Ne Resterà Solo Uno (Forse Nemmeno Quello)

Forabuja, Trebbiano e Malvasia, Val di Buri.

Il naming di questo vino che viene dalle colline pistoiesi si può definire un esempio di unicità. E come si manifesta la singoarità, nel nostro nuovo mondo digitale? Semplice: se inizio una ricerca su Google con una parola (in questo caso il nome “Forabuja”) e i risultati (tutti i risultati) riguardano esattamente il prodotto che ha quel nome… ho fatto bingo! Nel senso che non ci sono problemi nell’essere in cima all’elenco o nella prima pagina della ricerca perché tutte le risultanze portano all’obiettivo. “Forabuja” non è un nome facile da leggere, da pronunciare e da ricordare, ma ha il vantaggio di essere unico e quindi originale. Nella ricerca di un nome (in questo caso si tratta di un toponimo di una vigna) sarebbe auspicabile trovare una soluzione particolare, non replicabile, ma anche foneticamente e concettualmente valida. Non si può avere sempre tutto ma almeno ci si può provare. Il vino in questione è un “orange” molto genuino (solo 300 bottiglie ogni anno) prodotto da una coppia di giovani viticoltori, Marina Ciancaglini e Giacomo Lippi che vivono e lavorano a Baggio, appena fuori Pistoia, in zona Valle delle Bure, infatti l’azienda si chiama Val di Buri (le “Bure” sono le tracce scavate dai torrentelli che confluiscono nel fiume Ombrone). Vitigni autoctoni, agronomia supernatural, passione oltre misura, tante buone qualità in bottiglia. 

Unicità che Valorizzano

Muntrivè, Barbera, Alfiero Boffa.

Alfiero Boffa (nome di battesimo davvero raro e intrigante) colloca sotto al proprio marchio la dicitura “vigne uniche”. Non è una affermazione a caso, come spesso capita in queste situazioni, dove si sente la necessità di affermare qualcosa, ma senza un vero costrutto. In questo caso le vigne uniche di Alfiero sono un “marchio di fabbrica”, infatti l’idea imprenditoriale, fin dall’inizio dell’attività, è quella di separare le uve e quindi le produzioni, di vigna in vigna, insomma come direbbero i francesi, di “cru in cru”. Ecco che i lotti di produzione, ben distinti da numeri di partita e di serie riportati anche in etichetta, fanno riferimento a specifiche vigne storiche. La produzione è incentrata sulla Barbera, siamo in Piemonte, a San Marzano Oliveto, e il vino che abbiamo preso come esempio è il “Muntrivè”, nome antico del vigneto. Certo l’etichetta appare molto classica, al punto da risultare in un certo senso stereotipata. Ma le descrizioni che vi troviamo riescono comunque a distinguerla. Ad esempio la precisazione sul lotto con una numerazione da edizione speciale. Gli ettari di questo vigneto, il Muntrivè, sono solo 2 e quindi il numero di bottiglie prodotte annualmente è davvero limitato. Anche la precisazione “vino fiore”, mai sentita finora, è interessante: a definire la differente qualità di un vino ottenuto da mosto fiore e quella di un vino di seconda e terza spremitura (e non andiamo oltre, per carità). La numerazione della bottiglia fa il resto nell’incoraggiare una percezione di unicità e quindi qualità del prodotto. In alto a destra un bollo/timbro celebra il fondatore Nello Boffa e la sua genealogia. Si tratta quindi di un’etichetta spartana ma con alcune particolarità che la rendono interessante.

Rosso Pernice da Intenditori

Alectoris Rufa, Gamba di Pernice (Calosso Doc), Cagnotto Marcello.

L’azienda agricola Cagnotto Marcello (testuale, cognome e nome) di Cagnotto Emilia, come recita l’intestazione su Facebook, si trova a Calosso in provincia di Asti e in questo caso vinifica un vitigno davvero raro che si chiama “Gamba di Pernice” per il colore rosso che il graspo acquisisce in fase di maturazione del grappolo. E’ un vitigno che in Piemonte si trova solo in tre comuni, a Castagnole Lanze e Costigliole d’Asti, oltre che a Calosso, denominazione della Doc. L’etichetta è estremamente decorativa: quasi tutto lo spazio “cartaceo” disponibile è occupato da una maestosa illustrazione di una vegetazione lussureggiante dove un paio di pernici si aggirano felici. Il nome del vino in questione, infatti, è l’allocuzione scientifica in latino della Pernice Rossa, “Alectoris Rufa”. Ed ecco spiegato il tutto. In modo molto semplice così come è graficamente semplice l’etichetta. La bella illustrazione attira l’attenzione e si fa notare con eleganza. Forse risulta un po’ datata, classica, antica, ma la forza dei colori e la stranezza del nome possono giocare le loro carte sullo scaffale. Per quanto riguarda il vino, rimane solo da provarlo (se riuscite a trovarlo).

Tra Francia e Spagna c’è di Mezzo il Latino

Tesselae, Carignan, Domaine Lafage.

L’uso del latino è noto e sfruttato in tutto il mondo. E’ una specie di lingua internazionale, almeno per il Vecchio Continente dove gli Antichi Romani lo hanno distribuito (insieme a molte barbatelle) da sud a nord. Questo vino francese, della costa catalana (ai confini, infatti, con la Catalogna) si chiama “Tesselae” che in latino significa “piastrelle”, “tessere”, “mosaico”. L’illustrazione in etichetta conferma: vediamo una serie di tasselli colorati, concentrici, realizzati con inchiostri colorati e lucidi, che attirano l’attenzione. Richiamano l’occhio in un vortice cromatico, graficamente molto gradevole e attenzionale. La ragione di questi rettangolini colorati non è nota. Si potrebbe ipotizzare la rappresentazione di appezzamenti viticoli su una collina tondeggiante. Sarebbe la quadratura del cerchio. Ci accontentiamo di poter godere di una etichetta ben realizzata, elegante e “sprintosa”, tutt’altro che classica e noiosa. Di ottimo impatto visivo pur conservando una propria dignità formale. In alto troviamo una importante precisazione (sotto al nome del vitigno): “vieilles vignes” a indicare agli astanti la nobiltà dei ceppi dai quali scaturisce questo nettare. Infatti una delle caratteristiche di questa azienda sono le bassissime rese che consentono di ottenere solo una bottiglia per ceppo. Poco ma buono e molto parcellizzato.

I Contorsionismi del Marketing Internazionale

Kamasutra, Sauvignon Blanc.

Si tratta di un chiaro esempio dove il nome è la parte preminente di tutto il business. Prendiamo un’azienda che coltiva uva e produce vino in India. Come la chiamiamo? Con una parola nota in tutto il mondo che risulta anche molto curiosa per il suo significato. Il gioco è fatto. Se aggiungiamo che c’è una corrispondenza storica e culturale con il paese di origine, la formulazione è ancora più plausibile. Fortunatamente il produttore (un grande gruppo che si occupa di “beverages” a tutto tondo) non scade in illustrazioni equivoche, proponendo invece un disegno della tradizione indiana a decoro dell’etichetta. Il risultato “ottico” è valido. Il packaging risulta elegante, ordinato, memorabile, cromaticamente equilibrato (intendiamo il colori scelti per le varie etichette, per la gamma, che raffiguriamo qui alla base del testo e che annovera anche un vino che si chiama “sette” in italiano, confermato da numeri rimani sullo sfondo). Certo che qualcuno potrebbe definire questo nome come “una furbata”. Di fatto lo è, però ben applicata, con evidenti obiettivi commerciali che non devono mai mancare in una logica di marketing che punta a un successo imprenditoriale fatto anche di immagine e non solo di contenuti.

Fratelli di Barbera in Terra Australiana

Barbera (Granite Belt), 
Golden Grove Estate.

C’è sicuramente un po’ di nostalgia di “casa” nella produzione e nei nomi dei vini di Golden Grove Estate, azienda vitivinicola del Queensland (Australia). I fondatori, infatti sono Mario e Nita Costanzo che nel 1946 iniziarono a coltivare uva e altra frutta. Oggi figli e nipoti (dai nomi non più italiani: Sam, Grace, Ray…) portano avanti la produzione con Barbera, Sangiovese, Nero d’Avola, Vermentino e anche due blend che si chiamano “Tranquillo Rosso” e “Tranquillo Bianco”. Nel nostro caso abbiamo preso come esempio l’etichetta della Barbera dove il nome del vitigno viene letteralmente “gridato” a caratteri molto grandi. A dire il vero di fianco a “Barbera” leggiamo anche in piccolo “Granite Belt”, a sancire il tipo di terreno. La scelta di evidenziare (per di più in rosso) il nome dell’italico vitigno risiede certamente nel tentativo di trasmettere in Australia la buona fama delle tradizioni del nostro paese. E c’è da pensare che questo possa rappresentare un vantaggio anche commerciale. Per quanto riguarda la grafica dell’etichetta, molto disimpegnata da canoni classici, vediamo delle pennellate di colore che danno agio alla bottiglia di farsi notare con spiccata modernità, oltre che cromaticità. 

Filosofie Germaniche nel Profondo Veneto

Sehnsucht, Syrah, Calalta.

Il nome di questo vino è fuorviante. Si pensa a un produttore germanico o comunque estero. Poi si legge il nome dell’azienda alla base dell’etichetta, Calalta, e si comprende che siamo comunque in Italia (e per la precisione in provincia di Vicenza). E quindi cosa significa quel nome? La traduzione non è facile e nemmeno immediata: la letteratura dice che “…è uno dei concetti chiave del Romanticismo tedesco ed è un termine difficilmente traducibile in Italiano con una sola parola. La parola indica lo struggimento e il desiderio ardente, ma anche la nostalgia, per una cosa o una persona ed è strettamente collegato al dolore derivante dal fatto di non poter raggiungere l’oggetto di tale desiderio”. Siamo in campo filosofico. La definizione richiede almeno una o due riletture. Ci accontentiamo della stranezza e passiamo a commentare la grafica del packaging. Siamo nelle sabbie mobili anche in questo caso: in alto a sinistra un reticolo cromatico nebuloso ci porta verso l’arte astratta. Forse una riproduzione delle superficie di Marte. Ma lo diciamo più come battuta. Certezze non ce ne sono. Sappiamo invece che il rosato in questione è frutto della lavorazione del vitigno Syrah. Non propriamente un autoctono veneto, come ammesso dal produttore stesso. Per il resto l’etichetta è pulita, lineare, ordinata, moderna. Strana, sì, anche questo. Grazie a Sara Missaglia per le ricerca e la segnalazione: etichetta impegnativa!

Frammenti di Vigne Colorate nel Roero Piemontese

Valfaccenda, Roero Arneis, 
Az. Agr. Valroggero.

La “faccenda” potrebbe sembrare complessa. E forse di fatto lo è, guardando questa etichetta. Ma procediamo con ordine. L’azienda si chiama “Valfaccenda” (che funge in questo caso anche da nome del vino), ipotesi confermata anche dal fatto che il dominio internet è proprio questo. Sul lato destro dell’etichetta si legge invece che si tratta della “Azienda Agricola Valroggero” di Carolina Roggero. Carolina e Luca sono la giovane coppia che coltiva e produce vini sostanzialmente a base Nebbiolo e Arneis. La località dove ha sede l’azienda si chiama Val Faccenda e prende il nome dei precedenti proprietari che la gestirono dal 1928 ad opera del patriarca Leone Faccenda. Quindi, in un certo modo, la faccenda è questa. Per quanto riguarda la complessità grafica e cromatica dell’etichetta possiamo solo enunciare delle supposizioni: i tasselli colorati che fanno impazzire gli occhi sono degli appezzamenti di terreno, oppure i frattali di una serie di riflessi e forse anche di riflessioni di chi l’ha pensata e creata (in questo caso la titolare). Il risultato è qualcosa di attenzionale, questo sì, con una percezione da arte contemporanea non risolta ovvero autoriferita che non riesce a comunicare granché, e se lo fa, propone una visione molto spezzettata, spigolosa, astratta e personalistica. Ad ognuno la propria etichetta, direbbe un saggio!

Saggezza Antica e Moderna in Moldavia (o Moldova)

Uneori, Merlot, Asconi Winery.

Questo produttore della Moldavia, con annessi GuestHouse e Ristorante, ha generato una serie di etichette che nella loro pur semplice esecuzione, attirano e incuriosiscono. Prendiamo ad esempio questo Merlot che si chiama “Uneori Sometimes” dove Uneori sarebbe Sometimes in moldavo: si tratta in entrambi i casi della parola iniziale di una frase che continua sotto, più in piccolo e con inchiostro nero: “you have to be your own hero”. Una frase tra il filosofico e l’aforistico. L’etichetta, come si diceva all’inizio, è davvero semplice: oltre al nome del vino e alla frase centrale, notiamo in alto il nome della cantina e in basso vitigno e annata. Le altre etichette relative a Glera (eh sì, coltivano pure la Glera), Cabernet Sauvignon, Riesling, Moscato, riportano altre frasi, sempre precedute da “Sometimes” in rosso: “we need a little magic” o anche “we’ve got the whole world in our hands”, e così via. Le frasi sorprendono e fanno riflettere. Qualche calice di vino farà il resto. Si tratta di una soluzione molto originale che non toglie eleganza all’etichetta che risulta al tempo stesso moderna ma anche dotata di una saggezza antica. Come da quelle parti, del resto, è giusto riconoscere. N.B.: il sito internet dell’azienda è sorprendente per dinamica, grafica e contenuti: www.asconiwinery.com

Giramenti di “P”

Pianacce, Vermentino, Giacomelli.

L’etichetta di questo Vermentino che nasce sui Colli di Luni, a Castelnuovo Magra, sul confine tra la Liguria e la Toscana, punta tutto sul nome del vino. In grande evidenza (dimensionale) nella parte centrale del packaging. Il nome del vino è “Pianacce”. Si nota subito che la lettera iniziale “P” è girata, specularmente, a sancire una stranezza che attira l’occhio ma rende difficile la lettura. Certo, si intuisce subito che la parola è quella, ma la distorsione non aiuta la memorizzazione. Pianacce è una definizione geomorfologica, sarebbe come dire “pianure”, o a anche “zona pianeggiante” in generale. La “forma” e la fonetica della parola portano in grembo una sorta di tono “peggiorativo”, come se “Pianacce” venisse tradotto con “pianuracce”, cioè della pianure non belle, di aspetto o di consistenza geologica. Invece qui cresce, a quanto parte, un ottimo Vermentino, che sfrutta i frammenti delle cave di marmo, alle spalle dei Colli di Luni, che da anni si depositano nelle porzioni di terreno che portano al mare. Per il resto, l’etichetta appare abbastanza elegante, grazie al fondo nero, ai caratteri di scrittura graziati e a una impaginazione ordinata e lineare. Il logo aziendale, in alto al sinistra, espone (in modo troppo minuto) un panorama notturno con luna, che evidenzia delle torri padronali, probabilmente presenti nel comune di appartenenza.

In Nome delle Donne Frizzanti

Lucìe, Inzolia, Scirocco.

Davvero singolare questo vino, così come il suo nome e il suo packaging. Viene prodotto da Samantha Di Laura. Nata al nord ma di origini siciliane, torna nella sua terra prima come Direttore Commerciale di una grande cantina, ora come produttrice di vino a Menfi. Il nome di questo “frizzante” sui lieviti è “Lucìe”, un femminile plurale che diventa “femminile singolare” nel claim di prodotto. “Lucìe”, dice la produttrice, in omaggio alle donne, alle tante “Lucia”, nome molto diffuso in Sicilia e nell’Italia intera. L’azienda infatti si vanta di essere tutta al femminile: tutti gli incarichi sono coperti da donne, caratteristica evidenziata attraverso una narrazione cinematografica nelle pagine del sito aziendale (www.lucie.wine). Il materiale grafico è davvero ben realizzato, dall’etichetta (che sulla bottiglia viene integrata con un pendaglio) al sacchetto in carta, fino a proporre una deliziosa scatola in metallo in stile retrò. Anni ‘50 è anche la foto di una donna con foulard svolazzante che occupa gran parte dell’etichetta. Immagine sognante, fluida, felliniana. Particolare anche il nome dell’azienda, “Scirocco”, come un noto vento del sud, ma anche epiteto che la madre di Samantha le attribuiva per il suo carattere, diciamo così, burrascoso. E infine il vitigno, l’Inzolia (o Insolia che dir si voglia), di solito utilizzato per vini fermi, qui dà origine a un frizzante senza zuccheri, senza solfiti, biologico, volutamente di bassa gradazione per una bevibilità sana e gradevole. 

Il Nome dei Non-Nomi

Dysnomia, Pergolone e Moscatello Selvatico, Pistis Sophia.

Se partiamo dai nomi dei vitigni troviamo già qualcosa di insolito: il Pergolone e il Moscatello Selvatico. Un approccio creativo, nella scelta di autoctoni davvero sconosciuti da parte di questo piccolo produttore di Ortona in provincia di Chieti. Il vino in questione si chiama “Dysnomia” e secondo Wiktionary (versione in inglese): “Anomic aphasia (also known as dysnomia, nominal aphasia, and amnesic aphasia) is a mild, fluent type of aphasia where individuals have word retrieval failures and cannot express the words they want to say (particularly nouns and verbs)”. Insomma si tratta di una anomalia mnemonica che impedisce ai soggetti che ne sono affetti di ricordarsi, di ritrovare nei meandri della mente, quindi di menzionare le cose con il loro nome. Diciamo allora che chiamare un vino con un nome che riguarda l’incapacità di nominare le cose è un corto-circuito semantico non da poco. E non da tutti. Procedendo nell’analisi dell’etichetta è necessario fare riferimento al nome dell’azienda (in alto, sotto a un marchio che propone una crasi grafica tra una “P” e una “S”): “Pistis Sophia”. Ecco la spiegazione del produttore: “Pistis Sophia è un libro, per la precisione un vangelo, che ha influenze mistico-filosofiche, scritto in lingua copta, evoluzione dell’ egiziano antico. Abbiamo scelto questo nome per due motivazioni principali, la prima è il significato delle parole greche Pistis e Sophia ovvero Fede e Conoscenza, due concetti alla base del nostro modo di lavorare; la seconda deriva dalla parte finale di questo vangelo in cui Gesù incontra Pistis Sophia. A livello intellettuale, Pistis Sophia è una figura che rappresenta la fase della creazione, all’interno della quale l’anima umana, caduta nel caos della materia, trova l’opportunità per risalire e tornare al Dio ineffabile. Il contenuto del Pistis Sophia altro non è che la rappresentazione della vicenda umana: dalla creazione alla salvezza, passando per la caduta”. Criptico? Salvifico? Concettuale? Filosofico, certo. E ora concludiamo con l’analisi del logo (la “P” e la “S”): “Il nostro logo prende forma dalla cosiddetta “sezione aurea”, rappresentata dalla lettera greca Phi (Φ); conosciuta anche come “divina proporzione”, è la sintesi matematica dei concetti di bellezza ed armonia. Così intendiamo i nostri vini, un equilibrio di gusto tra gli elementi della nostra amata terra e la meraviglia che sprigionano ad ogni sorso”. I nomi degli altri vini di questa azienda “pescano” nel greco antico, tipo: Parthéna, Didymoi, Karkinos, Pàgos, Ichthyes, sempre più difficile… (c’è un vino che si chiama C9H9No3-B (non è uno scherzo, esiste davvero). Grazie a Sara Missaglia per questa straordinaria scoperta! Ci scusiamo per la scarsa qualità delle immagini, ma sono le uniche che siamo riusciti a reperire: evidentemente le teorie “naturali” dell’azienda comprendono anche la divulgazione di materiale grezzo anche per quanto riguarda la comunicazione.

La Sorprendente Impronta del Somarello

Imprint, Susumaniello, A Mano Wine.

Questa azienda, condotta da Mark Shannon ed Elvezia Sbalchiero in Puglia (lui americano, lei friulana), si chiama “A Mano Wine” ed è facile capirne il senso: viticoltura artigianale e volontà di generare percezioni di autenticità. Mark ed Elvezia approfondiscono soprattutto il Primitivo, come ricerca personale e come fenomeno ampelografico che nella lontana California diventa famoso col nome di Zinfandel. Nella produzione si dedicano con passione ad altri autoctoni della regione come ad esempio il qui raffigurato rosato da vitigno Susumaniello. Si tratta di una edizione speciale che rende l’asinello (somarello in dialetto) assoluto protagonista, con un’etichetta fustellata che lascia libera al centro (bucata) la sagoma dell’equino scalciante. Nell’etichetta usuale il riferimento al somarello rimane solo alla base, come anche in questo caso, dove l’asino scalcia la “m” della parola “susumaniello”: una simpatica nota di colore grafico e folklore ironico. Il nome di questo rosato è invece “Imprint (di Mark Shannon)” laddove il nome del produttore poteva anche essere tralasciato o isolato in altre sezioni del packaging, e dove, sempre ironicamente ipotizziamo che l’imprint (l’impronta) sia quella lasciata dallo zoccolo dell’ asinello sul deretano di qualche incauto visitatore delle vigne. Nota a margine: bello il richiamo cromatico tra il blu della scritta in basso e la chiusura del tappo laccata in alto. 

Tutti al Mare… Freschezza Solare

Doccia Fredda, 
Trebbiano d’Abruzzo 
e Passerina, Controvento.

Il territorio che ci “dona” questo vino è l’entroterra abruzzese, a Rocca San Giovanni, in provincia di Chieti, dove Vincenzo Di Meo lavora 5 ettari di vigne nel comprensorio del “Fosso delle Farfalle” (che già così, fa storytelling) una riserva naturale protetta. Le etichette di questo eclettico produttore sono molto particolari, caratterizzate da disegni, in pratica delle vignette umoristiche. Prendiamo ad esempio quella di questo vino bianco ottenuto con fermentazione spontanea in acciaio. Il nome del vino è “Doccia Fredda”, giustificato dal fatto che si tratta di una beva molto “scorrevole” e “fresca”, “che va giù tutto d’un fiato”. Insomma una sferzata di gradevole frescura, una sensazione forte come una doccia fredda. A sancire il concept, l’illustrazione in etichetta ci mostra una figura femminile, in situazione spiaggia (con abbigliamento anni ‘60) che si accinge a cogliere l’attimo di una doccia generata da una botte, con il chiaro sospetto che si tratti di vino e non di acqua. Da notare che la beach-girl calza delle scarpe col tacco che sulla sabbia potrebbero rivelarsi estetiche ma anche scomode. La finzione regna sovrana, siamo nel campo del sogno, dell’illusione, del racconto sopra le righe. Certo che il suo “mestiere” lo fa, questa etichetta, attirando l’attenzione almeno per quell’attimo necessario a condizionare la decisione di acquisto o una battuta tra amici.

Capre Sudafricane di Razza Buongustaia

Goats do Roam, Blend di Rossi, Fairview.

Questa azienda vinicola sudafricana ha chiamato una linea di vini “Goats do Roam” che testualmente sarebbe “le capre vanno in giro (vagano)”. L’ironica affermazione deriva da un fatto, che si presume vero, accaduto in azienda e che viene raccontato così nel sito internet del produttore: “La leggenda narra che alcuni capi erranti della mandria di capre di Fairview un giorno fuggirono dal loro recinto dileguandosi nei vigneti dopo che il giovane figlio di Charles Back, Jason, aveva accidentalmente lasciato il cancello aperto. Il piccolo gregge vagò felicemente tra le viti: mostrando raro discernimento fece bottino di alcuni dei grappoli più maturi. Ispirati da questa storia, ora usiamo gli acini migliori nella produzione del nostro vino Goats Do Roam. Molto beverina e di qualità superiore, la gamma Goats Do Roam è composta da vini in stile francese e italiano, ricchi di complessità a prezzi convenienti”. Simpatica la storia delle capre che vanno a scegliersi i grappoli migliori direttamente in vigna. Narrazione in grado di risultare sinergica con la modalità di produzione e la qualità dei vini, in modo poco altezzoso, anzi, raccontato con sincera allegria. Tutto il sito tratta proposte, prodotti e marchio con ironia e sostanzialmente senza prendersi troppo sul serio. Pur mantenendo un livello di credibilità elevato. Etichetta graficamente molto impattante, bella l’antica riproduzione della capra, colori e particolari stilosi. Complimenti.

Con le Bolle sulla Luna

Zuzù, Trebbiano di Spagna e Modenese, Franchina e Giarone.

Chiariamo subito che il nome dell’azienda potrebbe ingannare: Franchina non è una persona bensì un vigneto, così come Giarone non è un cognome ma il nome di un altro vigneto del produttore. Vedendo le etichette di questa giovane azienda vitivinicola possiamo dire che Luca Pizzetti, il titolare, è un sognatore. Portiamo ad esempio l’etichetta del vino che si chiama “Zuzù”, un rifermentato in bottiglia che viene prodotto con l’aggiunta di mosto congelato della medesima annata della pressatura e di zucchero d’uva. Da qui il nome, “zu + zu”, una doppia “zuccheratura” che caratterizza il prodotto. Cosa vediamo in etichetta? In alto una specie di “e” che funge da logo aziendale. In basso il nome del vino con un carattere molto tipografico, di vecchio stampo. Al centro e a tutto spazio una illustrazione molto ben curata ci mostra un uomo sulle colline emiliane, intento a trattenere con un filo una luna/acino/pallone che risplende nel cielo. La grafica è sicuramente di impatto, grazie a una elevata dose di originalità. Forse una stile così narrativo si presterebbe di più alla copertina di un libro, ma il suo lavoro di comunicazione lo fa bene anche su una bottiglia. Grazie a Sara Missaglia per aver scoperto questa interessante etichetta e il suo fantasioso creatore.

Il Superdotato della Bergamasca

Tribàle, Blend Rifermentato, Tosca.

Il produttore definisce questo vino come “divertente”. Dice che si sono divertiti a realizzarlo e che immaginano il divertimento al consumo, conviviale e spensierato. Da parte nostra ci siamo divertiti ad analizzare il nome del vino. Questo “rifermentato naturale”, prodotto con tre vitigni bianchi, si chiama “Tribàle”. Per chi non conosce il dialetto bergamasco (siamo in zona Valcalepio) la parola porta a qualcosa relativo ad antiche tribù, a religioni agnostiche, e anche a tutta l’area dei tatuaggi. Ma… sopra al nome in questione notiamo tre “palle” (tre sfere che rappresentano tre acini d’uva) e se scopriamo che in dialetto bergamasco “tre palle” si dice “tri bàle”, il gioco è fatto. Proprio così, perchè di gioco di parole si tratta. Forse poco elegante ma efficace nell’accostare il significato alla modalità produttiva (tre diversi vitigni bianchi). Certo che le sfumature legate alle “bàle” possono essere anche altre, soprattutto se le sfere dovessero essere due (ma qui sono tre, quindi stiamo tranquilli). Del resto l’etichetta è pulita, ben impaginata, costituita da pochi elementi d’impatto: una “stracciatura” in alto, originale, i tre acini dorati (in forma illustrativa grezza), il nome del vino (che volutamente, con dimensioni diverse delle lettere, fa notare il gioco di parole) e infine la dicitura “frizzante col fondo” alla base. Stop. Tappino d’ordinanza in metallo e fascetta con logo aziendale sul collo della bottiglia. Naming e packaging giocherelloni ma con un buon senso, considerati la basicità del prodotto e il target di consumo di stampo birraiolo.

Chardonnay “Tonico” Mantovano

Belgingin, Chardonnay, Vigne del Pellagroso.

Tre nomi interessanti da analizzare. Il produttore e fondatore  si chiama Antonio Camazzola, detto “Billy”. Il nome dell’azienda, che emerge insieme a una illustrazione di una specie di Passator Cortese con cappello e grappolo, è “Vigne del Pellagroso”. Il nome proviene dalla testata di un giornale popolare dell’800 che incitava gli operai alla rivolta a causa delle condizioni di povertà dell’epoca (che causavano quindi la pellagra, malattia cutanea dovuta a una alimentazione non equilibrata). Il giornale in questione fu fondato a Castel d’Ario nel mantovano, dove ha sede l’azienda (la stampa avveniva proprio nel cortile dove si trova la cantina). Per la cronaca la pubblicazione ebbe vita breve: dopo l’uscita del tredicesimo numero venne arrestato il direttore con l’accusa di aver fomentato scioperi e disordini. Veniamo al nome del vino: “Belgingin”. Inevitabile che la mente fugga in direzione del noto superalcolico caro agli anglosassoni e oggi tornato di gran moda anche alla nostre latitudini. Forse, un limitato pubblico locale potrebbe avere la giusta percezione (dialettale) del nome, quella di qualcosa di piccolo e grazioso. Ma è troppo poco per poterlo definire un nome “riuscito”. Certo, di vino stiamo trattando, la bottiglia ha una forma riconoscibile, ma nel complesso anche la grafica dell’etichetta non aiuta a dirimere il corto circuito semantico, potendo davvero vestire anche una bottiglia di gin, togliendo i riferimenti a “vino bianco”, logicamente. Il packaging ci è stato indicato da Sara Missaglia che ringraziamo per la preziosa ricerca. P.S.: “Possa la mia anima rifiorire innamorata per tutta l’esistenza” (che si legge sul fronte etichetta) ci piace.

Quando la Creatività fa Autogol

Brina d’Estate, Spergola Spumante, Tenuta di Aljano.

La sorpresa di questo vino è il vitigno: un autoctono raro della provincia di Reggio Emilia, la Spergola. In questo caso spumantizzato con metodo Charmat lungo. In etichetta si nota subito, in grande, l’asta della lettera “j”, eletta a simbolo dato che l’azienda si trova esattamente a Jano di Scandiano (non è per la rima, la frazione si chiama proprio così). Dall’etichetta e dal sito internet emerge infatti che il nome e marchio aziendali scaturiscono da questa intuizione “al Jano”. Il dominio quindi è “Tenuta di Aljano”. Il problema si manifesta quando tentiamo di leggere questo nome: “Aljano” (Aliano? Algiano?) Con una aggravante cromatica in questa etichetta laddove la “j” viene riportata in rosso (poco visibile sullo sfondo antracite) generando una lettura del tipo “alano” (il cane) o peggio ancora “al ano” (anatomia). Peccato perché il design del packaging è pulito e ben impaginato. Anche il nome del vino piace: una “Brina d’Estate” che evoca freschezza e piacevolezza, molto coerenti con il tipo di prodotto. Si tratta quindi di un problema di nome (in origine) e di rappresentazione di esso (cromaticamente). Un autogol che porta via quote di attenzione, di prestigio e di memorabilità che di solito è importante salvaguardare. 

Nuove Idee Balenano in Langa

Hiku, Moscato d’Asti, Roberto Garbarino.

Un giovane spumantista piemontese che ha iniziato la propria avventura enoica nel 2010 (con prima vendemmia nel 2013), propone nella propria gamma attuale anche un Moscato d’Asti di quelli classici da 5,5%, adatti ad un consumo sbarazzino (aperidolce). L’etichetta che è stata delegata a comunicare questa bottiglia è invece tutt’altro che classica, tenendo conto anche degli usi e delle tradizioni di quell’angolo di Piemonte (siamo nelle Langhe, a Neviglie). Gli elementi che saltano all’occhio: toni azzurri (per un vino che ha fatto del giallo la propria bandiera), tema marino con coda di balena emergente dai flutti (per una tipologia di vino che con il pesce c’entra come i cavoli a merenda), nome maori (dedicato ai trascorsi neozelandesi del titolare: “Hiku” significa coda e anche la zona dove allignano i vigneti di moscato si chiama così, in questo caso troviamo un sia pur fantasioso collegamento con la realtà locale). Hiku, ai più, potrebbe ricordare anche quella particolare tipologia di poesia giapponese chiamata “Haiku”.  Saremmo comunque concettualmente “fuori zona”. Alla base del mare inclinato che caratterizza il cromatismo dell’etichetta, vediamo il logo/nome del produttore: Roberto Garbarino, con marchio circolare che probabilmente ricorda una “G” specularmente rovesciata. Tutte le etichette di questo produttore sono acquerellate dall’artista Nicola Magrin: troviamo un salmone nell’Alta Langa Rosé “L’istinto” (il significato proposto del produttore: andare contro corrente come i salmoni), idem per l’Alta Langa Docg “Le rapide” (dicono, relativo alle pendenze dei vigneti), ma almeno in questi due casi l’attinenza dei vini con ricette a base di pesce ci potrebbe essere. Possiamo infine dire che le nuove idee che riguardano il packaging sono meritorie, in senso di rinnovamento, un po’ meno se volessimo cercare ganci concettuali che sostengano la comunicazione di prodotto.

Formule che non Formulano

Òua (al quadrato), Vermentino, La Ricolla.

Ce ne sarebbe da dire su questa etichetta… e noi infatti ci proviamo. Impresa non facile: l’affollato packaging fa naufragare l’occhio e l’attenzione un po’ su e un po’ giù. Partiamo da nome del vino che dovrebbe essere “Òua” (al quadrato) e che tratto dal dialetto genovese “oua ghe semo” (il titolare infatti è ligure e i vigneti sono a San Salvatore di Cogorno, nell’entroterra del Tigullio) sarebbe “ora ci siamo” (a sancire l’esatto momento in cui è necessario svinare, in questo caso dopo ben 5 mesi di macerazione sulle bucce). La formula matematica che vediamo sopra al nome non riusciamo a spiegarla se non comprendendo quanto meno che non ci sono solfiti aggiunti. La sagoma nera che comprende tutte le scritte dovrebbe essere un’anfora (che completa la maturazione di questo vino). Sotto al nome una specie di motto/acronimo che complica ancora di più la percezione: Uomo Vitigno Territorio. Chiariamo subito che i messaggi contenuti nel fronte etichetta sono tutti di significato e di valore intrinseco, ma pubblicati in questo modo rischiamo di risultare come un calderone di informazioni (in parte criptiche) dal quale nulla emerge in modo sostanziale. Tante parole per nulla, verrebbe da dire. Ringraziamo Sara Missaglia per lo scouting!


Gli Sconsiderati della Loira

Anna, Alfred, Auguste, Agathe, 
Saget La Perrier.

Questa dinamica azienda vinicola della Loira a gestione famigliare (situata a Pouilly-sur-Loire), produce un’ampia gamma di vini (con diversi marchi) dotati di etichette davvero interessanti che vanno dal classico al trasgressivo. In questo post ci occuperemo della serie di 4 vini di “Château de la Mulonnière” che si collocano senza dubbio nella categoria “etichette trasgressive”. In pratica: su temi colorati pastellosi (tinte morbide) alcuni personaggi storici che dovrebbero avere un contegno nobiliare vengono rappresentati in pose “Rock ‘N Roll” (che è anche il nome dei vini). I vari soggetti vengono commentati in modo arguto nelle schede di prodotto del sito internet (li riportiamo nella lingua originale, perché la traduzione in italiano fa perdere grinta alle definizioni): “Anna (Chenin Blanc), c’est la joyeuse de la clique. Tender et enjouée au premier ras bord, elle n’est pas de nature à cacher son jeu; Alfred (Cabernet Franca), c’est le dandy de la bande. Elégant et joueur, il n’est pas du genre à se tenir à carreau; Auguste (Chenin Blanc), c’est le leader de la troupe. Ancien Colonel d’artillerie, il aime toujours les bons canons; Agathe (rosato da Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Grolleau e Gamay), c’est la friandise du groupe. Fraiche et délicate, sa douceur subtile en fait la compagne parfaite en toutes circonstances”. Complessivamente, colori, grafica, illustrazioni, nomi e loghi, possiamo dire che l’esperimento è riuscito. Potrebbe non piacere ai soloni delle tradizioni, ma la gamma ha buone ragioni per presentarsi al pubblico con una sana sconsideratezza del vivere (e del bere).

Un Vino all’Acqua Pazza

Acqua Pazza, Blaufränkisch (+miele), Beneduce Vineyards.

Mentre nella cucina napoletana per “all’acqua pazza” si intende un pesce cotto in poca acqua, con olio, aglio e pomodorini, questo produttore del New Jersey (Usa) ha deciso di utilizzare questo particolare nome per un suo (particolare) vino. Si tratta del vitigno Blaufränkisch, autoctono della Stiria (Austria), che viene chiamato anche Franconia o Limberger. In questo vino viene aggiunto miele millefiori ad ottenere una “bevanda” da 8 gradi alcolici, della quale ignoriamo l’esatto utilizzo. Forse come aperitivo dolce, forse con un dessert, forse come un rosolio. Ma veniamo all’etichetta, decisamente vintage, con il nome “Acqua Pazza” in grande evidenza, toni cromatici arancioni, sopra e sotto, uno stile “antenato” che comunque riesce a incuriosire. Certo il merito è soprattutto del nome (sicuramente anche del prodotto una volta assaggiato). Gli americani ci sorprendono sempre (del resto bevono litri di latte a tavola, pranzando), in questo caso potrebbero giustificarsi col fatto storico che anche gli Antichi Romani aggiungevano miele ai loro vini (e del resto, popolo che vai, usanze aliene che trovi: i francesi a tavola bevono il pastis). Infine il nome del produttore “Beneduce” che tradisce assonanze italiane o come minimo mediterranee. Forse non lo acquisteremmo, ma l’etichetta tutto sommato piace ed è invitante.

Più Bianco non si Può

Bianco, Vermentino, Mercer Wines.

Un ottimo esempio per definire cos’è un “contrasto”. Cioè cosa significa comunicare per dissonanze (in senso positivo, in questo caso). Abbiamo un’etichetta molto colorata per un vino che si chiama “Bianco”. Si tratta di una giovane azienda australiana che produce i propri nettari nell’Hunter Valley, più o meno a nord di Sydney. In particolare vengono allevati  Vermentino, Malbec, Montepulciano, Tempranillo, ma anche Nebbiolo e Nero d’Avola, tradendo una particolare attenzione verso i vitigni storici italiani. Ma torniamo a questa particolare etichetta. Colori, tanti, frammentati in una composizione (altro contrasto) che richiama le ricerche cromatiche della casa di moda Missoni. Etichetta rotonda all’interno della quale troviamo uno spezzatino di tasselli rattangonali appuntiti e altre varie forme. L’effetto è caleidoscopico, ipnotico, forse subliminale. Sul fronte dell’etichetta, in basso, in verticale, solo un numero e una scritta: “2021 Bianco”. Annata e nome del vino. La forza di questo packaging è ancora una volta la semplicità (e qui piazziamo l’ultimo contrasto), laddove la complessità della tavolozza cromatica diventa percezione univoca per la retina e per la memoria. Semplicemente bianco, la somma di tutti i colori.

Vini Naturali per Cosmonauti Spaziali

Pino Pinot, Pinot Noir e Gris, 
Les Astronautes.

Non c’è dubbio che Emma, francese, e Fredy, argentino, la coppia che produce questi vini, siano fissati con lo spazio. Le loro originali etichette “trasportano” direttamente nel cosmo con una nota di ironia. Già il nome aziendale “Les Astronautes” attira l’attenzione. Le immagini di razzi spaziali e astronauti confermano e attraggono. Curioso in modo particolare il nome dello spumante “Pino Pinot”. E quell’illustrazione dove uno dei due cosmonauti spruzza vino rosso nell’etere. Da dove proviene il concetto generale? Ecco la spiegazione che il produttore fornisce nel sito internet: “ Perché Les Astronautes? Il nome ci è venuto in mente durante un viaggio in treno, mentre viaggiavamo in Francia, sulla strada per Parigi. Stavamo sognando un cosmonauta che suonava il piano su un pianeta lontano, e da lì siamo partiti con il tema dello spazio. Siamo sognatori. In questo viaggio abbiamo deciso che i nostri vini sarebbero stati biologici, naturali, privi di pesticidi agricoli…”. Un sogno quindi, un’immagine, forse un gioco, che diventa il tema ricorrente della gamma dei vini. A volte le idee nascono così. Lo stile fumettoso e, ripetiamo, ironico dei packaging contribuisce a suscitare simpatia e complicità per il progetto. Con la sensazione che il vino (quello buono, senza alterazioni) possa far viaggiare come minimo la mente.