinge il nettare di uve allevate nei vigneti del basso Sulcis. L’etichetta rompe decisamente gli schemi abituali del luogo proponendo una illustrazione da fumetto d’antan. Lo stile potrebbe essere quello di Mister Mistere, o cose del genere. Ma anche tipo Milo Manara laddove le “curve” sono costituite da onde, come il nome del vino insegna. Insieme alle onde (che sia vino quello che fluisce?) non possono sfuggire fulmini di tempesta, a fornire al packaging e di conseguenza ai suoi fruitori, un clima da tregenda, quasi a suggerire un racconto tragico, dai risvolti burrascosi. Il mare di Sardegna viene iconizzato da sempre come limpido, calmo, soleggiato. Ma ci sta che quando soffia la tramontana le condizioni possono cambiare. E allora, forse, ci si chiude in taverna, come i marinai, a sorseggiare Cannonau accompagnato dal tipico e famoso formaggo con i vermi (che si chiama “casu marzu” o formaggio marcio). Un’onda buona per tipi coraggiosi,

Il Vino Allieta la Tavola (Anche Quella dei Monaci)

Borbotto, Vitigni Vari Toscani, Monaci di Camaldoli.


Questo vino dal curioso nome, viene prodotto dall’Antica Farmacia dei Monaci Camaldolesi. Per geolocalizzare il luogo, siamo vicino a Bibbiena, tra Firenze e Arezzo. Questa la descrizione dell’azienda che si trova nel sito internet: “I Monaci Camaldolesi hanno coltivato fin dalle origini nella loro azienda agricola denominata la Mausolea o Casa delle Vigne vari vigneti, producendo vini diversi. Nelle carte del loro Archivio storico a partire dal 1150 si parla di vigne e non di vigna, di vendemmie e non di vendemmia, per far comprendere che non si trattava di un solo tipo di vigneti e che si adattavano diverse pratiche di viticoltura. Le Regole Monastiche dei monaci eremiti prevedevano che si producesse non solo un vino buono, ma soprattutto “puro”: di ottima qualità. Dal 1356 si trova documentata la “vigna dei romiti”, e al servizio di essa una cantina bene attrezzata. Da questa antica tradizione enologica nasce Borbotto”. Per quanto riguarda il nome del vino, riteniamo che si faccia riferimento al borbottìo dei tini quando il mosto è in fase di fermentazione (più simile, in effetti, ad una ebollizione). Anche se, abbastanza vicino alle vigne di questo produttore monastico si trova la famosa Fonte del Borbotto, celebre luogo che conduce alla fonte dell’Arno, nel Parco Naturalistico del Monte Falterona. Tornando a questa semplice etichetta, al centro vediamo uno stemma con la scritta “Camaldolensis Insigna Ordinis” (due sparvieri bevono da un calice), e subito sotto la scritta “Vinum laetificat cor hominis” (dal salmo 103, 15): e come non essere d’accordo con questi virtuosi fraticelli?

Pane e Vino, Purché Anche l’Acqua sia Giusta

Acqua Giusta, Alicante, Terra Moretti.

Un vino che si chiama “Acqua Giusta” non può che incuriosire. Potremmo definirlo una specie di “negative approach” o anche un esercizio di estremità concettuali che si toccano. In realtà si tratta del nome dell’azienda che produce questo rosato, facente parte del grande impero vitivinicolo di Terra Moretti. In particolare siamo in Maremma, località Badiola, vicino a Castiglione della Pescaia. Etichetta particolare per un vitigno che in Italia si trova difficilmente, l’Alicante. Etichetta semplice ma preziosa: su un fondo crema vediamo le sagome di un cipresso e di un pino marittimo, tipici dell’entroterra e della costa toscana. Le chiome sono stampate in oro rilucente, con un effetto molto solare, che ben si sposa con il colore del vino, un rosato-salmone che invita al sorso. Un packaging sicuramente meditato, sia pure realizzato con pochi elementi che riescono però a dare spessore alla comunicazione. Certo, con un nome così si rischia di “annacquare” il vino, ma probabilmente il gioco vale la candela.

Sangiovese, Pasta e Fantasia

Pastafarian, Sangiovese, Unico Zelo.

Questa giovane e divertente azienda australiana si chiama proprio così: “Unico Zelo” e ha sede a Gumeracha, vicino ad Adelaide, sulla costa sud. Non sappiamo perché hanno deciso di utilizzare due parole in italiano, e forse non lo sanno nemmeno loro. Ma sono simpatici, sono una coppia e si chiamano Brendan e Laura Carter. Producono vini con vitigni italiani che hanno strani nomi, come questo Sangiovese che si chiama “Pastafarian”. Vediamo di capire meglio. I pastafariani, secondo Wikipedia, sono gli adepti di un “movimento religioso fondato nel 2005 da Bobby Henderson, un laureato in fisica presso l'Oregon State University, per protestare contro la decisione del consiglio per l'istruzione del Kansas di insegnare il creazionismo nei corsi di scienze, come alternativa alla teoria dell'evoluzione. Nonostante sia generalmente considerata una religione parodistica gli adepti e lo stesso fondatore (per i pastafariani “profeta”) rifiutano tale etichetta, sostenendo che "ogni affermazione che faccia pensare al Pastafarianesimo come a qualcosa di umoristico o satirico è pura coincidenza". Follia? Fantasia? Filosofia? Non ci sbilanciamo. Notiamo solo che, perfetta sintonia con il nome del vino, in etichetta vediamo alcune matasse di spaghetti (stilizzati) in un mare di pomodoro. Ce n’è abbastanza per riderci sopra e per cercare di scoprire se il Sangiovese australiano è buono come quello Toscano (e soprattutto se può essere abbinato a un piatto di spaghetti).

Soddisfazioni Vinicole che Datano Alcuni Secoli Orsono

Sudisfà, Nebbiolo, Angelo Negro.

Chiariamo subito che “Angelo Negro” non è una definizione bensì un nome e cognome. Si tratta del discendente di una famiglia di antiche tradizioni che vanta le proprie origini agricole al 1670. Di riferimenti storici è piena l’etichetta: a sinistra un angelo (bianco) espone un cartiglio con il nome di Giovanni Dominico Negro (figlio di Audino), l’avo fondatore. Al centro la trascrizione dell’estratto terreni del comune di Monteu Roero che riporta: “Al Bricco della Val d’Aiello una casa con cascina, forno, aia, orto, prato e viti consorti eredi Oddino Negro, Secondo Musso, G. Matteo Sandri, eredi Tibaldo del Tetto, Giovanni Vignola, confinante a Margherita Negro; tavole 146, vicino all’edificio, aia e prato a quarti 10: soldi 2 denari 5 vitti giornate 4, tavole 68, cioè giornate 1 in fondo verso la via comune a quarti 9 e il resto a quarti 10: soldi 7 denari 7 ½”. In basso a sinistra vediamo un’altra effige di Audino Negro con data. Passiamo al nome del vino, “Sudisfà”, che pur essendo in dialetto piemontese si fa capire e aggiunge valore. Infatti nel sito internet del produttore leggiamo, a proposito di questo specifico vino: “La prima volta che l’ho assaggiato sono rimasto sudisfà…” a firma Giovanni Negro, 1996. Il mood generale è quello di un packaging arcaico ma funzionale alla storia e al “terroir” di quel Piemonte austero che ancora oggi regna nelle percezioni di molti acquirenti.

Un SuperVino Piemontese Incartato Bene

Since, Monferrato Rosso, Cascina Valle Asinari.

Ecco un packaging particolare, non originale in assoluto, soluzioni come queste si sono già viste, ma comunque in grado di distinguersi: una carta bianca, molto consistente, avvolge la bottiglia nella sua interezza. Molto spazio, nome in grande, stile moderno. Eppure siamo in una delle zone storiche e tradizionali della Barbera. Le uve di questo vino vengono coltivate su un “bricco” che ha fatto epoca ed è ben noto ai viticoltori della zona: Valle Asinari, a San Marzano Oliveto, nel cuore del Piemonte vinicolo. Veniamo al nome del vino, in inglese, “Since”, traducibile con “dal” ma anche “dopo”. Insomma, prima e poi. Infatti sotto al nome troviamo una definizione: “Perché non abbiamo una lunga storia, ma un grande futuro”. Affermazione velleitaria, se vogliamo. Forse anche un po’ supponente. Fa parte del racconto, del concept, dello storytelling di questa bottiglia. Alla base dell’etichetta troviamo il logo aziendale. Per la cronaca la società fa capo a due noti produttori piemontesi, Borgogno di Barolo e Brandini di La Morra (50 e 50). Il vino è di quelli costosi: tiene un piede nella tradizione piemontese (Barbera) e ne mette un altro nella modalità bordolese (Merlot e Cabernet). Potremmo definirlo come un “superpiedmont”, alla moda di Bolgheri. E con i suoi 15% alcolici possiamo a questo punto chiamarlo “vinone”. Da portare in tavola con orgoglio e magari non proprio tutti i giorni.

Uva e Kiwi, ma non Solo Frutta

Chardonnay, Domaine Rewa.

Questo ottimo vino neozelandese prodotto in sole 2422 unità, ci propone un’etichetta “parlante” costituita di sole immagini. Vediamo prima le (poche) parole contenute nel packaging: “Domaine Rewa” in alto, nome dell’azienda, Chardonnay in basso, nome del vitigno e in piccolo 2021 e Central Otago, annata del vino e zona di produzione. Per il resto ci appaiono una serie di illustrazioni da catalogo naturalista, che comprendono piante, animali e altri elementi come l’indicazione del “45th” parallelo (south) e uno spicchio di luna. Osservando con attenzione si notano anche un paio di cesoie e una stretta di mano. Per quanto riguarda gli arbusti, facile intuire che si tratta di tipica vegetazione del luogo, comprensiva di un grappolo d’uva. I due animali rappresentati sono il Kiwi, uccello simbolo nazionale della Nuova Zelanda e una specie di bufalo molto peloso (ci sono anche un paio di api, a dire il vero… l’azienda, biodinamica, produce anche miele). Nel complesso questa “etichetta illustrata” fa il proprio gioco. Parla di tipicità e naturalità in modo efficace (laddove questo vino viene prodotto con un vitigno “non tipico”, bensì del gruppo di vitigni definiti internazionali): ci fa conoscere un po’ di quel territorio dove nasce questo nettare del “Nuovo Mondo”. Modalità che graficamente appare disordinata ma comunque appagante. Ringraziamo Valentina e Marco ideatori del WineClub di Home.Cooking.Milan per la preziosa segnalazione (e degustazione!).

Con l’Appassimento si Vola!

Aleggio, Primitivo, Giordano Vini.

Ogni vino necessita di un’etichetta. Questo lo sanno anche i sassi. Ne hanno bisogno anche quelli della vasta “produzione” di Giordano Vini, un’azienda commerciale che distribuisce milioni di bottiglie, in Italia e all’estero. Ed eccoci alle prese con il packaging di questo Primitivo che si chiama “Aleggio”. L’immagine in alto non lascia dubbi, stiamo parlando di aviazione. I primordi del volo, visto il modello di aereo rappresentato. Cerchiamo quindi la definizione di aleggiare nell’Enciclopedia Treccani: “Agitare le ali, volando con leggerezza”. Certo il Primitivo non è da annoverare tra i vini leggeri, ma dopo qualche calice può far volare, questo sì. Alla base della grafica troviamo il nome del vitigno e la precisazione tecnico-degustativa relativa all’appassimento. Infatti, come dichiarato del produttore nella breve frase che troviamo sotto all’immagine dell’aereo, le uve vengono lasciate surmaturare sui tralci prima di essere vendemmiate. Nel complesso, pur non avendo agganci concettuali concreti con il prodotto, questa etichetta attira l’attenzione per una certa pulizia grafica che aleggia in tutto l’elaborato. La speranza nostra e di tutti i potenziali clienti è che nel vino, all’atto della mescita, non salti fuori la “volatile” (termine con il quale i sommelier professionisti indicano la presenza di acido acetico in eccesso). Ringraziamo Monica per la segnalazione e la foto!

Bonita l’Etichetta, Bonito il Vitigno

Maria Bonita, Loureiro, Lua Cheia Saven.

Un’etichetta davvero particolare che sa farsi notare. Un volto, due occhi femminili, colori insoliti, un nome evocativo. Sono gli ingredienti di questo packaging che viene dal nord del Portogallo proprio come il vitigno, autoctono, col quale viene prodotto questo Vinho Verde. Il nome del vino è “Maria Bonita”, in prima battuta si allude alla donna ammiccante che appare a tutto campo in etichetta. Ma anche, leggendo qualche informazione su internet, all’uva che compone questo nettare, al punto che in basso, sotto al nome del vino, in portoghese e anche tradotto in inglese, troviamo la frase: “The most beautiful grape of the region”. Un’affermazione nazionalista, un orgoglio regionale, un pregio produttivo. Il vitigno è il Loureiro, coltivato solo nella zona della Vale do Lima, lungo la costa nord del Portogallo, e anche in Galizia, superando il confine con la Spagna dove però cambia la vocale finale e si chiama Loureira. Torniamo all’etichetta: insoliti colori, dicevamo, un’opera illustrativa che ci colpisce per i “pomelli” del volto della donna, color verde acido, il nome in giallo, il fondo azzurro, e quella chioma nera riccioluta che sborda, in alto, sul vetro della bottiglia. Maria Bonita ha ottenuto le attenzioni che desiderava.

Ogni Benedetta Domenica (e gli Altri Giorni?)

Domenica, Pinot Grigio, Mezzacorona.

Si tratta di una delle più note e grandi cantine italiane, Mezzacorona, che vanta un bel nome, oltre che fatturati astronomici. E stiamo anche parlando di un vitigno che ha fatto categoria a sé, con vendite stratosferiche soprattutto negli Stati Uniti. Tant’è che l’azienda ha pensato bene, per questo vino, di creare un sito internet ad-hoc, con il suffisso domenica.wine. Bello ed evocativo il nome del vino: “Domenica”. Si dà per scontato che anche all’estero la pronuncia e il significato di questo nome possano essere compresi formulato così, in italiano. L’etichetta è davvero ben progettata: caratteri di scrittura ricercati, particolari in oro, eleganza formale ma non troppo essenziale. Al centro vediamo un disegno di un costone roccioso, tipico della zona di provenienza della doc (Trentino, piana Rotaliana e dintorni), e poi una serie di parole, “stratificate” dall’alto in basso, che connotano una ricerca concettuale e verbale di tutto rispetto. In alto leggiamo una precisazione che di solito viene relegata nello storytelling e quasi mai evidenziata in etichetta: “Hand Picked”, cioè vendemmiata (raccolta) a mano (l’uva). Poi nome del vino, nome del vitigno e della doc, e in basso, sopra al logo aziendale “est. 1904” per “established” cioè “fondata”. Sotto al logo leggiamo un’altra precisazione tecnica che però può essere efficace in termini di comunicazione (soprattutto negli ultimi anni): “Sustainable Estate”, cioè un riferimento alla benedetta sostenibilità. Nel complesso una bella etichetta che concettualmente non lascia nulla al caso. Sette più.

Hashtag Langhe Nebbiolo: Modernità e Tradizione

Sapèl, Langhe Nebbiolo, Merenda Sinoira.

Questa giovane azienda vitivinicola di Novello, in provincia di Cuneo (che si chiama Merenda Sinoira, proprio così), ha scelto come logo un “cancelletto”, cioè quel simbolo a tratti incrociati che si usa per gli hashtag (parola inglese formata da “hash”, cancelletto, e “tag”, etichetta) o come comando di particolari funzioni per lo smartphone. Siamo ormai abituati a vedere questa simbologia, risulta a tutti come qualcosa di famigliare. Forse l’intento dell’azienda era quello di apparire moderni nella comunicazione. L’etichetta, governata unicamente da questo segno (più il nome del vino, naturalmente), risulta un po’ sterile. Comunque si fa notare. Diciamo che riesce a bucare lo scaffale. Per quanto riguarda il nome di questo vino (un Nebbiolo in purezza), vediamo cosa scrive il produttore nel proprio sito internet: “Sapèl è un termine del dialetto piemontese che indica l'ingresso al vigneto, all'appezzamento di terra di proprietà. Abbiamo scelto questo nome per il nostro primo vino, in quanto per noi rappresenta l'ingresso in prima persona nel panorama enologico”. La parte creativa di questa etichetta molto spartana, risulta essere la trama grafica che compone il simbolo #, praticamente l’impronta digitale di un polpastrello. Probabilmente a significare che nel prodotto si trova la mano dell’uomo oltre al contributo essenziale della natura. Un packaging insolito per la zona rurale di origine, che si differenzia con intelligenza. P.S.: la “merenda sinoira” è il tipico spuntino piemontese che si tiene verso il tramonto.

LA non è Los Angeles: Siamo nella Profonda Austria

LA, Vino Rosato, Leo Aumann.

Si tratta di un’azienda austriaca molto strutturata, con un’ampia scelta di vini in gamma. Le etichette sono tutte molto essenziali, anche piuttosto sterili, tranne questa, relativa a un rosato prodotto con uve Cabernet Sauvignon, St. Laurent e Pinot Nero. L’impronta grafica è di quelle che vogliono giocare ad essere moderne con l’uso esagerato della tipografia (dei caratteri di stampa in grande, per intenderci). L’effetto comunque è positivo, dirompente in termini di comunicazione. Stereotipato ma efficace. La bottiglia si fa notare. Manca un vero e proprio nome del vino, certo, ma nel complesso incide nella memoria. Il bollo nero sulla destra, con le iniziali del titolare, Leo Aumann, fa anche da lettera “o” nella lettura di Rosé. Le tre grandi lettere bianche creano l’effetto “rebus” che attira l’occhio e intriga il cervello. Un segmento nero separa la “r” dalla “s”, apparentemente senza senso. Da non trascurare l’effetto trasparenza al cospetto di una bellissima gradazione di rosa, del vino. Effetto ottenuto dal tipo di vetro non colorato e dalla cartotecnica (meglio dire pellicola adesiva) dell’etichetta. Un packaging tutto sommato di buona realizzazione, che tradisce velleità iconografiche già fuori moda ma ancora in grado di attirare l’attenzione.

Una Dea dagli Occhi Azzurri e dai Capelli Dorati

Dea, Erbaluce di Caluso Brut, 
Società Agr. Erbalù.

Il vitigno Erbaluce (Docg di Caluso) è da molti anni sottostimato. Piccole produzioni che riguardano vini fermi, spumantizzati o passiti (questi ultimi sono quelli della tradizione). Il nome (del vitigno) è molto bello, evocativo, sembra riconducibile alla particolare e solare trasparenza delle uve mature che generano riflessi dorati. Tant’è che questa piccola azienda di Moncrivello (unico comune della provincia di Vercelli a comprendere la Docg) ha deciso di chiamarsi “Erbalù”. Mentre il vino, anche se si può incorrere in confusione, si chiama “Dea”. Il nome è posto in basso, non molto visibile, tanto che potrebbe sembrare che il nome del vino possa essere Erbalù o entrambi. L’etichetta graficamente si fa notare, colori pastello con una illustrazione che raffigura una donna dai capelli dorati “a grappolo”, occhi azzurri, abbigliamento d’altri tempi. Il disegno è piuttosto essenziale, bensì dotato di una sua originalità. Le scritte in corsivo, dei due nomi, azienda e vino, non facilitano la leggibilità. Per il resto il packaging è ordinato, nella parte bassa, più confuso nella parte alta. Una cursiosità: le mani della Dea reggono/indicano due piccole sfere, una bianca alla sua destra (la sinistra per chi guarda) e una nera alla sua sinistra. Probabilmente il sole a la luna o più probabilmente la luna piena e quella nuova a sottolineare l’importanza delle fasi astrali per la produzione del vino. 

La Mescolanza e la Linearità

Mischiabacche, Blend di Bianchi, 
Castello di Stefanago.

Questa nota azienda pavese si distingue da anni per una agricoltura rispettosa dell’ambiente e per prodotti che puntano al massimo sulla naturalità. Anche l’immagine aziendale e la comunicazione sono chiaramente orientati in questa direzione. Ulteriore prova di ciò la fornisce l’etichetta di questo bianco, ottenuto da più vitigni, che si presenta in modo spartano ma “educato”. Stiamo parlando naturalmente di educazione visiva e comunicativa. Vediamo gli elementi che compongono il packaging: la carta è di tipo riciclato, con delle goffrature (rilievi) che ne evidenziano la matrice. L’impaginato è molto semplice, bello il colore scelto per le scritte, con il nome dell’azienda in primo piano (per impatto) e il restante centrato e sottostante. Bello il nome del vino, “Mischiabacche”, che viene spiegato nel blocchetto di testo alla base: “…creiamo armoniche combinazioni di bacche”, laddove un eventuale minus (il fatto che il vino è un blend e non viene prodotto con un vitigno in purezza) viene trasformato in un plus (il fatto di avere una somma di caratteristiche positive fornite dai vari vitigni mescolati insieme, con competenza e armonia). Il nome del vino viene addirittura chiamato a sottolineare la mescolanza, con una modalità simpatica, a creare un neologismo composto da “mischia” e da “bacche” (sinonimo di acini d’uva). Lo spirito è semplice e diretto, ma anche qualitativo, proprio come l’immagine generale che negli anni questa azienda si è costruita.

Pulizia Grafica a Volte Significa Assenza di Idee

Sauvignon, Cantina Puiatti.

La produzione di questo vino si colloca in Friuli, a Romans d’Isonzo, in quelle terre magre dove i vini bianchi vengono bene. Magra anche l’etichetta, molto magra. Inteso come asciutta, essenziale, certamente pulita, forse un po’ sterile. Ma vediamo di giungere a un’analisi ben circostanziata. Innanzitutto viene utilizzato un tipo di carattere (di scrittura, carattere tipografico si intente) molto squadrato, statuario, ben delineato, certamente molto leggibile. In alto vediamo il nome del vitigno, tra quelli “nobili” e francesi, il Sauvignon Blanc (ormai sintetizzabile in “Sauvignon”), giustamente evidenziato con un tassello dal fondo chiaro. Subito sotto al nome del vitigno ecco la definizione della Doc e l’annata del vino. Al centro… nulla. In basso il nome del produttore che funge anche da logo. Si potrebbe avere la sensazione di essere di fronte a un’etichetta vuota. Molte volte però, in questo blog, abbiamo osannato il vuoto, la pulizia grafica, i pochi elementi come caratteristica vincente per un packaging di spessore. E confermiamo. L’essenziale fa bene agli occhi (e anche al cuore, si sa). In questo caso forse la brama di impatto visivo ha presto troppo la mano di chi ha inventato questa etichetta. L’impatto c’è. Anche una certa originalità. Ma rimane il dubbio che troppa pulizia, nel senso di mancanza di idee, non possa risultare, ai fatti, la soluzione migliore.

In Vespa Acrobatica sulle Colline Pavesi

Pinot Nero Frizzante, Perdomini.

Le ragioni per cui un’etichetta può riuscire a farsi notare possono essere diverse. Legate al nome del prodotto, ai colori, alla grafica, alla forma della cartotecnica. Conviene sempre sorprendere, stupire, per riuscire anche, perché no, a differenziarsi dalla concorrenza. Questo packaging di un Pinot Nero vinificato in bianco (come si usa nel pavese), riesce a mettersi in evidenza innanzitutto per un croma di fondo verde acceso, davvero poco utilizzato nel settore. Quindi per quella “vignetta” in basso dove vediamo un uomo e una donna su una Vespa. Immagine molto “italica”, che sorprende ancora di più in quanto la passeggera, la donna, non si trova sul sellino posteriore, bensì abbarbicata in posizione insolita sul manubrio. Sistemazione pericolosa, sarebbe, nella realtà. O quanto meno funambolica. I due personaggi sono vestiti in modo elegante, stanno andando a una festo, o più probabilmente, ebbri, stanno tornando da un party, vista la modalità di trasporto che hanno scelto. Tutto questo per dire che una illustrazione così, ben realizzata, con uno stile originale, attenzionale, riesce a far viaggiare i pensieri e in questo modo anche a far ricordare il vino in questione. Il resto dell’impaginazione è molto regolare, lineare, centrato, notiamo anche il vezzo di un puntino bianco all’interno del nome del produttore. Ma di sicuro i protagonisti sono loro, i due “amanti volanti”.

Da Parigi a Modica, la Filosofia non fa Distinguo

Flâneur, Grillo, Baroni di Pianogrillo.

Oggi parliamo di un vino siciliano, prodotto dall’azienda “Pianogrillo Farm” (così si trova scritto nel sito internet) che sull’etichetta diventa Baroni di Pianogrillo e anche (alla base) Agricola Pianogrillo s.r.l., insomma un po’ di confusione, alimentata vieppiù dalla firma in corsivo di “Lorenzo Piccione di Pianogrillo” (ultimo discendente dei Baroni). Quello che vogliamo sottolineare è il nome di questo vino, “Flâneur”, un Grillo in purezza, prodotto nella zona di Modica (Sicilia sud-orientale). Si tratta di un nome davvero particolare: prendendo spunto da Wikipedia ecco la sua spiegazione… “è un termine francese, reso celebre dal poeta Charles Baudelaire che indica un soggetto che vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell'osservare il paesaggio. La parola non possiede un'esatta corrispondenza in italiano, tuttavia la locuzione "andare a zonzo" rende bene l'idea dell'azione”. Baudelaire coniò questo termine in riferimento soprattutto a Parigi, infatti… “la flânerie (il bighellonare/passeggiare/vagare) è associata a Parigi e con quel tipo di ambiente, che lascia spazio all'esplorazione non affrettata e libera da programmi. Il flâneur è tipicamente molto consapevole del suo comportamento pigro e privo di urgenza: per esemplificare questa sua caratteristica umorale, era descritto come "uno che porta al guinzaglio delle tartarughe lungo le vie di Parigi". Del resto l’etichetta in questione, graficamente, si distingue per essere ordinata e lineare e per fornire una serie di informazioni che di solito vengono trascurate, come il tipo di coltivazione (alberello) la quota dove si trovano le vigne, il numero del mappale, il numero delle bottiglie prodotte. Molto bene. Un influsso francese in terra siciliana. Storicamente ci può stare.

L’Anima del Vulcano Dentro a una Bottiglia

Animardente, Nerello Mascalese, 
Anima Etnea.

I due vini che, per ora, questa azienda siciliana produce, sono riconducibili (per il loro nome) al concetto di “anima”, ben evidenziato da una grande “A” maiuscola. L’azienda si chiama “Anima Etnea”, nome che comunica subito la dislocazione dei vigneti e la tipologia della Doc (dominati dalla “muntagna”, il Grande Padre Etna) con il suo terreno lavico molto particolare. Siamo in Contrada Santo Spirito a Passopisciaro, una delle zone elette per il Nerello Mascalese (coltivato in questo caso a 700mt s.l.m.). Oltre al qui rappresentato “Animardente”, l’azienda produce anche un Etna Bianco, da Carricante e Minnella quasi in parti uguali, che si chiama “Animalucente”. L’etichetta che qui prendiamo in esame è davvero bella: pensata per comunicare tutta l’anima di questo vino e le sue origini. Una “A” centrale sormontata da un sole raggiante stilizzato, stampata con un inchiostro nero in rilievo che ricorda la lava del vulcano, il fondo rosso fuoco a rappresentare il magma e la forza geologica di quei luoghi. Pochi elementi molto evidenti. Impatto visivo, conferme concettuali. E un nome che divampa e conquista. Operazione di comunicazione molto ben progettata e condotta. Rimane in mente la simbologia e il racconto: “Un nome che racconta l’anima del vulcano silenzioso, inaspettata e incandescente, che dà vita al movimento perpetuo. Una forza della natura incontenibile e seducente, espressione di un terroir unico. Il nome del vino deriva proprio dalle viscere del vulcano, dalla sua incessante attività, dal calore e dal colore del magma” (dalla pagina dedicata nel sito internet del produttore).

Lo Spazio Illimitato di un’Idea

Aperture, Cabernet Sauvignon.

Il territorio è quello californiano, nei pressi di Healdsburg, a nord di San Francisco, dove per i vini hanno ancora qualcosa da imparare, ma per il packaging hanno tutt’oggi qualcosa da insegnare. Niente di trascendentale, intendiamoci, ma qualcosa da sottolineare, questo sì. L’etichetta si fa notare subito per la presenza centrale di alcuni acini. L’elaborato potrebbe essere fotografico, ma tradisce subito qualcosa di artistico. Riproduzione dal vero? Libera interpretazione di quello che la natura, anche sulla buccia di un acino, può regalarci? Fatto sta che il packaging di questo Cabernet si distingue per preziosità, estetica, spessore, sia pure esprimendo un omaggio agli aspetti naturali del processo di vinificazione, a partire proprio dal grappolo d’uva, intonso, come la linfa l’ha fatto, che la mano del vignaiolo raccoglie a piena maturazione. E per il resto? Due gentili e sottili scritte sotto all’immagine, Cabernet Sauvignon a sinistra e Soil Specific a destra, a sottolineare il vitigno, certo, ma anche la particolarità del suolo, vulcanico, minerale, come affermato dal produttore nel proprio sito internet. Il nome del vino è anche il nome dell’azienda, “Aperture”, che non ha bisogno di traduzioni (esattamente sarebbe apertura o cavità), in quanto consente in lettura di spaziare, di immaginare vallate, sole, vento. Dal piccolo (l’acino) al grande: il potere di una parola a volte è illimitato.

La Pazienza dei Vini Marchigiani

Valdé, Verdicchio e Trebbiano, Oppeddentro.

L’etichetta di questo Bianco delle Marche, che nasce tra Cupramontana e Maiolati Spontini, ci mostra un’etichetta inconsueta, per quanto riguarda alcuni elementi. La parte illustrata attiene a una certa arte contemporanea a macchie che potrebbe descrivere allegoricamente il paesaggio dei luoghi. Osservando l’elaborato da vicino, il materiale che è stato dipinto potrebbe essere anche un muro. Il risultato, molto grezzo, è puramente decorativo. Ma appena analizziamo il packaging nella sua interezza scopriamo che in alto c’è la scritta “vini con pazienza” (precisazione non da poco). Poi vediamo il curioso nome dell’azienda, “Oppeddentro”, che nasce dalla parlata locale: quando i locali si recano nel centro storico della cittadina dove ha sede l’azienda, dicono “vado oppeddentro”. Anche il nome del paese ha una sua “etimologia”: Magnolati, secondo l’antica dicitura bizantina, e Spontini in onore del compositore Gaspare Spontini che allietò le genti con la sua musica tra il XVIII e il XIX secolo. Sotto al nome del produttore (che per errore potrebbe sembrare il nome del vino) leggiamo “nelle mura di Maiolati Spontini”, che con orgoglio manifesta la presenza della cantina (in uno storico sito di pigiatura) proprio dentro al borgo. Il nome del vino viene relegato a sinistra, in verticale (si scorge appena, in questa riproduzione) e corrisponde a “Valdè”. Ignoriamo il suo significato preciso non avendo trovato traccia di una descrizione nel sito del produttore. Per la cronaca questo viticoltore (il titolare è Andrea Piccioni) aderisce al circuito Vinnatur.

Puntini da Puntualizzare con Fiori di Campo

Wildflowers, Tannat e Sirah, 
Sanctuary Vineyards.

Questo produttore che annovera tra le proprie uve anche il Sangiovese, si trova sulla costa atlantica degli Stati Uniti e precisamente a Jarvisburg, in Nord Carolina. Non è certo una delle zone del mondo più rinomate per la viticoltura, ma a noi interessa, anche in questo caso, l’etichetta. Dunque, il vino si chiama “Wildflowers”, traducibile in “fiori selvaggi” e ancora meglio in “fiori di campo”, qui da noi. Il nome è bello, evocativo, ma quello che colpisce subito, come immagine, è quel fuoco d’artificio di colori, chiamato a rappresentare le macchie di colore con le quali i fiori di campo punteggiano la campagna. L’illustrazione, osservata da vicino, riguarda delle vere e proprie macchie ottenute da colature di pittura, ma l’effetto, da lontano, è proprio quello di un gruppo variegato di fiori. Siamo di fronte a una specie di versione moderna di quella fronda di artisti che si faceva chiamare divisionisti (o puntinisti). Si tratta di un packaging coraggioso, per pochi (insomma, non per tutti), che presenta una impaginazione pulita, centrata, elegante, con un “fuori norma” tutto concentrato nell’opera illustrativa, dove l’estro creativo e concettuale si esprime senza vincoli o preconcetti.

Lo Sfarzo Georgiano di un Re Femmina

Tamaris Vazi, Natenadze Company.

Questo vino viene prodotto in Georgia, nella regione di Meskheti, a lungo occupata dagli Ottomani che distrussero villaggi, vigne e cantine. Oggi Giorgi Natenadze e altri giovani viticoltori, provano a recuperare antichi vitigni autoctoni. Ma andiamo con ordine. L’etichetta di questo vino, indubbiamente molto particolare, vuole narrare una storia che risale al 1160, anno di nascita della Regina Tamara, alla quale è dedicato il vitigno (il Tamaris Vazi). Le pagine di storia narrano che fosse il preferito dal Re Tamar di Georgia, in realtà la figlia (donna) di Re Giorgio III, e non si tratta di un errore perché qui viene l’aneddoto: “Tamara, pur essendo donna, usava il titolo spettante di diritto al sovrano maschio, ossia re, facendosi chiamare Re Tamara (Tamar Mepe)” (Wikipedia). Probabilmente un caso unico al mondo che oggi, nella tendenza gender-fluid, dove sembra che non ci sia più distinzione tra maschio e femmina, risulta quindi molto attuale. Graficamente l’etichetta presenta una corona in alto e un collare di pietre preziose. Insomma, il tesoro della Regina, anzi del Re Tamara. Il risultato, cromaticamente, è sorprendente. La preziosità traspare, anzi, esonda. Si tratta forse di una ridondanza, di sfaccettature un po’ sfacciate. Ma di fronte al racconto della vita di questa Regina particolarmente autoritaria (si faceva chiamare, “re dei re e regina delle regine”), lo sfarzo può essere un modo di essere e di comunicare.

Un Vino che “Sta Stretto”, nell’Entroterra Marchigiano

Il Vicolo, Rosato Igt Marche, 
Cantina dei Colli Ripani.

Questo vino marchigiano, un rosato da Montepulciano (vitigno) e Sangiovese, è abbigliato in modo davvero originale. Con una grafica molto geometrica vediamo un omino che guarda all’insù, posizionato in uno spazio ristretto. Ed è proprio a questo che allude il nome del vino, “il Vicolo”, cioè a un luogo molto particolare. La spiegazione ce la fornisce direttamente il produttore: “Uno sguardo in su e uno ai lati. Eh sì, la via è stretta. Anzi strettissima, appena 43 cm. Ti trovi nel vicolo più stretto d’Italia, un primato che appartiene a Ripatransone, la nostra città. Ma non preoccuparti, puoi sempre tornare indietro oppure decidere di attraversarlo. Per poi orgogliosamente affermare di avercela fatta. Dal colore rosa tenue brillante e dal profumo fruttato, 'il vicolo' Marche IGT Rosato celebra questo luogo curioso e bizzarro, che sfida la prospettiva. In un solo bicchiere due sguardi sul mondo, due punti di vista che trovano la via, stretta, per conciliarsi e lasciarsi ricordare”. Certo che, a parte la collocazione topografica della cantina, nulla collega il vino con il vicolo in questione. Ma l’etichetta incuriosisce. E la modalità utilizzata in questa illustrazione, in questo packaging che propone anche una carta goffrata particolare, è davvero moderna e “stilosa”. In pratica si è preso un fatto, se vogliamo anche abbastanza turistico, trasformandolo in un valore da comunicare. Distintivo e funzionale.

77, le Gambe delle Donne (ma Siamo in Canada, non a Napoli)

Red Over Heels, Blend di Rossi, Strut Wines.

Il pay-off o claim che dir si voglia (in termini moderni), insomma lo slogan o anche il “motto” (per dirla in termini desueti) di questa azienda canadese è “the wine with legs”. In pratica potremmo tradurre così: “il vino con le gambe”. Il messaggio visivo in etichetta è chiaro, si tratta di gambe di donna (per non fare torti a nessuno, in questo mondo fluido, per quello che ne sappiamo potrebbero essere anche gambe trasgender). Forse c’è un gioco, un’allusione, se “gambe” dovesse trasmettere anche una vaga sensazione di “radici”, “origini”, “piedi piantati per terra”. Chissà. Certo che con una serie di etichette (non solo questa che mostriamo), dove sono protagoniste (con scatti fotografici) delle donne in minigonna, si fa fatica a uscire da questo stereotipo. Questo vino, un Merlot, si chiama “Red Over Heels”, in pratica, “un rosso con i tacchi” (anche qui, sarebbe da interpretare). Occupiamoci invece del target: donne? Uomini? Facile pensare che il messaggio sia rivolto agli uomini (che per il vino, in generale, sono ritenuti i “responsabili di acquisto”). Le donne potrebbero altresì risultare incuriosite da questo tipo di immagini. Alcune però potrebbero soffrire di invidia, laddove le gambe in etichetta non dovessero corrispondere alle proprie. La questione non è semplice. Certamente questo packaging attira l’attenzione, su questo non ci piove.

Sette Punti Molto Simpatici per un Rosato Spigliato

Settepunti, Primitivo Rosato, Luca Attanasio.

La Cantina di Luca Attanasio (che nel sito internet acquisisce la dicitura “le Vigne di Luca Attanasio”) si trova tra Sava e Manduria, in provincia di Taranto (Alto Salento), nel cuore del territorio di produzione del Primitivo. In questo caso abbiamo un Primitivo Rosato molto particolare, non filtrato, ahinoi col tappino di latta, che viene promosso come vino da aperitivi (antipasti) e… “ottimo anche con la pizza”. A noi piace il nome del vino che nasconde un piccolo racconto. Si chiama “Settepunti”, che non sono delle localizzazioni in vigna o dei luoghi sui generis, bensì, come raccontato nella pagina web dedicata “il nome di questo vino si ispira alla coccinella e ai puntini neri che ne caratterizzano la livrea (Coccinella Septempunctata). Settepunti è dedicato a questi piccoli insetti che in silenzio liberano il vigneto da afidi e altri parassiti dannosi ed è ottenuto dalla vinificazione dei racemi maturati sulle femminelle degli alberelli…”. La grafica rappresenta il carapace di una coccinella, stilizzato, con una conformazione arrotondata anche dell’etichetta stessa. Il packaging è attraente, il nome incuriosisce, la spiegazione è in linea con i dettami ecologici più agguerriti e moderni; inoltre le coccinelle, si sa, risultano simpatiche in tutto il mondo. Tant’è che in molti casi viene ritenuto che portino fortuna se si posano sulla propria mano. L’operazione di comunicazione è ben riuscita e questo piccolo produttore ha saputo così distinguersi con simpatia ed efficacia.