Una Storia Siciliana Tutta Da Bere

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Nato in Sicilia, Nero d'Avola, Patrì.

L'azienda vinicola siciliana Patrì ha in gamma 4 linee di prodotti. "Della Terra", "Notte", "Solitario" e "Nato in Sicilia". In quest'ultimo caso il nome del vino è anche nome di linea. La differenza tra le bottiglie all'interno delle linee di prodotto viene stabilita dai vari vitigni, per "Nato in Sicilia" abbiamo, con diverse note cromatiche, il Cerasuolo di Vittoria, il Nero d'Avola (in foto) e il Grillo. Il nome di linea "Nato in Sicilia" afferma in modo chiaro, netto, senza possibilità di smentita, la paternità territoriale del prodotto. Vini siciliani da vitigni autoctoni. Non si tratta di un nome estroso, creativo, che consente quindi di accedere a emozioni particolari (salvo l'essere siciliani esuli, lo vedremo più avanti), si tratta di una definizione diretta, precisa, e quindi didascalica. A volte, se non si dispone di un nome originale, o se le scelte aziendali vanno in altre direzioni, meglio essere diretti, dritti al punto, comprensibili, affermativi. Nome lungo, articolato in tre parole, ma in questo caso, essendo anche nome di linea ci può stare. E cosa fa l'azienda per sottolineare, rimarcare, ancora di più questa forte affermazione territoriale? Crea un cofanetto dove alloggiano una bottiglia e un libro dal titolo medesimo "Nato in Sicilia" (di Enzo Russo). Omaggiandolo ai clienti e "chiudendo il cerchio" comunicativo del packaging.
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Il libro in questione narra una storia di distacco (dall’isola) e di ritorno, con la riscoperta di tradizioni famigliari che aiutano a comprendere filosofie di vita e costumi del triangolo di terra più variegato del Mediterraneo. Operazione interessante, lucida, di sfondo commerciale, ma di peso culturale. Conquista il cuore dei siciliani e la simpatia di tutti gli altri. Unica notazione non positiva va al design dell'etichetta: certo è molto attenzionale nel suo insieme, con quel "bollo" colorato al centro. D'altro canto non nobilita il nome, "nascondendolo" dentro a una rafimicazione che concettualmente è degna di mostrarsi (la vite con contorni arabescanti) non agevolando però lettura e comprensione. 

L'Allegria del Vino e la Luna Storta

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La Luna Nera, Nebbiolo (Spanna) Colline Novaresi, Cantine Guidetti.

packaging branding grafica comunicazioneQuesto produttore del Nord Piemonte (i fratelli Guidetti) ha deciso di annoverare tra i nomi dei propri vini (quasi tutti) le accezioni dedicate di solito agli Arcani Maggiori dei Tarocchi. Troviamo infatti in gamma "L'Eremita" (Vespolina), "La Temperanza" (Croatina), "La Papessa" (Barbera"), "L'Imperatrice" (Nebbiolo e Bonarda), etc. Uno dei top di gamma, rappresentato da un Nebbiolo in purezza (localmente detto "Spanna"), è stato chiamato "La Luna Nera". Di fatto nei tarocchi esiste la carta della Luna, ma il riferimento alla luna nera è ampio e articolato anche nel mondo dell'astrologia. Come è facilmente intuibile, anche per chi non si dedica allo studio di tarocchi e oroscopi vari, la luna nera non è propriamente un "segno" positivo. Benché la considerazione della luna sia molto importante nella coltivazione della vite e nella produzione del vino, l'accenno alla "faccia nascosta della luna" non viene considerato fattore solare e gaudente. Citiamo ad esempio, da alcuni brani reperibili facilmente in rete che "La Luna Nera indica una mancanza patita, indipendentemente che sia reale o meno, che urla per ottenere ciò che (sente) le è stato negato", Non è un bel pensare, quindi. In generale. Non staremo qui a fare un trattato sui Tarocchi ma basta qualche riferimento a conoscenze "medie e comuni" la cui analisi minima dovrebbe governare le intenzioni per il naming di un prodotto, sempre. Ad esempio il celebre gruppo rock dei Pink Floyd ha dedicato agli influssi paranoici della luna un titolo che ha fatto la storia della musica: "The Dark Side of The Moon". E cosa dire del detto popolare riferito a quella particolare condizione umorale su "avere la luna" (storta, si intende)? Forse sarebbe stata idea migliore riferirsi alla Luna Rossa (certo il nome è ben conosciuto e depositato per questioni nautiche) o alla Luna Piena o alla Luna Nuova, al limite a quella Luna d'Argento di poetica inflessione. Il nebbiolo, tra l'altro non è un vitigno che consegna vini molto tenebrosi, neri, scuri, al contrario spesso è di un colore rosso luminoso. Certo, in un mondo, quello del vino, dove il concetto del Sole è decisamente inflazionato (a buona ragione, per questioni climatiche) il riferimento alla Luna "rischia" di essere originale. Ma quella Nera non fa una buona impressione.

Acqua Lenta, Vino Buono?

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Acqualenta, Sauvignon, Monastero di San Lorenzo.

Grazie al blog di Leonardo Romanelli (QuintoQuarto) scopriamo questo vino, praticamente introvabile in rete e infatti ci scusiamo per la scadente definizione dell'unica foto dell'etichetta che siamo riusciti a reperire. Logicamente ci ha incuriosito il nome, "Acqualenta", attribuito a un Sauvignon friulano. L'etichetta, nel design, non è grande sfoggio di personalità ed estro comunicativo, anche perché altre due diciture, oltre al nome ufficiale del vino, disturbano la percezione e confondono: Monastero di San Lorenzo e Collazzone, immaginabili come località. E in più c'è anche il cognome del produttore, Gervasi, in piccolo. Insomma un'etichetta non eclatante, ma il nome è particolare. Innanzitutto perché parla di acqua e vende vino. E poi perché, nonostante questa dicotomia, potrebbe nascondere una storia. Immaginiamo il corso di un fiume vicino all'azienda, con acque placide e tranquille: acque "lente", appunto. Si tratta di un nome che incuriosisce, che lascia spazio all'immaginazione, originale e inconsueto. Certo il riferimento all'acqua non fa molto gioco con i valori del vino buono che con il concetto di annacquato nulla dovrebbero spartire. Ma tant'è. Il sacro e il profano del vino si manifesta anche sulle etichette, immancabilmente.

Il Racconto del Vino, tra Veracità e Marketing

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Racconto, Cabernet Sauvignon, Mugnolo Family.

Ci dovrebbe sempre essere un racconto dietro a un vino. E possibilmente anche davanti, in etichetta, sotto forma di naming e packaging-design. La bottiglia che presentiamo in questo articolo non è certo un esempio eclatante ma il nome ci offre l'occasione di parlare dell'opportunità di raccontare leggende ed archetipi, quando si tratta di "veicolare" un vino. La famiglia Mugnolo, sede in Usa e a Napoli, commercializza prodotti italiani, a partire da sughi e mozzarelle. E naturalmente ha in gamma anche dei vini. Non propriamente italiani: i vini nei quali ci siamo imbattuti esplorando gli archivi di Vivino sono un Cabernet e uno Chardonnay, ma pazienza, dopotutto si tratta di marketing. Il mercato è quello americano, dove probabilmente il Piedirosso non sanno nemmeno che esiste. Ma torniamo al naming, "Racconto", con il quale l'azienda ha deciso di promuovere i vari prodotti. La parola "Racconto" già racconta, questo è il punto. Figuriamoci se in aggiunta a questo si è capaci di portare delle vere storie di tradizione del vino e cultura gastronomica fino al consumatore. La metà dell'opera di convincimento (di comunicazione) è compiuta. Il logo aziendale amplia "l'effetto narrativo" con un pay-off che recita: "True italian. Authentically Delicious". Certo non può e non deve bastare al successo e alla brand awareness di una azienda ma in Italia spesso il racconto non riesce neppure a iniziare. Perché si adottano nomi sbagliati, senza senso, senza memoria e memorabilità. Eppure di storie da raccontare ne avremmo tante, in ogni anfratto dello stivale.
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Nome di Vitigno, Nome di Vino

Panzale, Isola dei Nuraghi Bianco, 
Cantina Berritta.

Il nome di questo vino è un esempio, diciamo così, di valorizzazione del territorio e della cultura storica locale. Infatti si tratta del nome di un raro vitigno autoctono presente nella zona di Dorgali, in Sardegna. Un vitigno che praticamente nessuno conosce, se non qualche studioso di ampelografia, e naturalmente i viticoltori locali. Il Panzale è presente nel vino in questione al 50% (l'altro 50% è Vermentino). Quindi si tratta di vera valorizzazione? In un certo senso sì, perché costringe i winelovers più dediti alla materia ad andare a cercare le origini e le peculiarità del vitigno, focalizzando l'attenzione, conseguentemente, su vino e azienda. Logico che se il vino viene scoperto direttamente in azienda, le informazioni dettagliate sul vitigno verranno fornite, in loco, dal produttore. D'altro canto il nome di un vitigno semi-sconosciuto non aiuta la notorietà in generale. Può generare curiosità (episodica), ma non notorietà. Sembra una assurdità ma è una condizione che può facilmente verificarsi. "Panzale" tra l'altro richiama foneticamente e semanticamente, per chi non conosce il vitigno (quindi per un consumatore occasionale, diciamo "prospect"), la "panza", non propriamente positivo come influsso, anche se, soprattutto al sud, "omo de panza, omo de sostanza". Merita uno sguardo anche il logo aziendale di Cantina Berritta, secondo noi peggiorato nel tempo: prima più pulito, con una prospettiva interessante su una vigna che aggrada fino al casale, mentre ora è più complesso, con l'aggiunta di altri elementi e con una panoramica meno efficace, meno incisiva (in alto a destra i due loghi, prima e dopo). Il design generale dell'etichetta, al di là del nome e del logo, accusa una impostazione un po' troppo classica e graficamente "didascalica". Migliorabile senza dubbio.

La Mamma di Tutti i Nomi (e Cognomi)

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Maman, Prosecco Doc, Az. Agr. Maman Paolo.

branding marketing comunicazioneIronia della semantica e della "nomeica" italica e possiamo dire, curiosamente, francese. Siamo in Friuli, nelle "Grave", terra di vini bianchi, quindi inequivocabilmente in Enotria, l'unica e vera "terra del vino". Il cognome in questione, "Maman", è indubbiamente di quelle parti, con quella "n" sospesa e finale che caratterizza spesso gli appellativi di quella regione, e in generale del Nord-Est d'Italia. L'azienda decide di utilizzare questo cognome, musicale, morbido, suadente, cantilenante, anche per dare un nome, in etichetta, ai vini in gamma. Unitamente ad un grazioso volto femminile al tratto. Ci sta, soprattutto agli inizi dell'attività e della comunicazione (avere un nome comune a tutta la linea). Maman comunque risulta memorabile, intimamente empatico. La sonorità infatti richiama la mamma in italiano e anche in francese, visto che il significato, se tradotto, è proprio quello. Abbiamo a volte, in questo blog, criticato l'utilizzo dei cognomi dei titolari di azienda, quando non trovano ragione e modalità d'essere, ma in questo caso va un plauso alla decisione di renderlo protagonista. Certo, l'assonanza con la lingua francese, del tutto fortuita, non è "simpatica", vista la concorrenza che, nel vino, a tutti campo, i cugini d'oltralpe ci fanno. Ma come già detto, emerge semmai quell'accenno alla mamma che è bene universale in tutte le lingue e le regioni. Per concludere l'analisi, vediamo che il nome in questione è assoluto protagonista, su fondo nero, per la bottiglia di Prosecco mentre gioca le sue carte insieme ad altri elementi grafici e cromatici nelle altre etichette dell'azienda. In ogni caso notiamo pulizia grafica, codici colore ben definiti, percezioni dirette, tranquillizzanti e quindi positive.

Poche Lettere Tante Sensazioni

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Brusìo, Rosato di Nero d'Avola, Fazio.

comunicazione packaging marketing brandingQuesto nome è composto da 6 lettere. L'ideale per un nome, se si potesse sempre decidere preventivamente in base al numero di lettere. Breve, sincopato, gentile, suadente. Parte bene. Anche perché la parola in se stessa è originale, poco usata ma comprensibile, oltre ad essere dotta a poetica. Si tratta di una "voce onomatopeica" dice Treccani che precisa in proposito: "Bisbiglio, vociare continuo e sommesso di gente raccolta in un luogo, o lieve rumore di cose che s’agitano". Cose che si agitano che infondono tranquillità, aggiungiamo noi. Come il frinire delle fronde degli alberi con la brezza d'estate. Oppure, come indica il design di questa etichetta del produttore siciliano Fazio, di Erice, il rumore sommesso del mare. Alla sommità del packaging infatti troviamo una barca a vela stilizzata. E per chi è stato almeno una volta a Erice, potendo godere di quell'immenso panorama sull'esteso mare, il tutto prende ancora più significato. Probabilmente il brusìo di cui stiamo parlando è proprio quello delle onde, in lontananza, udibili dalle vigne di proprietà. Onde, mare, sale, iodio, vento, che non mancano di portare i loro "doni" ai grappoli in maturazione. Una curiosità: la "i" di "Brusìo" (che a noi piace così, accentata) sul nome in etichetta sembra avere il puntino (mentre nelle schede di prodotto on-line risulta accentata). Forse per problemi di registrazione e brevetto, chissà. In ogni caso il brusìo si fa sentire e, con garbo, notare. Vi è anche un secondo vino a base Insolia e Chardonnay con il medesimo nome, in casa Fazio, ma a noi quella etichetta piace meno per la presenza del colore azzurro, a nostro parere poco alimentare. Etichetta ugualmente pulita, elegante, non arcaica, solare e piacevole: il profumo di brezza marina, sale.

Se non Riesci a Convincerli, Confondili

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Iris, Riesling Italico, Picchi.

Si tratta di un'etichetta a suo modo emblematica: ricca di elementi attenzionali al punto che quasi non si riesce a focalizzare nulla. In modo particolare gli elementi verbali, in qualche caso trasformati in elementi grafici, confondono le idee. Il nome innanzitutto: sembrerebbe essere "Iris", ma la leggibilità del carattere di scrittura mette in difficoltà, oltre al fatto che il nome è riportato molto in piccolo. Anche la dicitura relativa al vitigno "Riesling" (a parte che, in etichetta, non si specifica se renano o italico) ha un problema di leggibilità con la "L" e la "I" che formano una "U". Poi, non nell'ordine, ma tutto sommato di ordine in questo design ce n'è poco, la menzione "Oltrepo Pavese" (che richiederebbe tra l'altro un accento sulla "o") è poco leggibile per un fattore cromatico e perché si sovrappone a un elemento grafico, una grande "P", presente doppiamente e non si comprende perché, che sta per "Picchi" il cognome dei titolari dell'azienda. Infine notiamo una "G" vagante (bizzarramente agganciata alla grande "P") che non ha "letteralmente" spiegazione. Insomma un'insalata di packaging davvero molto variegata, ma non è detto che possa risultare appetitosa.

Il Suo Nome è "Nessuno"

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Nuddu, Etna Rosso Doc, Cantine di Nessuno.

Ulisse Polifemo Sicilia leggendaOmero narra che "Ulisse mise in atto un piano per fuggire dalla grotta di Polifemo. Offrì al ciclope dell'ottimo vino, dal gusto molto intenso, per addormentarlo. Polifemo gradì moltissimo il vino e così promise ad Ulisse un favore, chiedendo il suo nome. Ulisse disse allora di chiamarsi "Nessuno". E Polifemo: "Divorerò per ultimo Nessuno": fu questo il favore promesso dal ciclope. Quindi Polifemo si addormentò profondamente, obnubilato dal vino." Il resto è leggenda nota, il gigante viene accecato da Ulisse che con i suoi prodi riesce a fuggire. E quando gli altri ciclopi chiedono a Polifemo chi lo ha colpito, egli risponde "Nessuno!". Il vino di cui vogliamo parlare e che si ispira al celebre episodio omerico si chiama "Nuddu" che in dialetto siciliano ("Oùtis" in greco) significa “Nessuno”. A proposito di ciò il produttore aggiunge, nel proprio sito internet, che si tratta dell’appellativo "...che si diede Ulisse quando si beffò del gigante Polifemo, in una caverna dell’Etna, dopo averlo fatto ubriacare". Risulta quindi particolare e molto intrigante un vino che si chiama "Nessuno". Perché il significato "normale" della parola è una antitesi alla nominazione stessa. Un nome-non-nome. Ma la storia (e che storia!) che scopriamo dietro a questo naming è di quelle che hanno un peso notevole, nella cultura, nell'avventura, nella memoria e, sia pure, se non altro "banalmente", nella simpatia che può generare. "Nuddu" come nessuno, quindi. Nome avvalorato dalla tesi che la grotta di Polifemo si trovasse proprio alle pendici dell'Etna, forse nei pressi di Milazzo. Anche se ci sono almeno altre due ipotesi che riconducono l'episodio narrato nell'Odissea al Golfo di Napoli (Posillipo), oppure a Erice, dall'altro capo della Sicilia. Ma tanto basta a creare un racconto, quello dei giorni nostri, di un produttore che ha deciso di chiamare il proprio vino di punta "Nuddu" (e la propria azienda "Cantine di Nessuno", altro interessante approccio di comunicazione). Una piccola critica: la leggibilità di un'etichetta dai toni molto scuri, sia pure molto elegante. Che dire? Tutto sommato... nella caverna di Polifemo era molto buio, soprattutto quando il ciclope ha perso la vista!

Con la Testa tra le Nuvole

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Cloudwalker, Pinot Gris, Cambridge Road.

branding marketing illustrazione tappoQuesta bella ed evocativa etichetta viene dalla Nuova Zelanda. Vediamo un acquarello che raffigura un bambino che guarda il cielo. Forse rapito dalle nuvole bianche sul fondo azzurro. Forse desideroso di volare sopra alle cose, alle persone, ai pensieri. Forse ispirato a chiedere al cielo di essere clemente con le vigne sottostanti. Forse il protagonista di una favola. Fatto sta che questa etichetta fa volare anche chi la osserva. Con leggerezza e spontaneità trasmette sensazioni di serenità e purezza. Il nome va nella medesima direzione: "Couldwalker". Traducibile in "camminatore delle nuvole". Anzi, a dire il vero intraducibile se non, direttamente, con le emozioni. Una specie di sfida al "cloud" tecnologico di cui si sente spesso parlare, quella "nuvola" digitale, sostanzialmente immateriale, alla quale si contrappongono le nuvole vere, la natura, l'anima di chi produce e di chi si gode il vino senza vincoli tecnologici se non quelli che consentono la sua produzione, nel rispetto delle tradizioni. In questo caso si tratta quindi di un Pinot Grigio neozelandese in purezza, lasciato macerare 3 giorni con successivo passaggio in barrique. Unico appunto, tutto sommato estetico, ma anche emozionale: la bottiglia è tappata con il "tollino" tipo gazzosa. La classe non è vino, in questo caso. Ma l'America, la Nuova Zelanda ancora di più, è lontana (per fortuna).

Il Gioco dei Nomi Giocosi

Mazzamurello, Montepulciano d'Abruzzo, Torre dei Beati.

Questa nota e stimata azienda vitivinicola che ha sede a Loreto Aprutino (Pescara), dopo aver provocato i nostri commenti con il vino "Giocheremo con i Fiori" (si chiama proprio così, è un Pecorino, vitigno autoctono abruzzese) continua a suscitare le nostre attenzioni con altri nomi inconsueti. Prendiamo questa volta ad esempio il "Mazzamurello" e la sua inquietante etichetta. Nel sito aziendale il produttore dice: "Ottenuto con la particolare tecnica di lavorazione sulle fecce fini alla quale vengono sottoposte le partite migliori dell’annata. Le peculiarità aromatiche legate a tale tecnica, che a volte, durante la maturazione in legno, si manifestano in modo abbastanza inusuale per un Montepulciano, ci hanno ricordato il nome di questo scherzoso folletto della tradizione abruzzese, che immaginiamo nascosto tra le nostre barrique a giocare con il vino in esse contenuto". Il gioco, quindi, come costante "concetto" portante di questa azienda. Una giocosità che rischia di portare via un po' di serietà (e credibilità) ai prodotti ma certamente è in grado di portare allegria e sorrisi. E questo è un fattore certamente positivo. Inoltre, il design di questa etichetta presenta sì un folletto giocoso, ma i colori e le modalità grafiche lo sdoganano da percezioni troppo infantili. Addirittura il piccolo mostriciattolo potrebbe anche infondere un certo mistero anche in un pubblico adulto. Infine segnaliamo qualche problema di leggibilità per il carattere di scrittura del nome: infantile (questo sì) e troppo approssimato. Altri nomi particolari della gamma dei vini di Torre dei Beati? Eccoli: "Cocciapazza" (Montepulciano d'Abruzzo), "Bianchi Grilli per la Testa" (Trebbiano d'Abruzzo), "Rosa-ae" (Cerasuolo d'Abruzzo).

Può Risultare Scherzoso un Nome "Stercoso"?

grafica comunicazione pacakgingChicken Shit, Chardonnay, Frankland Estate.

packagingdesign vino wineCome sono anticonformisti questi australiani. Al limite della decenza semantica. Arrivare fino al punto di decidere di chiamare un vino "Cacca di Gallina". O più esattamente e meno pudicamente "merda" visto che è questa la traduzione esatta di "shit". Insomma "Merda di Pollo". Eppure l'etichetta risulta simpatica, con quel pollastro fumettato che sbuca insolente da un lato. Eppure dietro a questo nome c'è anche una storia e questo riscatta in parte l'azzardo creativo: insomma le protagoniste sono delle faraone, gallinacei che vengono lasciati liberi nella vigna affinchè svolgano molteplici compiti e lo facciano in modo naturale: mangiano le erbacce, eliminano diversi insetti e dopo aver fatto questo, di conseguenza, escretano i loro "bisognini" direttamente sul posto, fertilizzando le vigna. Certo, uno chardonnay che odora o che sa di cacca di gallina non lo vorrebbe nessuno. Ma la natura, si sa, ha i suoi processi fisico-chimici, per cui l'acqua fa penetrare il guano, che si trasforma in molti altri composti che a loro volta le radici della vite rigenerano in sostanze nutritive per la pianta e per i grappoli. Detto fatto. La cacca di gallina diventa composto organico del vino e parte rilevante della sua comunicazione. Qualche perplessità rimane, ma bravi per l'idea originale.

Toponomastiche Poco Digeribili

Aurelio, Merlot e Cabernet, Val delle Rose (Cecchi).

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grafica branding marketing comunicazionePuò un vino chiamarsi come una strada statale? Abbiamo già l'esempio, diventato caso di marketing per l'intraprendenza aziendale e per l'indubbia qualità, dei vini siciliani di Arianna Occhipinti che si chiamano SP68 (Strada Provinciale), versione bianco e rosso, caso davvero limite a nostro modesto parere. Qui parliamo del Merlot di Val delle Rose, Toscana, dove la statale in questione è di storiche origini essendo di tracciatura antico-romana. A proposito del nome del vino, "Aurelio", il produttore infatti dice: "Questo vino nasce come un omaggio alla Maremma, prende il nome dalla strada che la percorre lungo tutta la costa, la Via Aurelia". Il nome "Aurelio" è solenne non c'è dubbio, ma se lo storytelling lo riconduce a un percorso stradale che oggi riporta ad una arteria dalla viabilità molto trafficata e quindi con sensazioni di inquinamento acustico e ambientale, il "buon nome" perde stima. L'Aurelia effettivamente si chiama così perché fu voluta alla metà del terzo secolo A.C. dal Console Gaio Aurelio Cotta. Ma veniamo al visual dell'etichetta che presenta una illustrazione della Dea della Caccia, Diana, tratta da un’acquaforte del XIX secolo che a sua volta trova origine in un’opera del Buontalenti. Immagine bella e "plastica" (non in senso negativo in questo caso) a dare snellezza non solo all'etichetta ma anche, a livello pre-percettivo, al vino che si vuole comunicare (e logicamente vendere). Eleganza, storicità, bellezza, leggiadrìa sono gli elementi emozionali che emergono. A parte il riferimento alla strada statale, l'etichetta di Val delle Rose si riscatta dal punto di vista dell'immagine (mentre l'etichetta di Arianna Occhipinti con quella sigla "SP68" in primo piano conferma perplessità sull'efficacia della comunicazione).

Elogio per i Vini d'Anima

branding marketing comunicazioneElogio alla Lentezza, Valle d'Itria IGP Minutolo Passito, I Pastini.

marketing immagine comunicazioneI passiti in generale sono quei vini che richiamano alla meditazione, che tentano di "fermare il tempo" soprattutto dopo che lo stomaco è stato riempito a soddisfazione. Alcuni ci riescono molto bene arrivando a generare quel tipo di emozioni che sono legate al gusto ma anche alla percezione di altri fattori sensoriali come l'ambiente in cui ci si trova o all'anima del vino che si sta degustando. Certo la concentrazione di questi vini facilita la stimolazione papillare e quindi delle sinapsi. Di questo vino notiamo subito il nome, lungo, articolato in tre parole: "Elogio alla Lentezza". Un inno al buon vivere che si fa nome. Insolito e di solito non consigliabile (un nome troppo articolato). In questo caso il significato che traspare, comunque con un certa immediatezza, è molto positivo, suadente, piacevole, appagante. Quindi memorabile. Soprattutto se accompagnato da un conseguente assaggio. Da notare anche il nome del raro vitigno, dolce e aromatico,  il "Minutolo", certamente derivante dalla conformazione di grappolo e acini. Tornando al nome del vino il produttore dice nella scheda descrittiva del vino, on-line dice: "l’Elogio alla Lentezza serve a dimenticare per un attimo chi siamo. Nato come vino da meditazione, quando lo si beve si intraprende un viaggio tra ricordi e pensieri, gusto e sapori, cercando di rallentare per un istante tutto quello che la frenesia della quotidianità ci impone. Questo Vino è l’inno alla lentezza affermandola come pilastro importante della vita di tutti". E il nostro elogio va a tutti quei vini in grado di generare "lentezza filosofica" e a tutti quei produttori che donano a loro un'anima.
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Detti che Diventano Nomi

comunicazione branding graficaMai dire Mai, Amarone, Vini Pasqua.

L'unione imprenditoriale di due famiglie veronesi, i Dal Colle (industria dolciaria) e i Pasqua (vini) ha creato una nuova linea di prodotti (per ora Amarone e Valpolicella Superiore) alla quale è stato dato il nome "Mai Dire Mai". Un "modo di dire" diventa modo di chiamare. Immaginiamo che in qualche riunione operativa tra il management delle due imprese o ancora meglio durante qualche cena conviviale che preludeva all'accordo, qualcuno dei presenti abbia pronunciato il noto detto e qualcun altro abbia esclamato che sì, quello poteva essere proprio il nome del vino. Sia pure con un design del logo e delle etichette di tipo classico, il "vissuto" dell'Amarone spinge a questo, si tratta di una scelta, quella che ha portato a questo nome, originale e coraggiosa. Considerato anche che il mercato principale di questi vini potrebbe essere proprio all'estero. Fuori dai confini nazionali pochi conosceranno il significato di "mai dire mai", servirà tradurlo e spiegarlo, ma l'aspetto speculare della frase, la sua sinco-simpaticità, la sua brevità, lo rendono comunque nome dalla semantica e dalla fonetica interessante. Con ottime probabilità di successo dal punto di vista della comunicazione. E magari, grazie a Pasqua, al prossimo Natale con il panettone (Dal Colle) si sposerà bene l'Amarone: mai dire mai!
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L'Amarone è una Religione

branding grafica comunicazioneLa Fabriseria, Amarone della Valpolicella Classico, Tedeschi.

grafica marketing comunicazioneTedeschi è una nota azienda veneta che ha sede nell'area del Valpolicella. Le etichette di stampo classico sono state recentemente rinnovate con stile minimalista. Tra le altre, una storia particolarmente interessante viene "raccontata" dall'etichetta del vino top di gamma aziendale, l'Amarone. Innanzitutto il nome, "La Fabriseria": un omaggio al patriarca Riccardo che apparteneva alla cosiddetta "Fabbriceria", un Consiglio nell'ambito ecclesiale locale, costituito per avviare e gestire la costruzione di una nuova chiesa nel paese di origine. Il gruppo di lavoro non disdegnava, ai tempi, di terminare gli incontri organizzativi con l'assaggio dei migliori vini della zona, prodotti appunto da coloro che venivano detti "Fabbriceri", membri del Consiglio e produttori di vino. La grafica dell'Amarone Tedeschi riporta due croci, una al centro e una estesa, che traggono origine da quelle, probabilmente celtiche, che si trovano ancora oggi nel vigneto Le Pontare di Sant'Ambrogio, dove vengono coltivare le uve che poi si trasformeranno in Amarone (così per il Valpolicella Classico, anch'esso contraddistinto da una doppia croce in etichetta). Il produttore afferma che molto probabilmente queste due croci presenti presso il vigneto segnalavano ai credenti il percorso per raggiungere un santuario di epoca antica e sembra che tra i pellegrini vi sia stato anche Dante Alighieri. Le due croci delle nuove etichette ricordano quindi le gesta della Fabbriceria (in dialetto "La Fabriseria"). La storia narrata da queste etichette conferma il legame tra vino e religione cattolica, lungo 2000 anni e sempre caratterizzato da destini che possiamo ben dire "incrociati".

Figlie di un Vino Migliore

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Quatro Tose "Millesimato", Valdobbiadene Docg, Rive del Bacio.

Ci sono molte piccole e al tempo stesso grandi e quindi belle realtà in quel territorio ristretto, e per questo valoriale, tra il Monte Cimone di Tonezza (baluardo italiano contro l'invasione austriaca di un tempo e ora barriera naturale per le vigne, contro le correnti fredde del nord) e la pianura veneta meno "definita". Un territorio collinare suadente e poetico come il vino spumante che in quella zona si produce da secoli. Poesia contadina, di tradizione e caparbietà, dove l'uso del dialetto è ancora una nota di carattere. La dimostrazione ci viene direttamente dal nome di questo Valdobbiadene Docg (top di gamma dell'azienda e che ha ricevuto diversi riconoscimenti di qualità anche al Vinitaly), che si chiama "Quatro Tose" dove il 4 ha proprio solo una "t" come nell'espressione tipicamente dialettale. "Tose" in dialetto veneto è "ragazze" e più propriamente "figlie". Un'etichetta quindi in onore delle 4 figlie, tutte femmine, del titolare Celestino Reghini e di sua moglie Daniela. 4 figlie femmine nella cultura contadina di una volta erano considerate una specie di sciagura. Non per
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l'azienda Rive del Bacio che in questo dimostra una visione moderna del proprio futuro. Di fatto abbiamo oggi molti esempi di aziende vitivinicole italiane mirabilmente condotte da donne. Ma torniamo all'etichetta e all'azienda qui menzionata: "Quatro Tose" il nome, Valdobbiadene Docg, la tipologia, "Millesimato" è un modo di impreziosire questo vino che rappresenta la migliore selezione aziendale (quindi non perché il vino è di una medesima annata, in quanto tutti i Valdobbiadene Docg sono di norma della medesima vendemmia, senza alchimie di mosti diversi), Rive del Bacio è il nome aziendale (deriva dall'espressione locale "Rive" per chiamare gli appezzamenti di vigna, specie delle zone scoscese, e dal nome topografico e storico, "Bacio", dove crescono le uve aziendali), e infine, nel retroetichetta (di cui non disponiamo per ora la foto) dentro a un quadrifoglio verde le iniziali delle quattro figlie del titolare, protagoniste della nominazione qui descritta. Il design dell'etichetta subisce un po' il retaggio della classicità, con cornici dorate e caratteri fin troppo graziati e andrebbe probabilmente "rinfrescato". 

Anche le Forme Formano (la Sostanza)

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Giallo Gaierhof, Moscato Giallo Dolce, Gaierhof.

Questa volta parliamo del design industriale (la forma della bottiglia) e, sia pure in seconda battuta, del nome aziendale. Per quanto riguarda il nome del vino, di fatto "Giallo", non c'è molto da dire se non che è così discrittivo, didascalico, da non indurre alcun commento (ma questo non è positivo). La forma di questa bottiglia, che vuole differenziarsi da tutte le altre, ricorda quella dei brandy, o delle grappe (se non di un profumo). In passato alcuni marchi vinicoli hanno presentato forme di questo genere al mercato (storica quella del Mateus Rosé, tutt'ora in commercio) ma si tratta di episodi che sono rimasti isolati. Il rischio è quello di non farsi riconoscere dal consumatore meno avvezzo, quello che non legge nemmeno le etichette e che rischia, in questo caso, di non riconoscere il prodotto come un vino normale, dal costo accessibile, dal consumo "semplice", non viziato quindi da occasioni particolari. Verrebbe da dire quindi che la bottiglia è "fin troppo particolare", dove il contenuto invece non lo è. Veniamo al nome aziendale, "Gaierhof", tipicamente altoatesino, dove invece la famiglia produttrice è trentina e la sede aziendale anche. Il tentativo è quello (molto probabilmente riuscito) di mascherare di "altoatesinità" la produzione e l'immagine, traendo spunto e vantaggio dalla buona fama e affidabilità della vitivinicoltura della provincia di Bolzano.
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Anteriorità Famose tra Cupertino e Potenza

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Siri (Rosso, Rosato e Bianco), Alte Vigne della Val Camastra.

Sarà nato prima il sistema di riconoscimento vocale della Apple o il nome di questi vini potentini, "Siri"? Per la cronaca si sa che la App "Siri" è stata acquisita da Apple il 28 aprile 2010 e che l'Azienda Vinicola "Alte Vigne della Val Camastra" è nata nel 2011. Non è una questione di poco conto: da un lato, rincorrere la grande risonanza mondiale che il nome "Siri" continua ad avere può portare ad una notorietà di riflesso non indifferente. D'altro canto c'è la solita questione della ricerca delle parole: digitando in rete "Siri" naturalmente del vino in questione non vi è traccia, a tutto favore dell'applicazione di Apple. Vediamo comunque cosa significa "Siri" nelle intenzioni dei produttori del vino che porta questo nome: sembra che si tratti del nome del caratteristico monte di Anzi (il comune dove ha sete l'azienda), quindi una questione toponomastica, storica, culturale, affettiva. Certo che la somiglianza, anzi l'identità, è rilevante. Anche perché immaginando che Siri (quello digitale) non sia mai esistito, il nome Siri (per un vino) non ha molto senso se non nella cognizione di chi conosce esattamente quel luogo nella sperduta Val Camastra. Verrebbe voglia di fare una prova: interrogare la bottiglia per vedere cosa risponde!

La Confusione non Paga

naming design vino etichette Crai, Fiano del Cilento, Azienda Agricola Cobellis.

branding marchio marketingUna nota catena di supermercati italiani si chiama Crai. Lo sanno anche i bambini. Nel senso che è un nome non tra i più noti ma sicuramente conosciuto. Un'azienda agricola del Cilento (Salerno) decide di chiamare un proprio vino "Crai". Dove sta la logica? Non c'è. Se non una logica errata. Crai vende per lo più prodotti alimentari. E ha anche una serie di prodotti a "marca privata", cioè contraddistinti dal nome stesso della marca (tra i quali anche vino). La confusione è dietro l'angolo. Se non altro per le ricerche in internet dove digitando il nome "Crai", naturalmente esce sempre per primo il dominio della catena di supermercati, che per notorietà e attività digitali batte senz'altro quelle della cantina qui citata. Tra l'altro, l'etichetta del vino in questione è stata ristilizzata, ma il nome non è cambiato, se non nel carattere di scrittura. Quindi, ai fini della semantica e del marketing, non importa se il nome "Crai" (quello per il vino) ha origini dialettali, tradizionali, affettive, storiche o ampelografiche. La scelta è sbagliata a priori. E davvero non si riesce a comprendere come una cosa del genere possa accadere. La confusione non paga. La distinzione sì. Sarebbe bastato un attimo di attenzione in più. O anche la richiesta di collaborazione con qualche "addetto ai lavori" che avrebbe certamente sconsigliato l'adozione di questo nome.
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Cabala Enologica in Etichetta

packaging grafica brandingV17, Passerina, Cantina Bastianelli.

marketing branding comunicazioneQuesta cantina tradizionale delle Marche (nel senso che attinge nelle attività storiche dei propri avi) si è dotata di una serie di etichette che possono essere considerate "moderne". Ma cosa è moderno e cosa non lo è? Per moderno si intende insolito, fuori dagli schemi attuali, che non si attesta su canoni classici, che osa nella grafica e nei colori. Chi osa vince, ma non è sempre così. Anche il nome di questo vino sembra, a prima vista, "moderno": V17. Poi se si riflette un attimo sembra il nome di un caccia-bombardiere russo. Ma possiamo anche fare riferimento alla cabala, dove il 17 è considerato il numero del Tempio e dei Cavalieri Templari, mentre, ahinoi, per la smorfia napoletana è 'a disgrazia, cioè la Sfortuna. Il produttore nel descrivere questa Passerina nel proprio sito internet dice: "Profumata come una bimba, impertinente come un'adolescente, affidabile come un'amica, pura come una sposa, dolce come una mamma, splendida e seducente come una donna...". Probabilmente il 17 è riferito all'età di una giovane fanciulla. E la "V" chissà. Forse "Vino", forse "Vite", forse "Vigna", o forse altro. Non serve approfondire: il nome è ampiamente bocciabile. Sia pure esponendo una sintesi facilmente memorizzabile, le sue caratteristiche evocano artificiosità da formula chimica, oltre alla negatività di quei riflessi legati alla numerologia accennati prima e al carattere di scrittura che nulla attiene al resto della grafica. Design e cromìa sono invece gradevoli: onde pittoriche di colori ben abbinati trasmettono sensazioni di allegra e mediterranea voluttà.

Il Vino come il Jazz

packaging branding comunicazione graficaSelim, Spumante da Fiano e Aglianico, De Conciliis.

caomuniazione lettering brandingQuesto nome che può risultare enigmatico per molti (sia pure con suadenze esotiche), potrebbe invece fare sussultare gli amanti della musica jazz di livello. Dice infatti, in proposito, il produttore nel proprio sito internet: "Il jazz è il nostro modo di fare il vino. Improvvisando sul tema melodico delle uve, rendiamo ogni vendemmia una esecuzione unica. Selim è l’ultimo Miles, quello leggero e rilassato, dove solo la voce della sua tromba richiamava le melanconiche ballate, una musica profonda ma godibile come il nostro spumante (il primo spumante campano a base di aglianico)". Un nome jazz quindi. Come il modo di fare il vino. Come si dovrebbe sempre fare. Bello. Sia il concetto, sia il riferimento "colto" alla musica libera e di grande estro come quella di Miles Davis. Graficamente l'etichetta viene risolta con l'utilizzo dei caratteri tipografici, con una modalità stilistica a formare una texture "letterale" un po' inflazionata ultimamente, quindi poco originale. Ma almeno si è avuta l'accortezza di salvaguardare la leggibilità del nome riportandolo in basso a sinistra nell'etichetta, in modo chiaro, in bianco. A questo punto, per concludere al meglio, auspichiamo musicalità anche nel calice!


Nomi Composti, Etichette Complesse

Vigna Lama di Carro, Bombino e Uva di Troia, Az. Agr. Santa Lucia.

Salta subito all'occhio, in questa etichetta, la complessità "letterale", stratificata, dei nomi che la compongono: il nome dell'azienda, in alto, il nome del vino al centro, cromaticamente evidenziato in bianco, e il nome della tipologia di vino "Castel del Monte doc Rosato", anch'essa composita (in questo caso per dovere di disciplinare). L'aver accorpato questi tre livelli di comunicazione in poco spazio e uno sull'altro, può creare una confusione ottica che compromette la fruizione stessa delle informazioni. Fortunatamente il nome vero e proprio del vino viene evidenziato con un carattere più leggibile e con un colore smarcante. Il nome del vino "Vigna lama di carro" è tra i più "composti", o se vogliamo scomposti, tra quelli visti in giro nel panorama italiano e mondiale: 4 parole. Più che un nome è una descrizione e infatti "deriva dal solco lasciato nei terreni dopo il passaggio dei carri, trainati da cavalli, in passato adoperati per il trasporto delle uve dalla vigna in cantina". Il fattore positivo è che tale descrizione pesca senza dubbio nella tradizione, nella storia e nella cultura locali e ne fa vanto, sponda e prova di genuinità rurale. L'espressione "lama di carro", tagliente se vogliamo, può incidere in effetti nel ricordo nonostante la lunghezza del nome. In generale il design dell'etichetta ha toni classici, elementi centrati, nessuna concessione ad innovazioni creative.

Lo Spumante Simpatico ma Sincopato

Duevì, Spumante Extra Dry, Cantina di Vicobarone.

Negli ultimi anni le etichette degli spumanti si sono "ingiallite". Non è l'effetto dell'invecchiamento, giacché questi vini vanno consumati con una certa solerzia: si tratta di un "trend" cromatico che forse ha preso il via da certi Champagne, quelli sì da invecchiamento. Etichetta gialla, dunque. Molto attenzionale sullo scaffale. Design pulito, con protagonista assoluto il nome del vino in questione: Duevì. Certo la modalità di scrittura "giovane e moderna" (ci sembra di sentire le parole di chi l’ha progettata nel presentare il lay-out dell'etichetta alla casa vinicola) non aiuta la lettura, la memorizzazione, la percezione in generale. Una volta intercettato il nome ci si chiede: cosa significa "Duevì"? Da cosa nasce? Nel sito dell'azienda, un noto produttore della provincia di Piacenza, troviamo la spiegazione: "Duevì, come due vitigni, Pinot Nero e Chardonnay, che sono la base di questo spumante Extra Dry ottenuto dalle vigne più 'fresche' che si trovano ad una altitudine minima di 250m. s.l.m...". Ci sta, come significato. Evidenzia che il vino è composto da due tra i più noti vitigni al mondo, utilizzati anche in Francia per bollicine più nobili e conosciute. Nel complesso, a parte la leggibilità del nome, l'etichetta si comporta bene: propone linearità (pochi elementi, semplicità e chiarezza) e freschezza grafica in una zona vinicola che mantiene ancora oggi, pervicacemente, toni classici un po' superati.

Lettere che Fanno Confusione

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Confusion, Merlot - Cab (Sauv e Franc) - Petit Verdot, PS Winery.

Presentiamo un caso che è letteralmente enigmatico. Le lettere, infatti, sono protagoniste dell'immagine aziendale e di prodotto di questa vitivinicola marchigiana. Partiamo dal nome aziendale "PS Winery" che scopriamo formato dai due cognomi dei fondatori, Paolini e Stanford. Forse in questo caso sarebbe stata idea migliore "giocarsi" proprio i due cognomi, anche se di solito non paga, quanto meno per la stranezza di proporre al pubblico un cognome tipicamente italico e un altro tipicamente anglosassone. Invece il nome ufficiale (e il dominio relativo) è PS Winery, dove la sterilità delle due lettere "PS" fa il paio con un vago significato di "Post Scriptum", solo per fare un esempio. Per quanto riguarda le etichette ecco le scelte dell'azienda: il vino di punta si chiama "Confusion", nome che è scritto graficamente in modo poco leggibile, con la "f" girata, stilisticamente una mossa interessante, ma che si scontra con la necessità di una lettura con memorizzazione rapida. Insomma, "Confusion" genera un po' di confusione (anche per la cromìa diversa tra "Con" e il resto).
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Il design dell'etichetta è per altro pulito, gradevole, moderno, scorrevole, tranne per quel fondo pieno di lettere fluttuanti che "mescolano" troppo la percezione e fanno andare insieme gli occhi. Il gioco delle "lettere vaganti" viene accentuato nell'etichetta del Syrah (qui a destra) dove l'iniziale prende il comando del visual ma sul fondo le altre lettere, volutamente in disordine, generano una generale sensazione di smarrimento. Nel complesso la scelta di giocare con le lettere a tutto campo non sembra poter dare a lungo termine ritorni di notorietà e di comprensione efficaci.