Oggetti Misteriosi da Esportazione

branding marketing comunicazione winelabelsKelbon, Spumante Extra Dry, Furlan.

Si tratta di un vino spumante di quelli "non meglio identificati", che sul mercato italiano non risultano  (e nemmeno nel sito del produttore). Vino da export che ben sopporta i mercati esteri. O viceversa. Il nome è curioso: "Kelbon". Una specie di "stranierizzazione" del dialetto veneto (siamo sulle colline di Conegliano, come provenienza). "Kelbon" infatti riconduce facilmente alla traduzione in "quello buono", alludendo logicamente al vino migliore della casa. Basta infatti una "K" per rendere una forma dialettale decisamente "appeal" dal punto di vista della percezione semantica. La scelta di spezzare il nome in tre sincopi e la scelta del tipo di carattere (il font, il tipo di lettere con le quali è scritto il nome) molto giocoso, quasi fumettoso, danno una connotazione giovane e scanzonata. La pulizia generale dell'etichetta, molto sobria, grande attenzione/presenza del nome, mentre le altre scritte, poche, sono molto più piccole, aiuta a generare una immagine moderna, a suo modo elegante e anche fuori dagli schemi. Certo un nome che nasce da una forma dialettale, proposto all'estero perde tutta la sua poesia territoriale per acquisire però (grazie anche alla "K", così misterica ed esterofila) una dimensione fashion che male non fa (laggiù nelle americhe o nel profondo nord dei licheni). Kelbon agli stranieri e Quello Buono ce lo teniamo noi, verrebbe da dire. P.S.: sulla legalità della dicitura "prosecco" in etichetta non ci pronunciamo, tanto è una jungla ovunque.

Passioni e Appassimenti ma Sempre a Passi Lenti

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Appassilento, Garganega-Sauvignon-Chardonnay, Farina.

Colpisce subito la particolare morfosi del nome di questo vino: perché conduce la percezione semantica verso il termine "appassimento", mentre il cervello in lettura si accorge altresì che una delle lettere non corrisponde. Si tratta proprio di quella "L" che definisce la seconda parte del nome "lento". Da dove nasce e perché questa metamorfosi? Dunque, l'azienda è certamente tra i nomi noti della produzione di Amarone e Recioto della Valpolicella, vini che vantano nell'appassimento una tradizione storico-produttiva peculiare di queste tipologie. Nel caso di questo vino bianco della gamma di FarinaWines si è voluto differenziare prodotto (un Igt Bianco del Veneto) e nome, pur sempre alludendo a lavorazioni lunghe e accurate. Infatti la caratteristica principale di questo blend di Garganega di Soave (in maggior parte), Sauvignon Blanc e Chardonnay (in minima parte), come scrive il produttore nella scheda tecnica, è questa: "le uve, dopo la pigiatura rimangono a contatto con le vinacce, senza fermentare, a una temperatura di 10-12°C per 24/48 ore. Si procede poi con l’inoculo dei lieviti e con una fermentazione condotta in due momenti, sempre a bassa temperatura, mai sopra i 20 °C. Segue una lunga sosta del vino sui suoi lieviti con “battonage” (rimescolamento dei lieviti nella massa per favorire la loro lisi) così da ottenere in modo naturale rotondità, pienezza ed eleganza. Le operazioni di vinificazione adottate per questo vino hanno una durata che supera di 3 volte i tempi normali". In pratica questa dedizione verso una lavorazione più lunga porta a enfatizzare aromi e profumi, andando a incidere nella qualità organolettica finale del vino. "Appassilento" quindi, tornando al nome, non allude ad "appassimento" bensì alla locuzione "a passo lento". In un periodo storico in cui il vino spesso viene prodotto in fretta affinché possa essere commercializzato altrettanto rapidamente, la notizia che questa azienda veneta abbia invece intrapreso la strada opposta è sicuramente positiva e di merito. Infine una breve disamina del design dell'etichetta: molto classico, arcaico, "antico", riprende il tema delle tradizionali etichette della Valpolicella che molti anni orsono distinguevano la produzione di qualità di quella zona. Abbiamo infatti cornici graziate attorno a una bella raffigurazione dell'antica dimora (del 1500) dove ancora oggi ha sede l'azienda Farina, nella cittadina di Pedemonte in provincia di Verona.

Forse Viola Beve Sempre da Sola

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Violasola, Zagarolo Doc, Federici.

Il tentativo che vogliamo fare è quello di formulare delle ipotesi su questa particolare etichetta. Dunque, una certa persona di nome "Viola" si trova spesso a bere da "sola", tale da evocare la creazione del nome "Violasola" a lei dedicato. Certo è un vero peccato, insomma non è bello bere da soli. Oppure (altra ipotesi) la Viola in questione è lo strumento musicale, "violasola" potrebbe quindi evocare un magistrale assolo in un concerto. Inoltre stiamo parlando di un vino bianco, quindi anche prendendo il termine "Viola" e isolandolo dal resto, i conti (cromatici e gustativi) non tornano. Passando ad una analisi "visual" dell'etichetta vediamo dei tratti neri molto aggrovigliati... In sostanza, non avendo trovato in rete e nel mondo reale riferimenti precisi sull'origine di questa etichetta, non possiamo che analizzarne in primo luogo la semantica del nome (la percezione che potrebbe avere a livello di significato un utente "medio") e quindi anche la dinamica della grafica (allo stesso modo, le sensazioni che può trasmettere). Ultimissima ipotesi: che il disegno aggrovigliato sia una stilizzazione di una viola (fiore) o di una viola (strumento)? Chissà. Forse un ripensamento generale sul packaging design potrebbe essere utile a veicolare una comunicazione più efficace ed esplicativa. E infine per la cronaca (e per la tecnica) il vino Zagarolo Doc, dal nome di uno dei comuni dove ne è disciplinata la produzione, nasce da un blend di vitigni Malvasia del Lazio, Malvasia di Candia, Trebbiano Toscano e Bombino.

Un Vino Figlio del Sole ma Anche della Luna

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Evaluna, Cabernet Sauvignon e Franc, Sansonina.

Da una delle zone vinicole d'Italia ancora "da scoprire" nasce un vino evocativo di sensazioni già da come si presenta in etichetta. Come sarebbe debito di tutti i vini che vogliono intentare emozioni nei propri appassionati bevitori. Siamo dunque a sud del Lago di Garda, noto sì, e di gran nome, per quanto riguarda il turismo, soprattutto teutonico, ma in generale di chi cerca ristoro nelle bellezze paesaggistiche e culturali di Enotria. Ma non solo: l'enogastronomia, logicamente, fa il proprio gioco qui e in tutto lo stivale. Ed ecco quindi nelle intenzioni dell'azienda produttrice (Sansonina, emanazione di Zenato) la volontà di valorizzare le vigne "del Garda", la loro storia e tradizione. In questo caso con due vitigni internazionali che nel clima sublacustre si esprimono al meglio. Un vino rosso, figlio dei due Cabernet più noti al mondo, che vuole essere sì evocativo ma anche semplice e diretto. Ma veniamo all'etichetta. Semplice e diretta, anch'essa, ma tutt'altro che "semplicistica". Protagonista la Luna, in uno scenario cromaticamente notturno che richiama un po' di mistero e di quel magnetismo astrale che il satellite terrestre diffonde senza requiem. Scrive il produttore che "Evaluna" è un "tributo alla femminilità: già nel nome rievoca il simbolo della genesi, dell’origine del mondo e l’astro che rappresenta il mondo femminile. “Eva” e “Luna”, forze creatrici, mistero e ispirazione, legame diretto fra la terra e il cielo". Chiaro come una serata di luna piena, quindi, il concetto e ben espresso, in modo limpido, pulito, lineare, diretto anche attraverso il label-design. Concetti coerenti con la femminilità impressa nella storia e nella logica aziendale de la Sansonina.

Ci piace enfatizzare il valore anche psicologico e filosofico della Luna accennando all'Arcano Maggiore che nei Tarocchi porta il numero XVIII, e che così il Maestro Alejandro Jodorowsky definisce: esaltazione, perfezione sul piano delle realizzazioni, via dell’immaginazione, luce che esce dall’oscurità, ritorno all’unità e smaterializzazione della materia, finire per ottenere ciò che si desidera realmente, non reprimere i propri desideri ed affrontarli senza timore, luce primordiale coordinatrice del caos, chiarezza spirituale che dissipa l’oscurità nell’ambito della quale ci dibattiamo. 


Spumante Francese? No Grazie.

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Bianc 'd Bianc, Alta Langa Brut, Cocchi.

In una invasione di nomi francesi che ancora popolano la mente e di fatto le etichette di molti vini della "Savoia", ecco un esempio di virtù italiana, quanto meno di orgoglio piemontese, che porta il noto produttore Cocchi a chiamare "Bianc 'd Bianc" il proprio spumante brut (Alta Langa Docg, millesimato). Certo il vitigno e il metodo sono francesi, ma l'uva e i vigneti, soprattutto la terra, sono italiani. Ed è italiana l'azienda e i suoi prodotti. Ecco quindi che il piemontese (dialetto) scalza il francese trasformando l'inflazionato Blanc de Blanc degli Champagne in una terminologia più "terrestre", ma non meno evocativa di ottima qualità. Il nome infatti esprime purezza, selezione, cura. Il design in etichetta completa il "messaggio" trasmettendo pregio, eleganza, competenza. Grafica moderna, nella scelta dei caratteri di scrittura e nell'impaginazione, ma con due "citazioni" antiche che male non fanno, bene integrate nel complesso: lo stemma aziendale sul fondo e la firma del fondatore in corsivo alla base. Si può parlare di un ottimo lavoro di comunicazione che l'azienda integra e sostiene con un marketing spumeggiante a vari livelli e su molte piattaforme social.

Sulla Ruota del Chianti Esce il 36: le Nacchere.

branding grafica marketingMix 36, Chianti Classico, Mazzei.

branding grafica marketingÈ sempre destabilizzante quando una azienda decide di utilizzare cifre (numeri) invece di lettere per nominare un vino. Sarà che il vino è legato alla storia e alla letteratura più che alla matematica. O forse perché i numeri portano subito la percezione in un "campo tecnico", spostandola da quello agricolo. Certo, alcuni nomi di vini che adottano la numerologia quanto meno hanno una ragione concettuale che li valida. È questo il caso di "Mix 36", un Chianti Classico 100% Sangiovese che può vantare (qui sta il punto) di avere origine da 36 biotipi diversi di selezione clonale. In pratica, nel tempo, sono stati selezionati, diciamo "raffinati", i cloni del vitigno fino ad arrivare ad una purezza, una specie di pedigree vitivinicolo, in grado di garantire una qualità finale di ampia soddisfazione. Questo il concetto che sta alla base di quel numero, 36, che spicca in etichetta anche grazie al colore rosso (insieme al marchio Mazzei in basso) su un fondo sostanzialmente chiaro. Un'altra caratteristica abbastanza insolita per una etichetta di vino riguarda il testo sottostante al numero in questione: una testo a blocchetto, ordinato ed elegante, che funge da spiega, da rational, per il prodotto. Descrizione che di solito viene posizionata in retro-etichetta ma che, con il dovuto equilibrio grafico, può fare un egregio lavoro di comunicazione anche sul fronte. E comunque, ad uso dei cabalisti, il 36, nella Smorfia Napoletana sono le Nacchere.

Un Tuffo nel Blu Dipinto di Blu.

Narcisus, Moscato Igt, Gravanago.

Nella sequela dei "vini blu", ultimamente di moda (passeggera, probabilmente) enumeriamo anche questo Moscato Igt della provincia di Pavia (che di cianotico ha solo l'etichetta e il vetro della bottiglia, non il suo contenuto). Il suo nome potrebbe evocare, ad onta del colore della bottiglia, letterature di pregio e riferimenti filosofici di spessore. Un primo enigma tratta dell'assenza di una "s", infatti il nome del vino è precisamente "Narcisus" e non Narcissus come dovrebbe essere il corretto riferimento, in latino, al nobile e delicato fiore dal profumo inebriante (infatti il nome del fiore deriva dal greco "narkào", cioè "stordisco"). Ma la storia più nota riguardo a "Narciso" (in greco antico Νάρκισσος, Nárkissos) è quella legata a "un personaggio della mitologia greca e cacciatore, famoso per la sua bellezza, che a seguito di una punizione divina si innamora della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d'acqua e muore cadendo nel fiume in cui si specchiava" (da Wikipedia). E poi non dimentichiamo il celebre romanzo "Narciso e Boccadoro" di Hermann Hesse dove Narciso è "un giovane monaco diligente e contemplativo, amante della lingua greca e delle scienze". Riferimenti elevati quindi per questo nome, mentre abbiamo codici cromatici criticabili, as usual, per un azzurro poco palatale e attraente solo per una dinamica attenzionale da scaffale (fintanto che i vini azzurri rimagono radi). La foto della bottiglia che siamo riusciti a reperire non è di qualità, ma si può scorgere che il nome "Narcisus" è tracciato con un carattere molto graziato, bello ma poco leggibile in ogni caso. Tutto sommato un'etichetta pulita e graficamente equilibrata, un po' narcisista, questo sì. 

Il Pallino per il Vino

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Vigna di Pallino, Chianti,
Tenuta Sette Ponti.

C'è chi ha "il pallino" per il vino e chi si porta dietro per anni e anni un soprannome. Questo è il caso di questo naming che origina da una vigna, posseduta, governata, vissuta da un personaggio locale che tutti chiamavano "Pallino". Il produttore infatti dice: "il Chianti 'Vigna di Pallino' coglie il nome del vignaiolo che per lunghi anni si prese amorevolmente cura di queste terre". C'è dunque una storia locale "a monte" della scelta di questo nome. Come spesso accade per luoghi o leggende. Ma quando c'è di mezzo una persona, una vita, la storia prende spessore e concretezza agli occhi degli appassionati clienti bevitori. Ma la nostra attenzione in questo caso è stata attirata soprattutto dal design dell'etichetta, dal suo colore, rosso pieno: una macchia di colore che tutt'oggi il mondo del vino adotta raramente. Il risultato, per chi decide di farlo come Tenuta Sette Ponti per questo Chianti, è una indubbia visibilità a scaffale e un impeto comunicativo che comunque "sfonda". Del resto abbiamo equilibrio nell'impaginazione, evocazione di temi classici, ordine grafico di buon costrutto.

Follia del Naming, Poesia del Vino

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Folle, Conero Riserva, La Calcinara.

Quante sfumature semantiche offre questo pazzo nome! Si tratta del "Folle", un vino rosso marchigiano, della zona del Conero, che infatti fa riferimento alla medesima Docg. Andiamo con ordine (sia pure caotico): folle per gli inglesi è "fool", il matto dei Tarocchi, lo squilibrato viandante rappresentato anche dal Jolly nel gioco delle carte. Pazzo ma simpatico, giocoliere e giocherellone. In Italia "folle", così com'è, dice follia, a volte malsana. Certo Steve Jobs con la famosa pubblicità di qualche anno fa per la Apple, definì i folli come spiriti creativi, gli unici in grado di far "muovere" il mondo. Per cui di fatto, ognuno di noi, dipende anche dalla nazionalità, e dalla regione di provenienza per quanto riguarda la nostra Italia, si è fatto un'idea, una percezione della parola "folle". L'azienda vinicola La Calcinara ha
adottato questo nome, a quanto pare, derivandolo da una delle azioni messe in atto in cantina per produrre il vino: la follatura. Treccani in proposito dice: "Operazione di abbassamento delle vinacce per reimmergerle nel mosto in fermentazione tumultuosa e spezzare la massa compatta (cappello) che si raccoglie alla superficie, portata dalle bolle di anidride carbonica; si facilita così l’aerazione del mosto e si favorisce la moltiplicazione dei fermenti alcolici". Da una preminente follatura, nasce dunque il "Folle". Nome breve, immediato, impattante, memorabile, foneticamente dotato. E con un fondamento concettuale nelle operazioni enologiche. Rasentiamo la perfezione. Per quanto riguarda il design in etichetta, anch'esso folleggiante, ricco di colore e "scintille" grafiche, possiamo dire che fa il suo gioco, con originalità ma lasciando chiara la lettura del nome e del tipo di vino, al centro, con pulizia e sobrietà di carattere (di scrittura). Notare infine che il logo dell'azienda, in basso, ha nella propria sommità un cappello da Joker. Tutto torna. Anche perché gli esperti dicono che dentro la bottiglia la qualità prevale. 

Nomi Topografici Forbiti e Furbi

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Ghiaie della Furba, Cabernet-Merlot-Syrah, Capezzana.

Chiariamo subito che la "Furba" non è una scaltra contadina che adotta qualche abile metodo per risparmiare fatica o guadagnare di più. Certo che il primo significato che il nostro cervello attribuisce a questa parola è esattamente quello. Il rischio è quello di trasmettere impulsi negativi (la furbizia in viticoltura ed enologia non si concretizza certo con un vantaggio per il bevitore), il vantaggio è quello di avere un nome che attira l'attenzione. Vantaggioso perché la gente sicuramente si chiederà come mai quel riferimento alla "Furba" e perché questa parola è in fin dei conti di facile memorizzazione. E invece... "Furba" è il nome di un fiume. Ecco cosa ci racconta il produttore: "La prima vigna (di questo vino) composta da Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot era situata sul terreno ghiaioso alluvionale del torrente Furba, da cui prende il nome". Torrente nei pressi di Carmignano, provincia di Prato, Toscana. Ed ecco rivelato il vero significato. Nome composto, non sempre vincente, ma in questo caso le parole che lo compongono sono brevi e indicative: "Ghiaie", il tipo di terreno, molto apprezzato in viticoltura, quindi valorizzante per il prodotto, e "Furba", che come detto prima incuriosice e connota il vino in modo originale. Per quanto riguarda il design in etichetta: abbiamo una rivisitazione stilistica (moderna) dei temi classici toscani con la raffigurazione di un casale immerso nella vegetazione, tra pittoresche colline. I toni cromatici rosso-su-nero sono molto attenzionali mantenendo pur sempre una propria eleganza formale. Il carattere di scrittura è un po' futurista, in riferimento al movimento artistico degli anni '20, e "riporta indietro" le sensazioni, ma nel complesso il packaging si difende bene.

Nomi di Antenati che Diventano Millesimati

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Claro, Franciacorta Millesimato, Barboglio De Gaioncelli.

Il top di gamma di questa piccola (e giovane, in tutti i sensi) cantina franciacortina prende il nome dall'ultimo componente di quella famiglia che iniziò molti anni orsono, nella medesima sede di oggi, l'attività vitivinicola: Carlo "Claro" Barboglio. Famiglia di nobili origini quella dei Barboglio De Gaioncelli, che vede l'inizio della propria storia anche imprenditoriale a Lovere, nell'alto Lago d'Iseo. I Barboglio passano dalla coltivazione e commercializzazione del mais a quella dell'uva da vino, sfruttando quel periodo di assenza di tasse, che ha dato il nome a tutta la "zona franca" del basso Lago d'Iseo: le Corti Franche (affrancate dalle tasse, appunto) da cui "Franciacorta". Insomma, anche per questioni di tassazione libera, il vino iniziò a rendere più del mais. E come amava dire Giovanni Agnelli, se produci vino con passione, male che vada, bevi bene. Torniamo al nome del vino, "Claro". Sembrerebbe un'allusione alla parlata spagnola, un riferimento quindi alla chiarezza, alla limpidezza del vino. Certo, anche quella è importante, ma la questione riguarda appunto il curioso "nickname" del nobile antenato. Cantina giovane abbiamo detto all'inizio, perché è recente la sua costituzione e perché il suo conduttore ha solo 36 anni. Si tratta di Andrea Costa che oggi le tasse le paga, come tutti in Franciacorta, ma che non rinuncia per questo a produrre un vino che si esprime più in qualità che in quantità per manifesto progetto imprenditoriale. Solo 40.000 bottiglie l'anno con il "vezzo" di raddoppiare (come minimo) il periodo di riposo sui lieviti rispetto a quanto dettato dal disciplinare. E' chiaro che gli obbiettivi sono ambizioni, e "Claro" è la punta di diamante chiamata a conquistare chi esige dalle bollicine qualcosa in più di un classico spumante.

Approvato degli Arcangeli (ma a Volte non Basta)

branding marketing comunicazione graficaRiserva degli Angeli, Capriano del Colle Doc, Lazzari.

Il nome di questo vino rosso (ma anche molto azzurro) è "Riserva degli Angeli". Tutto bene fin qui. Diciamo che "Riserva" è terminologia valorizzante, entrata nel novero delle espressioni vinicole "di spessore", anche perché in molti disciplinari evoca una tipologia superiore, quindi qualitativa. In questo caso non è espressione tecnica, da disciplinare, ma parte di un nome vero e proprio. Anche gli "Angeli" sono valorizzanti, in un paese come Enotria dove la cultura cherubina è sempre andata di pari passo con la storia del vino. Angeli che proteggono chi produce e chi beve, naturalmente. Il produttore, nel proprio sito internet precisa che questo vino è: "Dedicato agli Arcangeli Michele e Gabriele, patroni della parrocchia di Capriano del Colle, il “Riserva degli Angeli” riunisce in sé la passione per la coltivazione diretta del fondo, l’attenta selezione delle uve nel vigneto e la cura nella vinificazione; caratteristiche proprie dell’Azienda Agricola Lazzari." All'inizio di questo breve articolo l'abbiamo chiamato "vino azzurro", ed ecco infatti che passiamo a una breve analisi del design dell'etichetta: non c'è che dire, si tratta proprio di un azzurro pieno a tutto campo. Un azzurro che viene utilizzato poco nel packaging del vino in quanto ritenuto poco alimentare. E quando viene utilizzato, nella maggior parte dei casi si tratta di vini bianchi. Come se l'azzurrità possa significare (e forse lo fa) leggerezza. Questo, quindi, è un raro caso di etichetta azzurra per un vino rosso. Grafica semplice, forse fin troppo. Risolta con una cornice, il logo in alto, il nome in basso (il carattere del nome è davvero "vecchio"). E infine una illustrazione di vegetazione sullo sfondo. Detto questo, la benedizione degli Arcangeli, per il successo commerciale, è auspicabile.

Stelle e Marchi di Prima Grandezza (o Anche Meno)

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Sheratan, Ortrugo Spumante, 
Cantina di Vicobarone.

Chissà se questo nome nasce in origine e unicamente per celebrare una delle stelle più luminose di Ariete, appunto "Sheratan" dall'arabo Al Sharat ("apertura dell'anno", equinozio di primavera). Sheratan si trova nel corno sinistro dell'Ariete ed è la seconda stella più luminosa di quella costellazione dopo Hamal che sta in fronte al caprone. Oppure, ipotesi non così aliena, si è voluto, nel contempo, ammiccare a quel noto marchio di hotel, la prima catena per numero di camere nel mondo, e storicamente la seconda (dopo Westin) che tanto "nome" e prestigio ha nel conosciuto praticamente di ognuno? Certo "Sheraton", l'hotel, genera subito una sensazione di prestigio, di lusso, di "allure". Tutte cose che stanno bene insieme a uno spumante. Soprattutto se lo spumante in questione non è proprio di origini nobili: il vitigno di "Sheratan" è il poco conosciuto e poco stimato
concept star spumante
Ortrugo e il metodo di produzione è l'altrettanto poco valorizzante Charmat (o Martinotti che dir si voglia). Le stelle brillano e nel mondo brillano di luce propria anche certi marchi che si consolidano nella mente percettiva dei consumatori. Certo che se capitasse di risiedere in uno dei prestigiosi Sheraton del mondo probabilmente verrebbe da ordinare Champagne.

Cantano Grilli Prose in Etichetta

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Blues (Un Grillo per la Testa), Grillo IGT, 
Paolo Calì.

Caso particolare di "naming" per questo vino prodotto dall'Azienda di Paolo Calì che ha sede a Vittoria in Sicilia. È necessario premettere che quasi tutte le etichette di questo produttore si distinguono per l'originalità del messaggio. Sicché spesso a un nome del vino vero e proprio viene affiancata una dicitura supplementare, una frase, un motto, uno slogan, un "pay-off" direbbero i pubblicitari. Una frase che echeggia visivamente in modo ancora più evidente del nome stesso. In precedenza su questo blog è stato analizzato un vino della medesima azienda che si chiama "Osa", un rosato da Frappato che riportava anche la frase "Questo non è un vino tranquillo". In questo caso scopriamo invece un vino da vitigno grillo che si chiama "Blues" e che come frase di richiamo recita "Un grillo per la testa". Diciamo che siamo di fronte a una dicotomia, a una sovrapposizione di concetti: "Blues" richiama un ben determinato mondo musicale, un ambiente soffuso, una ricerca interiore. Invece la frase "Un grillo per la testa" gioca con i modi di dire, sfruttando il nome del vitigno, ma anche, crediamo, alludendo ai prevedibili effetti inebrianti di questo intenso vino siciliano. Nel complesso l'etichetta richiama l'attenzione. Se non altro per il design che mette in evidenza la frase principale e che normalmente si è portati, per curiosità, a leggere. Buona quindi l'idea di creare delle "affermazioni" che connotano il vino. Cosa buona e anche giusta sarebbe che frase e nome (storia, design, colori, etc.) fossero guidati dal medesimo concept complessivo. Una logica di comunicazione che ha da essere significante e coerente.


Il Trabocchetto è Linguistico

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Trabocchetto, Pecorino, Talamonti.

Vino di mare, il "Trabocchetto". Lo testimonia anche il suo simpatico nome che incuriosisce e pretende spiegazione, proprio per la gergalità del termine, ancora oggi ampiamente utilizzato. E chissà che questa "subdola macchinazione tesa a ingannare qualcuno" come recita Treccani non nasca proprio dall'oggetto in questione, che ha dato il nome a questo vino. Vediamo cosa dice in proposito il produttore: "Il Trabocchetto riveste da sempre un significato simbolico e permeante della tradizione marinara della regione Abruzzo. Il Trabocco (o trabucco) rappresentava difatti una innovazione nelle tecniche di pescaggio importata dal medio oriente. Le prime tracce letterarie, datate diciottesimo secolo, rivelano quanto quest’antica costruzione da pesca divenne ben presto tipica nella Costa Adriatica. Realizzato esclusivamente in legno, il Trabocco permetteva ai Pescatori di lavorare nelle peggiori condizioni metereologiche. Il Trabocco si identifica prevalentemente come una lunga passerella in legno che attraversa il mare, ancorata alle rocce costiere. Lunghe braccia o tiranti sostengono una enorme rete chiamata “Trabocchetto”. Tra le finalità anche quella di esplorare le correnti al fine di intercettare i branchi di pesci che si muovevano verso la costa. In epoca medievale il termine Trabocchetto fu usato per indicare i più potenti strumenti di offesa delle armate Europee. Giganti in legno, catapulte utilizzate dai centurioni all’assalto di fortezze e castelli attraverso l’Europa e terribilmente temute". Insomma ce n'è da costruirci sopra una bella storia, sul "Trabocchetto". L'etichetta è graficamente moderna, presenta elementi stilizzati in linea con il concept, la territorialità c'è, il profumo del mare anche. Probabilmente anche nella vigna, nell'uva e nel vino.

Divinazione e Assoluzione di un Nome

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Assolto, Teroldego, Redondèl.

Cercando attentamente se ne trovano di piccole realtà vitivinicole che operano bene sia per il prodotto che nella sua comunicazione. Nel loro piccolo anche molto bene. Con freschezza, ilarità quando serve, e senza perdere in credibilità ed efficacia. Cercando, abbiamo trovato questo rosato che è stato chiamato "Assolto". Che bel nome. Con una storia privata, tutta dentro la passione di chi lo produce (e dopo ne vediamo la testimonianza) e anche un significato più ampio, se vogliamo legato a questa nostra Italia dalle radicate tradizioni cattoliche. Il vino è un "peccato" che può darsi l'assoluzione da sé, quando è buono e genuino, per quanti meriti si porta dietro da 2000 e passa anni. "Assolto" perché alla fine, anche alla "mensa del Signore" il vino è presente e protagonista. Ma ecco la spiegazione del produttore (nel sito internet) riguardo a questo nome: "Assolto... la mia idea di vino rosato. Gli acini pigiati rimangono solo poche ore a contatto con il proprio mosto, per poi esser assolti dal loro compito lasciando al futuro vino solo i sentori più leggeri e fragranti di fragola, di petali rossi e rosa. Di moderata gradazione, sempre fresco d'annata, si lascia convincere da ogni pietanza a desinar con lui: un vero gentilvino d'altri tempi". E che bel neologismo anche "gentilvino"! Per quanto riguarda il design dell'etichetta troviamo anche qui una semplicità d'animo di grande piacevolezza: pulizia, chiarezza dei termini, una eleganza "contadina" che ben si integra (facendosi notare) nella modernità che il mondo del vino di oggi, in ogni caso, deve saper affrontare. Bravi.

L'Identità dei Vini "Base" (Questo è il Problema)

Rosso Puro, Rosa Vivo, Bianco Luna, 
Calabria Igt, Battaglia.

Non è facile trovare in Italia qualche produttore di vini che decide di attribuire un vero e proprio nome alla propria gamma "bassa", spesso degli Igt, cioè quei vini "blend", a basso costo e di limitate pretese. Si pensa forse che un vino "generico" non possa avere una personalità. Certo, sono vini con un carattere e una percezione qualitativa inferiore ai top di gamma, ma se non si mettono in atto attività minime di comunicazione (etichette, naming, promozione) il prodotto è destinato a soffrire ancora di più la propria condizione di "figlio di un Dio minore" e di conseguenza a finire nel calderone dei vini anonimi, che hanno quindi velleità date solo dal "primo prezzo". Qualcuno però ci riflette, come l'Azienda Vini Battaglia, calabrese, che decide di fornire di un buon nome anche la propria linea base di produzione. E un questo caso i nomi sono anche belli, snelli, fonetici, semplici ma perfettamente in linea con il prodotto che rappresentano. Riescono anche ad esprimere, minimamente, dei concetti: Rosso Puro, sensazione di genuinità, Rosa Vivo, freschezza, vitalità, Bianco Luna, mistero, sensualità. La grafica delle etichette si difende bene: sono semplici nell'impaginazione, ma cromaticamente attenzionali. Fanno linea, variando il colore, e attirano comunque l'attenzione con evidenza ma senza esagerare nell'esuberanza o nel kitsch. Onore quindi anche agli Igt: ogni vino che vuole essere posto all'attenzione di possibili acquirenti ha bisogno di avere una storia, una propria "esistenza", un concetto, una personalità da esprimere.

Quando una Nullità è Segno di Carattere

branding comunicazione marketingNullius, Sangiovese, La Canosa.

Nome latino, assonante con l'italiano "nulla", in questo senso facilmente equivocabile perché di fatto qui non si tratta di una assenza bensì di una presenza di carattere. Ma vediamo quali sono le ragioni di questo nome, raccontate direttamente dal produttore marchigiano nel sito internet dell'azienda: "Questo assolo Sangiovese prende il nome dall’espressione latina “Nullius Diocesis” (una bolla papale), usata per indicare l’autonomia religiosa di un paese (Rotella, sede dell'azienda), letteralmente: “non appartenente ad alcuna diocesi”. Godere dell’autonomia religiosa ai tempi dello Stato Pontificio di cui la nostra regione faceva parte, era sinonimo per i paesani di grande carattere, forza, caparbietà ed orgoglio". Un'espressione di indipendenza, quindi, di carattere, che si rispecchia, secondo il produttore, nel vino che prende questo nome. Certo la prima impressione, se il nome non viene spiegato, è quella che abbiamo indicato all'inizio di questa breve trattazione. In generale, nella creazione di un nome, sarebbe meglio considerare di attribuire una piena e immediata comprensione, per non far dipendere la percezione da una spiegazione che, sia pur doverosa ed efficace, a volte non è possibile fornire direttamente all'acquirente. Per quanto riguarda il design dell'etichetta siamo di fronte a una creazione pulita, elegante, sui toni del rosso e del nero, dotata di sintesi e di buon gusto, moderna ed attraente. La verticalità del nome, non sempre ottimale, in questo caso appare limpida e fruibile grazie al carattere di scrittura molto "netto" e al suo colore (bianco) che stacca molto dal fondo scuro: la leggibilità viene agevolata anche se non orizzontale.

Un Nome Capovolto che Origina dalla Vite

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CapoVolto, Verdicchio dei Castelli di Jesi, 
La Marca di San Michele.

Bella storia quella che dà origine al nome di questo Verdicchio dei Castelli di Jesi. Potrebbe sembrare altro, tipo un gioco di parole, oppure verrebbe la tentazione di sezionare il nome e prendere il significato di Capo e quello di Volto (inteso come faccia). E invece la spiegazione e tutta nel territorio, nella storia, nella viticoltura. Per cui regge molto bene il racconto che se ne può fare e la curiosità che può suscitare. Ecco l'interessante spiegazione fornita dal produttore: "Il nome del vino è stato preso dal metodo di allevamento della vite 'a capovolto' usato molto dai vignaioli della generazione dei nostri nonni in tempi di povertà e scarsità quando alla pianta della vite era richiesta la maggior produzione di uva possibile. Il tralcio (Capo) veniva curvato ad arco (Volto), per avere più superficie, più gemme e quindi più uva. L'utilizzo di questo nome è un filo rosso che continua ad unirci a quella generazione". L'etichetta non accompagna il significato contadino del nome se non mostrando degli appezzamenti di vigna, quindi la terra, sempre con un legame molto localizzante. Almeno, questa è la nostra interpretazione di quel reticolo grafico di quadrati irregolari posizionato sopra al nome. Certo il naming è originale e circostanziato. Per cui vale già lo sforzo creativo (dell'azienda) e la percezione che se ne potrà avere (da parte dei fruitori). Resta da dire che non è valorizzante il discorso della quantità (il sistema di coltivazione al quale il nome fa riferimento) al posto della qualità (oggi in auge). La scelta di un nome è sempre una questione di equilibrio, di ingredienti da soppesare. Per questo la sua piena riuscita non è bersaglio facile.

Civiltà Contadine danno Voce a Nomi Particolari

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Grida delle Biade, Chardonnay, 
La Celata.

Uno dei nomi più originali finora analizzati in questo blog che si occupa dell'identità primaria dei vini. Quella che si percepisce per prima: il suo nome. Abbiamo qui un nome composito, nemmeno tanto facile da pronunciare e da recepire, ma ricco di storia e in grado di evocare echi lontani del territorio. Per questo molto interessante. Riportiamo subito l'ottimo rational a supporto delle scelta semantica, che troviamo ben descritto nel sito del produttore: "Si comanda e si impone: puntuali come l’estate arrivavano le grida delle biade. Gridate, appunto, nei giorni di mercato e poi affisse sui portali delle chiese, nelle osterie e nelle botteghe, sancivano cosa era lecito e cosa no nella gestione dei grani prodotti nel territorio del ducato: il transito, la quantità e la qualità della produzione, l’esportazione, il prezzo, il controllo dei produttori, dei fruitori, lo stoccaggio. Spesso erano norme restrittive, repressive e imponevano pesanti oneri fiscali.
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I trasgressori erano puniti con pene pecuniari, in alcuni casi anche corporali". Siamo sui colli piacentini, nella val Trebbia, territorio combattuto perché di passaggio di merci e popolazioni, con una storia frastagliata di vita vissuta. Il produttore, sfrutta la storia del territorio proponendo anche altri nomi che traggono origine del passato di quei luoghi, chiamando ad esempio "Battaglia della Trebbia" il proprio Gutturnio e ancora "Polveriera" il Barbera. Etichette pulite, graficamente molto luminose e lineari, senza fronzoli, dove questi nomi originali sono assolutamente protagonisti come posizionamento grafico e ingombro in etichetta. Vini che si fanno vedere, riescono quindi a distinguersi nell'offerta, molto ampia e variegata di quelle zone vinicole.

Packaging Innovativo, Naming "Lineare"

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Passito, Primitivo, Cantine Imperatore.

Decisamente insolita questa bottiglia di vino. Perché di vino si tratta, anche se dentro c'è un passito, cioè un vino liquoroso. E in questo specifico caso, davvero particolare. Un "Passito", come dice chiaramente il nome del vino, ottenuto da vitigno Primitivo appassito sui tralci. Consideriamo quindi prima il nome, "Passito": niente di più semplice, forse troppo, ma certamente non manca in linearità, così come, possiamo dire, in spontaneità. Certo di "Passito" ce ne sono migliaia (non da vitigno Primitivo, quelli sono pochi), ma in questo caso viene in aiuto la confezione, il design della bottiglia, che per il colore e la forma potrebbe ricordare quella del latte o quella di un Vov. Discutibile? Certamente. Originale? Anche. In aggiunta a queste evidenze il produttore ha pensato di creare una ulteriore nota di originalità, nascondendo sotto l'etichetta un "drop stop" per agevolare il servizio una volta stappata la bottiglia. Per quanto riguarda il design grafico dell'etichetta, poco da aggiungere, se non che, oltre al nome, emerge il logo aziendale come è giusto che sia. Il risultato finale, la sensazione, è che ci si trova a disagio, per un codice colore insolito (bianco), una forma non consueta, un nome che di fatto non esiste. Ma l'appeal, in un certo senso, c'è. Il resto probabilmente lo farà il calice.

Arte in Etichetta (il Nome Conferma)

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Collezione Jazzisti, Minutolo Passito, Mazzone.
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Tra i vari e sfaccettati nomi che si incontrano sulle facce delle bottiglie dobbiamo catalogare anche quelli come questo, "Collezione Jazzisti", che possiamo definire molto descrittivi. Non si tratta di un nome, in effetti, ma della spiegazione degli intenti comunicativi del produttore. In questo caso le bottiglie del vino passito in esame (da vitigno autoctono molto particolare, il "Minutolo") riportano ogni anno un soggetto diverso, sia pure sempre dedicato al mondo del jazz, celebrando l'unione sensoriale tra musica e vino, spesso e giustamente, portata all'attenzione degli estimatori. Il produttore infatti, Mazzone, nella scheda on-line dedicata a questo vino scrive: "Il suo nome vuole mettere in risalto le opere pittoriche del maestro Pollio, che cambiano ogni anno, e che ben si accompagnano con questo vino". Il vino è come il jazz, insomma, ogni volta diverso, frutto di abilità artistiche, estro creativo e spesso anche improvvisazione. Ottimo abbinamento quindi, da meditazione, per il gusto e per l'udito (procurandosi adeguato supporto sonoro e collezione di brani). I toni scuri dell'etichetta ben esprimono un mondo notturno, interiorizzante, in un certo senso intimo, che un passito di buona fattura deve trasmettere. Il calore della sua gradazione elevata (14.5 e oltre) farà il resto nella mente e nelle vene dei consumatori.

Un Barolo di Carattere (in Comunicazione)

Le Coste di Monforte, Barolo, Cascina Amalia.

grafica font branding marketing comunicazionepackaging branding marketing immagineNon essendo qui evidente un nome in particolare (anche se è da ritenersi nome "Le Coste di Monforte") andiamo ad analizzare come sono scritte le varie diciture. Emerge all'occhio il nome dell'azienda, Amalia. Spicca per dimensione e anche per particolarità del carattere (font, per i tecnici) di scrittura. Originale, certo, vistoso anche. Lo stile un po' retrò, tra il futurismo e certe etichette di amari degli anni '60, lo colloca a metà tra la volontà di sdoganare la classicità dei vini di Langa e quella di restare comunque con un piede nella tradizione. Per non tradire le aspettative dei consumatori "storici", verrebbe da dire (c'è da considerare sempre che le generazioni avanzano, e quelli che sono stati clienti storici 20/30 anni fa, probabilmente oggi non ci sono più, ci sono i loro figli, con tutto quello che consegue). Tutte le etichette di questo produttore portano in primo piano "Amalia" con questa forza visiva, con carattere, appunto, anche dal punto di vista della percezione "pre-degustazione". Vediamo infatti a destra il design più leggero, ma con il medesimo stile, del Barolo non cru. Mentre in alto a sinistra c'è il top di gamma. Ordinati, piacevoli, anche gli altri elementi descrittivi, tutti con una scelta di font (carattere) ben studiata e ben amalgamata. Interessante anche il dinamismo del logo, una A che "piroetta" con eleganza. Etichetta, quindi, non priva di opportunità di miglioramento, ma tra le migliori del "vecchio" Piemonte, attualmente in comunicazione.

Nomi Enogastronomici che Mettono Appetito

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Sulla Rotta del Bacalà, Vespaiolo, Cantina Breganze.

packaging design grafica marketingDi nomi strani ne abbiamo visti diversi (anche se non moltissimi, prevale purtroppo il conformismo), questo è uno di quelli. Insolito, composito, ma anche descrittivo. Un nome di un vino che non parla direttamente del prodotto o delle sue caratteristiche ma cita qualcosa di particolare che logicamente c'entra con il vino e con il suo abbinamento gastronomico (consiglio d'uso, quindi). Ed ecco che a Breganze, Vicenza, hanno deciso di chiamare un vino da vitigno Vespaiolo/a (già di per sé particolare) con una frase che potrebbe essere benissimo il titolo di un film, di un romanzo storico, di un documentario: "Sulla Rotta del Bacalà". Proprio con una sola "c", come si pronuncia nella provincia di Vicenza. Il "bacalà", baccalà per alcuni, come lo stoccafisso, è praticamente merluzzo dei mari del nord, atlantico o pacifico, salato nel primo caso o essiccato al sole e al vento, nel secondo. Un prodotto che ha una storia legata ai naviganti, molto interessante. L'etichetta del vino in questione conferma il concept presentando una mappa del nord europa, luogo di produzione e provenienza, ancora oggi, del prelibato pesce per ricette gourmet (una volta cibo povero, da marinai, oggi diventato molto costoso). A proposito della parola "baccalà", Wikipedia dice che: "Baccalà deriva dalla parola basso-tedesca "bakkel-jau" che significa "pesce salato" che è una trasposizione di bakel-jau che significa "duro come una corda", questa parola è utilizzata in molte lingue neolatina (bacalao, bacalhao), mentre dalla parola tedesca "kabel-jau" derivano quasi tutti i termini nelle lingue germaniche." Al centro dell'etichetta, per chiudere il cerchio, ecco il marchio della Venerabile Confraternita del Bacalà alla Vicentina con l'immagine di un "celebrante" che regge il mitico merluzzone. Che dire? Sicuramente un'etichetta originale, che sfrutta la nomea regionale (estesa anche nel resto d'Italia) della nota ricetta. In grado comunque di farsi notare anche fuori dai confini veneti, quanto meno suscitando curiosità.

Vini Succosi, Nomi Belli e Bellicosi

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L'Attaccabrighe, Barbera spumante, vinif. in bianco, Togni Rebaioli.

Il produttore di questo vino non è certo violento o cercaguai. Enrico Togni vive a lavora in un piccolo paese della Valcamonica in provincia di Brescia. Ed è una persona di saldi principi ma di carattere mite. Produce vini particolari animato da una passione sperimentatrice. Uno di questi vini, da vitigno Barbera spumantizzato in bianco, ha ricevuto un nome che non si incontra tutti i giorni: "L'Attaccabrighe". Nome che è destinato a farsi ricordare grazie a un "negative approach" che lo rende in definitiva simpatico. Attaccabrighe perché si tratta di un vino dotato di una spiccata acidità iniziale, che si scontra subito con le papille gustative, immediatamente bilanciata, nella "rissa" palatale, con una rotondità da vino di spessore. Il produttore sottolinea che il nome è stato deciso sulla base della corrispondente dizione in dialetto locale: "Argagn". Insomma, assaggiandolo e commentandolo la gente del posto affermava "A l'è un argàgn". C'è anche da aggiungere che Attaccabrighe nasce anche da una specie di sfida-promessa, lanciata da Enrico Togni nei confronti di amici spumantisti della vicina Franciacorta: creare una bollicina di montagna da un vitigno che di solito genera vini rossi genuini e rubicondi. L'etichetta che siamo in grado di mostrare non è perfetta ma è tutto quello che per ora si reperisce in rete. Il nome, come dicevamo, molto originale, viene "speso" con una grafica che gioca con le lettere, ribaltandole e stravolgendole, senza compromettere troppo la leggibilità. Per il resto il design è accademico. Quasi tipografico. Ma il nome, anche da solo, regge la sinfonia, e il vino, dicono, fa anche meglio.