Dalla Grecia in Arancione

Paleokerisio, Debina e Vlahico, 
Domaine Glinavos.

Ne abbiamo visti di nomi strani, per i vini di casa nostra e per quelli esteri. Questo è uno di quelli, fermo restando che la lingua greca (anche quella moderna) a noi italiani risulta particolarmente strana, per lettere e composizione. Questo vino è strano tre volte: nel nome, nella composizione e lavorazione e nella “Doc” (chiamiamo così la PGI, Protected Geographical Indication). Partiamo dal nome: Paleokerisio (sembra essere di invenzione), lungo e curioso, certo non facilmente memorabile. Il vino è composto da due vitigni sconosciuti in Italia e viene prodotto in modalità orange, semi-sparkling e semi-dry (una modalità antica di quei territori). E infine la PGI (Doc) che si chiama “Ioannina” (o Giannina). Sembra un nome italiano. La cittadina così chiamata si trova vicino al confine con l’Albania, all’altezza di Corfù, quindi molto vicino allo stivale. Per quanto riguarda la grafica in etichetta possiamo dire che accusa l’età, o meglio, la classicità, visto che siamo in Grecia. Senza infamia e senza lode. Per completare il tutto riveliamo che anche la bottiglia è strana, sembra quella di una birra. E infatti è tappata con il “tollino”.

Nice To Meet You, Roero

U R Nice, Roero Arneis, Cantina Taliano.

Stiamo parlando di una cantina piemontese che ha sede nella regione vinicola del Roero (a sinistra del fiume Tanaro, laddove a destra c’è Alba e tutto il suo circondario delle Langhe). Eppure troviamo sull’etichetta di uno dei vini dell’azienda, un nome in inglese, che per di più gioca con la pronuncia delle lettere “U” e “R”. Il nome di questo Arneis, infatti, in lettura risulta essere “U R Nice”, mentre in pronuncia sarebbe “you are nice”. Insomma un rebus. Niente di complicato, se non fosse che davvero stona vedere questo inglesismo sull’etichetta di un vino tipico e molto geolocalizzato (il bianco Roero Arneis, appunto). Per la cronaca, il Roero prende il nome dalla casata della omonima famiglia medievale che dominò la zona nei secoli scorsi. Ma torniamo al packaging-design (anche questo è un inglesismo, ma diciamo pure ampiamente adottato e accettato per parlare di comunicazione). Archiviato con dolore il nome, possiamo vedere un lavoro grafico di intaglio che disegna un ramo, forse un pampino, forse le curve dei filari, su fondo bianco. L’effetto è elegante e originale al tempo stesso. Alla base il logo e nome dell’azienda, dove la “T” di Taliano riproduce un calice: esperimento non perfettamente riuscito. Nel complesso una buona etichetta dal punto di vista attenzionale. Non giustificato ed efficace allo stesso modo il nome del vino. 

Storia e Territorio: Contenuti di Interesse

Steccaia, Vermentino e Sauvignon, 
La Regola.

Il nome di questo vino che in primis potrebbe essere ricondotto all’infinita serie di “…aia” dei vini toscani (Sassicaia su tutti) in realtà ha una precisa ragion d’essere, storica, culturale e “funzionale”: siamo in Maremma (la sede dell’azienda La Regola è a Riparbella, provincia di Pisa) dove notoriamente sono stata eseguite, negli anni, opere di bonifica. Vediamo cosa racconta il Fai al riguardo: “Il Ponte Tura e la Steccaia, rappresentano l'opera idraulica più importante della bonifica della Maremma, attuata da valenti scienziati e tecnici. Ponte Tura è il nome che oggi si dà all'edificio che, con questa forma, fu costruito nel 1914. Con il termine Steccaia si nominarono le derivazioni di acqua dal fiume per l'alimentazione di fossi e canali. Il termine deriva dal fatto che le prime opere di questo tipo erano costruite con palificate e gabbie di legname, ed è poi rimasto in uso per indicare l'opera di derivazione anche quando la modalità esecutiva sostituirà le parti in legno con calcestruzzo e muratura. La Steccaia consentiva, tramite appositi macchinari, di manovrare il complesso sistema di chiuse e cateratte lungo il tratto terminale del fiume Ombrone, garantendo così, grazie alla regolamentazione delle acque, di recuperare terreni da destinarsi all'agricoltura. Inoltre, la Steccaia rappresenta ancora oggi la località dove è ancora presente questa opera di presa”. Detto questo possiamo passare a commentare la grafica in etichetta: fondo bianco, molto semplice, sopra al nome del vino vediamo la sagoma di una leggiadra figura femminile dalla chioma fluente che regge alcuni simboli dei quali però non è dato a capire e a conoscerne l’origine. Certamente particolari, sia il nome, sia il design. Etichetta che si distingue con personalità e, come detto all’inizio, con una storia vera e interessante.

Di Favorita e d’Azzurro

Birichin, Favorita, Bocchino.

Dalle pagine del produttore, una famiglia piemontese, estrapoliamo la definizione di questo vino: “il sapore è di beva scorrevole, snella e vivace, discreta sapidità, piacevole, agrumato e rinfrescante. Perfetto per l’aperitivo, da provare con il sushi e il cibo Thai”. Il suo nome è “Birichin”, forma dialettale per birichino o biricchino (con due “c” è ritenuta forma diffusa ma inesatta), di origine emiliana (ma qui siamo in Piemonte, a Canelli, nonostante i riferimenti a cibi esotici). Il nome del vino deriva probabilmente da “briccone” e sta per “bambino vivace e impertinente”. Il vino in questione è frizzante e quindi l’accezione calza, sia pure in modo di certo non originale (si trovano molti altri vini con questo nome). Nell’etichetta vediamo in alto il cognome (e marchio) della proprietà, mentre in basso la grafica propone dei grovigli blu, azzurri e argento che non hanno ragion d’essere se non per pura decorazione (forse sono le trame disegnate da un bambino piccolo?). Il tutto comunica sì qualcosa di giovane, spicciolo, veloce, semplice, fruibile, ma con una modalità fin troppo approssimata. Poco spazio al concettuale, non apprezzabili le tonalità azzurre che portano al mare (eventualmente) o a qualcosa di acquatico piuttosto che di vinoso. Tappo a vite che non è vita.

Il Coraggio del Minimalismo Estroso

Quest One, Petit Verdot con Merlot e Cabernet, 
Du Toitscloof.

Questa volta parliamo di Quest, marca di vini sudafricani. A parte il gioco di parole, per questo “One” siamo di fronte a un esempio di etichetta che sembra non dire nulla, e invece comunica molto. Insomma, nel meno c’è il più. O come si voglia girare la frittata, un niente cambia tutto. Soprassediamo sul nome dell’azienda, non riusciamo proprio a leggerlo (e ci abbiamo messo un po’ per scriverlo). Passiamo al design, pluripremiato, di questo blend di rossi “Bordeaux Style”. Fondo bianco. In primo piano anche come dimensioni, una grande “Q” stilizzata, in parte con un decoro in oro, in parte con la modalità classica, in nero, della scrittura di un carattere di stampa. Al centro di questa lettera un piccolo numero, 18, l’annata del vino. Sotto troviamo unicamente il nome della linea di vini, “Quest” (ricerca, investigazione, in inglese) e sotto ancora, molto piccolo, il nome del vino: “One” (nome completo: “Quest One”). Certo, imita il celebre Opus One, ma l’elaborato grafico merita davvero un encomio. Per la pulizia, per i particolari, per il coraggio di non essere ridondanti, il vezzo della sobrietà che però trasmette molti messaggi: eleganza, competenza, estro, affidabilità, creatività, leadership e altro ancora.

Nomi da Non Nominare

Serpullo, Montefalco Rosso, Fongoli.

Questa è la storia di Serpullo, Bicunsio e Fracanton. Potrebbero essere tre personaggi della famosa novella di Gargantua e Pantagruele. Nomi strani? Sì. Difficilmente memorabili? Anche. Siamo a Montefalco, patria del Sagrantino che già è un vino scontroso. Se poi aggiungiamo che i nomi non sono certo “amichevoli” (semanticamente parlando), ecco che la faccenda si complica. Il produttore si chiama Fongoli, che pure non si sa bene come pronunciare, e i nomi dei vini (di questi tre, tra quelli in gamma) risultano ostici. Andando a cercare si scopre che il serpullo è una pianta aromatica assimilabile al timo. Per quanto riguarda Bicunsio e Fracanton non abbiamo tracce. Potrebbero essere dei nomi locali di qualche antenato o mito di quei luoghi. Sono scritti in rosso, quindi risultano come assoluti protagonisti dell’etichetta, che per altro non spicca in originalità e in design. Il carattere di scrittura, arcaico, trasporta in un mondo contadino medievale in stile “Non ci resta che piangere” (il film con Massimo Troisi e Roberto Benigni). A parte tutto la scelta dei nomi non sembra essere tra le più felici.

Stranezze dal Palatinato (Anche i Tedeschi si Sentono Creativi)

SwagWine, Rosé, Weingut Bergdolt-Reif & Nett.

Possiamo chiamarlo esperimento. Possiamo definirla come una “stranezza”. Insomma questo vino e la sua etichetta sorprendono (non necessariamente in senso positivo). Il vino è un rosato con passaggio in botti di legno (!) che nasce da uve Pinot Noir, Merlot e Shiraz coltivate in Germania, nel Palatinato. L’etichetta è stata studiata da Studio Biegert (agenzia di Design) e si presenta bella strana. Un uomo in costume da bagno cavalca una tigre sprecando vino da una bottiglia. L’illustrazione si trova al centro di un triangolo caratterizzato da una cornice che lo fa somigliare a un francobollo. Alla base il nome: SwagWine (nome di linea, più che del vino vero e proprio) che dovrebbe significare “malloppo” in inglese. Il “rational” che si trova nel sito web recita: “Vino artigianale con stile… perché anche l’occhio beve” (tradotto dal tedesco). Di fatto le etichette proposte da questo rivenditore sono alquanto strane e assolutamente difformi una dall’altra. Tornando a quella qui raffigurata concludiamo accennando ai colori molto vivaci che rendono la bottiglia un prodotto da consumo allegorico e festaiolo, con una netta percezione da bibita (potrebbe benissimo essere un’etichetta per una birra).

L’Insostenibile Brillantezza del Packaging

Sclint, Rosato (Pinot Nero e Nebbiolo), Poderi Colla.

Esistono delle parole che possono essere definite onomatopeiche (da onomatopea). La descrizione di Treccani dice: “modo di arricchimento delle capacità espressive della lingua mediante la creazione di elementi lessicali che vogliono suggerire acusticamente, con l’imitazione fonetica, l’oggetto o l’azione significata”. Siamo qui di fronte a una parola, il nome del vino, di questo genere. Sia pure pescando nella dizione dialettale. In pratica, per chi conosce il dialetto piemontese (ma anche chi non lo conosce, con un po’ di fantasia, ci potrebbe arrivare), “Sclint” fa riferimento alla trasparente brillantezza del colore di questo vino. In pratica sclint significa brillante. A noi, ma è soggettivo, ricorda il titinnìo di un bicchiere di cristallo. Comunque sia, si tratta di un nome originale, che in questo caso viene penalizzato da un carattere di scrittura non chiarissimo (a dispetto del nome stesso, ironia della sorte ma anche delle scelte grafiche). Gli altri elementi che compongono questa etichetta: il nome del produttore, in alto, “Poderi Colla”, non bellissimo perché ricorda un materiale davvero poco commestibile (diranno in molti: “si tratta del cognome della famiglia titolare…”, e noi rispondiamo che non è certo un obbligo chiamare un’azienda col cognome dei proprietari, dipende, appunto, dal cognome). Sullo sfondo del packaging si nota un drago leonardesco, davvero bello, ma purtroppo l’unico elemento lasciato in secondo piano. Per il resto si assiste a una impaginazione fin troppo normale.

La Mente Riceve un Impulso Tagliente

TEN, Arneis e altri vitigni, Massimo Rattalino.

Strana etichetta questa, per un produttore di Barbaresco (quindi soprattutto Nebbiolo), che si diletta anche con un bianco, blend di Arneis, Sauvignon e Riesling. Fa parte della linea aziendale “Tradizione”, caratterizzata da nomi che sono numeri: 42 il Barbaresco, 34 il Barolo, 27 il Nebbiolo d’Alba, etc etc, fino ad arrivare al 333 per il Barolo Chinato. Forse una passione per il gioco del lotto. Sulle etichette, per la cronaca, i numeri sono scritti in parole. Ma veniamo a questo “TEN”, anch’esso un numero in parole, sia pure in inglese. Lo stile dell’etichetta si presenta subito come innovativo, stiloso, “moderno”, ma la sensazione è che questo design potrebbe andare bene per un dopobarba più che per un vino. Ma non ci lasciamo scoraggiare, qualcosa di buono c’è. Ad esempio il fondo scuro, eleganza, formalità, stile. E quel modo di scrivere il nome del vino con delle aste grafiche a comporre la parola. Certo molto asettico, affilato, distaccato, assoluto e assolutista. Viene lasciato molto poco all’emozione: prevale una linearità molto fredda. Forse più di altri i vini piemontesi sentono il bisogno di una rivalsa, per distaccarsi da quel mondo sabaudo che si portano dietro da generazioni. 

Rosato di Mare, Easy ‘nd Social

Oltremare, Rosato, Piandimare.

In prima battuta riesce difficile distinguere il nome “Oltremare” (nome della linea di vini) da “Piandimare” (nome della cooperativa vinicola in questione). Certo, Oltremare è scritto in grande e al centro mentre Piandimare figura più in piccolo e alla base. Ma perché chiamare “Oltremare” la linea di vini alla presenza del pre-esistente nome aziendale “Piandimare”? Si verifica, logicamente, un corto circuito semantico, fonetico e mnemonico. Come dire che il mare c’é, questo si è capito, ma forse ce n’è troppo. L’etichetta di questo rosato “da uve rosse locali” (si presume il Montepulciano d’Abruzzo, soprattutto) fa parte di una nuova linea giovane che nelle intenzioni del produttore, con sede in provincia di Chieti, dovrebbe comunicare un senso di libertà, freschezza, facilità di acquisto e di beva. A parte il bisticcio dei nomi (di linea e d’azienda) notiamo che il design si basa su un fondo bianco sul quale vengono applicati degli elementi grafici. Su tutti spicca una specie di reticolo che nelle intenzioni di chi lo ha ideato “rappresenta il connubio tra la tradizione vitivinicola abruzzese, il tendone (tipo di coltivazione della vite) e il simbolo moderno più usato tra i giovani d’oggi: l’hashtag”. Il tutto sembra molto essenziale, quasi primordiale, certo semplice e lineare, ma con uno stile piuttosto approssimativo. Il packaging è una “chimica”, dove gli elementi, quelli giusti, devono combinarsi perfettamente nella “misura” ideale. Colori, forme e parole devono convivere in armonia, proprio come gli elementi organolettici in un buon vino.

Cose Matte e Cose Serie, Insieme

La Mattacchiona, Barbera, Accornero.

C’è un modo di dire che può ben rappresentare questa etichetta: “una scarpa e una ciabatta”. Chiariamo: il packaging in sé non è affatto male, nella sua valenza estremamente classicista. Ma la modalità, il carattere di scrittura (il font, dicono gli addetti ai lavori), con il quale è scritto il nome del vino, crea qualche perplessità. Andiamo all’origine della parola: “la Mattacchiona”, che segna semanticamente una persona di sesso femminile (la Barbera, in questo caso) dallo spirito libero e allegro. Il paragone con il tipo di vino ci sta. Questo nome è appositamente scritto in modo “matto”, fuori dagli schemi classici, in rosso. Ci sta anche questo, conferma il senso, il significato del nome. Ma stona con tutto il resto. Infatti, sotto al nome del vino l’etichetta continua con uno stile molto forbito, attempato, serio, tradizionale. Si nota subito lo stacco tra l’ambiente grafico della parte superiore (e il suo modo di comunicare) e quello sottostante (che parla quindi un linguaggio diverso). Quale sarebbe stata la soluzione ideale? Adattare uno all’altro i due ambienti grafici. Cioè scrivere in modo “serio” La Mattacchiona, o virare in modo allegro la parte inferiore dell’etichetta. Quello che è stato fatto qui, invece, in architettura lo chiamano “restauro conservativo”. Ma la sua buona riuscita è faccenda davvero delicata. Nella quale in certi casi è meglio non imbattersi.

Gufetti Ironici su Torri Storiche

Vernaccia di San Gimignano, Piccini.

Stiamo parlando di una grande azienda famigliare che lavora le vigne e produce vino da 5 generazioni con proprietà sparse in tutta la Toscana. In particolar modo la nostra attenzione si è fermata su questa etichetta che riguarda la Vernaccia di San Gimignano, la prima Doc in Italia, dal 1963 (poi Docg al 1993). Packaging coraggioso in quanto divertente e scanzonato. Raffigura, con una illustrazione fumettosa, le celebri torri di San Gimignano, simbolo delle famiglie possidenti di un tempo. In cima alle torri vediamo dei gufetti che ammiccano simpatici alla nostra attenzione. Lo stile è tra l’artistico e il comico, nei colori predomina l’arancione, soprattutto per quanto riguarda un grande sole in alto a destra, anch’esso rappresentato in modo creativo. Il tutto fa sì che il prodotto e la circostanza del suo consumo vengano considerati con allegria e simpatia, sia pure salvando le nobili origini della tradizione della Vernaccia e del territorio di appartenenza. Una sferzata di estro creativo che richiede di non prendersi troppo sul serio. E questo fa gioco sia per il commercio che per l’immagine in generale di azienda e prodotti. 

Il Nebbiolo Aiuta a Sognare Sotto le Stelle

Sogno d’an Piole, 
Nebbiolo e altri vitigni autoctoni, 
Giovanetto.

Ci sono diverse interpretazioni per il nome di questo vino: tutto ruota attorno alla parola “piole”. E alla vastità delle forme dialettali regionali d’Italia. La prima: le piole sarebbero l’equivalente piemontese di osterie e trattorie, insomma locali storici, spesso a conduzione familiare, dove si possono gustare piatti tipici accompagnati da vino rosso. Il tutto a prezzi popolari. La seconda interpretazione riguarda i “pali”, spesso in sasso, dove alligna la vite nel Canavese, nel nord Piemonte, vicino alla Valle D’Aosta. La terza possibile spiegazione si trova negli elenchi dei dizionari del dialetto piemontese: piola sta per ascia o accetta. La quarta, sembra la più probabile, riguarda la zona di coltivazione in località Montestrutto (bizzarro nome topografico) nella zona detta “Piole”. Naturalmente l’unica che non prendiamo per buona è la terza, perché “sognare sotto a un’ascia” non piacerebbe a nessuno. Stiamo quindi parlando dell’etichetta di un piccolo produttore, Adriano Giovanetto. Vediamo gli altri particolari: l’immagine, illustrata, mostra la particolare modalità di allevamento delle vigne, “appese” a strutture terrazzate e palizzate in sasso. La luce è quella della notte con il brillare delle stelle. Etichetta semplice ma emozionale che trova eleganza nei colori scuri e nei tratti in corsivo (con deficit di leggibilità in questo caso in favore di un po’ di poesia). Non si tratta di un buon esempio di comunicazione, bensì di un ottimo esempio di traduzione della tradizione, per chi riesce ancora ad apprezzarlo. Per la cronaca più tecnica, al Nebbiolo (Picotener) vengono aggiunte piccole quantità di “Vernassa dal Picul Rus” (detto anche Nerdala), di Neretto Gentile e di Neretto Nostrano (varietà locali).

L’Estro Che Fa da Maestro

Estrosa, Viognier,
Pico Maccario.

Cos’è l’estro? Parola desueta che però ogni tanto emerge dalle parlantine, soprattutto di chi frequenta il mondo dell’arte o della scrittura. L’estro creativo è una caratteristica personale che probabilmente non si può apprendere, risulta innata. Ma le ricerche in questo campo sono complesse e sono ancora in corso. Se ne occupano, ad esempio, i ricercatori del Mental Research Institute (MRI) di Palo Alto in California. Noi, più umilmente, ma ugualmente con piglio professionale, ci limitiamo a osservare le creazioni del packaging e del naming. Questo vino si chiama “Estrosa”. Fa chiaro riferimento a una impersonificazione del prodotto con una ipotetica donna, dal fascino esuberante, eclettico, fantasioso. Non è un vino frizzante, quindi l’estro non viene riferito alle bollicine. Estrosa è anche l’etichetta in senso estetico: abbiamo un fondo verde psichedelico con trame grafiche che ripropongono i petali della rosa protagonista del marchio aziendale. Lo vediamo in alto, in piccolo, come uno stemma, in color rame rilucente. Tutto sommato un packaging ordinato, elegante, sia pure otticamente molto vistoso grazie al croma catarifrangente. L’azienda si presenta anche nel sito web con molte cromie e fa del colore una delle proprie caratteristiche comunicative. Estrosi ed efficaci.

Lo Spumante di Bertoldo

Maltempo, Verdicchio Spumante,
Tenuta dell’Ugolino.

Questa azienda marchigiana nata nel 1980 ha deciso di chiamare il proprio spumante a base Verdicchio con un nome che lascia perplessi: “Maltempo”. Certo sorprende, attira l’attenzione, ma il significato della parola, radicato nel vissuto di ognuno, di certo non aiuta. Il maltempo è “male” in assoluto. Nuoce al corpo e allo spirito. Il maltempo è fastidioso. Può portare innumerevoli problemi alla vite a al suo frutto. Forse nelle intenzioni del produttore qui preso in esame si voleva celebrare l’atteggiamento favolistico di Bertoldo, che sorrideva quando c’era maltempo perché sapeva che sarebbe seguito, a logica, il beltempo (Nel “Bertoldo”, racconto di Giulio Cesare Croce, si narra dell'immaginaria corte di re Alboino a Verona e delle furberie di Bertoldo, contadino rozzo di modi, ma di mente acuta, che finisce per diventare consigliere del Re. Cit.) Ma questa non può essere una ragione plausibile per etichettare un vino con una accezione negativa. Tra l’altro, la popolazione italica è abbastanza suscettibile in ambito scaramantico. Nel caso in cui il vino venisse consumato in una splendida giornata di sole, quel nome fungerebbe da monito preoccupante. Dopo la pioggia viene il sereno, ma anche viceversa. Meglio quindi non evocare sciagure o iatture. Il design dell’etichetta punta su grafiche moderne ma ugualmente enigmatiche. Un sole risulta chiaro, più altri elementi che potrebbero sembrare fulmini e saette. Insomma, non c’è da stare tranquilli.

Un Frizzantino e il Suo Contrario

Anablà, Bianco Frizzante, Tre Monti.

Il nome di questo vino potrebbe sembrare una specie di formula magica, un “abracadabra” più sintetico e diretto, oppure una forma dialettale, un modo di dire, l’inizio di una filastrocca… e invece è molto più semplice, si tratta di “Albana” (il vitigno) scritto al contrario (e con l’aggiunta di un accento). Si sa che i romagnoli sono scherzosi, giocano con allegria e con le parole (visitare il sito aziendale, sezione “gli uomini” per credere). E di fatto anche il prodotto in questione è giocoso: un “frizzantino” con il tappino che invita alla bevuta rapida e gioiosa. Magari con qualche gnocco fritto e salumi. Anche il design dell’etichetta si inserisce nel filone “easy life”: etichetta “nuda”, super trasparente, con delle bolle evanescenti sulla sinistra (che potrebbero essere anche acini) e il nome del vino scritto con un carattere fumettoso e spigliato. Il produttore è Tre Monti, composto da un papà e due figli, ognuno con le proprie mansioni e responsabilità. Forse i tre monti sono proprio loro, oltre a una effettiva morfologia di zona che evidenzia tre colline. Tradizione e innovazione qui vanno a braccetto. Anche per quanto riguarda le etichette.

Autoctono Come Sinonimo di Originale

Panzale, Berritta.

Questa volta il nome a cui prestare attenzione è quello del vitigno (che corrisponde a quello del vino in questione). Infatti si tratta di un caso particolare: Berritta (nomignolo del produttore Antonio Fronteddu) è l’unica azienda in Italia a vinificare queste uve autoctone della zona di Dorgali in Sardegna (ma presenti anche in Spagna). Il nome “Panzale” (detto anche “Pansale”) potrebbe avere affinità con “Pascale” ovvero pasquale, dove per Pasqua si intende in generale un giorno di festa. Oppure, ancora più verosimile, si tratterebbe di “un vitigno ottimale per farne uvetta (passa)”, dal catalano “panses”. Queste uve in passato venivano utilizzate a tavola o fatte appassire per ricavarne un nettare dolce e festoso, quello delle occasioni speciali. Per la cronaca ampelografica in Sardegna viene chiamato anche Monica Bianca. A parte tutto questo, doveroso in termini storico-culturali, l’etichetta si fa notare per uno stile artistico attenzionale e simpatico: vediamo la sagoma di un pesce collocato su un altro ovale arancione che potrebbe essere un sole piuttosto che la forma di un mascherone tipico sardo. L’illustrazione è stata realizzata ad opera di un artista locale, Maurizio Brocca. Si tratta di un packaging semplice, diretto, lineare, ordinato. Che presenta però una nota creativa (l’illustrazione) che domina e conduce il gioco della comunicazione.

Altezze che Contano e che Fanno i Numeri

N°1 - Numero Uno, Nebbiolo, Plozza.

E’ possibile essere un “numero uno” senza doverlo affermare? In certi casi si direbbe di sì. Ma proclamandolo con forza funziona ancora di più. E’ il caso di questo Igt (un quasi Sfursat di Valtellina) di Plozza Wine Group che esce allo scoperto con una livrea preziosa ed essenziale, un design di sintesi che dimostra un’eleganza “armaniana”. Certo non dev’essere stato facile decidere di autoaffermarsi come il non-plus-ultra (che sarebbe stato proprio un bel nome). Ci vuole una certa dose di autostima, nonché il coraggio delle proprie azioni, che in questo caso si sono manifestate con la produzione di un vino che ambisce chiaramente ad essere un top di genere, oltre che un top di gamma. I colori dell’eleganza, qui utilizzati, sono il nero e l’oro. Sobrietà e ricchezza allo stesso tempo. Ma l’espressione, la comunicazione più incisiva è quel “N°1” così presente, così protagonista, così “unico”. Si potrebbe dire che l’uno (l’1) è il Re dei Numeri. Ed è anche trino: in primis esprime la propria unicità, troneggia una ipotetica classifica e infine è anche di forma stilosa, per quanto è filante, alto e magro, perfetto sotto ogni angolatura. Per quanto riguarda il packaging “delle forme”, anche la bottiglia si distingue con grande slancio. E la confezione abbinata diventa oggetto di desiderio per la sua carismatica altezza. Tutto sommato siamo nella zona del Nebbiolo della Alpi: l’eleganza del packaging non è scontata, l’altezza delle cime e dei vini, invece, viene naturale.

Un Abbraccio Virtuoso al Vino Bergamasco

Corne, Merlot e Cabernet, Le Corne.

Stiamo scrivendo di una giovane cantina bergamasca situata in quei territori che oggi nessuno considera, avendo l’Italia intera aree molto più vitate e “vocate”. Eppure nella zona di Grumello del Monte, a ridosso delle prime colline del Franciacorta, separata dal fiume Oglio, la viticoltura viene documentata, nelle antiche carte, già dal 1400. I vitigni sono quelli francesi: Merlot, Cabernet e Cabernet Franc, Chardonnay, ma c’è anche del Pinot Grigio e il Moscato Giallo, tradizionale per questi luoghi. L’azienda si è convertita al biologico dal 2016, ma soprattutto si è dedicata con serietà e ottimi risultati all’immagine e al marketing. Serve anche questo per comunicare il vino. Etichette dal piglio artistico ed essenziale, ma con un senso, uno stile, un design che dialoga con chi lo “riceve”. Abbiamo preso come esempio su tutta la gamma, questo rosso ai vertici della produzione. Non molta fantasia, in questo caso, per il nome del vino, che riprende il nome dell’azienda: Corne (ove Le Corne è quello della società). Ma andiamo oltre. L’immagine in etichetta è curiosa: sembra (ed è) la riproduzione dei palchi di un teatro. Elegante, sfondo nero, luci spente, oro sui particolari. Tra il nome del vino e il nome dell’azienda troviamo una frase: “Le sue nature all’opera”. Spiega il senso, il concetto, chiude il cerchio. A tal proposito il produttore scrive nelle pagine del sito web: “L’essenza de Le Corne - Bergamasca Rosso IGP: vino elegante e avvolgente come un teatro che abbraccia il palcoscenico”. Applausi.

Ars Magna Per Bere Bene

Ars Magna (Linea), Viognier, Ômina Romana.

Iniziamo subito dicendo che il nome del vino non è il nome del vino, bensì il nome dell’azienda. Figura sì in primo piano come se fosse il nome del vino. Ma in realtà questo vino nome non ha, se non il nome del vitigno, Viognier, e il nome della linea di vini alla quale appartiene, Ars Magna. Insomma un po’ di confusione. Cosa scrive in proposito il produttore nel proprio sito web? “Il Viognier Ômina Romana si associa nell’Ars Magna del filosofo Raimondo Lullo, a “Virtus” in quanto sinonimo di valore, perfezione morale, onestà, rettitudine che ben si accostano al lavoro scrupoloso che dal vigneto fino alla bottiglia viene realizzato con passione dal nostro team”. E cosa dice invece la tradizione dell’Antica Roma? Nomina sunt ômina: per i romani nel nome di una persona “abita” il suo destino. Quindi, in sostanza, una buona annata dipendeva dal favore degli dei e dei buoni presagi, in latino proprio “Ômina”. La questione è storica e anche culturale, un nome (aziendale) di elevato spessore che nel centro Italia (Velletri) ci sta ancora di più. I fondatori dell’azienda, nata nel recente 2007 tradiscono un cognome straniero, Börner, ma l’aver fondato il naming aziendale sulla cultura latina li riporta subito al centro del Mediterraneo, anche letteralmente. Graficamente l’etichetta è bella, colta, articolata ma al tempo stesso semplice e gradevole. Un ottimo lavoro di design anche il logo in oro (la fenice che rinasce dalle ceneri). P.S.: l’Ars Magna costa… questa bottiglia è in vendita nello shop aziendale a 63 Euro.

Sull’Onda di un Design Innovativo

MareMosso, Bombino, Torrevento.

Secondo quanto affermato dal produttore nel proprio sito web, “MareMosso” è una “linea di vini frizzanti dal packaging giovane e innovativo”. E siccome in questo blog si parla proprio di packaging… parliamone. Innanzitutto notiamo la simmetria fonetica tra MareMosso (nome di linea) e Torrevento (nome del produttore): due parole composte a loro volta da due parole. Nella prima al mare viene affiancata la caratteristica “mosso”, nella seconda a una torre viene abbinato il vento. Si tratta di due conseguenze logiche che funzionano bene anche nella pronuncia. Inoltre, il mare mosso stimola ricordi e quindi genera memorabilità: in etichetta il processo cognitivo viene facilitato dalla presenza di un’onda (grafica) molto visibile, collocata su un design particolare, trasparente, che lascia la bottiglia quasi nuda. L’effetto è un po’ quello delle bottiglie di acque minerali ma diciamo pure che riesce a sorprendere, ad attirare l’attenzione. Si diceva all’inizio di questo post che il packaging di questi vini è “giovane e innovativo”. Possiamo dire che è più innovativo che giovane, ma di fatto questi due aggettivi si rincorrono e si confermano a vicenda. Con un nome così ne consegue un preciso indirizzo di consumo: estate, mare, pesce, easy going. Il marketing è servito e, quando ben pensato, funziona.

Perle Nascoste Destinate ai Fortunati

Tasnim, Sauvignon, Loacker.

Non si tratta della nota azienda dei wafer, logicamente. Qui si tratta di vino. Il cognome (e marchio) ci dice subito che il produttore è altoatesino, con sede dei dintorni di Bolzano (ma con tenute anche in Toscana). Etichetta molto classica, elegante grazie al fondo nero, stemma di famiglia in alto. Ma è il nome di questo Sauvignon che ha attirato la nostra attenzione. Nome che, anch’esso, tradisce origini diverse. In sostanza indica anche la filosofia di questa famiglia di produttori: di ampie vedute, fuori dal coro, a modo loro, come amano affermare nel sito web. La viticoltura è biologica e biodinamica, ma soprattutto la mentalità è di insolita e coraggiosa visione. Torniamo al nome del vino, “Tasnim”, che viene spiegato così nella scheda tecnica: “Il Corano vieta di bere vino durante la vita terrena, dopo la morte invece, in Paradiso: “Allungati su morbidi divani si guardano intorno, pieni di gioia e soddisfazione bevono vino schietto e prelibato, dai sentori di muschio, un vino mischiato con l’acqua della fonte Tasnim, ove i fortunati si ristorano, li aspettano le Huris, dai grandi occhi neri, timide come perle nascoste, come ricompensa per le loro azioni”. Davvero coraggioso che un produttore del “rigido” Alto Adige citi una religione lontana sfidandone le altrettanto ferree regole. E davvero particolare il fatto che il nome di questo vino nasca… dall’acqua, cioè prenda il proprio nome da quello di una fonte. E quale ricompensa celestiale la perla nascosta che il fortunato ha potuto scoprire, una sera d’estate, in quella enoteca buona e giusta!

Sigle da Codice Segreto in Alto Adige

W13, Gewürztraminer, Brigl.

Questa azienda altoatesina con sede a San Michele Appiano gioca con le parole e con i numeri in modo sostanzialmente autolesionista (in aggiunta al fatto che il sito web si presenta in lingua tedesca). Prendiamo, giusto per iniziare, il logo/marchio (visibile qui alla base del testo): si tratta di una data, 1309, con i numeri rovesciati specularmente e di “Brigl”, cognome del titolare, con un “3” al posto della “B” iniziale. Ne consegue una specie di geroglifico senza capo né coda, difficile da intelleggere se non anche da decifrare. Le ragioni di questa scelta le saprà sicuramente la proprietà. Noi possiamo solo far notare la stranezza. Per proseguire, il nome del vino in questione, qui rappresentato e facente parte di una linea completa di vitigni vari, si presenta con un “W13”, con il numero 1 speculare (come nel logo aziendale). La “W” viene giustificata dal nome della vigna dalla quale provengono le uve, Windegg. Il “3” fa parte del nome dell’azienda, ciòè Brigl con la B scritta come un 3. Il numero 1 fa parte della data di fondazione, così sembra. Ma che fatica! Dove la missione della comunicazione è quella di rendere le cose facili e memorabili, qui quella missione viene tradita in nome di una originalità a tutti i costi che non trova giustificazione. Se non fine a se stessa.


Come Shine or Come Rain alle Cinque Terre

Burasca e Bunassa, Cinque Terre, 
Cesare Scorza.

Facile e al tempo stesso simpatico il gioco interpretativo di questi due nomi di vini bianchi liguri. Siamo nelle Cinque Terre dove Albarola, Bosco e Vermentino la fanno da padroni sulle scoscese vigne sul mare. “Burasca e Bunassa”, sia pure di origine dialettale, sono due nomi facilmente intercettabili e traducibili come burrasca e bonaccia, situazioni marittime estreme e agli antipodi. La simpatia dei nomi è dovuta anche al buffo personaggio fumettato che è protagonista al centro delle etichette. Evidentemente si tratta del viticoltore, in una delle sue vigne a picco sul mare, che con ogni tipo di condizione meteorologica accudisce i tralci per ottenere a fine stagione l’agognato risultato: il vino. Anzi, un ottimo vino. La burrasca viene rappresentata da colori forti e cromatici, il rosso su tutti. La bonaccia con colori freddi e pacati, come l’azzurro. L’effetto è quello desiderato: comunicare con allegria un prodotto, il vino, che è proprio figlio e fonte di convivialità e serenità. O almeno così dovrebbe essere. E se non è un cuor contento, in partenza, il viticoltore, come potrà essere buono e gaudente il vino?

Maccheroni e Montepulciano Sotto al Gran Sasso

Campo Affamato, Montepulciano d’Abruzzo, Inalto.

Il concetto di vini d’altura viene subito espresso nel nome dell’azienda: Inalto (tutto attaccato). Certo manca un po’ di poesia, la comunicazione è diretta, non lascia spazio a interpretazioni diverse da quello che è. A volte è un pregio, essere diretti. Siamo in Abruzzo, nel comune di Ofena (L’Aquila) sotto al Gran Sasso. Le vigne sono posizionate tra i 400 e gli 800 mt. slm, quindi si può davvero parlare di vini che nascono in alto, peculiarità che sta diventando pregio, visti i cambiamenti climatici in atto. Il vino che andiamo a rappresentare e a commentare si chiama “Campo Affamato”, nome che incuriosisce. Si potrebbe pensare a un legame con la tavola, con la pasta in particolare, visto che il titolare dell’azienda è Adolfo De Cecco, sì proprio i De Cecco che dal 1886 producono pasta di grano duro (a partire dal fondatore, Filippo De Cecco, che impiantò il primo laboratorio a Fara San Martino). E invece Campo Affamato non c’entra con i maccheroni: si tratta dell’antico nome del vigneto, attribuito dai vecchi contadini del luogo, dove crescono le uve di Montepulciano d’Abruzzo impiegate per questo vino. Il sito web in proposito dice “un vigneto particolarmente espressivo, chiamato così per via del terreno poco concessivo per altre colture ma ideale per la vite”. L’etichetta, che deve rappresentare, va detto, un vino piuttosto costoso, sui 40 Euro, è tutto sommato semplice: fondo scuro, il nome del vino in alto in grande evidenza, il nome dell’azienda in basso seguito dalla dicitura: “vini d’altura di Adolfo De Cecco”. Spicca la frase in rosso che specifica il vitigno e la Doc. Viene infine comunicato il numero di bottiglie prodotte. Senza infamia e senza lode.