LA non è Los Angeles: Siamo nella Profonda Austria

LA, Vino Rosato, Leo Aumann.

Si tratta di un’azienda austriaca molto strutturata, con un’ampia scelta di vini in gamma. Le etichette sono tutte molto essenziali, anche piuttosto sterili, tranne questa, relativa a un rosato prodotto con uve Cabernet Sauvignon, St. Laurent e Pinot Nero. L’impronta grafica è di quelle che vogliono giocare ad essere moderne con l’uso esagerato della tipografia (dei caratteri di stampa in grande, per intenderci). L’effetto comunque è positivo, dirompente in termini di comunicazione. Stereotipato ma efficace. La bottiglia si fa notare. Manca un vero e proprio nome del vino, certo, ma nel complesso incide nella memoria. Il bollo nero sulla destra, con le iniziali del titolare, Leo Aumann, fa anche da lettera “o” nella lettura di Rosé. Le tre grandi lettere bianche creano l’effetto “rebus” che attira l’occhio e intriga il cervello. Un segmento nero separa la “r” dalla “s”, apparentemente senza senso. Da non trascurare l’effetto trasparenza al cospetto di una bellissima gradazione di rosa, del vino. Effetto ottenuto dal tipo di vetro non colorato e dalla cartotecnica (meglio dire pellicola adesiva) dell’etichetta. Un packaging tutto sommato di buona realizzazione, che tradisce velleità iconografiche già fuori moda ma ancora in grado di attirare l’attenzione.

Una Dea dagli Occhi Azzurri e dai Capelli Dorati

Dea, Erbaluce di Caluso Brut, 
Società Agr. Erbalù.

Il vitigno Erbaluce (Docg di Caluso) è da molti anni sottostimato. Piccole produzioni che riguardano vini fermi, spumantizzati o passiti (questi ultimi sono quelli della tradizione). Il nome (del vitigno) è molto bello, evocativo, sembra riconducibile alla particolare e solare trasparenza delle uve mature che generano riflessi dorati. Tant’è che questa piccola azienda di Moncrivello (unico comune della provincia di Vercelli a comprendere la Docg) ha deciso di chiamarsi “Erbalù”. Mentre il vino, anche se si può incorrere in confusione, si chiama “Dea”. Il nome è posto in basso, non molto visibile, tanto che potrebbe sembrare che il nome del vino possa essere Erbalù o entrambi. L’etichetta graficamente si fa notare, colori pastello con una illustrazione che raffigura una donna dai capelli dorati “a grappolo”, occhi azzurri, abbigliamento d’altri tempi. Il disegno è piuttosto essenziale, bensì dotato di una sua originalità. Le scritte in corsivo, dei due nomi, azienda e vino, non facilitano la leggibilità. Per il resto il packaging è ordinato, nella parte bassa, più confuso nella parte alta. Una cursiosità: le mani della Dea reggono/indicano due piccole sfere, una bianca alla sua destra (la sinistra per chi guarda) e una nera alla sua sinistra. Probabilmente il sole a la luna o più probabilmente la luna piena e quella nuova a sottolineare l’importanza delle fasi astrali per la produzione del vino. 

La Mescolanza e la Linearità

Mischiabacche, Blend di Bianchi, 
Castello di Stefanago.

Questa nota azienda pavese si distingue da anni per una agricoltura rispettosa dell’ambiente e per prodotti che puntano al massimo sulla naturalità. Anche l’immagine aziendale e la comunicazione sono chiaramente orientati in questa direzione. Ulteriore prova di ciò la fornisce l’etichetta di questo bianco, ottenuto da più vitigni, che si presenta in modo spartano ma “educato”. Stiamo parlando naturalmente di educazione visiva e comunicativa. Vediamo gli elementi che compongono il packaging: la carta è di tipo riciclato, con delle goffrature (rilievi) che ne evidenziano la matrice. L’impaginato è molto semplice, bello il colore scelto per le scritte, con il nome dell’azienda in primo piano (per impatto) e il restante centrato e sottostante. Bello il nome del vino, “Mischiabacche”, che viene spiegato nel blocchetto di testo alla base: “…creiamo armoniche combinazioni di bacche”, laddove un eventuale minus (il fatto che il vino è un blend e non viene prodotto con un vitigno in purezza) viene trasformato in un plus (il fatto di avere una somma di caratteristiche positive fornite dai vari vitigni mescolati insieme, con competenza e armonia). Il nome del vino viene addirittura chiamato a sottolineare la mescolanza, con una modalità simpatica, a creare un neologismo composto da “mischia” e da “bacche” (sinonimo di acini d’uva). Lo spirito è semplice e diretto, ma anche qualitativo, proprio come l’immagine generale che negli anni questa azienda si è costruita.

Pulizia Grafica a Volte Significa Assenza di Idee

Sauvignon, Cantina Puiatti.

La produzione di questo vino si colloca in Friuli, a Romans d’Isonzo, in quelle terre magre dove i vini bianchi vengono bene. Magra anche l’etichetta, molto magra. Inteso come asciutta, essenziale, certamente pulita, forse un po’ sterile. Ma vediamo di giungere a un’analisi ben circostanziata. Innanzitutto viene utilizzato un tipo di carattere (di scrittura, carattere tipografico si intente) molto squadrato, statuario, ben delineato, certamente molto leggibile. In alto vediamo il nome del vitigno, tra quelli “nobili” e francesi, il Sauvignon Blanc (ormai sintetizzabile in “Sauvignon”), giustamente evidenziato con un tassello dal fondo chiaro. Subito sotto al nome del vitigno ecco la definizione della Doc e l’annata del vino. Al centro… nulla. In basso il nome del produttore che funge anche da logo. Si potrebbe avere la sensazione di essere di fronte a un’etichetta vuota. Molte volte però, in questo blog, abbiamo osannato il vuoto, la pulizia grafica, i pochi elementi come caratteristica vincente per un packaging di spessore. E confermiamo. L’essenziale fa bene agli occhi (e anche al cuore, si sa). In questo caso forse la brama di impatto visivo ha presto troppo la mano di chi ha inventato questa etichetta. L’impatto c’è. Anche una certa originalità. Ma rimane il dubbio che troppa pulizia, nel senso di mancanza di idee, non possa risultare, ai fatti, la soluzione migliore.

In Vespa Acrobatica sulle Colline Pavesi

Pinot Nero Frizzante, Perdomini.

Le ragioni per cui un’etichetta può riuscire a farsi notare possono essere diverse. Legate al nome del prodotto, ai colori, alla grafica, alla forma della cartotecnica. Conviene sempre sorprendere, stupire, per riuscire anche, perché no, a differenziarsi dalla concorrenza. Questo packaging di un Pinot Nero vinificato in bianco (come si usa nel pavese), riesce a mettersi in evidenza innanzitutto per un croma di fondo verde acceso, davvero poco utilizzato nel settore. Quindi per quella “vignetta” in basso dove vediamo un uomo e una donna su una Vespa. Immagine molto “italica”, che sorprende ancora di più in quanto la passeggera, la donna, non si trova sul sellino posteriore, bensì abbarbicata in posizione insolita sul manubrio. Sistemazione pericolosa, sarebbe, nella realtà. O quanto meno funambolica. I due personaggi sono vestiti in modo elegante, stanno andando a una festo, o più probabilmente, ebbri, stanno tornando da un party, vista la modalità di trasporto che hanno scelto. Tutto questo per dire che una illustrazione così, ben realizzata, con uno stile originale, attenzionale, riesce a far viaggiare i pensieri e in questo modo anche a far ricordare il vino in questione. Il resto dell’impaginazione è molto regolare, lineare, centrato, notiamo anche il vezzo di un puntino bianco all’interno del nome del produttore. Ma di sicuro i protagonisti sono loro, i due “amanti volanti”.

Da Parigi a Modica, la Filosofia non fa Distinguo

Flâneur, Grillo, Baroni di Pianogrillo.

Oggi parliamo di un vino siciliano, prodotto dall’azienda “Pianogrillo Farm” (così si trova scritto nel sito internet) che sull’etichetta diventa Baroni di Pianogrillo e anche (alla base) Agricola Pianogrillo s.r.l., insomma un po’ di confusione, alimentata vieppiù dalla firma in corsivo di “Lorenzo Piccione di Pianogrillo” (ultimo discendente dei Baroni). Quello che vogliamo sottolineare è il nome di questo vino, “Flâneur”, un Grillo in purezza, prodotto nella zona di Modica (Sicilia sud-orientale). Si tratta di un nome davvero particolare: prendendo spunto da Wikipedia ecco la sua spiegazione… “è un termine francese, reso celebre dal poeta Charles Baudelaire che indica un soggetto che vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell'osservare il paesaggio. La parola non possiede un'esatta corrispondenza in italiano, tuttavia la locuzione "andare a zonzo" rende bene l'idea dell'azione”. Baudelaire coniò questo termine in riferimento soprattutto a Parigi, infatti… “la flânerie (il bighellonare/passeggiare/vagare) è associata a Parigi e con quel tipo di ambiente, che lascia spazio all'esplorazione non affrettata e libera da programmi. Il flâneur è tipicamente molto consapevole del suo comportamento pigro e privo di urgenza: per esemplificare questa sua caratteristica umorale, era descritto come "uno che porta al guinzaglio delle tartarughe lungo le vie di Parigi". Del resto l’etichetta in questione, graficamente, si distingue per essere ordinata e lineare e per fornire una serie di informazioni che di solito vengono trascurate, come il tipo di coltivazione (alberello) la quota dove si trovano le vigne, il numero del mappale, il numero delle bottiglie prodotte. Molto bene. Un influsso francese in terra siciliana. Storicamente ci può stare.

L’Anima del Vulcano Dentro a una Bottiglia

Animardente, Nerello Mascalese, 
Anima Etnea.

I due vini che, per ora, questa azienda siciliana produce, sono riconducibili (per il loro nome) al concetto di “anima”, ben evidenziato da una grande “A” maiuscola. L’azienda si chiama “Anima Etnea”, nome che comunica subito la dislocazione dei vigneti e la tipologia della Doc (dominati dalla “muntagna”, il Grande Padre Etna) con il suo terreno lavico molto particolare. Siamo in Contrada Santo Spirito a Passopisciaro, una delle zone elette per il Nerello Mascalese (coltivato in questo caso a 700mt s.l.m.). Oltre al qui rappresentato “Animardente”, l’azienda produce anche un Etna Bianco, da Carricante e Minnella quasi in parti uguali, che si chiama “Animalucente”. L’etichetta che qui prendiamo in esame è davvero bella: pensata per comunicare tutta l’anima di questo vino e le sue origini. Una “A” centrale sormontata da un sole raggiante stilizzato, stampata con un inchiostro nero in rilievo che ricorda la lava del vulcano, il fondo rosso fuoco a rappresentare il magma e la forza geologica di quei luoghi. Pochi elementi molto evidenti. Impatto visivo, conferme concettuali. E un nome che divampa e conquista. Operazione di comunicazione molto ben progettata e condotta. Rimane in mente la simbologia e il racconto: “Un nome che racconta l’anima del vulcano silenzioso, inaspettata e incandescente, che dà vita al movimento perpetuo. Una forza della natura incontenibile e seducente, espressione di un terroir unico. Il nome del vino deriva proprio dalle viscere del vulcano, dalla sua incessante attività, dal calore e dal colore del magma” (dalla pagina dedicata nel sito internet del produttore).

Lo Spazio Illimitato di un’Idea

Aperture, Cabernet Sauvignon.

Il territorio è quello californiano, nei pressi di Healdsburg, a nord di San Francisco, dove per i vini hanno ancora qualcosa da imparare, ma per il packaging hanno tutt’oggi qualcosa da insegnare. Niente di trascendentale, intendiamoci, ma qualcosa da sottolineare, questo sì. L’etichetta si fa notare subito per la presenza centrale di alcuni acini. L’elaborato potrebbe essere fotografico, ma tradisce subito qualcosa di artistico. Riproduzione dal vero? Libera interpretazione di quello che la natura, anche sulla buccia di un acino, può regalarci? Fatto sta che il packaging di questo Cabernet si distingue per preziosità, estetica, spessore, sia pure esprimendo un omaggio agli aspetti naturali del processo di vinificazione, a partire proprio dal grappolo d’uva, intonso, come la linfa l’ha fatto, che la mano del vignaiolo raccoglie a piena maturazione. E per il resto? Due gentili e sottili scritte sotto all’immagine, Cabernet Sauvignon a sinistra e Soil Specific a destra, a sottolineare il vitigno, certo, ma anche la particolarità del suolo, vulcanico, minerale, come affermato dal produttore nel proprio sito internet. Il nome del vino è anche il nome dell’azienda, “Aperture”, che non ha bisogno di traduzioni (esattamente sarebbe apertura o cavità), in quanto consente in lettura di spaziare, di immaginare vallate, sole, vento. Dal piccolo (l’acino) al grande: il potere di una parola a volte è illimitato.

La Pazienza dei Vini Marchigiani

Valdé, Verdicchio e Trebbiano, Oppeddentro.

L’etichetta di questo Bianco delle Marche, che nasce tra Cupramontana e Maiolati Spontini, ci mostra un’etichetta inconsueta, per quanto riguarda alcuni elementi. La parte illustrata attiene a una certa arte contemporanea a macchie che potrebbe descrivere allegoricamente il paesaggio dei luoghi. Osservando l’elaborato da vicino, il materiale che è stato dipinto potrebbe essere anche un muro. Il risultato, molto grezzo, è puramente decorativo. Ma appena analizziamo il packaging nella sua interezza scopriamo che in alto c’è la scritta “vini con pazienza” (precisazione non da poco). Poi vediamo il curioso nome dell’azienda, “Oppeddentro”, che nasce dalla parlata locale: quando i locali si recano nel centro storico della cittadina dove ha sede l’azienda, dicono “vado oppeddentro”. Anche il nome del paese ha una sua “etimologia”: Magnolati, secondo l’antica dicitura bizantina, e Spontini in onore del compositore Gaspare Spontini che allietò le genti con la sua musica tra il XVIII e il XIX secolo. Sotto al nome del produttore (che per errore potrebbe sembrare il nome del vino) leggiamo “nelle mura di Maiolati Spontini”, che con orgoglio manifesta la presenza della cantina (in uno storico sito di pigiatura) proprio dentro al borgo. Il nome del vino viene relegato a sinistra, in verticale (si scorge appena, in questa riproduzione) e corrisponde a “Valdè”. Ignoriamo il suo significato preciso non avendo trovato traccia di una descrizione nel sito del produttore. Per la cronaca questo viticoltore (il titolare è Andrea Piccioni) aderisce al circuito Vinnatur.

Puntini da Puntualizzare con Fiori di Campo

Wildflowers, Tannat e Sirah, 
Sanctuary Vineyards.

Questo produttore che annovera tra le proprie uve anche il Sangiovese, si trova sulla costa atlantica degli Stati Uniti e precisamente a Jarvisburg, in Nord Carolina. Non è certo una delle zone del mondo più rinomate per la viticoltura, ma a noi interessa, anche in questo caso, l’etichetta. Dunque, il vino si chiama “Wildflowers”, traducibile in “fiori selvaggi” e ancora meglio in “fiori di campo”, qui da noi. Il nome è bello, evocativo, ma quello che colpisce subito, come immagine, è quel fuoco d’artificio di colori, chiamato a rappresentare le macchie di colore con le quali i fiori di campo punteggiano la campagna. L’illustrazione, osservata da vicino, riguarda delle vere e proprie macchie ottenute da colature di pittura, ma l’effetto, da lontano, è proprio quello di un gruppo variegato di fiori. Siamo di fronte a una specie di versione moderna di quella fronda di artisti che si faceva chiamare divisionisti (o puntinisti). Si tratta di un packaging coraggioso, per pochi (insomma, non per tutti), che presenta una impaginazione pulita, centrata, elegante, con un “fuori norma” tutto concentrato nell’opera illustrativa, dove l’estro creativo e concettuale si esprime senza vincoli o preconcetti.

Lo Sfarzo Georgiano di un Re Femmina

Tamaris Vazi, Natenadze Company.

Questo vino viene prodotto in Georgia, nella regione di Meskheti, a lungo occupata dagli Ottomani che distrussero villaggi, vigne e cantine. Oggi Giorgi Natenadze e altri giovani viticoltori, provano a recuperare antichi vitigni autoctoni. Ma andiamo con ordine. L’etichetta di questo vino, indubbiamente molto particolare, vuole narrare una storia che risale al 1160, anno di nascita della Regina Tamara, alla quale è dedicato il vitigno (il Tamaris Vazi). Le pagine di storia narrano che fosse il preferito dal Re Tamar di Georgia, in realtà la figlia (donna) di Re Giorgio III, e non si tratta di un errore perché qui viene l’aneddoto: “Tamara, pur essendo donna, usava il titolo spettante di diritto al sovrano maschio, ossia re, facendosi chiamare Re Tamara (Tamar Mepe)” (Wikipedia). Probabilmente un caso unico al mondo che oggi, nella tendenza gender-fluid, dove sembra che non ci sia più distinzione tra maschio e femmina, risulta quindi molto attuale. Graficamente l’etichetta presenta una corona in alto e un collare di pietre preziose. Insomma, il tesoro della Regina, anzi del Re Tamara. Il risultato, cromaticamente, è sorprendente. La preziosità traspare, anzi, esonda. Si tratta forse di una ridondanza, di sfaccettature un po’ sfacciate. Ma di fronte al racconto della vita di questa Regina particolarmente autoritaria (si faceva chiamare, “re dei re e regina delle regine”), lo sfarzo può essere un modo di essere e di comunicare.

Un Vino che “Sta Stretto”, nell’Entroterra Marchigiano

Il Vicolo, Rosato Igt Marche, 
Cantina dei Colli Ripani.

Questo vino marchigiano, un rosato da Montepulciano (vitigno) e Sangiovese, è abbigliato in modo davvero originale. Con una grafica molto geometrica vediamo un omino che guarda all’insù, posizionato in uno spazio ristretto. Ed è proprio a questo che allude il nome del vino, “il Vicolo”, cioè a un luogo molto particolare. La spiegazione ce la fornisce direttamente il produttore: “Uno sguardo in su e uno ai lati. Eh sì, la via è stretta. Anzi strettissima, appena 43 cm. Ti trovi nel vicolo più stretto d’Italia, un primato che appartiene a Ripatransone, la nostra città. Ma non preoccuparti, puoi sempre tornare indietro oppure decidere di attraversarlo. Per poi orgogliosamente affermare di avercela fatta. Dal colore rosa tenue brillante e dal profumo fruttato, 'il vicolo' Marche IGT Rosato celebra questo luogo curioso e bizzarro, che sfida la prospettiva. In un solo bicchiere due sguardi sul mondo, due punti di vista che trovano la via, stretta, per conciliarsi e lasciarsi ricordare”. Certo che, a parte la collocazione topografica della cantina, nulla collega il vino con il vicolo in questione. Ma l’etichetta incuriosisce. E la modalità utilizzata in questa illustrazione, in questo packaging che propone anche una carta goffrata particolare, è davvero moderna e “stilosa”. In pratica si è preso un fatto, se vogliamo anche abbastanza turistico, trasformandolo in un valore da comunicare. Distintivo e funzionale.

77, le Gambe delle Donne (ma Siamo in Canada, non a Napoli)

Red Over Heels, Blend di Rossi, Strut Wines.

Il pay-off o claim che dir si voglia (in termini moderni), insomma lo slogan o anche il “motto” (per dirla in termini desueti) di questa azienda canadese è “the wine with legs”. In pratica potremmo tradurre così: “il vino con le gambe”. Il messaggio visivo in etichetta è chiaro, si tratta di gambe di donna (per non fare torti a nessuno, in questo mondo fluido, per quello che ne sappiamo potrebbero essere anche gambe trasgender). Forse c’è un gioco, un’allusione, se “gambe” dovesse trasmettere anche una vaga sensazione di “radici”, “origini”, “piedi piantati per terra”. Chissà. Certo che con una serie di etichette (non solo questa che mostriamo), dove sono protagoniste (con scatti fotografici) delle donne in minigonna, si fa fatica a uscire da questo stereotipo. Questo vino, un Merlot, si chiama “Red Over Heels”, in pratica, “un rosso con i tacchi” (anche qui, sarebbe da interpretare). Occupiamoci invece del target: donne? Uomini? Facile pensare che il messaggio sia rivolto agli uomini (che per il vino, in generale, sono ritenuti i “responsabili di acquisto”). Le donne potrebbero altresì risultare incuriosite da questo tipo di immagini. Alcune però potrebbero soffrire di invidia, laddove le gambe in etichetta non dovessero corrispondere alle proprie. La questione non è semplice. Certamente questo packaging attira l’attenzione, su questo non ci piove.

Sette Punti Molto Simpatici per un Rosato Spigliato

Settepunti, Primitivo Rosato, Luca Attanasio.

La Cantina di Luca Attanasio (che nel sito internet acquisisce la dicitura “le Vigne di Luca Attanasio”) si trova tra Sava e Manduria, in provincia di Taranto (Alto Salento), nel cuore del territorio di produzione del Primitivo. In questo caso abbiamo un Primitivo Rosato molto particolare, non filtrato, ahinoi col tappino di latta, che viene promosso come vino da aperitivi (antipasti) e… “ottimo anche con la pizza”. A noi piace il nome del vino che nasconde un piccolo racconto. Si chiama “Settepunti”, che non sono delle localizzazioni in vigna o dei luoghi sui generis, bensì, come raccontato nella pagina web dedicata “il nome di questo vino si ispira alla coccinella e ai puntini neri che ne caratterizzano la livrea (Coccinella Septempunctata). Settepunti è dedicato a questi piccoli insetti che in silenzio liberano il vigneto da afidi e altri parassiti dannosi ed è ottenuto dalla vinificazione dei racemi maturati sulle femminelle degli alberelli…”. La grafica rappresenta il carapace di una coccinella, stilizzato, con una conformazione arrotondata anche dell’etichetta stessa. Il packaging è attraente, il nome incuriosisce, la spiegazione è in linea con i dettami ecologici più agguerriti e moderni; inoltre le coccinelle, si sa, risultano simpatiche in tutto il mondo. Tant’è che in molti casi viene ritenuto che portino fortuna se si posano sulla propria mano. L’operazione di comunicazione è ben riuscita e questo piccolo produttore ha saputo così distinguersi con simpatia ed efficacia.

Il Respiro di una Terra Fertile e di Popoli Generosi

Respiro, Nero d’Avola, Valdibella.

L’azienda in questione è una cooperativa con molti soci conferitori. Tutto parte dai Gesuiti nel 1642, quando un drappello di 7 frati si stanzia in Contrada Valdibella, Camporeale, Sicilia Occidentale, nell’entroterra alle spalle di Palermo. Gli ecumenici organizzano una fiorente azienda agricola che si può ben considerare l’antesignana, anche per metodo e finalità, dell’attuale cooperativa. Oggi con agricoltura biologica, per quanto riguarda il vino l’azienda coltiva i vitigni autoctoni più noti, come questo Nero d’Avola in purezza. L’etichetta ruota attorno al nome di questo vino, molto bello, molto evocativo, riportato in alto con caratteri molto intelleggibili. Scrive il produttore nel proprio sito internet: “Il Nero d’Avola che usiamo per il Respiro proviene da un unico vigneto esposto a Sud, del nostro socio Pietro Scardino. Il suo valore aggiunto consiste nell’assenza di solfiti aggiunti che insieme alla fermentazione naturale valorizzano al massimo le caratteristiche varietali e di un territorio mantenuto il più possibile nella sua integrità. Ecco perché è stato chiamato così: niente di più vitale come il respiro”. Tutto torna. Il respiro della natura, il respiro del vino “vivo” che fermenta con i propri lieviti, il respiro del territorio, della cultura e della storia di questa regione. Il resto (del packaging) è un fondo variegato color mattone, puramente decorativo. Con le normali diciture di legge. Ma il nome, in questo caso, fa tutto.


Nella Piana Buffa Canta il Grillo Sicano

Grillo, Luna Sicana.

L’azienda si trova nell’entroterra di Agrigento, in Contrada Piana Buffa, a Casteltermini, nella Sicilia profonda dove si coltivano quasi esclusivamente vitigni autoctoni come il Grillo. Vitigno bianco, dal nome evocativo, se non altro per identificare anche i simpatici insetti che in estate cantano allegramente, soprattutto nelle campagne assolate. Grillo, è un appellativo breve e memorabile e quindi perché non utilizzarlo come nome del vino? Certo che, in questo caso, serve un’etichetta distintiva (visto che tutti i vini prodotti col vitigno Grillo possono portare in etichetta, più o meno grande, questo nome). Ed ecco che Luna Sicana, azienda di recente nascita (2008), crea un packaging molto colorato, allegro, pirotecnico, con il gentile tratto dell’acquarello. Si tratta, se vogliamo, di normalissime, potremmo dire anche banalissime, macchie di colore, sporcature d’artista. In questa collocazione però spiccano per originalità, si fanno notare, stimolano la fantasia. Ci si potrebbe vedere il mare, gli uliveti e i pistacchieti nei quali è immersa la proprietà, colline vitate, vegetazione, sole, terra, cielo. Una sorta di etichetta “autogestita” dalla propria immaginazione. In basso troviamo l’annata del vino, in alto il logo del produttore, composto dal nome, Luna Sicana (come dire, luna siciliana), e da un acino d’oro (forse una luna), anch’esso disegnato con tecnica libera amanuense. Il tutto sta bene insieme. Collima. Piace.

Il Pescatore Pescato e le Sirene di Taranto

Il Pescatore, Vitigni a Bacca Rossa, 
Feudo Monaci.

Il Gruppo Italiano Vini, oggi proprietario della storica cantina Feudo (Castello) Monaci, decide di vestire le etichette di questa gamma di vini pugliesi con colori forti e iconografie narrative. Lo stile ricorda un po’ certe etichette siciliane, sia pure con un minimo di distinguibilità. Il nome di questo rosso è “Il Pescatore” (il pescatore “pescato” diremmo noi, visto che la sirena lo sta irretendo con la sua coda), in modo complementare esiste anche un bianco che si chiama “la Sirena”. La storia che sta dietro a questi due personaggi è quella relativa alla Leggenda di Skuma (forma dialettale tarantina per schiuma, quella delle onde): una coppia di sposi hanno vicende intricate al termine delle quali lui viene trascinato via dai flutti e da quella volta lei (Skuma), aiutata dalle altre sirene del golfo di Taranto, nelle notti di luna piena, si aggira per le spiagge del luogo sperando nel ritorno del proprio amato. Il packaging è stato realizzato con una impaginazione semplice, diretta, percettiva. In alto il logo dell’azienda, al centro il nome del vino con la dicitura della Doc, in basso l’illustrazione, con un tratto netto, pulito, fumettistico ma da favola. Tra la coppia vediamo un fiore che aggiunge un tocco di romanticismo. Il marketing ha lavorato bene. 

Ciclismo e Vino, Connubio Salutare

Sciucca Panza, Merlot (Rosato), Le Senate.

Nuovo vino e nuovo nome, come sempre molto allegorico, per l’azienda Le Senate che ha sede e vigneti nelle terre attorno a Fermo, nelle Marche. Si tratta di un rosato da Merlot e si colloca in gamma insieme agli altri due vini di questo piccolo produttore, dei quali abbiamo già parlato in questo post. Il naming è davvero particolare: “Sciucca Panza” è il nome che i ciclisti della zona danno alla impegnativa salita che va da Marina di Altidona a Monterubbiano e che a un certo punto, scollinando, apre lo sguardo sui vigneti dell’entroterra. Infatti, il produttore e fondatore della vitivinicola Le Senate, Giulio Visi, nel retro-etichetta scrive: “In sella alla tua bici giri per la Valdaso, poi a destra verso Altidona, metti un 36/28 e cominci a salire, il mare alle spalle, la macchia mediterranea intorno a te. Spingi sui pedali e scollini, ti accolgono le vigne, in fondo a sinistra la Maiella, il Gran Sasso e il Vettore. Stai pedalando sulla Sciucca Panza”. Possiamo interpretare questa allocuzione dialettale come “asciuga pancia”, insomma un buon metodo per non ingrassare (il ciclismo amatoriale) e per poter quindi godere della buonissima tavola marchigiana e dei suoi vini. La grafica dell’etichetta è abbastanza basica ma non di meno si fa notare. Nome in grande, tonalità rossa, in alto il logo, in basso a destra la sagoma di un ciclista. Pochi elementi, tutti sinergici, ottimo il potenziale di memorabilità.

Un Brigantaggio Significativo in Terre Lacustri

Brigante (Bianco), Blend di Bianchi, La Costa.

Questo vino bianco Terre Lariane Igt, oltre a rappresentare una zona vinicola poco conosciuta (e anche, in generale, poco stimata) ci offre l’occasione di raccontare qualcosa di interessante relativo al suo nome. Si chiama “Brigante” come altri vini in Italia (non è originalissimo, insomma). Richiama subito qualcosa di romanzesco, e qualche attività fuorilegge. Anche per il fatto che siamo vicini al confine svizzero dove da sempre si “muovono” commerci al limite del consentito. Ma c’è di più: il produttore di questo virtuoso vino lariano, nella scheda dedicata, nel proprio sito internet, spiega che “Brigante” è da intendersi “…nel senso scherzoso di un vino gioviale, per allegre brigate…” e che “…vuole anche richiamare il nome d’origine di Brianza, Brig, che significa colle o altura”. Siamo infatti nella parte alta della Brianza, sottozona della Lombardia, ricca di colline che diventano montagne nei pressi del Lago di Como. Il vino è di quelli che vengono prodotti in quote limitate, circa 10.000 bottiglia, e sa distinguersi anche nel calice, oltre che per l’etichetta. Due originalità: in basso, vicino al nome dell’azienda, La Costa, vediamo un logo che simula un grappolo d’uva, realizzato con macchie di inchiostro. Al centro vediamo, con un tratto nero, alcune colline con terrapieni concentrici e con due alberi sulla sommità, che potrebbero però portare la mente ai cipressi tipici della Toscana. Nel complesso un packaging semplice ma a suo modo dinamico, laddove una comunicazione fatta di pochi elementi molto distintivi serve a caratterizzare e a farsi ricordare.

Un Nero che Diventa Oro, Proprio Sotto al Vulcano

Nerina, Carricante e altre uve bianche, Girolamo Russo.

Un vino bianco (Etna Bianco) che si chiama “Nerina”? Sembrerebbe una contraddizione in termini. Ma non qui, a Passopisciaro, sulle pendici dell’Etna, dove la terra è nera, detta “sciara”, frutto della sedimentazione della lava. Il nero, quindi, viene visto come un colore caratteristico del luogo, della terra s’intende, come un pregio, un valore, un nutrimento davvero particolare per la vite. Stiamo parlando di uno dei vini della gamma dell’azienda Girolamo Russo, ei fu, oggi rilevata e condotta dal figlio Giuseppe. Venti ettari principalmente coltivati a Nerello Mascalese e, appunto, Carricante. In questo vino bianco partecipano al 30% anche altri vitigni autoctoni come il Catarratto, la Minnella, l’Inzolia, il Grecanico e la Coda di Volpe. Tornando all’etichetta, vediamo in alto la sagoma (nera) del vulcano, alcuni filari in prospettiva al centro e in basso il nome del produttore. Si tratta di una grafica molto distintiva, originale, che parla del territorio con uno stile moderno, con un illustrazione molto semplice ma efficace dal punto di vista della comunicazione e della percezione. Il nome del produttore, scritto a mano, fornisce quella sensazione di genuinità, di vicinanza, che spesso il consumatore apprezza. Nome memorabile così come l’etichetta. E la Trinacria del vino, cresce.

Tim come Timorasso. Pablo come Neruda

Timox, Timorasso, I Carpini.

Si tratta di un vino molto particolare, così come è particolare il suo nome (ci arriviamo) e la presentazione poetica che il produttore ci propone nella pagina internet dedicata: “Il tuo ombelico, sigillo puro impresso sul tuo ventre di anfora, e il tuo amore la cascata di vino inestinguibile”. Il grande Pablo Neruda. Ma passiamo alle questioni semantiche: cosa significa il nome di questo vino? Per cercarne ed accettarne il significato dobbiamo dividere in due la parola: “tim” come Timorasso (il vitigno) e “ox” come ossidato/ossidativo. Infatti la lavorazione di queste uve prevede una lunga e lenta macerazione in anfora, dove il vino può ampiamente “respirare” ossigeno. Questo porta a un prodotto molto particolare, estremo, per specifica ammissione dell’azienda. Insomma per molti ma non per tutti. Il risultato è un vino “orange”, dalle percezioni spiccate di lievito e dalle sensazioni “marsalate”. Il packaging è molto rastremato (insomma, abbastanza estremo anch’esso): in alto il nome dell’azienda, molto semplice, lineare, quasi un “non-logo”. Nella parte superiore troviamo il nome del vino in arancione (si fa notare) e al centro una grande “t” stilizzata, con un effetto tipografico che “sporca” il tratto e fornisce un ambient post-moderno, contemporaneo, pseudo-artistico. Lo stemmino VeganOk in alto a destra sbilancia il tutto e potrebbe anche risultare non essenziale.

Champagne, Crémant, Satèn e Affini

Crémant, Blend di Bianchi Alsaziani, 
Les Vins Pirouettes.

Non ci può essere migliore e più incisiva affermazione di questa, per le potenzialità del “Crémant”. In pratica uno Champagne fuori zona che non può chiamarsi come il cugino maggiore (per questioni legali e burocratiche). Il Crémant, in sostanza è un termine inventato (un po’ come il Satèn qui da noi, in Franciacorta, che per la cronaca è la pronuncia della parola “satin” in francese, e che significa “raso” e non “seta” come molti credono) per dare definizione e notorietà a un tipo di bollicine che può facilmente fare concorrenza al celebre Champagne. In questo caso si tratta di un Metodo Classico alsaziano, prodotto con vitigni come Pinot Bianco, Auxerrois, Riesling, Pinot Grigio (tutti insieme). Bello anche il nome di linea, Les Vins Pirouettes, adottato dal Domaine Christian Binner. Ma torniamo alla grafica in etichetta, cioè al vero e proprio packaging: fondo totalmente rosa, che colpisce, scritta a tutto campo “Crémant” a caratteri cubitali. In pratica, invece di nascondersi dietro a definizioni imitative, qui viene affermato con forza che questo vino è orgogliosamente un Crémant. Fa gioco per tutti i produttori che hanno in gamma questa tipologia. Crea una comunicazione di genere. In basso a sinistra si legge un altro nome, “Raphael”, che dovrebbe essere l’ennesimo nome del produttore (c’è un po’ di confusione in questo ambito: abbiamo Les Vins Pirouettes, Domaine Christian Binner e Raphael come nomi aziendali, tutti in vario modo riportati su etichetta o comunicazione, la qual cosa non facilità la memorabilità come invece fa la grande scritta nera su fondo rosa, protagonista di questo post.

Il Garbo Tradizionale di una Valtellina d’Antan

Vigna Fracia, Nebbiolo, Nino Negri (G.I.V.).

Nel progetto di rinnovo delle etichette della nota cantina valtellinese Nino Negri (di proprietà e sotto l’egida del Gruppo Italiano Vini) rientra anche il vino prodotto con le uve dell’avito vigneto Fracia. Il nome del vino (della vigna, in sostanza) non è propriamente musicale, la fonetica non è il suo forte, ma è breve e soprattutto è un nome legato alla storia di quelle terre. La sottozona, Valgella, non è certo tra le più note e prestigiose, come Sassella o Grumello, ma l’esposizione della vigna è ottima e l’uva ringrazia. Veniamo alla grafica, chiamiamolo packaging insomma, visto che il marketing del Gruppo Italiano Vini è presente e ben operativo in questo caso. Stile arcaico, in generale. Non strizza l’occhio alle nuove generazioni. Soprattutto a causa di quella torre in alto e al cartiglio  sottostante, con la dicitura “Fondata nel 1897”: l’elaborato è decisamente d’antan. Idem per il carattere di scrittura della parola “Fracia”. L’impaginato è centrato e ordinato, sullo sfondo, a tutta etichetta, troviamo una trama delle curve altimetriche dei vigneti (non topografiche, bensì imitative). Quasi non si notano, in bianco, su sfondo grigio-azzurro tenue. L’unica creatività del packaging è data da alcune “riserve” (si dice così nel linguaggio da tipografia) che evidenziano i segmenti della trama in modo diversamente tras-lucido. Ma per poterlo vedere serve una luce di traverso, nella foto frontale in pratica è impossibile. Il risultato generale è un po’ timido in termini attenzionali, non ha slancio. La tradizione in Valtellina ha ancora il suo peso, nelle decisioni in vigna e in cantina (per fortuna) e spesso anche per quanto riguarda la comunicazione.

Lo Stupefacente Vino-Birra del Dragone

Dragone Lambic, Aglianico (e birra), Cantillon (e Cantina Giardino).

Innanzitutto è necessario precisare che si tratta di un “vino-birra” o meglio ancora di una “birra-vino”. Infatti la base di questo prodotto è il Lambic, ovvero una specie di birra acida fermentata con lieviti indigeni, insomma qualcosa di molto selvaggio, al naso e al gusto. L’esperimento consiste nell’aggiungere del mosto di vinacce di Aglianico. Diciamo subito che a noi, più che il prodotto in sé, interessa la sua etichetta. Contornato da una cornice di fattezze art-decò, un tenebroso dragone (o Drogone) assiso su una botte, si gode la bevanda con espressione concupiscente. Il disegno è ben realizzato, nei minimi particolari, e contribuisce non poco a definire l’area di “consumo”. A metà tra un’etichetta arcaica di vino e una da birra storica, trasmette comunque velleità da taverna e da notti mefistofeliche a base di alcol, qualunque esso sia. Il nome del vino (pardon, del vino-birra) è curioso e memorabile con quella “o” che muta il dragone in qualcosa di stupefacente (Drogone è anche il nome di condottieri e monaci medievali, a dire il vero, ma a noi piace interpretarlo come uno stimolo a pervenire a (benèfici) stati alterati di coscienza).

Un Trollinger che fa il Troll in Etichetta

Vis a Vis, Trollinger (Schiava), 
Wein vom Haigst.

Questa insolita etichetta viene dalla regione tedesca limitrofa a Stoccarda. E veste un vino rosso ad opera di una coppia di appassionati viticoltori. I due, Kerstin Köder e Frank Nonnenmann, non sono di certo dei ragazzini, questo va detto in funzione del commento sulla grafica di questo packaging, molto moderna, forse da “modernariato”, ma sicuramente fuori da schemi classici. Attira l’attenzione, sì. Potrebbe vestire anche una birra, tanto per fare un esempio. Quindi in uno scaffale di vini si staglia in modo davvero felice (dal punto di vista dell’attenzione che riesce ad attirare su di sé). Il nome del vino è “Vis a Vis”, in francese, con una modalità diventata internazionale. Il riferimento ad essere coppia ci sta. Ma anche quello, si potrebbe dire, di “metterci la faccia”. Quindi credibilità e schiettezza. Grafica molto coraggiosa, come si è detto, colore e stile da anni ‘60 rivisitati. Un elaborato che può piacere a chi interpreta il vino come complemento qualitativo ma anche divertente e conviviale. Le bottiglie prodotte sono davvero poche, da 1500 a 3500 quando l’annata è particolarmente generosa. Siamo di fronte quindi a una produzione quasi famigliare. Con simpatia e voglia di mettersi in gioco.