Un Barolo che si Inchina alle Erbe Officinali

Barolo Chinato, Ceretto.

Molto particolare questa etichetta di Ceretto, dedicata alla propria interpretazione del Barolo Chinato, un prodotto d’eccellenza, tipico delle Langhe. La preziosità delle soluzioni in bronzo/oro si sposa con la praticità delle descrizioni delle erbe, lungo tutto il perimetro dell’illustrazione. Ceretto non si accontenta di aggiungere la China al proprio Barolo: le erbe (di Langa, viene specificato da una dicitura a monte dell’illustrazione) sono almeno 13, tutte indicate, vicino alla relativa stilizzazione, col loro nome scientifico. Le scritte sono molto piccole, forse meritavano qualche decimo di millimetro in più. Tra queste riusciamo a scorgere, ad esempio, la Valeriana Officinalis, l’Iris Fiorentina, la Menta Piperita. Insomma un insieme di estratti benefici che uniti alla bontà del vino, rendono importante questo prodotto. L’etichetta risulta preziosa, fornisce sensazioni di artigianalià, suggerisce un uso centellinato del nobile intruglio e certamente il nome del produttore, molto stimato, funge da garanzia di qualità.

Lieti e Ottimi Calici alla Cascina del Buonumore

Cascina del Buonumore, Nebbiolo, Barbaglia.

Il buonumore: che grande risorsa personale e, potenzialmente, filosofica e socialmente utile! Il nome che contraddistingue questo vino a base Nebbiolo (da monovigneto) dell’Alto Piemonte, rispecchia il carattere e l’indole anche professionale di chi l’ha pensato e creato. Stiamo parlando di Silvia Barbaglia, vignaiola per davvero, di quelle che ci mettono la faccia e le mani, anima e corpo, in vigna anche in pieno inverno, non per farsi fotografare in pose studiate, bensì per accudirla al meglio. Ed ecco quindi la Cascina del Buonumore, sede dell’azienda e ameno luogo (nei pressi del Santuario del Santissimo Crocifisso di Boca) circondato da vigne a perdita d’occhio e stanziato su una terra che testimonia e racconta di un antico vulcano. Al centro dell’etichetta troviamo una illustrazione che riproduce al tratto la cascina stessa. In alto il logo scudato e il nome aziendale. Pochi e chiari elementi che nel packaging presentano come protagonisti concettuali la convivialità e il benessere che la cura e la passione, quindi la qualità di questo vino, sapranno certamente evocare, con lieti calici, anche a tavola. 

L’Etna, Polifemo e i Faraglioni (quelli Siciliani)

Fermento Siciliano, Nerello Mascalese e Cappuccio, Cantine Madaudo.

Questo vino fa parte della serie “Sicilia Illustrata” e infatti tutto lo spazio disponibile sull’etichetta viene occupato da una illustrazione, molto bella, che raffigura il Ciclope Polifemo mentre scaglia un masso in direzione della nave di Ulisse. Questo narra il mito che tutti conoscono e che nasce proprio alle pendici dell’Etna, dove allignano i vigneti di questa azienda, precisamente a Randazzo. L’immagine è forte, grazie anche al colore rosso dominante e alla dinamica da fumetto alla Diabolik. Alle spalle del Ciclope vediamo anche il vulcano che erutta lava (questo, almeno, a noi sembra). C’è tutta la forza e l’energia di un territorio che racconta sé stesso con la storia e anche l’attualità di un Etna che ogni tanto, effettivamente, fa ancora sentire la sua voce. La vicenda di Polifemo è nota ai più. Valga come conferma la vista dei Faraglioni dei Ciclopi ad Acitrezza. Da parte dell’azienda, aver “cavalcato” il mito di Polifemo fornisce un riferimento geografico molto preciso, consente di utilizzare anche la fama del vulcano come volano di comunicazione e fa sognare gli “spettatori” con un frame di grande effetto che difficilmente si farà dimenticare. Bravi.

Semplicità, Forza e Orgoglio Friulano

Friulano (Collio), Kurtin.

Stiamo parlando di un vino e di un’azienda italiani, sia pure al confine con la Slovenia. Colpisce quindi, innanzitutto, quella scritta in alto, “Kurtin”. In effetti si tratta del cognome della famiglia che dal 1906 gestisce un’attività agricola prima, e successivamente solo vitivinicola. Difficile trovare la lettera “K” in un cognome italiano, ma in questa zona, nel Collio, le storie e le culture si mescolano. L’azienda ne ha fatto un simbolo: infatti la K diventa logo scudato (non visibile qui in etichetta). Colpisce anche quella luna dorata che sovrasta un gradevole disegno al tratto dove un ragazzo e un uomo adulto (padre o nonno) ammirano il panorama rurale. Molto bella la frase di accompagnamento che troviamo alla base del disegno: “Il vino dei padri, succo della nostra memoria, storia che ci disseta”.  Un poetico riferimento alle generazioni che si sono susseguite nel corso del secolo scorso, alla guida dell’azienda. Un omaggio a chi è venuto prima e che ora viene ricordato come colui che ha spianato la strada alle rinnovate passioni. E’ un’etichetta semplice, chiara, senza pretese di voler rappresentare qualcosa di prezioso o aristocratico. Il vino è terra, è contadino, è lavoro e tradizione. Sia per chi lo produce, sia per chi lo beve. Con tanta buona ragione e salute per tutti.

Nostalgia Grafica, Tradizioni Storiche

Nebbiolo d’Alba, (Vigna Valmaggiore), Marengo.

Il Piemonte è quella regione d’Italia dove, oltre a garantire ottimi vini, le tradizioni, anche sotto forma di usi e costumi, sono rimaste inalterate nel tempo. Questa modalità si ritrova molto spesso nelle etichette dei vini, con stili che appartengono al passato e che richiamano, non senza nostalgia, simboli arcaici. Questo avviene soprattutto nelle zone storiche, del Barolo, del Barbaresco, al di là e al di qua del Tanaro, nelle Langhe e nel Roero. Proprio dove opera il produttore del quale riportiamo l’etichetta qui a fianco. Si tratta di un Nebbiolo d’Alba, cugino di vini più celebrati ma ugualmente di finissima trama. Vediamo quindi il packaging nel dettaglio. In alto, il cognome della famiglia che da 4 generazioni produce vino: Marengo. In rete si trova in realtà la dicitura “Mario Marengo”, in riferimento al padre dell’attuale vignaiolo, Marco. Sotto al cognome di famiglia c’è un disegno, piuttosto abbozzato, con un vecchio cascinale (che somiglia molto a una tipica fattoria americana, a dire il vero). Poi abbiamo il nome della Doc e quindi il nome della vigna di provenienza delle uve: “Vigna Valmaggiore” che può diventare il nome del vino, visto e che ufficialmente non ne possiede uno. Il fondo è un aranciato tenue, l’elaborato, come già detto, tradisce una certa malinconia grafica, una linearità tutta sua, senza sfarzo, proprio no, puntando sul “come si è sempre fatto”. Funziona? Ancora sì. Il territorio traina le vendite. Ma il packaging antagonista sta su un altro pianeta.

Il Mare d’Inverno, “un Concetto che il Pensiero non Considera”

Mare d’Inverno, Barbera Frizzante, Lusenti.

Confessiamo che in prima battuta abbiamo cercato questo vino (conoscendone solo l’etichetta e il nome e non il contenuto effettivo) tra i bianchi della gamma dell’Azienda Lusenti, poi nei bianchi frizzanti, quindi abbiamo provato tra quelli dolci. Convintissimi che si trattasse di un vino bianco. Invece… si tratta di un vino rosso, di una Barbera frizzante per l’esattezza. Forse è una questione di cognizione personale, ma il nome del vino, “Mare d’Inverno” a noi ispirava un vino bianco. E’ vero che il vino bianco si beve d’estate, ma ugualmente l’immagine e la cromografia (toni azzurri, onde e gabbiano) portavano a una fruizione “leggera”, da pesce, sia pure in inverno. Sorpresa: si tratta di un rosso, sia pure di spiccata acidità e frizzantezza, che forse potrebbe adattarsi (e non viceversa) a piatti di pesce, magari grasso, pesce azzurro, tanto per non tradire l’elaborato del packaging. Il nome di questo vino riporta anche, inevitabilmente, a una nota canzone eseguita per lo più da Loredana Bertè, addirittura inneggiante a un certo mondo in bianco e nero, nemmeno in azzurro: “Il mare d'inverno è solo un film in bianco e nero visto alla TV…”. Complessivamente l’etichetta si fa ben vedere e ben volere. Qualche dubbio sul concetto generale che la comunicazione, nel suo insieme, riesce ad esprimere.

Il Senso del Coniglio (o della Papera)

Cà Povolta, Soave, GI s.p.a. Trento.

Sarà un gioco di parole, per altro non troppo ben riuscito, a far vendere di più un vino? Può essere. Non abbiamo accesso ai dati di mercato di questo imbottigliatore. E non ci interessano nemmeno. L’etichetta invece sì, vale qualche attenzione, se non altro per la sua indole “acchiappa clienti” da mercati generali. Dunque ecco l’elaborato: il visual è quella nota immagine utilizzata dagli psicologi per vedere chi ci trova un coniglio e chi altri una papera. Già visto e stravisto e molto probabilmente utilizzabile senza necessità di pagare diritti di copyright. Il nome del vino (o se volete dell’azienda) è “Cà Povolta”. Facciamo fatica a cederci, ma è scritto proprio così. Allude, certo, alla possibilità di capovolgere l’immagine sottostante per poter vedere il secondo animale. Il gioco continua anche alla base del packaging con la scritta relativa alla Doc (Soave) a testa in giù. Il senso di tutto questo? Forse non c’è. Gli inglesi parlano di “nonsense”. E forse è proprio questo l’insegnamento di questa etichetta: il senso della vita (della vite, in questo caso) che non c’è, o che non lo si vuole cercare o trovare. Vale tutto purché riesca ad attirare l’attenzione? Forse sì. Comunque, papera o coniglio, un senso prima o poi bisogna prenderlo. Più facile dopo due o tre calici.


Brilla il Nome della Vignaiola in Mezzo alle Lucciole

Le Lucciole, Sangiovese, Chiara Condello.

Ecco uno dei tanti progetti “pilotati” da una donna vignaiola, che negli ultimi anni hanno preso piede nell’Italia del vino. Chiara Condello è una giovane produttrice che ha posto la propria sede e i vigneti a Predappio, in frazione Fiumana. La produzione è incentrata sul Sangiovese (di Romagna), con la modalità biologica nel massimo rispetto dell’ambiente e delle tradizioni. I vino si chiama “Le Lucciole” e viene vestito ad ogni annata con una illustrazione diversa. Differente il packaging ma unico il concetto che Chiara esprime in questo modo: “Perché mi accorgo di essere felice solo adesso, guardando le lucciole?” e ancora sulla filosofia che contraddistingue l’azienda: “Nei miei vini ricerco l’espressione autentica della mia terra, della sua storia, della sua anima. Immagino un vino di luce, libero da tutti gli artefici dai quali è stato troppo spesso appesantito. Per questo ho scelto di lavorare in modo semplice, seguendo i dettami di una viticoltura biologica e di una gestione artigianale della cantina”. Le illustrazioni in etichetta (abbiamo scelto questa, dove le stelle brillano come lucciole) hanno uno stile informale, immediato, moderno, sognante. In quella che qui abbiamo riportato, una piccola figura umana, in basso a destra, osserva l’immensità del cielo cosparsa di astri luminosi. La scritta “Le Lucciole”, in basso a sinistra, è poco leggibile ma poetica. La comunicazione e la valorizzazione del prodotto vengono affidate in modo particolare al nome e cognome della proprietaria, in una tipica matrice di marketing che privilegia il “metterci la faccia”. E sembra che possa funzionare.

Fiori Francesi in Vitigno Teutonico

Le Fleur, Riesling Renano, Isimbarda.

Non si tratta del solito Riesling Italico molto diffuso in Oltrepò Paveve, bensì del più nobile Riesling Renano, coltivato da Isimbarda, produttore di Santa Giulietta. La vigna speciale che genera questo vino si merita di essere nominata in etichetta: Vigna Martina. Si trova ad una altitudine di 400 mt. s.l.m. e gode di una particolare esposizione. Il vino ha un nome francese (anche se il produttore è italiano e il vitigno tedesco) cioè “le Fleur”. La grafica in etichetta conferma: una cornice di fiori circonda il tassello che, al centro, nomina vigna e vino, come detto sopra. L’azienda, nel proprio sito internet ci dice che: “L’Azienda Vitivinicola Isimbarda, deve il suo nome all’antica famiglia dei Marchesi Isimbardi: patrizi lombardi divenuti feudatari del “tenimento” di Santa Giuletta alla fine del secolo XVII. Soprattutto don Luigi Isimbardi, che nell’Ottocento amava la cascina Isimbarda quanto il suo maestoso palazzo di Milano, fu un ottimo viticoltore e precursore di moderne tecniche di produzione”. Chissà, forse i Marchesi amavano la Francia o semplicemente ne subivano il fascino indiscreto. Il packaging nel suo complesso appare piuttosto arcaico, classico, tradizionalista, sia pure con questa iniezione di colori e fantasia dovuta al fondo cielo e ai fiori occhieggianti dai lati della cartotecnica. Originale? Certamente. Innovativa? La prossima volta.

A Difesa delle Api, Contro l’Idiozia Generale

Let it Bee, Verdejo, Citizen Wine.

I nobili intenti che si nascondono dietro a questa etichetta vanno annoverati tra i casi di marketing moderno, dove un argomento caro ai consumatori viene “speso” concettualmente per veicolare un prodotto. Ed ecco un vino spagnolo, vitigno Verdejo, dichiaratamente organico, che si fregia di un bel packaging (originale e portatore di un argomento interessante). Come vuole comunicare il nome del vino in questione, con un gioco di parole, “Let it Bee”, si inneggia alla preziosità delle api, per la biodiversità e per la difesa degli ambienti naturali. Citizen Wine è una organizzazione commerciale con una propria filosofia di sviluppo del business, che viene in questo modo sintetizzata, nel sito internet dedicato (con un logo con l’acronimo I.M.A.D.): “Sometimes, in this crazy world an Idiot Makes A Decision. At times like this we need Good Citizens to remind us that Individuals Make A Difference. That is why we have developed this fantastic range of wines in support of important causes close to our hearts. From Ocean Clean-up to Bee Conservation and Rewilding, these are wines that appeal to the Good Citizen in all of us. Now you can enjoy a delicious glass of wine and give a drop back to society in the process. It’s time our Industry Made A Difference so follow the Good Citizen’s adventures as we explore the planet for new, exciting wines and fight a little evil along the way”. Nobili intenti? Visioni commerciali? Non ci esprimiamo. L’etichetta in questione, comunque, è bella.

Il Carattere della Montagna (Dove Volano le Aquile)

Caratteri Rosé. Pinot Nero (e Traminer), Castelsimoni.

Nei pressi dell’Aquila, in località Cese di Preturo, questa piccola cantina produce, tra altri vini di tipo internazionale, un rosato a base Pinot Nero. Non è una formulazione facile da trovare in centro Italia, soprattutto considerato che questo vino fruisce anche di un piccolo tocco di Traminer Aromatico. Particolare anche la sua etichetta: in alto leggiamo quello che viene diffuso dall’azienda come una sorta di slogan, “vini di montagna”. Abituati in questo senso a pensare a vini del nord (Alpi), facendo mente locale, realizziamo che anche qui, sotto al Gran Sasso d’Italia, le montagne sono di un certo livello. Il nome dell’azienda è “Castelsimoni”, probabilmente un rimando topografico; al centro vediamo l’inequivocabile mappa altimetrica del Gran Sasso (che sale fino a 2912 metri s.l.m.). Le vigne invece, sono dichiaratamente poste a 800 metri di altitudine, meglio precisare, sicché l’etichetta potrebbe indurre qualche errore di valutazione. Il vino rientra nel disciplinare come “Rosato Terre dell’Aquila”, come giustamente indicato alla base del packaging. Il nome del vino è alquanto strano: “Caratteri Rosé”, cercando, crediamo, di comunicare la peculiarità dei vitigni che lo compongono o le caratteristiche del territorio, decisamente montano, con tutte le implicazioni che ciò comporta. Etichetta spartana, molto descrittiva, poco emozionale, abbastanza originale, del resto.

Il Rosso che è Veramente di Natale

Rosso di Natale, Blend di Rossi, Cascina Baricchi.

Potrebbe sembrare una trovata di marketing da mettere a scaffale ogni anno a dicembre… e invece. C’è molto di più dietro al nome di questo vino. Innanzitutto c’è una piccola azienda delle Langhe, che ha deciso di trattare le uve di Nebbiolo come se fossero atte a produrre Amarone. Le uve infatti vengono raccolte in vendemmia tardiva, lasciate a macerare 15 giorni e soprattutto il vino ottenuto deve affinare in botti di legno per 10 anni. Nasce un prodotto unico e particolare, che potrebbe attirare l’attenzione di chi prepara il pranzo di Natale, ma che in effetti può essere servito tutto l’anno. Dove sta il trucco? Nel fatto che il titolare dell’azienda si chiama Natale Simonetta, figlio di Giovanni, il fondatore. Natale infatti ci mette la firma autografa: la trovate nella parte sinistra dell’etichetta. 15% di festoso e corposo vino rosso che, grazie a un nome (e alla più nota festività del cristianesimo) potrebbe donare (attenzione, il costo non è dei più economici) attimi alterati di pura consapevolezza. Il packaging non è di quelli studiati da designer di grido, ma grazie al nome del vino e agli altri elementi “genuini” che lo compongono, è in grado di attirare attenzione e gratificazione. E qualcuno potrà gridare “Buono! Natale!”. Salute.

La ‘Principessa’ Giuseppina Contesa dalle Contrade

Josèphine rouge, Pignatello, Marco de Bartoli.

Questo “vino liquoroso” è il “fuori gamma” del celebre produttore De Bartoli, con sede in Contrada Fornara Samperi, in quella Marsala, cittadina siciliana, che ha dato il nome ad una intera tipologia di vini. Anche questo “Josèphine Rouge” fa parte di quella categoria, essendo in sostanza un vino “marsalato”. Qualcosa di insolitò però, c’è. Questo vino, il suo nome lo rivela, è dedicato a Josèphine Despagne della quale Marco De Bartoli (ora scomparso, l’azienda è nelle mani dei figli) sarebbe un pronipote. Per completezza di informazione la storia più nel dettaglio la racconto un’altra nota azienda siciliana: “Josephine era una francese trapiantata in Sicilia… nata il 18 maggio 1871 in un villaggio vicino a Bordeaux, era figlia del noto liquorista francese Oscar Despagne, trasferitosi a Marsala con tutta la famiglia nel 1895 per fare consulenza alle cantine dell’isola. Qui Josephine, all’epoca ventiquattrenne, conobbe ben presto Carlo, figlio del fondatore delle Cantine Pellegrino. I due si innamorarono e dal loro matrimonio nacquero quattro figli”. In pratica Josèphine, diventata Giuseppina, viene storicamente contesa anche a livello di immagine, visto che una fotografia dell’epoca della giovane bordolese caratterizza l’etichetta di questo prezioso nettare dell’azienda De Bartoli. Insolita anche l’etichetta ovale che di solito poco si adatta alla rotondità di una bottiglia. Ma in questo caso (salvo eventuali problemi di incollaggio) contribuisce a confermare un’atmosfera di fine secolo (scorso) e a dare “allure” al prodotto.

Un Vino Rosso del Sud, Senza Pentimenti

Mea Culpa, Primitivo, Sirah e Merlot, Cantine Minini.

Davvero un nome particolare per questo vino che si professa un mix di vitigni pugliesi e siciliani, per specifica intenzione del suo produttore. A tal proposito vediamo alcuni spunti che spiegano le intenzioni dell’azienda: “Nel mondo del vino si parla di passione spesso in maniera superficiale e senza l'investimento emotivo che un vino di eccellenza merita. Mi piace definire, invece, Mea Culpa un vino coinvolgente, originale e perché no, eretico”. Il nome deriva dalla nota frase escclesiastica che viene recitata durante la messa in latino: “mea culpa, mea maxima culpa. Ideo precor beatam Mariam semper Virginem, beatum Michaelem Archangelum, beatum Ioannem Baptistam, sanctos Apostolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres (et te, pater), orare pro me ad Dominum Deum nostrum. Amen”. In pratica una dichiarazione di colpevolezza per aver commesso qualche peccato. E cos’è il vino se non un peccato di gola e di spirito? Aggiunge il produttore del vino: “L'originalità e la sua eresia derivano dalla mia aspirazione di combinare le eccellenze di due regioni italiane, Puglia e Sicilia, in modo da ottenere un intrigante equilibrio di potenza ed eleganza frutto dei vitigni dedicati a questo progetto”, L’etichetta è molto spartana. Fondo scuro di colore uniforme, Nome a lettere grandi. Annata scritta con numeri romani, e poi “vino rosso Italia”. Nient’altro. Concettualmente forte, graficamente poco incisivo.

La Doppia “G” di Ruggeri (e quella Singolare di “Ruge”)

RU-ZERO, Prosecco, Az. Agr. Ruge.

Questa etichetta fa parte di quella tipologia che possiamo definire “interpretabili”. Nel senso che non viene compresa chiaramente alla prima occhiata. Necessita di una analisi degli elementi. Ed è quello che proveremo a fare. L’azienda, con sede e vigneti dalle parti di Valdobbiadene, si deve ricondurre ai fratelli Ruggeri. Il cognome Ruggeri è abbastanza diffuso in quella zona, altri produttori si chiamano così, al punto che questa famiglia ha pensato di chiamare l’azienda “Ruge” per distinguersi un po’. Ruge, però rischia di essere letto come “Rughe”, oppure di non portare direttamente al cognome in questione, mancando la doppia “g”. A proposito di questo cognome i titolari scrivono: “A Valdobbiadene, il cognome Ruggeri è legato a doppio filo con la storia del Prosecco. Da Agostino Ruggeri, il capostipite, proseguendo una breve linea genealogica si giunge a Vittore e ai suoi due figli, Ruggero e Andrea, gli attuali vignaioli dell’azienda Ruge. La nostra azienda agricola si trova sul Col Funer, a Santo Stefano, una nelle zone più vocate, soleggiate e suggestive dell’intero territorio del Valdobbiadene Docg”. Il nome “Ruge” in etichetta è scritto con la “G” rovesciata, un vezzo grafico che spesso si trova nei packaging del vino. In più, il logo di questo produttore sembra proporre al pubblico ben due “G” rovesciate (specularmente), con al centro un calice stilizzato. Forse le due “G” servono a ricordare “Ruggeri”? Forse perché i fratelli Ruggeri che gestiscono l’azienda sono in due? Non lo sappiamo. Fatto sta che il tutto si rivela piuttosto enigmatico, poco chiaro, poco diretto. Il nome stesso del vino, “Ru-Zero”, non si sa se vale per il dosaggio o perché “Ruggero” in dialetto si pronuncia “Ruzero” (ipotesi strampalata, ma a questo punto vale tutto).

Un’Etichetta che ha i Numeri

13, Pinot Bianco, Brigl.

Questa, a quanto pare, antichissima cantina si trova nell’Alto Adige dei buoni vini (soprattutto bianchi) e in particolare sull’altopiano del Lago di Caldaro, ad Appiano, sopra Bolzano. Il simbolo e il vanto del produttore è una data: 1309, che viene enfatizzata in etichetta con un grande “13”, in oro e in rilievo (ciò avviene per tutte le etichette della gamma, qui rappresentiamo quella del Pinot Bianco). A dire il vero, ponendo attenzione, si può notare che il numero 1 è specularmente rovesciato, si tratta di un vezzo grafico difficile da notare: se si fosse deciso di “ribaltare” il numero 3, ad esempio, si poteva notare di più (ma il numero 3 come vedremo, ha un’altra funzione). Perché enfatizzare il numero 13, quasi fosse il vero nome del vino? Forse perchè porta fortuna? In ogni caso questo numero va a comporre, come detto sopra, la fatidica data (della fondazione): 1309. La parte mancante, lo 09, lo troviamo in piccolo, in alto, di fianco al numero 3. A parte tutte queste considerazioni numerologiche, si tratta di una bella etichetta. E’ stato creato un packaging attraente, attenzionale, elegante, colto. In alto un cappello dorato, sempre in rilievo, “incorona” il numero 13. Nella texture di fondo vediamo un delizioso cherubino che leggiadro si libra nell’aria. Alla base troviamo il nome della vigna dove alligna la vite delle uve di Pinot Bianco (Weissburgunder, in tedesco) che compongono al 100% questo vino. Semplice e misterioso al tempo stesso. Un buon auspicio per la buona tavola. P.S.: il numero 3 funge anche da lettera “B” per il cognome del produttore, lo si può notare sul collarino della bottiglia. 

Imperatori a Tavola, con le Langhe nel Cuore

Pertì, Langhe Rosso, Pertinace.

La nuova etichetta del rosso “da pasto” di Pertinace, colpisce anche da lontano, si tratta del faccione di un guerriero, forse un Re medievale, o di un antico eroe greco, in veste grafica attualizzata, almeno per quanto riguarda i colori. Il nome del vino nasce chiaramente dal nome del produttore, “Pertì”, da Pertinace. Ma contiene anche una invocazione: per te. Una specie di dedica che dalla storia (eventuale) del produttore passa alle vicende sociali e socializzanti del consumatore. Il risultato, nel packaging, si manifesta con toni scuri, pochi e ben distinti elementi, ottima memorabilità. Si tratta di un’etichetta teatrale, scenografica. Il vino si compone di Nebbiolo, Barbera e Cabernet Sauvignon. Il nome dell’azienda invece, “Pertinace”, oltre a ricordare un Imperatore Romano, si attiene al significato di “colui che dà prova di ostinata costanza nel pensare o nell'agire”, modificato a volte in letteratura in “pervicace” col medesimo significato. Scrive a tal proposito l’azienda: “L’esistenza del toponimo Pertinace è millenaria. La cantina è in località Pertinace, a Treiso, in Piemonte, in uno dei quattro comuni delle Langhe famosi per la produzione del Barbaresco Docg; ma è anche il luogo noto per aver dato i natali a Publio Elvio Pertinace, condottiero di valore e imperatore romano che proprio qui vide la luce nel 126 dC”. Insomma, gli ingredienti per un buon successo di comunicazione ci sono. E il terroir anche.

Il Merlo Furtivo delle Dolomiti Bellunesi

La Siesa del Merlo, Pavana, Tenuta Crodarossa.

Davvero un vino particolare, che nasce vicino a Feltre, nel bellunese. Particolari anche il suo nome e l’etichetta, per questo abbiamo deciso di dedicargli qualche riga di commento. Partiamo dal produttore che si chiama “Tenuta Crodarossa” (Tenuta, però, viene scritto sotto, creando un bisticcio semantico in lettura), che ha sede a Borgo Valbelluna. Il logo, sembra essere una composizione rocciosa di profili montagnosi. Il nome del vino è “La Siesa del Merlo” e qui ci viene in aiuto l’azienda stessa che nel proprio sito internet scrive a tal proposito: “La ‘siesa’ in dialetto veneto rappresenta un cespuglio, abbastanza aggrovigliato, dove di solito si rifugiano i piccoli animali per sfuggire dai predatori o dall’occhio umano”. Il rifugio di un merlo, in questo caso, forse furtivo, dopo aver rubato qualche acino d’uva. E passiamo al vitigno, la Pavana. Scrive ancora il produttore: “La Pavana è un’uva cultivar indigena che oggi si ritrova solo nel Feltrino e in Valsugana. Un vino ribelle e che sa di montagna, cresciuto nelle zone storiche della viticoltura feltrina, le Rive di Mugnai e che si sposa perfettamente con i piatti della tradizione bellunese”. E infine vediamo l’etichetta nel suo complesso: segmentata in alto, a rappresentare le Dolomiti Bellunesi, un tralcio di vite pende dall’alto e il merlo, ivi appoggiato, in rosso. Il tutto su un fondale amaranto che sicuramente si fa notare. Anche il vetro è particolare: con la spalla alta molto larga, come si forgiavano le bottiglie nei primi secoli dell’avventura moderna del vino. Promossa a tutto campo: curiosità o originalità.

Un Celebre Veneziano alla Conquista della Toscana

Irripetibile, Blend di Rossi, Podere Casanova.

I toni di rosa di solito, in etichetta, vengono utilizzati per affinità, con i vini rosati. In questo caso siamo di fronte a un rosso, costituito da Sangiovese, Merlot, Petit Verdot e Cabernet. Siamo infatti indubbiamente in terra di rossi, a Montepulciano, dove Isidoro Rebatto e Susanna Ponzin, veneti, hanno acquisito una tenuta che, ironia della sorte, si chiama Podere Casanova, richiamando nomeicamente la storia e le imprese del celebre Giacomo Casanova, donnaiolo veneziano. Etichetta rosa, dicevano, molto particolare, si fa notare. Con un piglio artistico, pittorico, espone una testa femminile, forse alludendo alle scorribande del noto corteggiatore.  Si tratta di un viso molto aggraziato, proprio al centro dell’elaborato. In alto troviamo il logo aziendale, un gufo, ugualmente ben disegnato, con stile minuzioso. Il nome dell’azienda lo troviamo nella parte alta del packaging, in oro e in rilievo: si fa certamente notare. Sotto al nome dell’azienda troviamo il nome del vino, “Irripetibile”, ambizioso quanto basta, e con un buon coefficiente di curiosità indotta. L’etichetta risulta gradevole, intrigante. La sua macchia di colore insolita può aiutare a rendere visibile e desiderabile questa bottiglia di vino. Il resto lo dirà il calice e il gusto degli attenti avventori. 

Felice di Stare Lassù

Pink, Sangiovese, Podere San Cristoforo.

Dobbiamo confessare che il suino volante ci ha colpiti. Attraversa un cielo primaverile leggiadro e orgoglioso della sua forma fisica. Mettendo in mostra la sua epidermide rosa, in perfetta sintonia con il vino che vuole rappresentare. Certo, siamo di fronte a un’etichetta insolita. Prima di tutto perché è iper-realistica, forse fotografica (almeno per quanto riguarda le nuvole). E poi perché quel maiale in volo stupisce e diventa icona. Così come lo è stato su una copertina di un celebre LP dei Pink Floyd (che contiene anche un brano che si intitola proprio “Pigs”). Gli stratagemmi per “accompagnare” concettualmente un vino rosato sono infiniti. Si citano rose, roseti, fenicotteri, tutto ciò che è rosa o che può essere affiancato idealmente a questo colore. Maiali compresi, naturalmente. Certo che un rosato, sia pure strutturato come questo da vitigno Sangiovese, non si presta, solitamente alla carne di maiale. E sarebbe anche di cattivo gusto far trionfare il suino in etichetta per poi fargli la festa in cucina. Diciamo che siamo nel campo delle allegorie e che in questo senso il packaging in oggetto fa la sua porca figura. Da notare, in basso, sotto al nome dell’azienda, un scritta in inglese: “tuscan coast rosé”, del resto anche il nome del vino è in quella lingua. Un certa coerenza si ritrova quindi anche nei testi, oltre che nei cromatismi di questa bottiglia che naviga allegramente tra il rosa e l’azzurro.

Moderno e Divertente ma Poco Coinvolgente

Scialusu, Blend di Bianchi, Azienda Agricola Bagliesi.

La componente creativa di questa etichetta si limita praticamente al nome del vino, “Scialusu”, che in dialetto siciliano significa “divertente”. Siamo infatti a Naro, in contrada Cammuto (nell’entroterra agrigentino). Non che il nome derivante da una parola esistente del dialetto locale possa essere ritenuta un’invenzione straordinaria, ma se viene concettualizzato, qualcosa di buono rimane. A questo proposito. l’azienda stessa definisce questo bianco prodotto con vitigni vari, come un vino di facile beva, di grande piacevolezza, di spiccata vocazione conviviale. Quindi divertente. Per la cronaca il regime agronomico è biologico e si sviluppa attualmente su 25 ettari di vigneti che vendono la presenza di vitigni autoctoni come Catarratto, Grillo, e Nero d’Avola, ma anche internazionali come Syrah, Merlot e Cabernet. Cosa aggiungere come ulteriore commento a questo packaging? E’ molto spartano, il nome del produttore, che troviamo nella parte alta, risulta otticamente più grande del nome del vino e viene riportato anche sul collarino, giustamente in tinta con il croma dell’illustrazione nella parte centrale dell’etichetta. Quest’ultima è composta da elementi grafici abbastanza stereotipati che fanno unicamente da decorazione. Pulizia grafica, pochi elementi molto chiari, ottima memorabilità nonostante la mancanza di uno spunto creativo e concettuale di maggiore ampiezza e narrabilità.

All’Orlando (Probabilmente) Piaceva il Lambrusco

Canta Storie, Lambrusco, Emilia Wine.

L’idea di fondo che ha generato questa linea di etichette dedicate alle varie sfumature del Lambrusco, è quella di unire la storia di questo vino e di queste terre con il noto poema “l’Orlando Innamorato” (che poi diventa “Furioso” ad opera dell’Ariosto) del reggiano Matteo Maria Boiardo, composto a fine ‘400. Le etichette (e il poema) raccontano le avventure, come in una fiction all’antica, tra Morgana, Angelica, Malagise, Merlino, Rinaldo e logicamente anche Orlando. Ogni etichette un episodio. Con uno stile illustrativo molto colorato e coinvolgente. Una scelta coreografica di tutto rispetto per una cantina sociale composta da 730 soci conferitori che vuole distinguersi nell’ampio panorama commerciale del lambrusco. A proposito di queste nuove e allegre etichette l’azienda afferma che: “La linea Canta Storie rappresenta il nostro impegno, perché, come i nostri vini, i personaggi che compaiono in etichetta sono frutto dell’estro e dell’ingegno del nostro territorio. Entrambi raccontano storie che, nel corso del tempo, sono state scritte e continueranno ad essere scritte a pochi metri da noi. Da qui l’idea di far convergere le due strade, quella della linea Canta Storie e quella del poema l’Orlando Innamorato, in un unico progetto”. Un ottimo incentivo per rileggere il poema con un buon calice di lambrusco sulla tavola.


L’Eleganza del Noir, lo Charme dello Champagne

Cuvée Dame Noire, Champagne, Boulachin-Chaput.

Il nero slancia, lo sa bene Giorgio Armani che da una vita propone le sue creazioni soprattutto in toni molto scuri. Amore per le forme o per le donne? Ensemble. Ed eccoci a commentare l’elegante etichetta di questo piccolo produttore di Champagne, situato ad Arrentières, a nord di Bar-sur-Aube. Nome del vino? “Dame Noire” in perfetta sintonia con l’illustrazione che occupa la parte sinistra del packaging. La dama in questione è molto silhouettata, il vestito casca bene, si intuisce una scarpa décolleté con cinturino alla caviglia, mentre in alto assistiamo ad una acconciatura raccolta ma con qualche ricciolo che non sfugge all’attenzione. La posa è sfidante, attraente, molleggiata. Nel complesso l’etichetta, tutta nera con le scritte in oro e in rilievo, dona molto charme e fa venire voglia di poter godere, a tavola, di una siffatta bottiglia, oltre che del suo nettare nel calice. Le etichette di Champagne fanno categoria a sé stante. Stemmi, cornici e abbellimenti vari fanno parte del gioco. E anche un certo riferimento al romanticismo di una cena a due, magari al lume di candela.

Mal Che Vada, Arte e Vino Vanno a Braccetto

Mal Che Vada, Malvasia e Sauvignon, 
Renato Keber.

Per commentare il nome, molto particolare di questo vino, andiamo a pescare una famosa citazione di Giovanni Agnelli, che un giorno disse: “Fare viticoltura è sempre un’ottima impresa, mal che vada il vino te lo bevi”. E come non essere d’accordo? Non sappiamo se è stato questo il pensiero di Renato Keber nel creare questo blend di bianchi, coltivati sul confine tra Italia e Slovenia, ma il concetto ci sta tutto. Nome particolare, abbiamo detto. Composto. Praticamente una frase, lasciata in sospeso: “Mal che vada…”. E ognuno può pensare e aggiungere quello che vuole, tutto sommato. L’etichetta è molto spartana, si caratterizza per la proposta, al centro, di una scena pittorica firmata dall’artista Maurizio Armellin. Una casa, una strada, la luna, forme geometriche che segmentano l’illustrazione. In alto, scomposto e difficilmente leggibile, il nome del produttore, in basso il nome del vino. Alla base l’annata viene espressa con la dicitura “Collezione 2018” a sancire un certo collegamento tra l’arte di fare il vino e l’arte creativa e figurativa. Il packaging non è tra i più eclatanti ma la curiosità spinge l’acquisto.

Tanto Amore Greco, sull’Orizzonte Turco

Ti Amo, Moscato Bianco di Samos, Vakakis.

Un’azienda greca ha deciso di chiamare un proprio vino con parole in italiano. E che parole! Niente di meno che un “Ti Amo”, piazzato lì, tra il lusco e il brusco. Potremmo anche dire tra il giorno e il tramonto, viste le velleità turistico/romantiche di questo prodotto. Ma andiamo con ordine. Il vitigno del quale si pregia questa bollicina isolana è il Moscato di Samos (l’isola greca più vicina alle coste turche). Sull’etichetta, alla base, viene indicato come “Moschato Bianco”, in un misto tra straniero e italiano che non si capisce bene se è voluto o se si tratta di errore. Le uve vengono coltivate tra gli 800 e i 1000 mt. sul livello del mare, in questa piccola e brulla isola, prettamente turistica (in estate). A parte il nome del vino che vuole richiamare (in italiano) una certa atmosfera da coppie in vacanza, è interessante far notare il tentativo, da parte dei designer, di nascondere nel packaging il nome dell’isola: infatti prima e dopo la parola “amo” troviamo due “s” stilizzate, a comporre (dopo la parole “ti”) la parola “SamoS”. Un gioco non facilmente comprensibile ma che aggiunge preziosità alla comunicazione visiva, grazie anche agli elementi grafici come le bollicine, distribuite attorno al nome e alle “s” decorative. Nel complesso si tratta di una operazione abbastanza commerciale, di marketing, ma ben sviluppata per gli obiettivi che l’azienda, con questo tipo di prodotto, si prefigura.